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Risultati da 41 a 50 di 88

Discussione: Mazzini e Garibaldi

  1. #41
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    rispondo ad agaragar.......
    ho editato il post di G.Oberdan perche' come cappello aveva scritto Agragar...che ho corretto in agaragar....la stessa correzione ho poi fatto sul tuo post.

  2. #42
    agaragar
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    ecco,

    ma sai bene che abbiamo la facoltà di correggere i nostri posts....

  3. #43
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    Predefinito ancora va chiarito da agaragar

    se Mao era stalinista o combatteva gli stalinisti. Il viaggio di Nixon in Cina fu una trovata spettacolare in una fase di crisi della presidenza statunitense. C'erano premesse commerciali, un'intesa da trovare sul Vietnam, che non fu trovata e vedere se si poteva aprire un rapporto politico sinoamericano, visto che c'era un marcato distacco russo cinese da quasi vent'anni. Sicuramente si avviarono dei piani di cooperazione internazionale, ma che rimasero stagnanti fino alla presidenza Deng che gli ha rilanciati, è la Cina di oggi è particolarmente inquietante perchè c'è il capitalismo ma non c'è la democrazia. La borghesia cinese è una minoranza, infima ai tempi di Mao, non so oggi, anche se sicuramente molto influente. La questione del Mao militare calza anche per Napoleone. Era Napoleone un genio o erano gli eserciti delle vecchie mnarchie putrescenti incapaci? Le analisi si possono sprecare, ma contano i risultati. Napoleone trovò Kutuzov e Wellingthon, Mao sbaragliò tutti i suoi avversari. Come Stalin. Sulla destalinizzazione dell'Urss magari parlerò in seguito, con più calma.

  4. #44
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    Predefinito


    Sempre per agaragar....


    certamente....ma non tutti lo fanno.....o lo sanno fare.
    Rimane poi solo un fatto formale che non cambia la sostanza di quanto si scrive.....a volte pero' rischia di far nascere delle incomprensioni.
    Questa tua richiesta (vedo che non ti scappa nulla) mi fa nascere la certezza che, se avessi vissuto quelle realta' di cui parli, sia in Russia che in Cina, saresti stato uno dei primi a contestarle.....figurati se uno che sta attaccato al pelo della virgola corretta in un post....si sarebbe lasciato mangiare la pasta sopra la propria testa....figurati se avrebbe dato carta bianca su tutto al baffone ed al nuotatore del Fiume Giallo....!

  5. #45
    agaragar
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    Predefinito Re: ancora va chiarito da agaragar

    Originally posted by calvin
    se Mao era stalinista o combatteva gli stalinisti. Il viaggio di Nixon in Cina fu una trovata spettacolare in una fase di crisi della presidenza statunitense. C'erano premesse commerciali, un'intesa da trovare sul Vietnam, che non fu trovata
    accidenti!
    ma ignori che la Cina mosse guerra al Vietnam nel 1979???

  6. #46
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    Predefinito La storia del mondo è complessa

    e purtroppo a contrario di quello che ritenevano i teorici del marxismo leninismo, non è luminosa. La Cina aiuta la repubblica del nord vietnam con armi e supporto logistico durante la guerra con il sud vietnam e poi non riconosce la sua indipendenza? Cosa c'è di strano? Qual'è la contraddizione? Nel '72 è probabile, debbo rivedere un po' di fonti a proposito, che gli usa cercano di distaccarla dal suo interesse nell'area e di guadagnarsi una neutralità cinese, la guerra in indocina va male e l'amministrazione Usa cerca di allentare l'aiuto dei cinesi a Hanoi, proprio in quanto il rapporto vietnam del nord russia è molto forte. Il nord vietnam resta comunque fortemente legato all'orbita sovietica finchè i sovietici lo supportano, quando smettono, carenza di interessi, di fondi, problemi interni alle repubbliche, la Cina allunga le sue pretese. E' un regime dittatoriale che si impone con la violenza dove può. Cosa c'entra con la visita di Nixon a Mao del '72 la guerra cinovietnamita del '79?

  7. #47
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    Giuseppe Garibaldi

  8. #48
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    Predefinito TRATTO DA il corriere della sera 26 GIUGNO 2003


    Un inedito di Mazzini trovato addosso a una camicia rossa presa prigioniera: «Ecco le istruzioni sulla guerra d’insurrezione»

