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Discussione: Gli oracoli

  1. #11
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    Secondo la testimonianza di Plutarco, la Pizia era scelta tra le ragazze del posto e vaticinava in preda a uno stato di alterazione mentale (forse allucinazione, forse trance…) a cui non di rado non riusciva a sopravvivere… Tra le cause del delirio ispiratore, Plutarco segnala il fatto che la Pizia, per raccogliere l'ispirazione, veniva rinchiusa dentro un antro dove era costretta a inspirare gas che fuoriuscivano dalle rocce e che risultavano dolci all'olfatto. Il professor de Boer ha rilevato che la zona del tempio di Delfi, luogo d'incrocio di due faglie, è caratterizzata da un tipo di calcare molto permeabile ai gas. Ricerche geologiche hanno evidenziato in quest'area una concentrazione superiore alla norma di etilene, un gas che - guarda caso - l'uomo percepisce come dolce e che, se assunto in dosi massicce, può effettivamente portare soggetti giovani a uno stato di profonda eccitazione.
    E invece pare non fosse etilene il gas i cui vapori inebriavano le sacerdotesse di Apollo e ispiravano le loro profezie, bensì metano. Della Pizia si sa che pronunciava gli oracoli in uno stato molto simile alla trance le cui cause sono state per secoli oggetto di ipotesi e, più di recente, di ricerche scientifiche. Le ultime, dell'Istituto nazionale italiano di geofisica e vulcanologia (Ingv), hanno preso spunto dagli studi condotti sei anni fa dal geologo De Boer il quale aveva avanzato l'ipotesi che il tempio di Apollo fosse stato volutamente eretto sul punto di incrocio di due faglie sotterranee trasversali da cui sarebbero scaturite emissioni di etilene.
    Ma le recentissime ricerche dell’Ingv tendono ad escludere questa ipotesi: il calcare sottostante il tempio non avrebbe contenuto quantità di etilene sufficienti a indurre la trance della Pizia, né tanto meno a causare l'odore dolciastro citato da Plutarco. Nel punto in cui si pensa fosse situato l'Adyton, i geologi italiani hanno rinvenuto una certa quantità di anidride carbonica e di metano. La presenza di questi gas in un ambiente riduce notevolmente la quantità di ossigeno provocando effetti neurotossici che possono indurre la trance, mentre l'odore dolce segnalato da Plutarco era probabilmente dovuto a vapori di benzene formatisi nelle rocce bituminose di Delfi.

    O forse era la bruciatura di determinate erbe a provocare i sacri fumi profetici, che predisponevano la sacerdotessa allo stato di possessione divina (Holland, 1933). Gli autori antichi indicano l'alloro come pianta oracolare di Apollo, ma è probabile che fra i fumi inalati dalla Pizia vi fossero anche quelli del giusquiamo (Rätsch, 1987), chiamato allora pythonion o apollinaris.



    Apollo seduto sul tripode.

    I grandi anelli erano usati dalla Pizia per sorreggersi
    mentre vaticinava in uno stato di trance indotto
    dall'inalazione dei fumi di piante psicoattive
    (Vandemberg, 1979)

  2. #12
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    Predefinito I santuari di Este e dintorni









    Mi permetto di riportare una studio sui santuari del Veneto ed
    in particolare di Este, dove con molta probabilità c'era un oacolo
    chi avesse materiele sarei grato se lo esponesse grazie a presto

    La statuina orante, logos del nostro sito
    La statuina orante che è il logos del nostro sito è stata trovata nel santuario di Caldevigo, uno dei santuari di Este in provincia di Padova, posto a settentrione della città. Fra tutto il materiale votivo rinvenuto come lamine raffiguranti guerrieri o veri e propri ex voto raffiguranti parti anatomiche da guarire o immagini femminili riccamente adbigliate, a restituire il quadro della gioventù atestina (Ateste era l’antico nome della città di Este passato anche alla civiltà che attorno ad essa si sviluppò)che si avvia alle cerimonie di iniziazione, quella dell’assunzione delle armi per i maschi, e forse quella del matrimonio ( ma anche la cosiddetta prostituzione sacra, usuale per tutto il mediterraneo in quei secoli).
    Questo santuario si fa risalire dalla fine del VI fino al IV secolo a.C. e fra il numeroso materiale spicca per bellezza e pregio la statuine denominata la “dea di Calderigo” che in realtà era una donna finemente vestita che era in atteggiamento orante con le braccia aperte.


