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  1. #71
    scemo del villaggio
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    Pensavo che con questi pensieri da liceale fossi un giovincello, poi ho guardato la tua data di nascita e sono trasecolato. Questo è dunque il succo della tua esperienza vitale...


    CESSO di dibattere con voi: non c'è sugo.

    W IL REGNO SOCIALE DI N.S. GESù CRISTO.

    A proposito, in questo giorno di festa sarete mica negazionisti sulla Resurrezione? Perché se lo foste, che mai festeggiate?

    SURREXIT DOMINUS VERE, ALLELUJA.

  2. #72
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    ... bene ... mi fa piacere leggere che consideri le mie osservazioni dettate da uno spirito giovanile ... non sai quanto conforto mi porta riuscire a coniugare l'esperienza di vita che solo l'eta' puo' dare con lo slancio e l'ardore che solo la giovane eta' puo' imprimere ...
    ... sulla Resurrezione di quel povero Cristo ... strumentalizzato da ben duemila anni da personaggi d'ogni tipo ... i Repubblicani hanno la liberta' di pensarla come meglio credono ... ognuno in una propria visione intima e personale ... senza generalizzazioni di alcun tipo ... senza preconcetto alcuno ... e soprattutto senza aver bisogno di indicazioni strumentali che leghino la vita e la storia di Gesu' Cristo ad ideologie politiche oppressive e dittatoriali ... che lo stesso personaggio indicava di combattere ... con le armi della discussione e del confronto sociale ... e non con l'uso dei mezzi di sterminio di massa.




  3. #73
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    Originally posted by franco damiani
    definire la Chiesa "un'associazione a delinquere". Per lo stesso fatto Adel Smith è stato denunciato da Arrigo Muscio e da altri, con i quali non escludo di mettermi in contatto. Vivaddio, vabbè che nella repubblia "laica e pluralista" è ormai lecito bestemmiare, ma tu hai offeso, oltre a circa nove decimi della popolazione italiana.....
    nei referendum la grande maggioranza della popolazione italiana non ha MAI seguito le indicazioni della chiesa.
    Va regolarmente in chiesa meno del 30% della popolazione italiana, neppure all'interno di questa fascia la valutazione del 90% di cattolici è realistica.
    Originally posted by franco damiani
    Fuor di celia, ti ricordo che il cristianesimo ha costruito la civiltà di cui anche tu fai parte. O vorrai rinnegare il tuo Croce?
    il mondo moderno, lo sviluppo, cominciarono in inghilterra dopo che la chiesa cattolica fu messa fuorilegge,
    e se Einstein e Newton non erano cattolici, lo era però il povero Galileo......
    quale scoperta,quale medicina, quale vaccino ha mai inventato la chiesa ispirata da Dio?
    La civiltà delle "botte in testa",
    alle ragazzine per spingerle in convento
    agli ebrei.

    Croce non è mio, ma un patetico vecchio trombone clericale che si spacciava per liberale,
    e le croci sul simbolo della democrazia cristiana vi andavano bene finchè vi ha fatto comodo.

  4. #74
    scemo del villaggio
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    Originally posted by Pasquin0



    Va regolarmente in chiesa...
    Ogni battezzato (anche tu) fa parte della Chiesa: è un segno indelebile. Che poi molti siano figli degeneri e ingrati è un altro discorso...
    il mondo moderno cominciò in Inghilterra dopo che la chiesa fu messa fuorilegge...
    ... per crearne un simulacro e facendo strage di cattolici: proprio un bell'inizio, nel segno della libertà di pensiero e della tolleranza...
    Quale scoperta, quale medicina, quale vaccino ha mai inventato la Chiesa?
    Il più importante di tutti: i SS. Sacramenti.
    La civiltà delle "botte in testa"...
    Sì, delle torture dell'Inquisizione, dei cardinali lussuriosi, dell'oscurantismo... che altro?
    Croce è un patetico vecchio trombone clericale
    Clericale? Allora io sono massone.
    Le croci sul simbolo della democrazia cristiana vi andavano bene
    Personalmente non ho mai votato DC; il sedicente "cristianesimo democratico" è l'espressione del più puro modernismo e considero "democristiano" un insulto. VOI con la DC ci avete fatto i governi.

  5. #75
    scemo del villaggio
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    I miti fondatori della politica israeliana


    di Roger Garaudy


    II


    I miti del ventesimo secolo


    1. Il mito dell'antifascismo sionista
    --------------------------------------------------------------------------------


    Nel 1941 Itzak Shamir commise "un crimine imperdonabile dal punto di vista morale: proporre un'alleanza con Hitler, con la Germania nazista contro la gran Bretagna".

    Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gurion. Le Prophèt armé,
    Parigi, Fayard, 1966, p. 99


    Quando cominciò la guerra contro Hitler la quasi totalità delle organizzazioni ebraiche s'impegnò a fianco degli alleati e anche alcuni dei più importanti dirigenti, come Chaim Weizmann, presero posizione a loro favore, ma il gruppo sionista tedesco, all'epoca comunque molto minoritario, assunse un atteggiamento contrario e dal 1933 al 1941 si impegnò in una politica di compromesso e perfino di collaborazione con Hitler. Le autorità naziste, mentre perseguitavano gli ebrei, in un primo tempo estromettendoli per esempio dalle funzioni pubbliche, trattavano con i dirigenti sionisti tedeschi e accordavano loro un trattamento di favore, distinguendo gli ebrei integralisti da quelli cui davano la caccia.

    L'accusa di collusione con le autorità hitleriane non è indirizzata all'immensa maggioranza degli ebrei, che non avevano atteso la guerra per contrastare il fascismo in Spagna, armi alla mano nelle Brigate internazionali dal 1936 al 1939, che crearono un Comitato ebraico di lotta perfino nel ghetto di Varsavia e seppero morire combattendo, ma è rivolta alla minoranza fortemente organizzata dei dirigenti sionisti che per otto anni (1933-1941) patteggiarono con i nazisti.

    L'unica preoccupazione dei sionisti, che era di creare un potente Stato ebraico, unita alla loro visione razzista del mondo, li rendeva molto più anti-inglesi che anti-nazisti. Dopo la guerra essi divennero, come Menahem Begin o Itzak Shamir, dirigenti di primo piano nello Stato di Israele.


    * * *

    In data 5 settembre 1939 due giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra e della Francia alla Germania Chaim Weizmann, presidente dell'Agenzia ebraica, scrisse a Chamberlain, primo ministro inglese, una lettera nella quale lo informava: "noi ebrei siamo al fianco della Gran Bretagna e combatteremo per la Democrazia". E precisava: "i rappresentanti degli ebrei sono pronti a firmare immediatamente un accordo per permettere l'utilizzo di tutte le loro forze in uomini, delle loro tecniche, del loro aiuto materiale e di tutte le loro capacità".

    Pubblicata nel "Jewish Chronicle" dell'8 settembre 1939, questa lettera costituì un'autentica dichiarazione di guerra del mondo ebraico alla Germania e pose il problema dell'internamento di tutti gli ebrei tedeschi nei campi di concentramento come "fuorusciti di un popolo in stato di guerra con la Germania".


    * * *

    Quanto ai dirigenti sionisti, essi hanno dato prova, all'epoca del fascismo hitleriano e mussoliniano, di un comportamento equivoco, oscillante dal sabotaggio della lotta antifascista al tentativo di collaborazione.

    L'obiettivo essenziale dei sionisti non era, infatti, salvare la vita degli ebrei, ma creare uno Stato ebraico in Palestina.

    Il primo dirigente dello Stato d'Israele, Ben Gurion, il 7 dicembre 1938 affermò senza esitazioni davanti ai vertici sionisti: "Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini della Germania portandoli in Inghilterra, e solamente la metà di essi portandoli in Eretz Israel, sceglierei la seconda soluzione. Perché non dobbiamo pensare solamente alla vita di questi bambini, ma anche alla storia del popolo d'Israele".

    Fonte: Yvon Gelbner, Zionist policy and the fate of European Jewry,
    in "Yad Vashem Studies", XII, p. 199, Gerusalemme


    "La salvezza degli ebrei in Europa non figurava ai primi posti nella lista di priorità della classe dirigente. Ciò che aveva importanza primaria agli occhi di questa era la creazione dello Stato".

