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  1. #81

  2. #82
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    Interessante, molti ti darebbero del positivista.....

    ll Progresso come motore e fine della Storia...

    Ma molti ti direbbero che tentare il paradiso in terra è il dramma del totalitarismo (dalla rivoluzione francese passando per il marxismo)....

    Ricordo una coferenza con il sotosegretario Vietti (UDC- Comunione Liberazione) dove enunciava i deu mali della storia: il nazionalismo che nasce dalla rivoluzione francese (cioè lo stato diventa dio non auto-riconoscendo il suo come potere originario) che culmina con il Nazismo (il fascsimo non fu menzionato) e il Marxismo che vedeva ne progresso il tentatico di craare in peradiso in terra, il dio in terra (la società perfetta: quindi in comunismo che è la società perfetta per eccellenza nella storia).

    Secondo l'On. Vietti la politica non deve mirare ad un mondo migliore o perfetto ma ad amministrare i prblemi attuali.....

  3. #83

  4. #84
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    Si certo non dubito della tua demcoraticità, ma proprio per questo mi stupisce, nn ho detto quanto sia da me condivisa, che tu pensi alla possibilità di raggiungere in "questa terra il paradiso con il progresso"....

    Facevo notare come una visione salvifica di questo generesi interpretata da molti già come il germe del totalitarismo. Il progresso come religione della politica?

  5. #85
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    Originally posted by umberto
    Il progresso come religione della politica?
    ------------------------
    Bravo ... mi sembra che
    hai azzeccato il quanto !

  6. #86

  7. #87
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    Il divorzio e l'Italia laica

    Trenta anni fa non fu introdotta, in Italia, la legge sul divorzio, ma si
    vinse il referendum contro chi voleva abrogarla. Gli unici, fra le forze
    politiche organizzate, a ricordare il trentennale, sono i radicali. Non è
    colpa loro, naturalmente, perché la colpa non è mai di chi fa, ma di chi non
    fa. Però quest¹unicità commemorativa riproduce un equivoco, a sua volta
    capace di offuscare il valore pieno di quella legge e di quel referendum.
    La legge sul divorzio porta la firma di due parlamentari, Antonio Baslini e
    Loris Fortuna, rispettivamente liberale e socialista. La legge fu approvata
    dal Parlamento, con una maggioranza diversa da quella che sosteneva il
    governo: la prima comprendeva i comunisti ed escludeva la democrazia
    cristiana, la seconda l¹esatto contrario. Non fu facile, ottenere quel
    risultato, perché in qualche parte del mondo laico (liberali, repubblicani,
    socialdemocratici) si temeva lo scontro con i democristiani alleati di
    governo, ed in buona parte del mondo comunista prevaleva il moralismo
    bigotto e la volontà di non perdere il contatto con ³le masse cattoliche².
    Ma si vinse. Si vinse sia grazie alla spinta dei radicali di Marco
    Pannella, che alla moderata saggezza di quanti non ne fecero una battaglia
    estrema ed estremizzata, riflettendo in pieno i cambiati umori e sensibilità
    degli italiani. Gli uni senza gli altri non sarebbero andati da nessuna
    parte.
    La stessa democrazia cristiana, pur non rinunciando alle proprie posizioni,
    ed alla difesa di quelle vaticane, mostrò di non volere intendere quella
    legge come un atto inammissibile e, seguendo in pieno il metodo democratico,
    si lasciò mettere in minoranza. In cuor loro, i democristiani, sapevano
    bene che si trattava di una legge giusta, fin troppo moderata. Fecero la
    battaglia di bandiera, ma senza crederci troppo.
    Dopo l¹approvazione della legge, spinti da quelle gerarchie ecclesiastiche
    che meno avevano inteso i cambiamenti del mondo, i comitati civici,
    capitanati da Gabrio Lombardi, raccolsero le firme e promossero un
    referendum abrogativo. Nel maggio di trenta anni fa, quindi, s¹andò a
    votare contro la legge sul divorzio, non a favore. Tant¹è che i favorevoli
    alla legge dovevano votare No (all¹abrogazione) ed i contrari Sì.
    La campagna referendaria per il No, più che giustamente, fece appello non
    solo alla laicità della società italiana, ma, soprattutto, al fatto che la
    legge sul divorzio non avrebbe rovinato le famiglie, non era l¹anticamera di
    nessuna apocalittica rivoluzione dei costumi, non comportava affatto che si
    dovesse anche ammettere l¹aborto ed il matrimonio fra omosessuali (che
    c¹entravano?), era solo una legge civile, destinata a prendere atto che i
    matrimoni non sono necessariamente eterni.
    Nel corso di quella campagna i radicali, invece, tesero a fare gli
    estremisti, ad alzare il tiro. Dicevano cose giuste? Sì, in gran parte sì.
    Dicevano cose sagge? Mica tanto. Non stava scritto da nessuna parte che il
    referendum si sarebbe vinto, e vincerlo era importantissimo per la laicità e
    la laicizzazione del Paese. Quindi non si doveva mettere a repentaglio quel
    risultato, ed estremizzare i toni ed i temi lo avrebbe messo in pericolo.
    A ben vedere, con il senno di poi, Bernabei fece assai male a non dare a
    Marco Pannella tutto lo spazio che desiderava, perché contro la posizione
    dei radicali d¹allora sarebbe stato più facile, per i democristiani di
    Amintore Fanfani, sperare di spuntarla.
    Così andarono le cose, anche se, con il passare degli anni e con il
    sedimentarsi delle parole, a qualcuno potrà sembrare che il referendum lo
    provocò Pannella, anziché Lombardi, i laici, anziché i chierici. Così
    andarono le cose. Assai diversamente da come vanno oggi, che vanno peggio.
    Oggi l¹Italia è più laica d¹allora, ma ha perso le forze capaci di tradurre
    la laicità in norma. Si prenda il capitolo della ricerca scientifica e
    della fecondazione assistita: la legge approvata dal Parlamento è, in certi
    passaggi, orribile. Non c¹è stata una forte presenza politica di forze
    laiche, capaci di distinguere la ricerca sulle staminali e l¹inseminazione
    extrauterina dalle sperimentazioni mengheliane ed il generalizzato diritto
    alla riproduzione. E non c¹è stata una forza d¹ispirazione cristiana capace
    di interpretare il mandato parlamentare in modo difforme dall¹indicazione
    ecclesiastica (come eccellentemente fece il cattolico tedesco Kohl).
    L¹antipolitica ha fatto fare un passo indietro all¹Italia, anche nel
    delicato terreno dei diritti civili e della laicità. Il fatto che, oggi, il
    referendum lo si debba convocare noi, e non i chierici, è un passo indietro,
    non un passo avanti. Oggi, dunque, nel ricordare i trenta anni da quello
    voluto dai nemici del divorzio, sarà bene rivolgere un pensiero anche a
    quelle forze, a quelle culture, a quelle famiglie laiche che consentirono
    quella vittoria.