    «Garibaldi, malfamato e partigiano». Firmato Radetzky

    Parlar male di Garibaldi, è noto, non si può, è praticamente un reato per il comune sentire perciò si sussulta, e non poco, a vederlo indicare come «il malfamato», «il capo dei masnadieri», «il brigante». Sempre e soltanto così. Si sussulta, ma è il passaggio all’indietro dalla storia che ha già vagliato, scremato e giudicato alla relatività della cronaca. E i contemporanei che stilano questa cronaca sono «i nemici» del nostro Risorgimento. Gli odiati - anche da tutti noi sui banchi di scuola - austriaci. Sono i capi militari che stanno dando la caccia a Garibaldi, in fuga dopo la caduta della Repubblica romana, e informano i loro superiori a Trieste o a Vienna. Sono loro che lo descrivono - macché su un destriero, macché in camicia rossa o con la spada sguainata - ma «quasi nudo e senz’armi» e, si immagina, tutto bagnato, dato che è precipitosamente sceso a terra da un bragozzo preso a cannonate, come appunto un qualunque bandito braccato dalle (allora) «forze dell’ordine». Tra queste, capo supremo, c’è il mitico Radetzky, il più equanime dopotutto, che, scrivendo direttamente al suo Imperatore, il giovane Francesco Giuseppe, usa come appellativo di Garibaldi «il partigiano».
    Ora tutte queste lettere, già note agli studiosi ma mai pubblicate, sono state riportate da un giornalista, da tempo appassionato di ricerche storiche (notevole la sua ricostruzione della «settimana rossa» in Romagna), Tino Dalla Valle, in un’indagine sul tratto della fuga di Garibaldi, nel 1849, da San Marino - dov’è giunto avventurosamente da Roma e dove scioglie la sua Legione - a Cesenatico, dove si imbarca con la moglie Anita, i due figli e circa 250 seguaci sui bragozzi di recalcitranti pescatori chioggiotti, diretto a Venezia, ancora in mano agli insorti (ma «il morbo infuria, il pan ci manca...»), fino a Magnavacca, appena sopra Comacchio. Qui cinque bragozzi col generale prendono precipitosamente terra, altri sono bloccati in mare dalle navi austriache, molti i garibaldini catturati o uccisi. Dalla Valle non accompagna il nostro eroe nel rischioso viaggio (Anita muore poco dopo, nella pineta di Ravenna) che, sotto la protezione della «trafila» prima romagnola e poi toscana, lo condurrà a imbarcarsi a Cala Martina, sopra Grosseto, verso la Liguria.
    Questa vicenda, seguita dalla parte austriaca attraverso le relazioni dei capi militari ai superiori, fino - come s’è detto - all’Imperatore in persona, riserva due notevoli sorprese. Una delle lettere conservate al Kriegsarchiv, l’Archivio della guerra di Vienna, e pubblicate in questo studio per la prima volta, porta con sé due allegati: uno è la trascrizione di una lettera del tutto inedita di Mazzini, che firma come triumviro della Repubblica romana, l’altro è la lista dei garibaldini catturati al largo di Magnavacca dall’«imperial-regio» brigantino «Oreste».
    Diremo prima di quest’ultimo documento che, informa Dalla Valle, già è stato reso pubblico in Italia, ma mai con l’indicazione del mestiere di ciascuno dei 162 catturati («vestiti in modo miserabile e anche senza biancheria intima» precisa l’impietosa minuzia della cronaca). La qualifica è importante: perché nell’elenco stilato dagli austriaci molti sono i «mestieri» presenti e relativamente poche le «professioni». Muratori, calzolai, contadini, fornai, sarti, servitori, stallieri battono nettamente studenti, possidenti, militari, pittori. E questo, sottolinea Tino Dalla Valle, pare indicare «con chiarezza» che «alle lotte per l’indipendenza abbiano preso parte - sin dai primi tempi - anche rappresentanti delle classi popolari, quelle che, secondo gli storici, furono invece assenti e spesso contrarie al movimento di liberazione dal dominio straniero». Il fatto è senz’altro vero in special modo per le campagne, riconosce Dalla Valle, un po’ meno per le città da cui risultano provenire in gran parte i garibaldini della Legione.
    Il secondo allegato, nella trascrizione di qualche copista, consta di quattro fogli requisiti a uno dei catturati, Hugh Forbes, inglese votato alla causa italiana e colonnello della Legione, e porta il titolo «Istruzioni sulla guerra di insurrezione». Non c’è data, ma si può supporre che si tratti «dei primissimi giorni di maggio del 1849, quando il primo attacco francese e il dispiegamento delle forze austriache nell’Italia centrale, con l’aggiunta di borbonici e spagnoli schierati a Sud e a Est di Roma» fecero capire che la Repubblica non avrebbe potuto resistere a lungo.
    Le «Istruzioni» sono indirizzate a non precisati capi di bande di patrioti che dovrebbero innanzitutto arroccarsi sull’Appennino e di lì, come sta scritto in un successivo messaggio sempre del triumviro Mazzini in data 5 maggio, «infestare il nemico». In che modo? Eccolo precisato punto per punto: «Molestare l’inimico alle spalle», «manovrare ne’ fianchi e alla coda... attaccando sempre i piccoli corpi», «non ostinarsi a difendere le posizioni, ma occuparne molte successivamente, cosicché in ogni attacco il nemico perda uomini senza ottenere lo scopo di disfare le bande», «non dar quartiere» predando i convogli di viveri e di munizioni, quando si deve cedere dividersi in piccoli gruppi e ritirarsi sui monti più alti. E’ la tattica della guerriglia. Mazzini come Che Guevara?
    Sì, come Che Guevara e non è una novità per gli storici.
    Nel suo sogno, sempre perseguito e mai coronato dal successo, di provocare una sollevazione nazionale, Mazzini già agli inizi della Giovine Italia, primi anni 30, aveva indicato nella «guerrilla» il tipo di lotta ideale per lo scopo.
    E nel ’40 in una lettera scriveva: «La guerra per bande salverà un giorno l’Italia». Non fu così e Mazzini rinunziò finalmente alla sua instancabile azione cospirativa con una lettera dell’1 marzo 1853, inedita fino a poco tempo fa di cui demmo notizia in queste pagine il 28 novembre scorso. Fallito il moto insurrezionale di Milano del 6 febbraio con 16 impiccagioni immediate e altre dilazionate di alcuni mesi, il teorico dell’Italia unita e repubblicana sentenzia: «Né martirio inutile né suicidio deliberato» e, autocritico, proclama: «Mi ritiro interamente dal lavoro di cospirazione in Italia».
    Il «partito dell’azione» resterà nelle mani di Cavour, Vittorio Emanuele e Garibaldi.