    "... I santuari sono prima di tutto un lotto di terreno che la comu­nità assegna al dio perché vi abiti..."

    GIOVANNI COLONNA, 1985

    Il santuario settentrionale _Caldevigo (fine VI-IV sec. a.c.)
    I materiali votivi, raccolti tra la fine dell'800 e i primi del '900, erano franati alle pendici del Colle del Prin­cipe da un pianoro soprastante, in uno scenario boschivo e appartato. Spiccano le lamine raffi­guranti guerrieri e imma­gini femminili riccamen­te abbigliate, a restituire il quadro della gioventù atestina che si avvia alle cerimonie di iniziazione, quella dell' assunzione delle armi per i maschi, forse quella del matrimo­o nio per le fanciulle;
    numerosi gli scudi minia­turistici e gli astucci in lamina, adatti a contenere amuleti. Famosa la statuina che riproduce una devota in costume da parata, più conosciuta come la "dea di Caldevigo" .

    Il santuario sud-orientale di Reitia
    (VII sec. a.c. - II sec. d.c.)
    È il principale centro cultuale atestino, frequentato i
    ininterrottamente per nove secoli, scoperto e indaga­to tra il 1880 e il 1890 e tra il 1987 e il 1990. La gran­de quantità di votivi contrasta con la scarna docu­mentazione circa l'assetto del santuario che sorgeva su un terrazzamento presso la riva dell' antico Adige ed era forse delimitato da un possente muro di tra­chite; vi sono state riconosciute una fila di ben otto

    roghi sacrificali e tracce di percorsi stradali. Il popolo dei devoti è rappresentato dalle numerosissime lamine e bronzetti che raffigurano non solo singoli offerenti, ma processioni collettive e sfilate di guerrieri a piedi e a cavallo. Peculiarità del san­tuario è l'insegnamento della scrittura documentato dai modelli in bronzo di tavolette scrittorie e dagli stili (visibili nella IV sala del museo), che recano la dedica a Pora Reitia, divinità femminile dalle numerose prerogative, tra le quali quella sanante, rispec­chiata dall' attributo Sainate-.

    I santuari occidentali a Morlungo e Casale
    (111-11 sec. a.c.; inizi VI sec. a.c.-epoca romana)
    Entrambi i luoghi di culto sono ipotizzabili dal carattere voti­



    vo dei ritrovamenti, ma ne rimane incerta l'esatta ubicazione. A Morlungo il rinvenimento di un esiguo gruppo di bronzi raf­figuranti organi sessuali suggerisce l'esistenza di un culto per una divinità generatrice. Più significativa la situazione di Ca­sale, in riferimento al kantharos iscritto (ritrovato in occasione degli scavi per lo scolo di _zzo) con dedica a una coppia di gemelli divini, rinnovata poi nel santuario di epoca romana, consacrato ai Dioscuri.

    Il santuario di San Pietro Montagnon (PD)
    (VII sec. a.c.-III sec. a.c.)
    Il santuario, situato in corrispondenza dell' odierna Monte­grotto al confine tra il territorio di Este e quello di Padova, è

    _collegato alla presenza di acque ritenute terapeutiche. A que­sta ritualità legata all' acqua sono da ricondurre le migliaia di tazze e tazzine scavate tra la fine dell'800 e i primi del '900 nel fango di un bacino lacustre sepolto; pochi, ma pregevoli i bronzetti di cavallini, mentre le lamine non furono raccolte a causa del pessimo stato di conservazione. Un'iscrizione mutila attesta la dedica ad una divinità maschile. Le fonti storiche romane collocano presso lafons Aponi anche il culto dell'ora­colo di Gerione.

    Il santuario di Vicenza (V-III sec. a.c.)
    Nel cuore dell'attuale centro storico, nel 1959 fu recuperato fortunosamente un gruppo di lamine votive deposte in prossi­mità di un muro in blocchi di pietra. Per molti versi confron­tabili con quelle di Este, le lamine raffi­gurano processioni di donne, guerrieri e teorie di personaggi di diversa qualifica come atleti, sacerdo­ti, dignitari. Un lega­me specifico con il santuario atestino di Reitia è indicato da un modello di tavoletta alfabetica in lamina di bronzo.