    Davide Giacalone

    davide@davidegiacalone.it
    ..........................................
    tratto dalla pagina web ...
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...hp?storyid=200
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/ZEROROMAMALATA.mid[/mid]

  8. #88
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    Predefinito Anniversario referendum sul Divorzio

    del Prof. Pier Franco Quaglieni

    In questi giorni si sta ricordando anche a Torino l’anniversario del referendum del 1974 dal quale uscì confermata l’introduzione del divorzio, avvenuta quattro anni prima, con l’approvazione della Legge Fortuna-Baslini ... (continua al link) ...

    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...hp?storyid=218

  9. #89
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    Predefinito tratto dal sito http://controcorrente.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=287033

    Infibulazione Grazie a Rifondazione Comunista ed ULIVO- siete i veri amici dell' Islam!

    Infibulazione, carcere per chi la pratica

    E' stata approvata 4 maggio 2004 alla camera la legge contro l'infibulazione.

    L'ulivo e Rifondazione hanno votato no.
    La proposta di legge prevede la recclusione da 6 a 12 anni per chi pratica mutilazioni sessuali; dai 3 ai 7 anni per altri tipi di lesioni agli organi genitali femminili, ridotte di due terzi quando sono di lieve entità e aumentate di un terzo se riguardano minorenni. Sanzioni per le strutture sanitarie che le consentono, e interdizione per dieci anni dall'esercizio della professione per i medici che le hanno praticate.

    Dati:

    150 milioni le donne mutilate sessualmente nel mondo per ragioni etniche religiose e culturali.
    In Italia sono oltre 40 mila le donne che hanno subito mutilazioni sessuali e ogni anno è stato stimato in seimila il numero di bambine (tra i 4 e i 12 anni) che sono sottoposte a questo tipo di violenza. E' una pratica esteranea alla cultura occidentale e che prevede l'asportazione del clitoride; l'escissione e l'infibulazione, l'amputazione cioè del colitoride e di parte o di tutte le piccole e grandi labbra vulvari.