    Fonte: Tom Segev, Le septième million,
    Parigi, Liana Levi, 1993, p. 539


    "Dobbiamo aiutare tutti coloro che ne hanno bisogno senza tenere conto delle caratteristiche di ciascuno? Non dobbiamo dare a questa azione un carattere nazionale sionista e tentare di salvare, in primo luogo, coloro che possono essere utili alla terra d'Israele e all'ebraismo? So che può sembrare crudele impostare la questione in questo modo, ma sfortunatamente dobbiamo stabilire chiaramente che se siamo in grado di salvare 10.000 persone tra le 50.000 che possono contribuire alla costruzione del paese e alla rinascita nazionale, oppure un milione di ebrei che diventerebbero per noi un fardello o, meglio, un peso morto, ci dobbiamo limitare e salvare i 10.000 che possono essere salvati, nonostante le accuse e gli appelli del milione lasciato da parte".

    Fonte: Memorandum del "Comitato per la salvezza"
    dell'Agenzia ebraica, 1943. Cfr. Tom Segev, op. cit.


    Questo fanatismo aveva ispirato, per esempio, l'atteggiamento della delegazione sionista alla conferenza di Évian nel luglio 1938, nella quale 31 nazioni si erano riunite per discutere della sistemazione dei profughi della Germania nazista: la delegazione sionista chiese, come unica soluzione possibile, di ammettere duecentomila ebrei in Palestina.

    Lo Stato ebraico era più importante della vita degli ebrei.

    Il nemico principale per i dirigenti sionisti era l'assimilazione.

    Essi condividevano la preoccupazione fondamentale di ogni razzismo, compreso quello hitleriano: la purezza del sangue.

    Ecco perché i nazisti, in funzione stessa dell'antisemitismo sistematico che li animava, fino a concepire il disegno mostruoso di cacciare tutti gli ebrei della Germania e poi dell'Europa, fintanto che ne furono padroni, considerarono i sionisti come preziosi interlocutori, giacché questi assecondavano il loro disegno.

    Esistono le prove di tale collusione. La Federazione sionista tedesca il 21 giugno 1933 indirizzò al partito nazista un memorandum che dichiarava specificamente:

    "Nella formazione di un nuovo Stato, che ha proclamato il principio della razza, noi desideriamo adattare la nostra comunità a queste nuove strutture [...] il nostro riconoscimento della nazionalità ebraica ci permette di stabilire relazioni chiare e sincere con il popolo tedesco e le sue realtà nazionali e razziali. Proprio perché non vogliamo sottovalutare questi principi fondamentali, perché anche noi siamo contro i matrimoni misti e per la conservazione della purezza del gruppo ebraico [...].

    "Gli ebrei coscienti della loro identità, a nome dei quali parliamo, possono trovare posto all'interno della struttura dello Stato tedesco perché sono liberati dal risentimento che devono provare gli ebrei assimilati. [...] noi crediamo nella possibilità di relazioni leali tra gli ebrei consapevoli della loro comunità e lo Stato tedesco.

    "Per raggiungere questi obiettivi pratici, il sionismo spera di essere in grado di collaborare anche con un governo fondamentalmente ostile agli ebrei [...]. La realizzazione del sionismo non è ostacolata che dal risentimento degli ebrei all'estero contro l'orientamento tedesco attuale.

    "La propaganda per il boicottaggio attualmente diretta contro la Germania è essenzialmente non sionista [...]".

    Fonte: Lucy Davidowicz, A Holocaust reader, p. 155


    Il memorandum aggiungeva: "Nel caso in cui i tedeschi accettassero questa cooperazione i sionisti si sforzeranno di dissuadere gli ebrei all'estero dal progetto di boicottaggio antitedesco".

    Fonte: Lucy Davidowicz, The war against jews (1933-1945),
    Londra, Penguin, 1977, pp. 231-232


    I dirigenti hitleriani accolsero favorevolmente l'orientamento dei capi sionisti che, con la loro preoccupazione esclusiva di costituire uno Stato in Palestina, non andavano contro il loro desiderio di sbarazzarsi degli ebrei.

    Il principale teorico nazista Alfred Rosenberg scriveva: "Il sionismo deve essere rigorosamente sostenuto, di modo che un contingente annuale di ebrei tedeschi sia trasferito in Palestina".

    Fonte: A. Rosenberg, Die Spur des juden im Wandel der Zeiten,
    Monaco, Lehmann, 1937, p. 153


    Reinhardt Heydrich, più tardi Gauleiter in Cecoslovacchia, scriveva nel 1935, quando era capo dei servizi di sicurezza SS: "Dobbiamo separare gli ebrei in due categorie, i sionisti e i sostenitori dell'assimilazione. I sionisti professano una concezione strettamente razziale e sono favorevoli all'emigrazione in Palestina, essi aiutano a costruire il loro proprio Stato ebraico [...] le nostre buone intenzioni e la nostra buona volontà ufficiale sono dalla loro parte".

    Fonte: H. Höhne, Order of the Death's Head,
    New York, Ballantine, 1971, p. 333


    "Al Betar tedesco fu assegnato un nuovo nome: Herzlia. Le attività del movimento in Germania ottennero certamente l'approvazione della Gestapo.

    "Un giorno un gruppo di SS attaccò un campo estivo del Betar. Il capo del movimento si lamentò allora presso la Gestapo e qualche giorno più tardi, la polizia segreta fece sapere che le SS in questione erano state punite. La Gestapo domandò al Betar quale poteva essere il risarcimento più adeguato. Il movimento domandò che fosse abolito il recente divieto di indossare camicie brune: la richiesta fu esaudita".

    Fonte: Ben Yeruham, Sefer Betar, Korot u-Mekorot, 1969


    Una circolare della Wilhelmstrasse spiega: "Gli obiettivi di questa categoria di ebrei che si oppongono all'assimilazione e che sono favorevoli a un raggruppamento di loro correligionari in seno a un focolare nazionale, nelle prime file dei quali si trovano i sionisti, sono quelli che meno si preoccupano degli scopi che in realtà persegue la politica tedesca riguardo agli ebrei".

    Fonte: Lettera circolare di Bülow-Schwante a tutte l
    e missioni diplomatiche del Reich, n. 83, 28 febbraio 1934


    "Non c'è alcuna ragione scriveva Bülow-Schwante al ministro degli interni di ostacolare con misure amministrative l'attività sionista in Germania, poiché il sionismo non è in contraddizione con il programma del nazionalsocialismo, il cui obiettivo è quello di allontanare progressivamente gli ebrei dalla Germania".

    Fonte: Lettera n. ZU 83-21.28/8 del 13 aprile 1935


    Questa direttiva, che confermava le misure precedenti, era applicata alla lettera.

    Sullo sfondo di questa condizione privilegiata del sionismo la Ge-stapo bavarese il 28 gennaio 1935 inviò alla polizia questa circolare: "I membri dell'organizzazione sionista, in ragione della loro attività orientata verso l'emigrazione in Palestina, non debbono essere trattati con lo stesso rigore che è necessario per i membri delle organizzazioni tedesche (assimilazioniste)".

    Fonte: Kurt Grossmann, Sionistes et non-sionistes sous la loi nazie
    dans les années 30, "American Jewish Yearbook", VI, p. 310


    "L'organizzazione sionista degli ebrei tedeschi ebbe esistenza legale fino al 1938, cinque anni dopo la salita al potere di Hitler [...]. La "Judaische Rundschau" (giornale dei sionisti tedeschi) pubblicò fino al 1938".

    Fonte: Yeshayahou Leibowitz, Israël et Judaïsme: ma part de vérité,
    Bruxelles, Desclée de Brouwer, 1993, p. 116


    In cambio del loro riconoscimento ufficiale come unici rappresentanti della comunità ebraica, i dirigenti sionisti offrirono di impedire il boicottaggio tentato da tutti gli antifascisti del mondo.

    A partire dal 1933 cominciò la collaborazione economica: furono create due compagnie: la Ha'avara Company a Tel Aviv e la Paltreu a Berlino.

    Il meccanismo dell'operazione era il seguente: un ebreo che desiderasse emigrare depositava alla Wasserman Bank di Berlino, o alla Warburg Bank di Amburgo, una somma minima di 1.000 sterline. Con questa somma gli esportatori ebraici potevano comprare mercanzie tedesche destinate alla Palestina e pagavano il valore corrispondente in lire palestinesi, per conto della Ha'avara, alla banca anglo-palestinese di Tel Aviv. Quando l'emigrante arrivava in Palestina, riceveva la somma equivalente al suo deposito in Germania.

    Numerosi futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa Numerosi futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa della Ha'avara, specialmente Ben Gurion, Moshe Sharett (che allora si chiamava Moshe Shertok), Golda Meir, che l'appoggiò da New York, e Levi Eshkol, che ne fu il rappresentante a Berlino.