    Il santuario di Altino (VE) (VI sec. a.c.-Il d.c.)
    Si tratta del santuario di più recente rinvenimento: lo scavo infatti è ancora in corso. Sta emergendo una strutturazione monumentale dell' area sacra, situata al limite sud-orientale della città, ai margini della laguna settentrionale. La sua collocazione topografica si col­lega alla voca­ZIOne com­merciale dello scalo adriatico di Altino, con­fermata dal­l'ampia gam­ma di votivi di importazione dall' area gre­ca, centro-ita­lica ed etru­sco-padana.
    Le iscrizioni dedicano le offerte a una divinità ma­schile il cui nome si riferisce all' antico nome della città: Altno-.



    Il museo festeggia il centenario della sua apertura (6 luglio 1902) con una mostra che si addentra nella sfera del sacro: il tema prende lo spunto da un recente scavo in località Meggiaro che ha portato in luce a Este un nuovo luogo di culto preromano.
    Da questa scoperta che rivela forme di ritualità inaspet­tate si avvia un lungo itinerario che percorre idealmente i confini della città) e procede verso altri santuari del Veneto antico: a Este) dal santuario orientale di Meggiaro al più famoso santuario di Reitia a sud-est) a quello di Caldevigo a nord) e ai luoghi di culto posti nel comparto occidentale a Morlungo e a Casa le; nel Veneto) da quello termale di San Pietro Montagnon) a quello urbano di Vicenza e a quello emporico di Altino) con primizie importantI; in alcuni casi preziose.
    r: esposizione) nel rivolgersi al suggestivo universo degli ex voto) vuole privilegiare rinvenimenti ineditI; sia" dai nuovi che dai vecchi scavi con particolare riguardo per le lamine bronzee che sottolineano più efficacemente ana­logie e dIfferenze tra l'area sacra di Meggiaro e i santua­ri di Este già noti. Analogo è il richiamo ad altri tre san­tuari veneti) pur dIfferenti tra loro per caratteristiche rituali e per 'vocazione politica.

    La nuova scoperta. n santuario orientale a Meggiaro (fine VI-In sec. a.C.)
    Nell' ambito dell' area sacra, scavata nel 1999, le strut­ture, orientate in modo regolare, lasciano immaginare le diverse funzioni rituali a cui erano destinate: a ovest si trovavano una massicciata in scaglia ed un pozzo, al centro un sacello delimitato da cippi di trachite, la cui interpretazione rimane enigmatica; attorno ad esso si svolgevano le cerimonie riflesse dalle offerte votive, per lo più manufatti di bronzo riferibili alla simbologia del­l'iniziazione maschile, connessa al passaggio dei giova­ni nel ruolo di armati; il vasellame in ceramica ricon­duce ai banchetti che dovevano seguire 1'accensione dei fuochi sugli altari e i sacrifici animali, consacrati ad una divinità dal nome maschile: Heno---to-.


    Tracce del discorso tenuto dalla dottoressa responsabile del Museo di Este
    Montirone, ancora oggi è calda, Monte Grotto, ancora oggi è calda. La sopravvivenza di Padova è di tutto il Veneto, l’ombelicus. Sotto lance votive ritrovate nella fonte calda di Montirone luogo sacro per eccellenza.
    In questo santuario venne Tiberio prima di andare a combattere contro i pannoni. Euganei con culti eguali a quelli dei siculi , nel santuario di Montirone il culto era accentrato nella palude calda e sulfurea, legato anche a Pelasgi enetoi troiani (veneti)- A Santa Giustina è sepolto il corpo di Antenore- Catone dice che i veneti (enei)sono di origine troiana. Sofocle dice che i antenorici veneti (enetao vendi) moltre altre popolazion stanziate in Europ. Secondo Erodoto eneti il lirici non dall’illiria ma dall’area balcanica. Inedia sita in macedonia.Cesare 2, 8 tribù celtica distretto del Modian attuale grandi navigatori.