    La ricerca di Tino Dalla Valle «Dopo San Marino: Garibaldi e Radetzky nel 1849» (pagine 112, s.i.p.) è pubblicato nei Quaderni della Società di studi romagnoli con sede presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena

    Serena Zoli

  9. #49
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    Amedeo Lombardi, Motivi mazziniani nella storia e nella letteratura, Brescia, Associazione Mazziniana Italiana, 2003, pp. 12

    Così si legge nell’introduzione esplicativa di questo “ardito” opuscolo di Amedeo Lombardi, dato alle stampe dall’AMI di Brescia:
    “Credo... che si possano scorgere motivi mazziniani nella Storia sempre, anche prima che Mazzini formulasse la sua dottrina ed indicasse ad un “popol morto” il proprio destino.
    Ho voluto cercare allora nella Storia e nella letteratura che alla Storia si ispira qualche fase, personaggio o episodio in cui si possa manifestare l’avverarsi dell’ideologia mazziniana. Ne ho scelti tre: la vicenda di Giovanna d’Arco, integralmente storica, l’ode ‘La battaglia di Maclodio’ di Alessandro Manzoni, e il romanzo ‘I Gladiatori’, di Arthur Koestler, scrittore del Ventesimo secolo”.

  10. #50
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    Predefinito Marx su Mazzini e su Garibaldi

    Rileggendo gli editoriali del barbuto sul risorgimento italiano nel Daily Tribune di New York ho trovato conferma dell'antipatia marxiana verso Mazzini, mentre ho scoperto una notevole ammirazione di Marx per Garibaldi. Vi faccio omaggio di questi reperti

    P.G.

    Quando a Mazzini poi, questo furbo fanatico scende sempre piu' al livello di un "Gustav Struve" italiano o qualcosa del genere. Ora accade che la polizia austriaca arresti in Italia seicento mazziniani, che scambiavano la loro corrispondenza su fazzoletti servendosi di inchiostro chimico. Ma poichè questa gente non vuole essere imprigionata e ha ramificati rapporti familiari, il signor Mazzini riceve dall'Italia uno scritto in cui gli si dice che adesso si deve fare sul serio con l'"azione" e passare ai fatti. Ad un tratto in questo retorico uomo d'azione si risveglia post festum l'"inteletto riflettente"; egli li supplica di restare tranquilli per amor di Dio, perchè da soli non potrebbero fare nulla, dato che il paese è invaso da soldati stranieri e in altri loci communes del egenere, che tutti hanno dal 1849 nè perduto nè guadagnato in verità." Lettera a Adolf Cluss, 30 luglio 1852

    "Ora, è un grande progresso per il partito mazziniano l'essersi finalmente convinto che, persino nel caso di insurrezioni nazionali contro il dispotismo straniero, esistono quelle che si è soliti chiamare differenze di classe, e che nei moti rivoluzionari, ai gioni nostri, non è alle classi dominanti che si deve guardare" New York Daily Tribune, 4 aprile 1853

    "Da parte mia, penso che Mazzini sbagli, tanto nel convincemento che ha del popolo piemontese, quanto nei suoi sogni di una rivoluzione italiana, che, secondo lui, dovrebbe attuarsi non già piu' grazie alle possibilità che offrono le implicazioni europee, bensì grazie all'azione individuale di cospiratori che agiscono di sopresa." New York Daily Tribune, 12 dicembre 1853

    "Garibaldi è convinto che il suo principale dovere è quello di evitare qualsiasi pretesto di intervento diplomatico francese, conservando al movimento il suo carattere prettamente popolare. Garibaldi ritiene che, finchè non annette nessun territorio al Piemonte e ricorre soltanto ad armi italiane per la liberazione dell'Italia, Luigi Bonaparte non oserà interferire; il piano di Garibaldi, sia che abbia o non abbia successo, è l'unico che nelle circostanze attuali offra qualche possibilità di liberare l'Italia non solo dai suoi antichi tiranni e dalle antiche divisioni, ma anche dalle grinfie del nuovo protettorato francese." New York Daily Tribune, 8 agosto 1860

    "Garibaldi ad un animo ardente unisce un granello di quella sottile genialità italiana rintracciabile in Dante non meno che in Machiavelli." New York Daily Tribune, 15 ottobre 1860

    Karl Marx
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





 

 
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