    Fonte: Ben Gourion e Shertok su "Black",
    in Tom Segev, op. cit., pp. 30 e 595


    L'operazione era vantaggiosa per entrambe le parti: i nazisti riuscivano a spezzare il blocco (i sionisti poterono vendere i prodotti tedeschi anche in Inghilterra) e i sionisti realizzavano l'emigrazione "selettiva" che desideravano. Potevano emigrare soltanto i milionari (i cui capitali permettevano lo sviluppo della colonizzazione in Palesti-na). Conformemente agli scopi del sionismo era più importante salvare dalla Germania nazista i capitali ebraici necessari allo sviluppo della loro impresa che le vite degli ebrei poveri o non adatti al lavoro o alla guerra, che sarebbero stati un peso.

    Questa politica di collaborazione durò fino al 1941 (cioè per 8 anni dopo l'avvento di Hitler al potere). Eichmann collaborava con Kastner. Il processo Eichmann, scoprì, almeno in parte, i meccanismi di questa connivenza, di questi "scambi" tra ebrei sionisti "utili" alla creazione dello Stato ebraico (persone ricche, tecnici, giovani adatti a rafforzare un esercito, ecc.) e una massa di ebrei meno avvantaggiati, abbandonati nelle mani di Hitler.

    Il presidente della comunità ebraica, Itzak Gruenbaum, dichiarò il 18 gennaio 1943: "Il sionismo viene prima di tutto [...]. Diranno che sono antisemita, che non voglio salvare l'Esilio, che non ho "un caldo cuore yiddish" [...]. Lasciamoli dire quello che vogliono. Non pretenderò che l'Agenzia ebraica conceda la somma di 300.000 né di 100.000 sterline per aiutare l'ebraismo europeo. E io penso che chiunque lo esiga, compia un'azione antisionista".

    Fonte: Itzak Gruenbaum, Jours de destruction, p. 68


    Questo era anche il punto di vista di Ben Gurion: "Il compito del sionista non è quello di salvare il "resto" d'Israele che si trova in Eu-ropa, ma quello di salvare la terra d'Israele per il popolo ebraico".

    Fonte: Tom Segev, op. cit., p. 158


    "I dirigenti dell'Agenzia ebraica sono d'accordo sul fatto che la minoranza che potrà essere salvata dovrà essere scelta in funzione dei bisogni del progetto sionista in Palestina".

    Fonte: Op. cit., p.125


    Hannah Arendt, celebre sostenitrice della causa ebraica, assistendo ai dibattiti del processo Eichmann ha loro consacrato un libro: Eichmann à Jérusalem (Parigi, Gallimard, 1966), denunciando la passività e anche la complicità dei "consigli ebraici" (Judenräte), due terzi dei quali erano diretti da sionisti (pp. 134-141).

    Nel libro di Isaiah Trunk, Judenrat, New York, Mac Millan, 1972, si legge: "Secondo i calcoli di Freudiger, il cinquanta per cento degli ebrei avrebbe potuto salvarsi se non avesse seguito le istruzioni dei Consigli ebraici" (p. 141). È significativo che, in occasione della celebrazione del 50 o anniversario dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, il capo di Stato israeliano abbia chiesto a Lech Walesa di non dare la parola a uno dei sopravvissuti, Marek Edelman, vice-comandante dell'insurrezione. In effetti Marek Edelman, in una intervista del 1993 con Edward Alter per il giornale israeliano "Haaretz" aveva ricordato quali erano stati i veri promotori ed eroi del Comita-to ebraico di lotta del ghetto di Varsavia: socialisti antisionisti del Bund, comunisti, trotskysti e i Mihal Rosenfeld e i Mala Zimetbaum, con Edelman e una minoranza di sionisti di sinistra del Poale Zion e dell'Hashomer Hatzair.

    Costoro lottarono contro il nazismo armi alla mano, come fecero gli ebrei volontari delle Brigate internazionali in Spagna: più del 30% degli americani della Brigata Abraham Lincoln erano ebrei, denunciati dai sionisti perché combattevano in Spagna invece di andare in Palestina.

    Fonte: "Jewish Life" aprile 1938, p. 11


    Nella Brigata polacca Dombrowski 2.250 membri su 5.000 erano ebrei.

    A questi eroici ebrei che lottarono su tutti i fronti del mondo con le forze antifasciste, i dirigenti sionisti, in un articolo del loro rappresentante a Londra intitolato Gli ebrei devono partecipare al movimento antifascista?, rispondevano: "No!" e fissavano l'obiettivo unico: "La costruzione della terra d'Israele".

    Nahum Goldmann, presidente dell'Organizzazione sionista mondiale e poi del Congresso mondiale ebraico, racconta nella sua Autobio-graphie il suo drammatico incontro del 1935 con il ministro degli affari esteri della Cecoslovacchia, Edvard Bene_, che rimproverava ai sionisti di avere impedito il boicottaggio di Hitler attraverso la Ha'avara (gli accordi di trasferimento) e il rifiuto dell'Organizzazione sionista mondiale di organizzare la resistenza contro il nazismo.

    "Nella mia vita ho dovuto prendere parte a diversi incontri penosi, ma non mi sono mai sentito così infelice e pieno di vergogna, come durante quelle due ore. Sentivo in tutte le fibre del mio essere che Bene_ aveva ragione".

    Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie,
    Parigi, Fayard, 1969, pp. 157-158 e 260


    I dirigenti sionisti avevano preso contatto con Mussolini contando sulla sua opposizione all'Inghilterra. Egli li ricevette il 20 dicembre 1922, dopo la marcia su Roma.

    Fonte: Ruth Bondy, The Emissary: a life of Enzo Sereni, p. 45


    Weizmann fu ricevuto il 3 gennaio 1923, e un'altra volta il 17 settembre 1926; Nahum Goldmann il 26 ottobre 1927 si incontrò con Mussolini che gli disse: "Vi aiuterò a creare questo Stato ebraico".

    Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie, cit., p. 170


    Questa collaborazione costituiva già un sabotaggio della lotta antifascista internazionale, subordinando tutta la politica sionista all'unico disegno di costruire uno Stato ebraico in Palestina. Continuò anche durante la guerra, nel momento più atroce della persecuzione di Hitler contro gli ebrei europei.

    Durante la deportazione degli ebrei ungheresi il vicepresidente dell'organizzazione sionista, Rudolf Kastner, negoziò con Eichmann su questa base: se Eichmann avesse permesso il trasferimento in Palestina di 1.684 ebrei "utili" alla costruzione del futuro Stato d'Israele (capitalisti, tecnici, militari, ecc), Kastner avrebbe promesso di far credere ai 460.000 ebrei ungheresi che non si trattava di una deportazione ad Auschwitz, ma di un semplice trasferimento.

    Il giudice Halevi ricordò, al momento del processo contro Eichmann, che Kastner intervenne per salvare uno dei suoi interlocutori nazisti: uno degli agenti di Himmler, lo Standartenführer Kurt Becher. La testimonianza di Kastner al processo di Norimberga gli evitò la condanna.

    Il giudice fu formale: "Non si è avuta né verità né buona fede nella testimonianza di Kastner [...]. Kastner ha giurato il falso scientemente nella sua testimonianza davanti a questa corte, quando ha negato di essere intervenuto in favore di Becher. Inoltre egli ha nascosto questo fatto importante: il suo intervento a favore di Becher avvenne a nome dell'Agenzia ebraica e del Congresso ebraico mondiale [...]. È chiaro che la raccomandazione di Kastner non fu fatta a titolo personale, ma anche a nome dell'agenzia ebraica e del congresso ebraico mondiale [...] e questo è il motivo grazie al quale Becher fu rilasciato dagli alleati".

    Il processo scosse l'opinione pubblica israeliana.

    Nel giornale "Haaretz" del 14 luglio 1955 il dott. Moshe Keren scrisse: "Kastner doveva essere accusato di collusione con i nazisti". Ma il giornale della sera "Yediot Aharonoth" (23 giugno 1955) spiegò perché non poteva essere così: "Se Kastner viene giudicato è l'intero governo che rischia il crollo totale davanti alla Nazione in seguito a ciò che questo processo può mettere in luce".

    Ciò che rischiava di essere scoperto era che Kastner non aveva agito da solo, ma con l'appoggio degli altri dirigenti sionisti che sedevano al governo al momento del processo. Il solo modo per evitare che Kastner parlasse e che scoppiasse lo scandalo era che sparisse. Egli infatti morì opportunamente.