    Venetus vuol dire celeste.
    Albalunga tribù di origine veneta, anche in Catalogna.
    Veneti in Europa”campi di urne”—Fatture celtiche scesci dalla via dell’ambra e sfociano sulla pianura veneta.
    Celti ambrones (specializzati nel commercio dell’ambra). Fino alla Liguria detti Ambrones.
    Il mito di Antenore fu introdotto dalla Padova carrarese. I veneti vengono da popolazioni celtiche dal Baltico.
    L’apporto etrusco è stato fondamentale per l’alfabeto e la lingua.

  3. #13
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    Predefinito Se avete nuovo materiale

    Se avete nuovo materiale sui santuari veneti, sarei grato se lo inviaste.
    Quello che ho inviato è un po scritto im maniera annotativa, e vi chiedo scusa.
    Nella bella discussione sono uscite delle notizie nuove e nel complesso interessanti. A presto Luigi

  4. #14
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da sideros Visualizza Messaggio
    Mi permetto di riportare una studio sui santuari del Veneto ed in particolare di Este, dove con molta probabilità c'era un oacolo
    chi avesse materiele sarei grato se lo esponesse grazie a presto
    A dir la verità, non ho mai sentito parlare di un oracolo di Este... e una ricerca in rete non ha evidenziato nulla. E anche sull'oracolo di Gerione, questo sì abbastanza famoso, c'è poco o niente.

    In compenso, ho letto che sul Monte Altare, a Vittorio Veneto, esisteva anticamente un santuario fra i cui reperti votivi compaiono insolite placchette in bronzo con incisioni, identificate provvisoriamente come "sortes". E non si esclude, allo stato attuale degli studi, che possano avere un significato oracolare.

    Ora, dove sorgeva il santuario, c'è un piccolo antro denominato "Bus de la Vècia", ma non è dato sapere se sia legato al ricordo di qualcosa di arcano connesso alle antiche pratiche del santuario.

    Saluti.

  5. #15
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    Predefinito Grazie silvia, con l'occasione riporto

    Con l'occasione riporto un passo stupendo, in tema, di un grande studioso di religioni.


    L'autobus che si ferma a Eleusi...

    Nessun avvenimento storico può meglio indicare la fine 'ufficiale' del paganesimo se non l'incendio del santuario di Eleusi, attuato nel 396 da Alarico, il re dei Goti; e d'altro lato, nessun altro esempio può meglio indicare i misteriosi processi di nascondimento e di continuità della religiosità pagana. Nel V secolo lo storico Eunapio, anch'egli iniziato ai Misteri Eleusini, riferisce la profezia dell'ultimo ierofante legittimo: in presenza di Eunapio, lo ierofante predice che il suo successore sarà illegittimo e sacrilego; non sarà neppure cittadino ateniese e, ancor peggio, sarà uno che, " consacrato ad altri dèi ", sarà legato al suo giuramento " di presiedere esclusivamente alle loro cerimonie ". A causa di tale profanazione il santuario verrà distrutto e il culto delle Due Dee scomparirà per sempre.

    In effetti, continua Eunapio, divenne poi ierofante un alto iniziato ai Misteri di Mithra (dove rivestiva il ruolo di Pater); questi fu l'ultimo ierofante di Eleusi, perché poco tempo dopo giunsero, attraverso il passo delle Termopili, i Goti di Alarico, seguiti da " uomini in nero " (i monaci cristiani), e il più antico e importante centro religioso d'Europa fu definitivamente distrutto.

    Tuttavia, se a Eleusi scomparve il rituale iniziatico, non per questo Demetra abbandonò il luogo della sua teofania più drammatica; è vero che, nel resto della Grecia, san Demetrio ne aveva preso il posto, divenendo il patrono dell'agricoltura, ma a Eleusi si parlava - e si parla ancora - di santa Demetra, santa sconosciuta altrove e mai canonizzata. Fino all'inizio del XIX secolo, i contadini del villaggio coprivano ritualmente di fiori una statua della dea, perché essa assicurava la fertilità dei campi, ma, nonostante la resistenza armata degli abitanti, la statua fu rimossa nel 1820 da E. D. Clarke e offerta all'Università di Cambridge. Sempre a Eleusi, nel 1860, un sacerdote raccontò all'archeologo F. Lenormand la storia di santa Demetra: era una vecchia di Atene, cui un 'Turco' aveva rapito la figlia, che fu tuttavia poi liberata da un prode pallikar; e nel 1928 Mylonas sentì raccontare questa stessa storia da una nonagenaria di Eleusi.