    Fonte: La Repubblica di mercoledì 5 maggio 2004

    La legge oltre ammirevole sostegno delle donne italiane è stato possibile proporla grazie ad una donna instancabile Marian Ismail.
    Cosciamola meglio raccontata da lei stessa:

    Io vengo dalla Somalia, sono nata a Mogadiscio, sono qui da ventiquattro anni e non per mia scelta, ma perché sono una rifugiata politica. Purtroppo la guerra e la situazione del mio Paese, come di altri in Africa negli ultimi decenni, costringe alla fuga migliaia di uomini, donne e bambini. Io sono dovuta venire qui con la mia famiglia perché mio padre era un oppositore del regime. Ma una volta arrivata qui sin dall'inizio ho voluto scrollarmi di dosso la sensazione d'impotenza e il vittimismo che sono gli atteggiamenti prevalenti in chi è costretto a fuggire dalla sua terra e sa di non poterci tornare. Resta una malinconia di fondo difficile da portarsi addosso; tuttavia invece di rinchiudermi in me stessa, mi sono da sempre impegnata socialmente e ho combattuto molte battaglie. Questa tensione verso l'esterno mi è servita a superare le difficoltà che l'integrazione comporta e mi ha costretta a conoscere la società che mi ha accolta.
    Ho vissuto nei primi anni a Bologna; ho cominciato a collaborare con il primo Assessorato Regionale all'Immigrazione e all'Emigrazione, che si occupava soprattutto di bolognesi all'estero; io portavo timidamente dentro questa istituzione un discorso sull'accoglienza; era il 1978, qualcosa cominciava a muoversi in Italia riguardo al tema delle migrazioni; ho continuato a collaborare con il comune di Bologna e con il mondo delle associazioni femminili. Bologna è anche stata un laboratorio politico molto importante e qui ho avuto la fortuna di muovere i miei primi passi, scegliendo di accompagnare, di sostenere e fare da ponte tra il, paese ospite e la mia gente che iniziava a scappare: un esodo che aveva la caratteristica di essere formato prevalentemente da donne e bambini, quindi nuclei unifamiliari e donne gravide, perché erano le prime che dovevano essere salvate.
    Ecco, allora erano anni difficilissimi: non esisteva una legislazione sul problema dei rifugiati politici. L'Italia si è data la famosa legge Turco Napolitano solo negli anni '90; per tutto il periodo precedente (1978/1990) è stato un marasma di mondi invisibili.
    Personalmente la mia esperienza è stata quella di essere un numero per la questura di Bologna: ero una rifugiata politica, non avevo più la mia cittadinanza, ero in attesa di provvedimenti ministeriali. Questa condizione di invisibilità è durata per 10 anni.
    Non potevo dichiararmi apolide perché l'Italia riconosceva come rifugiati politici, apolidi, le persone che venivano dai paesi dell'Est. Il resto del mondo non era nulla, nonostante i rapporti storici e politici tra l'Italia e la Somalia. Questa dura prova mi ha resa estremamente forte e combattiva, perché era necessario proporre, farsi spazio, portare avanti battaglie e campagne di informazione.
    Ho lavorato con la sezione di Amnesty International di Bologna, perché mi sembrava che fosse un diritto negato comunque il fatto che una persona proveniente da un'area geografica non prevista dalla legislazione scivolasse nella invisibilità.
    E finalmente è arrivata la legge e finalmente sono stata riconosciuta rifugiata, quindi con un nome, un cognome, un'identità. Mi sono sposata e mi sono trasferita a Milano e negli anni Novanta, insieme ad altre tre donne somale ho fondato l'associazione "Mamme e Bimbi Somali di Milano e Provincia", che voleva dare delle risposte concrete, come solo le donne sanno fare, ai problemi delle madri, ai problemi dei bambini. Si preoccupava di spiegare quale fosse l'inserimento scolastico dei bambini somali in Italia, i vaccini da fare, la mediazione linguistica e, per le madri, tutto quello che era legge, obblighi, diritti, doveri, ecc. Ma soprattutto abbiamo dovuto specializzarci in un campo: le donne somale in gravidanza avevano dei problemi a rivolgersi alle strutture pubbliche nel senso che magari facevano una visita all'inizio della gravidanza e poi fino alla nascita nessuna tornava più in ospedale. Questo comportamento era indizio di un conflitto culturale. Voi sapete che la Somalia è un paese dove vengono praticate le infibulazioni su una percentuale elevatissima della popolazione femminile (si parla quasi del 98%). E' una tradizione diffusissima; la vicina Etiopia che non è a prevalenza musulmana ha lo stesso problema: il primo pregiudizio da smontare, costruito dai mass media che spingono in questa direzione mettendo insieme il velo islamico e l'infibulazione, l'escissione o quelle che sono generalmente chiamate le mutilazioni genitali femminili; spesso capita che le associno a un burka afghano quando in Afghanistan tale pratica è assolutamente sconosciuta. Davvero si è in una situazione di enorme confusione e credo l'unica alternativa sia la spiegazione che passa attraverso noi donne, portatrici di questo problema,