    Il governo israeliano fece ricorso davanti alla Corte suprema per riabilitarlo. E vi riuscì.

    Questa politica di collaborazione giunse al suo punto culminante nel 1941, quando il gruppo più estremista dei sionisti, il Lehi (Combattenti per la liberazione d'Israele) diretto da Abraham Stern e dopo la sua morte da un triumvirato di cui faceva parte Itzak Shamir, commise "un crimine imperdonabile dal punto di vista morale: promuovere l'alleanza con Hitler, con la Germania nazista, contro la Gran Bretagna".

    Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gourion.Le Prophète armé, cit., p. 99


    Elizer Halevi, noto sindacalista laburista, membro del kibbutz Gueva, rivela il 19 agosto 1983, sul settimanale "Hotam" di Tel Aviv, l'esistenza di un documento firmato da Itzak Shamir (che allora si chiamava Jezernitsky) e da Abraham Stern, consegnato all'ambasciata tedesca ad Ankara quando la guerra in Europa infuriava e le truppe del maresciallo Rommel erano già in territorio egiziano. Vi era detto chiaramente: "In materia di concezione noi ci identifichiamo con voi. Perché, quindi, non collaborare l'uno con l'altro?". "Haaretz", il 31 gennaio 1983, cita una lettera contrassegnata dalla parola "secret", inviata nel gennaio 1941 dall'ambasciatore di Hitler ad Ankara, Franz von Papen, ai suoi superiori. Von Papen raccontava dei contatti con i membri del gruppo Stern. Vi è allegato un memorandum dell'agente dei servizi segreti nazisti a Damasco, Werner Otto von Hentig, sulle trattative con gli emissari di Stern e di Shamir in cui si dice che "la cooperazione tra il movimento di liberazione d'Israele e il nuovo ordine in Europa sarà conforme a uno dei discorsi del cancelliere del III Reich, nel quale Hitler sottolinea la necessità di utilizzare tutte le possibilità di coalizione per isolare e vincere l'Inghilterra". Vi è detto ancora che il gruppo Stern è "strettamente legato ai movimenti totalitari in Europa, alle loro ideologie e alle loro strutture".

    Questi documenti si trovano presso il Memoriale dell'olocausto (Yad Vashem) a Gerusalemme, classificati con il numero E 234151-8.

    Uno dei capi storici del gruppo Stern, Israel Eldad, in un articolo pubblicato sul quotidiano di Tel Aviv "Yediot Aharonoth" del 4 febbraio 1983, conferma l'autenticità di quelle trattative tra il suo movimento e i rappresentanti ufficiali della Germania nazista.

    Egli afferma con chiarezza che i suoi colleghi avevano spiegato ai nazisti che era probabile una comunanza di interessi tra il nuovo ordine in Europa secondo la concezione tedesca e le aspirazioni del popolo ebraico in Palestina, rappresentato dal gruppo Stern.

    Ecco i principali passaggi di questo testo intitolato Principi di base dell'Organizzazione militare nazionale (NMO) in Palestina (Irgun Zvai Leumi) sulla soluzione della questione ebraica in Europa e sulla partecipazione attiva dell'NMO alla guerra a fianco della Germania:

    "Risulta dai discorsi dei dirigenti dello Stato nazionalsocialista tedesco che una soluzione radicale della questione ebraica implica un'espulsione delle masse ebraiche dall'Europa (Judenreines Europa). Questa è la condizione primaria della soluzione del problema ebraico, ma non è realizzabile se non tramite il trasferimento di queste masse in Palestina, in uno Stato ebraico dotato di frontiere storiche. Risolve-re il problema ebraico in modo definitivo e liberare il popolo ebraico è l'obiettivo dell'attività politica e dei lunghi anni di lotta del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi) e della sua Organizzazione militare nazionale in Palestina (Irgun Zevai Leumi). L'NMO, conoscendo la posizione benevola del governo del Reich verso l'attività sionista all'interno della Germania e i piani sionisti riguardanti l'emigrazione, stima che:

    "1) Potrebbero esistere degli interessi comuni tra l'instaurazione in Europa di un ordine nuovo secondo la concezione tedesca e le reali aspirazioni del popolo ebraico, così come sono incarnate dal Lehi.

    "2) Sarebbe possibile la cooperazione tra la nuova Germania e una rinnovata nazione ebraica (Volkish Nationalen Hebraertum).

    "3) La fondazione dello Stato storico ebraico su una base nazionale e totalitaria, legato con un trattato al Reich tedesco, potrebbe contribuire a mantenere e a rinforzare nell'avvenire la posizione della Germania nel Vicino Oriente.

    "A condizione che siano riconosciute, dal governo tedesco, le aspirazioni nazionali del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi), l'Orga-nizzazione militare nazionale (NMO) offre la sua partecipazione alla guerra a fianco della Germania. La cooperazione del Movimento per la libertà d'Israele andrebbe nel senso dei recenti discorsi del Cancel-liere del Reich tedesco, nei quali il signor Hitler sottolinea che tutti i negoziati e tutte le alleanze devono contribuire a isolare l'Inghilterra e a sconfiggerla.

    "Secondo la sua struttura e la sua concezione del mondo, l'NMO è strettamente legato ai movimenti totalitari europei".

    Fonte: Testo in tedesco, Appendice n. 11, David Ysraeli,
    Le problème palestinien dans la politique allemande de 1889 à 1945,
    Bar Ilan University, Ramat Gan, Israele, 1974, pp. 315-317


    Secondo la stampa israeliana, che ha pubblicato una decina di articoli a questo proposito, in nessun momento i nazisti hanno preso sul serio le proposte di Stern, di Shamir e dei loro amici.

    Le trattative subirono una battuta d'arresto quando le truppe alleate catturarono, nel giugno 1941, Naftali Loubentchik, l'emissario di Abraham Stern e Itzak Shamir, nell'ufficio stesso dei servizi segreti a Damasco.

    Altri membri del gruppo mantennero i contatti fino all'arresto di Shamir da parte delle autorità britanniche nel dicembre 1941, con l'accusa di "terrorismo e collaborazione col nemico nazista".

    Un simile passato non ha impedito a Shamir di diventare primo ministro e di essere ancora oggi il capo di una potente "opposizione", quella che più si accanisce nell'occupazione della Cisgiordania. La realtà è che i dirigenti sionisti, nonostante le loro rivalità interne, perseguono lo stesso obiettivo razzista: cacciare con il terrore, l'esproprio o l'espulsione tutti gli autoctoni arabi dalla Palestina, per restarvi unici conquistatori e padroni.

    Ben Gurion dichiarava: "Begin appartiene incontestabilmente al tipo hitleriano. È un razzista disposto a distruggere tutti gli arabi nel suo sogno di unificazione d'Israele, pronto a usare tutti i mezzi per realizzare questo fine sacro".

    Fonte: E. Haber, Menahem Begin, the man and the legend,
    New York, Delle, 1979, p. 385


    Lo stesso Ben Gurion non ha mai creduto alla possibilità di una coesistenza con gli arabi. Sarebbe infatti stato preferibile per lui che nei confini del futuro Israele ce ne fosse il minor numero possibile. Non lo diceva esplicitamente, ma l'impressione che si ricava dai suoi discorsi e dalle sue puntualizzazioni è chiara: una grande offensiva contro gli arabi non solo avrebbe impedito un attacco da parte loro, ma avrebbe ridotto al minimo la percentuale della popolazione araba nello Stato. "Lo si può accusare di razzismo, ma allora si dovrà fare il processo a tutto il movimento sionista, che si fonda sul principio di un'entità puramente ebraica in Palestina".

    Fonte: M. Bar Zohar, op. cit., p. 146


    Al processo di Gerusalemme contro Eichmann il procuratore generale Haim Cohen ricordò ai giudici: "Se questo non coincide con la vostra filosofia, voi potete criticare Kastner [...] ma cosa ha a che fare tutto ciò con la collaborazione? [...] Ha sempre fatto parte della nostra tradizione sionista selezionare un'élite per organizzare l'immigrazione in Palestina [...]. Kastner non ha fatto che questo".

    Fonte: Resoconto n. 124/53. Corte distrettuale di Gerusalemme


    Questo alto magistrato in effetti invocava una dottrina costante del movimento sionista: esso non aveva come obiettivo salvare degli ebrei, ma costruire un forte Stato ebraico.