    L'episodio più toccante della mitologia cristiana di Demetra avvenne all'inizio del febbraio 1940 e fu ampiamente riferito e discusso dalla stampa ateniese: a una fermata dell'autobus Atene-Corinto salì una vecchia, " magra e rinsecchita, ma con grandi occhi molto vivaci "; poiché non aveva denaro per pagare il biglietto, il controllore la fece scendere alla stazione seguente - quella di Eleusi, appunto. Ma il conducente non riuscì più a mettere in moto l'autobus e, alla fine, i viaggiatori decisero di fare una colletta per pagare il biglietto della vecchia. Questa risalì sull'autobus, che ora potè ripartire. Allora la vecchia disse: " Avreste dovuto farlo subito, ma siete degli egoisti; e già che sono qui, vi voglio dire ancora una cosa: sarete castigati per il modo in cui vivete; vi saranno tolte persino l'erba, e l'acqua! ". " Non aveva ancora finito la sua minaccia " continua l'autore dell'articolo pubblicato sull'" Hestia ", " ed era scomparsa ... Nessuno l'aveva vista scendere. E si andò a riguardare il blocchetto dei biglietti per convincersi che era veramente stato staccato un biglietto ".

    Riportiamo, a mo' di conclusione, la cauta osservazione di Charles Picard: " Credo che, dinanzi a questo aneddoto, gli ellenisti non potranno fare a meno di ritornare con la memoria a certi passi del celebre Inno omerico, dove la madre di Kore, tramutatasi in vecchia nel palazzo del re eleusino Celeo, profetizzava anche in quell'occasione e - rimproverando agli uomini la loro empità - annunciava, in un impeto di collera, terribili catastrofi in tutta la regione " .

    Mircea Eliade , Storia delle Credenze e delle idee religiose, Sansoni, 1990




  6. #16
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    Stanislao Nievo

    LE BOCCHE INVASATE


    Da Abstracta n° 10 (dicembre 1986)



    Pinturicchio - Chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma

    Al pari dei Profeti, le Sibille appartengono alla più nota categoria divinatrice dell'antichità mediterranea. Il carattere di queste donne misteriose ci è stato eternato da un frammento di Eraclito che così scrive: "la Sibilla con bocca invasata per possessione del nume (che è Apollo) pronunzia cose tristi, senza ornamento né profumi e attraversa con la sua voce migliaia di anni per opera del nume". Forse la più vera di queste accezioni è la bocca invasata e l'eco delle parole che attraversa il tempo. Il linguaggio delle Sibille, nella istintiva femminilità non controllata, possiede la forza oscura del dialogo in un tempo senza confini e in uno spazio letterario privo di termini fissi, e la sua eco - a volte doppiezza - permette interpretazioni non univoche. È l'accompagnamento alla divinizzazione che si completa in chi riceve l'oracolo e nella sua capacità di percepire la direzione. Gli oracoli si riferiscono spesso ad una facoltà attraente della mente che rifugge da chiarezza logica per allargare il territorio mentale nel vaticinio. La forza dell'antica attenzione alle Sibille risiede in tale apertura e nella capacità di un continuo sondaggio al responso. Le Sibille erano per nascita donne normali ma per natura estremamente longeve, fino a molti secoli. Il nome Sibilla, di probabile origine eolica, anche se Suida afferma che è nome romano, deriva da teobùle, che significa "Consiglio di Dio" e si parte dall'ufficio, non dalla proprietà del vocabolo. Quel che è interessante notare è che tutte le Sibille predicavano un solo Dio, e ciò valse loro una particolare attenzione dei Padri della Chiesa (1). […]

    Ma quante erano le Sibille? È un punto di controversia. Si discusse a lungo se fosse una sola, o più. Strabone, Plauto, Dionigi d'Alicarnasso, Plinio, Giustino, Atenagora e Giovenale parlano di una Sibilla sola. Aristotele affermava che il calore della melanconia essendo vicino al luogo dell'intelligenza, in molti provoca l'effetto di esser stati presi dalle malattie maniacali ed entusiastiche. Da tale situazione, diceva il filosofo, venivano tutte le Sibille, ispirate non per malattia ma per temperamento di natura. Le vedeva scaturire, come ogni situazione di alta sensibilità artistica o ispirata che fosse, al limite di un'evoluzione o involuzione della creatura umana. Per darne prova aggiungeva che Maraco di Siracusa, poeta stimato, era miglior vate quando era fuor di sé.



