«Una minaccia per la pace»
Mandela accusa gli Usa
Un attacco senza peli sulla lingua, una requisitoria che probabilmente aveva nello stomaco da tempo. Nelson mandela, il simbolo della liberazione della popolazione nera sudafricana dall'Appartheid, ha denunciato con grande durezza la politica degli Stati Uniti in Medioriente ed Asia Centrale. Intervistato dal settimanale americano Newsweek, l'ex capo di stato del Sud Africa ha accusato in particolar modo l'amministrazione repubblicana guidata da George. W. Bush, di voler fare la guerra in Iraq «per far piacere alle industrie di armi e alle compagnie petrolifere». Tanto più che «non esiste alcuna evidenza che l'Iraq possegga delle armi di distruzione di massa», come peraltro aveva precisato l'ex capo degli ispettori onu a baghdad Scott Ritter, in un discorso al parlamento irakeno. Ma Washington sta facendo di tutto per eludere le Nazioni Unite: «Bush ha paura del voto contrario alla guerra da parte del Consiglio di sicurezza». Ricordando come nel passato gli Usa abbiano appoggiato con spregiudicatezza prima il regime dello Scià, poi i mujaheddin e lo stesso Osama Bin-Laden, nella guerra contro il regime filosovietico di Kabul, Mandela non ha lesinato sui giudizi: «Se si osservano questi fatti, possiamo trarre la conclusione che l'attitudine della Casa Bianca è un pericolo pace nel mondo».
Ma, la stoccata più dura è per il falco dei falchi, il vicepresidente Dik Cheney, che Mandela definisce impietosamente un «dinosauro ultra-conservatore», evocando un'agghiacciante precedente. Quando il leader dell'Anc marciva nelle prigioni del regime bianco di Johannesburg, Cheney fu uno dei più ferventi oppositori alla sua liberazione. Una vicenda che la dice lunga sulle attuali inclinazioni politiche dei vertici del governo americano.




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