    Il 2 maggio 1948 il rabbino Klaussner, incaricato dei profughi, presentò un rapporto alla Conferenza ebraica americana: "Io sono convinto che è necessario costringere la gente ad andare in Palestina. Per essa un dollaro americano è il più grande degli obiettivi. Con la parola "costringere" intendo suggerire un programma. Esso è già servito, e molto recentemente. È servito nell'espulsione degli ebrei dalla Polonia e nella storia dell'Esodo. Per applicare questo programma bisogna, invece di dare conforto ai "profughi", creare loro il massimo della scomodità [...] e, in un secondo tempo, intervenire con una procedura che faccia appello all'Haganah per logorare gli ebrei".

    Fonte: Alfred H. Lilienthal, What price Israel? Chicago 1953, pp. 194-195


    Le varianti di questo metodo d'incitamento e di coercizione furono molteplici. Il 25 dicembre del 1940, per sollevare indignazione contro gli inglesi che avevano deciso di salvare gli ebrei minacciati da Hitler accogliendoli nelle isole Mauritius, la nave che li trasportava e che aveva fatto scalo nel porto di Haifa fu fatta esplodere, senza alcuna esitazione, dai dirigenti sionisti dell'Haganah (tra i quali Ben Gurion), provocando la morte di 252 ebrei e dei membri inglesi dell'equipaggio.

    Fonte: Rivelazione di Herzl Rosenblum, direttore di
    "Yediot Aharonoth", "Jewish Newsletter",
    New York, novembre 1958


    Un altro esempio è l'Iraq: la comunità ebraica (110.000 persone nel 1948) vi era ben radicata. Il gran rabbino del paese, Kheduri Sas-soon, aveva dichiarato: "Da mille anni, in questa nazione, gli ebrei e gli arabi hanno goduto degli stessi diritti e privilegi e non si considerano come elementi contrapposti".

    Cominciarono allora, nel 1950, azioni terroristiche israeliane a Baghdad. Di fronte alle reticenze degli ebrei iracheni a iscriversi sulle liste d'emigrazione verso Israele, i servizi segreti israeliani non esitarono a convincere gli ebrei che erano in pericolo, gettando delle bombe contro di loro. L'attacco contro la sinagoga Shem-Tov uccise tre persone e ne ferì alcune decine. Così cominciò l'esodo battezzato: "Operazione Ali Babà".

    Fonti: "Ha'olam hazeh", 20 aprile e 1o giugno 1966,
    e "Yediot Aharonoth", 8 novembre 1977


    La dottrina è la stessa da quando Theodor Herzl diede la definizione di ebreo non più in base alla religione, ma in base alla razza.

    L'articolo 4b della legge fondamentale dello Stato di Israele (che non ha costituzione), detta Legge del ritorno (n. 5710 del 1950), stipula: "è considerato ebreo un individuo nato da madre ebrea o convertita" (criterio razziale o criterio confessionale).

    Fonte: Klein, L'État juif, Parigi, Dunod, p. 156


    Ciò era in linea con la dottrina di Theodor Herzl. Egli vi ritornò sempre nei suoi Diaries. Nel 1895 specificò a un interlocutore tedesco (Speidel): "Io capisco l'antisemitismo, noi ebrei siamo restati, anche se non è colpa nostra, dei corpi estranei nelle diverse nazioni".

    Fonte: T. Herzl, Diaries, p. 9


    Poche pagine più avanti il testo è ancora più esplicito: "Gli antisemiti diventeranno i nostri migliori amici, i paesi antisemiti nostri alleati".

    Fonte: Op. cit., p. 19


    In effetti lo scopo era comune: riunire gli ebrei in un ghetto mondiale.

    I fatti hanno dato ragione a Theodor Herzl.

    Gli ebrei devoti, come d'altra parte molti cristiani, ripetevano ogni giorno: "L'anno prossimo a Gerusalemme", facendo di Gerusalemme non un territorio determinato, ma il simbolo dell'Alleanza di Dio con gli uomini e dello sforzo personale per meritarla. Ma il "Ritorno" non si produce che sotto l'effetto di minacce antisemitiche da parte dei paesi stranieri.

    Il 31 agosto 1949, rivolgendosi a un gruppo di americani in visita in Israele, Ben Gurion dichiarò: "Pur avendo realizzato realizzato il nostro sogno di creare uno Stato ebraico, non siamo che all'inizio. Oggi, in Israele ci sono soltanto 900.000 ebrei, mentre la maggioranza del popolo ebraico si trova ancora all'estero. Il nostro compito futuro è riunire tutti gli ebrei in Israele". L'obiettivo di Ben Gurion era quello di portare in Israele quattro milioni di ebrei tra il 1951 e il 1961. Ve ne andarono 800.000. Nel 1960 non vi furono che trentamila immigrati. Nel 1975-76 l'emigrazione da Israele superò l'immigrazione.

    Solo le grandi persecuzioni, come quelle avvenute in Romania, avevano dato un certo impulso al "Ritorno".

    Neppure le atrocità hitleriane riuscirono a esaudire il sogno di Ben Gurion. Tra le vittime ebraiche del nazismo rifugiate all'estero tra il 1935 e il 1943 appena l'8,5% si è stabilito in Palestina. Gli Stati Uniti limitarono la loro accoglienza a 182.000 ebrei (meno del 7%), l'In-ghilterra a 67.000 (meno del 2%). L'immensa maggioranza, vale a dire il 75%, trovò rifugio in Unione Sovietica.

    Fonti: Institute for Jewish Affairs, New York,
    in Cristopher Sykes, Crossroads to Israel,
    Londra, 1965; Nathan Weinstock, Le sionisme contre Israël,
    Parigi, Maspero, 1969, p. 146


    Roger GARAUDY, I miti fondatori della politica israeliana, Graphos, 1996, Traduzione di Simonetta Littera e Corrado Basile.
    Graphos, Campetta 4, 16123 Genova.

  6. #76
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    ... i libertari repubblicani non fanno differenza alcuna tra estremisto comunista o estremismo fascista ... tra fondamentalismo cattolico o fondamentalismo mussulmano ... quindi portare "teorie filosofiche" del tipo di quelle di Roger Garaudy ... costruite con un puzzle di tessere diverse tra loro ... su questo Forum serve solo a rafforzarci nella nostra coscenza di democratici ... ed e' da lettura di queste pagine che traiamo maggior convinzione della bonta' di una battaglia democratica per ampliare la coscenza laica di ogni cittadino ... unica valida arma per combattere ogni confessionalismo politico o religioso.

  7. #77
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    Predefinito ... alla faccia della coerenza ... fatto santo un guerrafondaio !

    Il Papa polacco ha fatto oggi un'altro po' di Santi ... ne sforna piu' lui che il forno sotto casa !
    Ma la coerenza del Papa "pacifista" sta tutta nel fatto che, tra i Santi del giorno, ha infilato anche il capuccino Padre Marco D'aviano ... quello che organizzo' La Lega Santa contro i Turchi intorno al 1683/1684 ... galvanizzo' le truppe che riuscirono a lasciarsi dietro le spalle ben 10.000 turchi sul terreno ... quello che scrisse al duce Leopoldo I°:
    "sono dispostissimo a servire la vostra Maesta' cesarea ... nell'armata con il sangue e con la vita".
    Due pesi e due misure ... altri tempi ... e soprattutto altri Papi !



  8. #78
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    La sfida dell’islam all’Europa laica

    L’autore di questo intervento, Maurizio Mistri, è docente di Economia internazionale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova e Presidente del Corso di laurea in Economia internazionale presso la medesima facoltà. E’ autore di oltre un centinaio tra libri, saggi e articoli su temi di economia e di politica economica. In questa sede interviene su un tema di grande interesse, delicato e complesso, cui fa seguito una rapida riflessione di Sauro Mattarelli.

    Premessa

    La questione islamica non è certo una questione di piccolo conto per l’Europa e in un prossimo futuro è destinata a divenire ancora più importante per l’evoluzione della storia politica e sociale del “Vecchio Continente”. È destinata a divenire importante perché, al di là delle politiche di contenimento dei flussi migratori che i paesi europei mettono in atto, con maggiore o minore convinzione, sono ormai molte le persone di fede islamica che si sono insediate in Europa e che pongono la questione del riconoscimento di loro diritti, in particolare della loro specificità religiosa e culturale. I paesi europei, a cominciare da quelli a più antico insediamento di immigrati provenienti dal mondo islamico, in origine hanno pensato di trattare tale immigrazione come provvisoria; solo adesso si accorgono che il mondo islamico è divenuto parte strutturale, spesso antagonista, del nostro mondo, anche dentro il nostro stesso mondo. Nel contempo ci si avvede che le politiche di integrazione, prima fra tutte la concessione della cittadinanza e del diritto di voto, non necessariamente sono destinate a produrre una integrazione, concepita come assimilazione, ma la rivendicazione di un ruolo politico autonomo, anche in contrasto con i valori tradizionali dell’Europa, che non sono solo quelli cristiani.
    Non sono solo quelli cristiani perché tra essi spiccano per valore e “funzione politica” proprio quelli laici. Per noi europei, per noi occidentali, il laicismo è il valore fondante del nostro modo di costruire la società. Laicismo che non significa irreligiosità, ma significa separazione netta tra sfera spirituale e sfera politica e tale separazione (anche se la cosa può sembrare strana) deriva proprio dall’ insegnamento di Cristo, e non certo dalla prassi politica a lungo seguita dalla Chiesa cattolica. Allora per noi la questione islamica si trasfigura nella questione laica, e cioè nel fondamento della democrazia.