    Pinturicchio - Chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma


    Altri autori non pensarono all'unicità della Sibilla. Martiano Capella ne conta due: Erofile figlia di Marmesse, nata nel territorio troiano e chiamata Frigia e poi Cumana, e la seconda, Simmachia d'Eritreo, conosciuta dagli Argonauti. Si tramanda la sua divinazione sulla caduta di Troia, un'ottantina d'anni prima dell'evento. Diodoro Siculo ne riconosceva una, Dafne, figlia di Tiresia, catturata durante il sacco di Tebe e posta a Delfi dove annunciò, 27 anni prima, la presa di Troia. È questa la Sibilla di Omero. Apollodoro ateniese afferma che era la Sibilla Eritrea. Strabone aggiunge che era la sola Sibilla, ed era stata posseduta da un'altra della stessa natura nello stesso luogo, a Erythrae in Lidia, sulla penisola di Karaburum, dove si mostrava la sua grotta natale (2). Fu la più celebre delle Sibille greche, come la Cumana fu la più nota di quelle italiche (3). Il numero totale di questa schiera leggendaria raggiunge la decina per Varrone, mentre nella nomenclatura disciplinare più moderna, quella di Bouché-Leclerq, le Sibille vengono divise in tre gruppi - grecoionico, grecoitalico e orientale - facendo elevare il numero a 17 (4). […]

    Giustino Martire del II secolo, uno dei cristiani che più cercò di recuperare il pensiero pagano alla Chiesa, rivela che la Sibilla Cuinana, quella di Virgilio, a detta dei suoi concittadini rivelava a viva voce le sue profezie ma le scriveva anche su fogli che abbandonava al vento (5). I pagani attribuivano alle Sibille una possessione del nume che le animava di forza soprannaturale. Le distinguevano dalla Pizia e dalla Sfinge come da altri oracoli, per la libertà di muoversi e di valersi d'una ispirazione personale non legata a sacerdozi o santuari particolari. "Hanno la bocca furiosa" dicevano "ed è furia soprannaturale". Oltre a ciò, e affidando loro più responsi gravi che positivi, gli autori e le popolazioni antiche rendono sempre le Sibille donne storiche, dalla vita molto lunga. Di questo mondo a Roma rimase essenzialmente l'ordinamento dei libri Sibillini di derivazione ellenica.



    Pinturicchio - Chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma


    Benché esistano alcune varianti, la storia di questi libri, secondo Varrone e Plinio che più la seguirono, è questa: Tarquinio Prisco (secondo Plinio, Tarquinio il Superbo) ebbe un giorno l'offerta di nove libri sibillini da parte di una vecchia. Il re rifiutò e la donna bruciò tre libri, poi ripetè l'offerta sempre allo stesso prezzo. Nuovo rifiuto, nuovo falò e nuova offerta dei tre libri superstiti. Allora il re li acquistò e li fece conservare nel Tempio Capitolino dove una commissione di duumviri prima, di decemviri poi e infine di quindecemviri "sacris faciundis" li consultava in certi casi su richiesta del Senato, mai per propria iniziativa.
    Distrutti nell'incendio dell'83 a.C, il Senato ne ordinò la ricostituzione inviando una missione nei territori abitati dalle Sibille. Questa ritornò nel 76 con un migliaio di versi, ricomponendo i libri e sottoponendoli a sempre più rigorosi controlli nella loro autenticità divinatrice. Erano composti di versi acrostici, per mantenere autenticità e memoria. Furono consultati durante la Repubblica e l'Impero fino a Giuliano l'Apostata che nel 363 d.C. ne chiese ancora la riconsultazione dopo una lunga pausa. Poi nel 416 Stilicone ne ordinò la bruciatura. Fu uno dei vari incendi di biblioteche, con conseguente perdita del sapere, di cui è contrassegnata la storia del potere.