    Laicismo e cristianesimo

    Troppo spesso quando si parla di laicismo si finisce per parlare del rapporto fra noi laici con la Chiesa cattolica, confondendo la Chiesa cattolica con il cristianesimo. Di fatto, nessuno può negare che il cristianesimo si identifica nel pensiero di Cristo e la cosa più straordinaria è che nel Nuovo Testamento non c’è nessuna affermazione di Cristo volta a concepire una sorta di commistione tra Chiesa e Stato, tra pratica religiosa e regole statuali. A dire il vero non sembra che Cristo tenda a ridurre la pratica religiosa a forme organizzate. Per lui la pratica religiosa è una strada spirituale di salvezza individuale. Salvezza riservata, racchiusa nel dominio delle esperienze individuali, senza bisogno di ostentarle ed ancor meno senza alcun bisogno di organizzarle.Condividerle con altri,se è possibile,ma organizzarle, no di certo. Come pratica della salvezza individuale il cristianesimo, così come insegnato da Cristo, è una dottrina spirituale nella quale non si chiede al credente di indicare ad altri come comportarsi e, ancor meno, non si chiede al credente di imporre agli altri certi comportamenti piuttosto che altri. La parabola della trave nell’occhio di chi si permette di dar lezioni a chi ha una pagliuzza nel proprio è un esempio alto di rispetto delle scelte di ciascuno. L’apostolato, dunque, non può tradursi in propaganda e ancor meno nella prevaricazione, ma solo nella testimonianza personale del valore della propria fede, vissuta individualmente e senza ostentazione. Se il messaggio di Cristo è un messaggio di rispetto delle opinioni altrui e di astensione di ogni giudizio morale in merito ai comportamenti dei terzi, ancor più esso è un messaggio di rispetto delle regole politiche vigenti nell’uno e nell’altro paese, nell’una e nell’altra società. Gesù insegna a rispettare le regole della società in cui viveva e non pensa di proporne di nuove. Ciò che di nuovo c’è nel suo insegnamento è il principio della responsabilità personale ed individuale degli atti umani. In tutto ciò si vede una lezione alta di laicismo che molti di coloro che si sono proclamati cristiani in epoche successive hanno voluto dimenticare e, ciechi, hanno preteso di guidare gli altri. Lo sviluppo in epoche moderne del laicismo non rappresenta dunque una rottura con il cristianesimo ma, paradossalmente, un recupero dei suoi valori più profondi.
    Davanti all’espansionismo dell’islam, una prima domanda che il laico occidentale deve porsi è se l’islam ha in sé in geni del laicismo, come li ha il vero cristianesimo, oppure quelli dell’intolleranza. Non credo che si possa giudicare l’islam sulla base dei comportamenti vigenti nelle società islamiche, così come non si può giudicare il cristianesimo sulla base dei comportamenti effettivi, che in un passato anche non molto lontano furono tenuti dalla Chiesa cattolica. Così come il cristianesimo va giudicato sulla base di ciò che dice Cristo nel Nuovo Testamento, l’islam va giudicato sulla base di ciò che dice Maometto nel Corano. Ebbene, la lettura del Corano, per noi laici, non sembra offrire molti spazi ad una concezione laica della vita sociale ed individuale. Maometto non si limita a proporre una via di salvezza individuale, consistente nella sottomissione del fedele ai dettami dello stesso Maometto. È diffuso nel Corano l’appello ai credenti ad impegnarsi, anche con la forza, per lottare contro le “false opinioni religiose” ed ancor più contro l’ateismo. Il fedele non può limitarsi a prendere atto della diversità di opinioni in materia di religione, ma deve anche combattere, non solo sul terreno del confronto delle idee, tali opinioni. La presenza sempre più ampia di un islam organizzato all’interno dell’Europa pone inevitabilmente il problema del rapporto tra la concezione democratica e laica della vita politica e l’islam, in particolare, se non altro per il peso demografico che l’islam è venuto acquisendo in Europa. In un futuro non lontano tale peso demografico si tradurrà inevitabilmente in un peso politico, in capacità di condizionare il nostro sistema di valori.
    Ebbene, per noi, colui che professa una qualsivoglia opinione religiosa o non ne professa alcuna, ha il diritto di manifestare ciò che pensa, senza essere per questo perseguitato. Qui sta il cuore di una concezione laica della vita e qui si pone il nodo dei nostri rapporti con i portatori di concezioni religiose esclusiviste, che al limite posso indurre comportamenti violenti nei confronti di chi professa altre religioni o, addirittura, non ne vuole professare alcuna Se una religione ci appare in contrasto con i valori fondamentali del laicismo si pone per noi il problema di come trattare i suoi seguaci. L’Occidente non ha risolto il problema, soprattutto nei confronti di un islam che, in certe sue componenti, si sente impegnato a combattere la stessa cultura laica. L’occidente oscilla tra l’ignorare il problema, assumendo che esso si risolva da solo, e la accettazione di un approccio relativistico, in virtù del quale tutte le dottrine religiose meritano, in quanto tali, rispetto e tutela, anche se adottano pratiche che consideriamo ripugnanti.

    Valore e limiti del relativismo religioso

    Nel nome del relativismo culturale in alcuni paesi occidentali si può essere condannati per “istigazione all’odio religioso”. Per tale reato, tempo addietro, è stato condannato in Turchia il leader islamista Erdogan e per tale reato la scrittrice e giornalista Oriana Fallaci è stata sottoposta a processo a Parigi. In Europa il reato di istigazione all’odio religioso è stato introdotto come monito dopo l’Olocausto di sei milioni di ebrei. Non si può certo dimenticare che l’odio contro la religione ebraica ha rappresentato la formale giustificazione politica della persecuzione contro gli ebrei. Quindi, in Europa sentiamo l’importanza della affermazione del principio secondo cui una persona non possa essere perseguita per le proprie idee, politiche e religiose. Per quanto ripugnante ci possa apparire una idea politica, o un sistema di idee politiche, riteniamo (e giustamente) che il sostenitore di quelle idee politiche non debba essere perseguito, mentre riteniamo che sia nostro diritto combattere ciò che egli professa. Possiamo combattere tali sue idee mettendone in luce le contraddizioni e soprattutto - se è del caso- evidenziando quanto di ripugnante ci appare nelle basi di esse. Allo stato attuale il combattere delle idee politiche non configura un atteggiamento “politicamente scorretto”, mentre il criticare o il condannare delle idee religiose spesso configura un comportamento politicamente scorretto, se non addirittura un reato, qualunque cosa sia professata da tali religioni.
    A questo punto c’è da chiedersi se, per simmetria, l’evidenziazione di aspetti ripugnati di una ideologia politica non possa essere considerata come una sorta di “istigazione all’odio politico”, in qualche modo simile all’istigazione dell’odio religioso. In altri termini, c’è da chiedersi se la lotta ad una ideologia politica che consideriamo sbagliata e ripugnante non finisca per apparire “politicamente non corretta” e quindi condannabile, assumendo che ogni ideologia abbia diritto al rispetto, qualunque cosa essa professi. Penso che molti avrebbero da obiettare ad una tesi di tale natura che, qualora si affermasse, impedirebbe lo svolgersi di un libero dibattito politico. Ci si potrebbe chiedere per quale motivo non si possano rivolgere critiche, anche durissime, all’una o all’altra religione, visto che è lecito rivolgere critiche all’una o all’altra ideologia politica. Insomma, qualcuno potrebbe chiedersi perché la critica, semmai severa, ad una religione possa configurare il reato di “istigazione all’odio religioso”, mentre una critica altrettanto severa ad un sistema di pensiero politico non debba configurare una forma di “istigazione all’odio politico”. L’obiezione di fondo a tale domanda retorica è che la sfera della religione è diversa da quella della politica, tanto che le due sfere non possono venire confuse. Tale obiezione mantiene la sua validità nella misura in cui, appunto, le due sfere rimangono separate, riflettendo in ciò una sorta di concezione laica della religione. Per contro,ci si può chiedere se essa mantenga la sua validità quando le due sfere si confondono, quando precetti di ordine religioso diventano la base di veri e propri ordinamenti politici, di ordinamenti sociali ed anche di comportamenti individuali che ci appaiono ripugnanti. Il problema, dunque, sorge nel momento in cui ci si dovrebbe astenere dall’esprimere giudizi su atti di tipo politico perché sono l’espressione di modelli di pensiero religioso. È evidente che la pretesa di mettere al riparo da critiche comportamenti sociali perché espressione di precetti religiosi pone seri problemi di conflittualità in una società democratica ed aperta.

    Islam e altre religioni

    Se esistono potenziali difficoltà di rapporti tra l’islam e la cultura laica europea, ed occidentale, non di meno esistono difficoltà di rapporti tra l’islam e le altre religioni, malgrado lo sforzo esercitato soprattutto dal Papa, come capo della Chiesa cattolica, di evitare quello che si potrebbe chiamare uno “scontro di civiltà”. Il Papa lo ha fatto anche in occasione della recente guerra condotta dagli USA contro l’Irak di Saddam Hussein. In particolare, dal Papa è stato manifestato il timore di un conflitto totale tra cristianesimo ed islam. In Occidente c’è la tentazione, alla quale neppure il Papa sfugge, di interpretare i conflitti in cui certe correnti islamiche sono coinvolte come uno scontro tra il mondo cristiano ed il mondo islamico. Tuttavia, è possibile interpretare quanto avviene ad opera delle correnti più radicali dell’islamismo anche come uno scontro interno alla cultura islamica, e cioè come uno scontro tra l’islam radicale, appunto, e l’islam moderato, e cioè quello che cerca di separare la sfera religiosa da quella politica. Il dialogo che il Papa si sforza di condurre con l’islam va visto, probabilmente, come un sostegno morale a quella frazione dell’islam che, senza ripudiare i valori della propria spiritualità, accetta la concezione laica della vita collettiva.
    Tuttavia, rimane da vedere se l’offerta di sostegno alle frazione “laiche” del mondo islamico rafforzi effettivamente queste ultime, o le esponga vieppiù agli attacchi di quelle radicali, indebolendole. Quindi, il tentativo di dialogo va avanti a fatica, a causa dell’opposizione che ad esso viene esercitata dalle correnti più integraliste dell’islam, che riscoprono nella lettura integrale del proprio credo uno strumento di contestazione radicale al mondo moderno ed alla visione laica della vita individuale e collettiva. Ciò che si osserva è che all’interno del mondo islamico il radicalismo religioso esercita una forte seduzione soprattutto sui giovani intellettuali che alimentano quelle correnti integraliste che ormai sembrano essere in grado di mettere in un angolo le correnti più moderate. Alle offerte di dialogo da parte della Chiesa cattolica, negli ultimi anni, fanno da contrappunto eventi drammatici al cui centro ci sono azioni di un islam radicale che appare in conflitto non solo con il mondo occidentale, ma con le culture con cui si viene a contatto.
    Caso emblematico di un conflitto di tale tipo è stato rappresentato, nell’Afghanistan dei Talebani, dalla distruzione di famose statue di Buddha. Quella distruzione è figlia di una visione religiosa che non ammette le immagini sacre, ed è anche la prosecuzione di un conflitto che da tempo, soprattutto nella penisola indiana, contrappone islamici, da una parte, a induisti, buddisti e cristiani, dall’altra. Non passa giorno che non si abbiano notizie di attentati e assalti a templi induisti e buddisti, e a chiese cristiane. Nella Malaysia, un tempo tollerante, le minoranze religiose, come induisti e buddisti, e le minoranze etniche, come quella cinese, vedono restringersi i loro spazi di libertà ad opera di gruppi islamici sempre più orientati ad imporre, anche ai seguaci di altre religioni, la sharia, e cioè la legge islamica. Nelle Filippine da tempo viene condotta una guerriglia da parte di gruppi che vogliono creare uno stato islamico separato dalle Filippine. In Nigeria le recenti elezioni politiche hanno evidenziato la spaccatura tra il Nord, islamico, e il Sud, cristiano ed animista. La rottura dell’equilibrio fra le due parti del grande paese africano si è accentuata allorquando in molte regioni, a maggioranza islamica, è stata introdotta a forza la sharia. Sempre in Africa, e cioè in Sudan, le popolazioni cristiane ed animiste, che vivono nel sud del paese, sono fatte oggetto di persecuzioni da parte di un governo espressione delle popolazioni del nord, di religione islamica.Anche in alcune regioni cinesi opera da tempo una guerriglia islamica tesa a separare tali regioni dalla Cina. Eppoi, c’è il grande conflitto tra il mondo islamico e l’ebraismo, tanto che Israele, che dell’ebraismo è l’espressione territoriale, è vissuto come una anomalia da eliminare. Da questo breve inventario di situazioni ne viene l’ immagine di un islam non in conflitto con l’Occidente cristiano, e laico, ma in conflitto con tutte le religioni con cui entra in contatto. Si tratta di un quadro allarmante, soprattutto per una Europa dove l’islam è venuto radicandosi al seguito di cospicui e continui flussi migratori e dove simpatie verso l’islam si manifestano in ambienti diversi, da quelli cristiani a quelli dell’estremismo anarcoide di sinistra. Per certi ambienti cristiani l’islam potrebbe rappresentare un potente alleato contro il laicismo; per certi ambienti di estrema sinistra l’islam potrebbe rappresentare un alleato contro la democrazia e la modernizzazione della società. C’è molta voglia di totalitarismo in alcuni ambienti europei, nei quali l’anti-semitismo, ad esempio, non è mai morto, e l’islam potrebbe fornire le truppe per l’assalto al “palazzo di inverno” della democrazia. Forse si tratta di un quadro pessimistico, ma è comunque un quadro che i politici europei sono chiamati a valutare con attenzione. All’interno di tale valutazione sta, con tutta la sua carica dirompente per l’Europa del futuro, la questione turca.

    Islam e laicismo

    Se il confronto fra islam e cristianesimo o, almeno, cattolicesimo può svilupparsi secondo proprie logiche i cui sbocchi sono ancora del tutto imprevedibili, ben più problematico appare il rapporto fra islam e cultura laica, che dell’Europa moderna è fondamento primario. Se il rapporto fra islam e cattolicesimo si innerva su di un terreno in parte comune, esprimibile anche in termini di rispetto delle differenze, quello fra islam e laicismo non può non giocarsi su piani del tutto diversi, e cioè sulla separazione fra sfera civile e sfera religiosa. Tale rapporto la cultura laica lo ha risolto ormai da tempo con il mondo cristiano, che ormai accetta in pieno la separazione delle due sfere, secondo le originarie indicazioni di Cristo. Di fatto la cultura occidentale non è stata costruita al di fuori dei fondamenti della religione cristiana, ma accanto ad essa. La sintesi si è trovata nel rispetto delle sfere di competenza, nella divisione tra governo dell’uomo e governo dello spirito.La cultura giuridica, che viene dal mondo romano, ha incorporato alcuni valori fondamentali della cultura cristiana, come la dignità dell’uomo, ed altri della cultura illuministica e financo socialista, come la libertà di pensiero e la giustizia sociale. Così la cultura occidentale non è il frutto di una coesistenza fra filoni di pensiero e spirituali tra loro diversi, ma è l’espressione di una compenetrazione tra questi.
    Tali considerazioni vanno fatte per illuminare meglio il problema del rapporto fra cultura occidentale ed islamismo, rapporto che è sicuramente asimmetrico nel mondo islamico, ma che in qualche modo è asimmetrico anche nel nostro mondo. La cultura islamica ha una sua organicità e rappresenta certamente una forma “forte” di integrazione fra concezioni del vivere civile e concezioni del vivere religioso. In Occidente si sente dire che è possibile la convivenza fra islamismo e cristianesimo, ma non si riflette abbastanza sulla possibilità di una convivenza vera fra una concezione del vivere civile integralmente religiosa ed una concezione del vivere civile integralmente laica. Nello stesso tempo si dice che tale convivenza, comunque auspicabile, non possa avvenire se non nel rispetto delle regole nostre e cioè del nostro modo di organizzare i rapporti sociali. Come se tali nostre regole fossero della meta-regole universalmente valide. Una convivenza basata sulla accettazione tollerante delle forme di devozione religiosa appare puramente paternalistica e diventa discriminatoria allorquando si pretende di imporre una concezione del vivere sociale basata su sistemi di valori del tutto diversi. Nel caso del rapporto con l’islam, un sistema di valori basato sulla netta separazione fra sfera religiosa e sfera sociale è in contrasto profondo con la concezione della vita sociale che gli islamici hanno, e può essere visto come una sorta di “bestemmia”. Ne deriva che l’imposizione ad un islamico del nostro sistema giuridico finisce per apparire come un atto di discriminazione. Per contro, assicurare a chi ha un sistema di valori radicalmente diverso dal nostro, semmai derivante da un’altra concezione religiosa,il diritto di vederselo riconosciuto e quindi di vedersi giudicato sulla base del proprio sistema di valori, comporta il problema, per noi grave, della dissoluzione dello stato di diritto,e cioè la negazione del principio secondo cui tutti gli esseri umani, in quanto tali, sono uguali davanti alla legge. Se si arrivasse a riconoscere la validità di norme giuridiche “altre”, definite da un sistema di valori “altro” la conseguenza politica sarebbe l’aprirsi di un conflitto devastante fra seguaci dell’uno e dell’altro sistema di valori.