    Quelle dei Libri Sibillini erano consultazioni intese più a calmare che a sollevare gli spiriti. Con la loro perdita, per quanto i libri fossero stati rimaneggiati dai cristiani, abbiamo largamente smarrito il modo di esprimersi delle Sibille, che cercavano sempre nell'intento la ricomposizione della pace sociale, allora chiamata pax Deorum. Donne piene di Dio, diceva Varrone, resero persuasi i Padri della Chiesa che Dio parlasse attraverso di loro. Erano per i Gentili ciò che i Profeti furono per i Giudei. Il loro intento, spesso triste, tendeva all'estimazione di eventi negativi attraverso un'informazione tempestiva. Era forma di previsione di un tempo pagano, dalle coordinate diverse. Sarebbe interessante comporne una sintesi attraverso le nostre coordinate, allargate ad assumere le informazioni in tutt'altro modo ma ancora ansiose di conoscere i meccanismi precisi di quei lontani oracoli. Invece le Sbille aleggiano nel ricordo con un vago senso di disagio storico da un lato e dall'altro come trofeo di vittoria nell'affermazione del Cristianesimo, che riportò nel 1° tomo della biblioteca dei Padri proprio agli 8 libri Sibillini. Un modo anch'esso di testimoniare come le Vie del Signore siano realmente infinite.


    NOTE

    (1) I Padri della Chiesa ritenevano la Sibilla “realmente ispirata, ma in modo diverso dai Profeti dell’Antico Testamento. Mentre nei Profeti è presente un’interpretazione consapevole della Parola di Dio, “la Sibilla diviene soltanto il tramite occasionale di essa…” (D.N. E. Religioni Vallecchi, V. 1046)

    (2) La Sibilla Eritrea era, secondo taluni storici, la più antica tra le Sibille.
    Figlia di Theodoros e di una ninfa, divenne adulta subito dopo la nascita, quindi iniziò a profetizzare e, contro la sua volontà, fu consacrata ad Apollo dai suoi genitori. Avrebbe vissuto nove vite di uomini, ciascuna di 110 anni.

    (3) La Sibilla di Cuma viene identificata talvolta con la stessa Sibilla Eritrea. Questa, infatti, si
    sarebbe trasferita a Cuma poiché Apollo le aveva concesso di vivere tanti anni quanti erano i granelli di sabbia che poteva tenere in mano, ma a condizione di non tornare mai a Erythrae. Morì quando gli Eritresi le inviarono una lettera chiusa con un sigillo fatto con la terra di Erythrae.

    (4) Appartengono al gruppo greco-ionico: Sibilla Eritrea; Sibilla di Marpesso, detta anche Gergitica, Troiana, Ellespontica o Frigia; Sibilla Frigia, posta in Ancira con il nome di Taraxandra; Sibilla di Samo, vissuta ai tempi di Numa; Sibilla di Sardi; Sibilla Rodia; Sibilla Delfica; Sibilla Tessalica; Sibilla di Tesprozia, in Epiro. Appartengono al gruppo greco italico: Sibilla Cumana; Sibilla Cimmeria; Sibilla Italia; Sibilla Tiburtina; Sibilla Libica. Al gruppo orientale: Sibilla Egizia, identica alla Libica; Sibilla Persica; Sibilla Caldea o Babilonese, detta anche Ebraica.

    (5) L'Eneide di Virgilio contiene la più celebre descrizione della Sibilla e del suo modo di profetizzare (Libro VI, 46 ss., 77ss.), così sintitizzabile: "i tratti e l'aspetto fisico, mentre parla, mutano continuamente; il petto le si gonfia, il cuore si riempie di frenesia, la statura quasi cresce, la voce diviene disumana; segue l'agitazione furente, attraverso la quale la donna accede allo stato di calma, in cui il dio parla" (D.N., op. cit., VI, 1041

    Stanislao Nievo su Abstracta n° 10 (dicembre 1986, Stile Regina editrice)




    Pinturicchio - Chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma

  7. #17
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  8. #18
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    Oracolo N° 3214

    Or sai nostri atti e di che fummo rei:
    seguendo lo giudicio di costei...



    E ora ci vorrebbe l'InterpretaPolo...

  9. #19
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    Ho chiesto all'oracolo se riuscirò a sistemare tutti i miei libri (impresa, al momento, semidisperata)... La risposta suona oscura e inquietante...

    Oracolo N° 25792

    lo potrai sistemare a tuo talento.
    se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?

 

 
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