    Conclusione

    Alla fine di queste brevi considerazioni non riesco ad offrire soluzioni ad un problema che, soprattutto nel caso dei seguaci dell’islam, appare intricato e foriero di conflitti. Seppure mi auguri che l’islam sappia divenire “moderato” e laico, temo che a tale augurio difficilmente seguiranno soluzioni in tale direzione, perché i processi evolutivi della politica spesso prendono strade che nessuna persona ragionevole vorrebbe che prendessero.

    Maurizio Mistri



    tratto da il
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    Europa e laicismo

    In calce a un intervento di Maurizio Mistri

    La questione sottopostaci da Maurizio Mistri intorno alla sfida dell’islam all’Europa è sicuramente “centrale” e impone riflessioni e approfondimenti a cui la cultura laica, repubblicana e mazziniana non può sottrarsi. Condividiamo senz’altro, con Mistri, la considerazione secondo cui “per noi europei, per noi occidentali, il laicismo è il valore fondante del nostro modo di costruire la società. Laicismo che non significa irreligiosità, ma significa separazione netta tra sfera spirituale e sfera politica…”.
    Ci sembra ora che una simile premessa implichi come conseguenza logica che una definizione di laicismo e, ancor più, una pratica riferibile a questo concetto, non possa essere ricercata attraverso l’esegesi di un testo religioso (cristiano o islamico poco importa). Se noi, in altri termini, sanciamo “a priori” che la Bibbia è laica mentre il Corano non lo è ci poniamo in una posizione da cui è oggettivamente difficile dare un senso al termine “laico”. Non entriamo perciò, a maggior ragione, nel merito della estrapolazione del Nuovo Testamento dal contesto biblico che costituisce la base del ragionamento di Mistri, il quale peraltro, opportunamente, affronta in “sede separata” il tema del rapporto tra islam e cristianesimo, islam e “altre religioni”, islam e laicismo.
    Le valutazioni intorno alla nozione di “laicità” riferita al contesto europeo debbono però, a nostro avviso, tener conto di ulteriori elementi.
    Non sarà male partire da un breve accenno etimologico: il termine “laico” (dal greco laós) evoca il concetto di “popolo profano”, non appartenente allo stato ecclesiale. Un concetto che, come ha ben chiarito Mistri, non interviene sul “credo” personale, non implica affatto (come qualcuno si ostina a sostenere) ateismo, ma si contrappone, naturalmente, al termine “clericale”. Non è questa la sede per ripercorrere, neppure sommariamente, le tappe della storia clericale europea né, ribadiamo, per esaminare nel dettaglio i rapporti fra il cristianesimo e gli aspetti clericali che hanno contrassegnato questa storia. Ci interessa invece un’estensione possibile del significato di questo termine che riguarda i casi di chiunque si serva dei poteri a sua disposizione (leggi, polizia, tribunali, manuali scolastici, mezzi di comunicazione di massa) per trasformare propri convincimenti specifici in obblighi generali; quando cioè chi detiene il potere pretende di inculcare le proprie convinzioni a tutti. Da questo punto di vista i paesi governati fino a poco tempo fa dal regime comunista, pur ufficialmente “laici”, erano riconducibili al novero dei paesi “clericali”. Certi paesi, come ha ben evidenziato Régis Debrai in un suo noto saggio (La République expliquée à ma fille), diventati anticomunisti sono poi restati clericali, come nel caso della Polonia che ha sostituito i corsi di marxismo obbligatori nelle scuole con i corsi di istruzione religiosa.
    Una comunità laica non può quindi fare riferimento specifico a una qualsiasi fede (politica, religiosa) per il semplice motivo che il concetto stesso di laicismo impone allo Stato di occuparsi di ciò che è pubblico, ricercando i tratti che riguardano un contesto civile nella sua interezza. Le conquiste scientifiche, da questo punto di vista, sono conquista di tutti; la scuola pubblica dovrà insegnare ciò che è conoscibile e che può essere compreso da tutti chiarendo, innanzitutto concettualmente, il distinguo fra “ciò che so” e “ciò che credo” e limitandosi al primo concetto.
    Se l’immigrato (islamico) entra in una comunità che fa riferimento al principio laico deve quindi stabilire subito il suo “patto” con il paese che lo accoglie, che consiste nel rispetto delle leggi. Nessuna abiura, nessun “battesimo”, nessuna indagine “a priori” su fedi religiose, abitudini sessuali, convinzioni politiche sarà legittima. Le sfere di competenza, da questo punto di vista, non possono che essere demarcate dalla legge “uguale per tutti”, dagli atti compiuti, e non dai pensieri. Il punto fermo di una cultura laica non è quindi di individuare le forme clericali “meno peggiori”, ma piuttosto di impegnarsi nella salvaguardia di questo principio di base attraverso un’azione che non può che essere “laicamente” etica, basata sul dialogo, sulla partecipazione ampia da cui scaturisca l’offerta di un modello di civiltà credibile, praticabile e desiderabile. Se vengono a meno questi presupposti nessuna frontiera di filo spinato, nessuna arma tecnologicamente avanzata, nessuna alleanza col potente di turno, nessuna guerra riuscirà a fermare la decadenza della nostra società, a garantirci benessere e tranquillità attraverso l’esercizio effettivo della libertà, che dovrebbe essere considerato un mezzo per progredire e non per dividere o per sancire primati.
    In altri termini: non crediamo che le fedi possano delineare i confini dell’Europa, così come non riteniamo che possa costituire un elemento duraturo di coesione, un vago e indefinibile pacifismo. I passi immediati a cui noi europeisti possiamo guardare, in questa fase costituente, sono piuttosto semplici, pratici e di facile individuazione: riguardano aspetti concreti, come la volontà di rinuncia (parziale) alla sovranità nazionale, l’abolizione del paralizzante diritto di veto. Sembrano banalità, ma si tratta del minimo indispensabile per poter pensare a una struttura sopranazionale funzionante e degna di questo nome. A questi aspetti sottende la convinzione che la pratica del laicismo implichi la piena consapevolezza che i valori “fondanti” (illuministici, umanistici, cristiani, ebraici, islamici...) devono potersi affermare non tanto a “colpi di esclusione”, di cui abbiamo sperimentato gli orrori durante tutto il Novecento, ma per un processo di crescita civile garantito, democraticamente, da istituzioni degne di questo nome.

    Sauro Mattarelli

    tratto dal sito web del
    PENSIERO MAZZINIANO

  10. #80
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    Originally posted by nuvolarossa
    Vedi Damiani ... al di la' di tante chiacchere c'e un dato di fatto che ci differenzia ... io credo che l'uomo debba partecipare alla vita democratica lottando per raggiungere il paradiso su questa terra ... tu credi che si possa accettare supinamente su questa terra anche l'infernale assassinio di Giordano Bruno ... pur di raggiungere un supposto paradiso in un altra dimensione.

    La mia visione della vita la considero un "cantiere" di ammodernamento ... dei lavori in corso ... una costruzione sempre piu' solida ....
    .

    Nuvola tu davvero credi che l'uomo debba o possa aspirare con la politica o nella società in senso lato, per raggiungere il paradiso in questa terra. Insomma la Salvezza e/o il Bene assoluto in terra?

 

 
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