    Abbiamo capito che il problema era che le madri non venivano seguite e tutte comunque subivano il parto cesareo perché neanche i medici sapevano intervenire su una situazione di questo tipo. Quando parlo di infibulazione voglio ricordare che è la pratica più radicale delle mutilazioni genitali femminili: vengono rescissi il clitoride, le piccole labbra, le grandi labbra e si cuciono le due parti attraverso delle suture fatte; la pratica tradizionale usa per congiungere le due parti le spine di acacia, quindi a sofferenza si aggiunge sofferenza. Il risultato è che gli organi sessuali della donna infibulata si presentano con l'aspetto di una cicatrice quasi obliqua e chiusa con tutte le complicanze possibili e immaginabili.
    Noi quattro fondatrici dell'associazione abbiamo iniziato a riflettere su questo problema e ci siamo dette innazitutto che eravamo assolutamente contrarie a questa pratica sia nel caso che le bambine crescano in Italia, sia che vivano in Somalia; abbiamo incominciato a dirlo pubblicamente e le prime reazioni sono state reazioni di sorpresa, perché è tabù parlare comunque di sesso nella nostra cultura, e di spavento perché la pratica è così radicata, ha delle motivazioni così profonde e così importanti per l'identità femminile somala e che le madri si trovano veramente in difficoltà a retrocedere da tale pratica per il benessere delle figlie
    È stata e continua ad essere una lotta lunga, dura, irta di ostacoli; abbiamo ottenuto successi ma anche sconfitte; personalmente credo che neanche nei prossimi 100 anni questo problema in Africa verrà sradicato. Credo che si debbano fare campagne di informazione, per carità, ma le campagne non saranno mai efficaci se non si parte da una presa di coscienza delle donne, se non passiamo noi attraverso la conoscenza di quello che si va a toccare nel nostro corpo per un'idea di purezza, di verginità, di preparazione adeguata al matrimonio. Cosa è la costumatezza? Perché deve passare attraverso il corpo e non può essere una costumatezza di comportamento, una costumatezza mentale? Le madri temono che le figlie vengano emarginate se si sottraggono alla pratica dell'infibulazione. Noi spieghiamo che nel Corano non viene prescritta questa pratica; neanche nei sono detti del Profeta si può leggere nulla che riguardi l'infibulazione e tantomeno nel corpus della Sharia Coranica. Ci siamo organizzate con un team sanitario e un team religioso, abbiamo spiegato alle nostre madri a che cosa si andava incontro, abbiamo pregato, abbiamo chiamato le nonne, abbiamo chiamato i papà, abbiamo allargato l'intervento, oltre le madri portatrici di cultura e quindi responsabili della trasmissione; ci siamo rivolte ai padri, alle nonne perché comunque depositarie di conoscenze e di tradizioni.
    Sono stata chiamata alla Consulta nazionale per gli immigrati e le loro famiglie istituita dall'onorevole Livia Turco presso il Dipartimento degli Affari Sociali. In questa sede ho portato i temi che mi stanno a cuore: cosa vogliamo noi donne africane per tutelare le nostre bambine, quali sono le lotte che stanno facendo le nostre sorelle in Africa e come si muove la legislazione internazionale.
    Oggi possiamo contare su una linea guida abbozzata dal Dipartimento Pari Opportunità, ma il problema, se viene posto male, solletica il voyeurismo; se invece viene proposto, in modo serio siamo frenate dalle lungaggini burocratiche che possiamo bene immaginare. Per questo abbiamo istituito parallelamente un'altra associazione, Donne in Rete, perché abbiamo visto che la mutilazione genitale femminile ghettizza un po' le donne somale nel senso che ci rende somale uguale a mutilazione genitale femminile.
    A me è successo durante la mia gravidanza: ah, sei somala, quindi aspetti la dottoressa X che verrà a visitarla mentre non avevo necessità né della dottoressa X, né della dottoressa Y, ma potevo tranquillamente essere visitata. E quindi abbiamo in questa Associazione donne della Nigeria, donne dell'Etiopia, donne italiane, donne somale, donne eritree, abbiamo cercato di allargare la cosa perché siamo riuscite ad andare a Durban quest'estate, alla Conferenza Mondiale contro il razzismo, dove abbiamo incontrato il nutrito gruppo delle donne africane che si occupa di questa tematica e abbiamo potuto raccogliere notizie su quello che stanno facendo, paese per paese le donne africane dal punto di vista delle leggi e dal punto di vista delle pratiche sociali. Abbiamo presentato nell'ambito della linea Dafne un progetto all'Unione Europea che è stato accolto con nostra grande soddisfazione.
    Lavoreremo insieme a patner europei in Spagna, Svezia e Germania; la settimana scorsa sono stata a Francoforte per il primo incontro tecnico e devo dire che anche lì ho visto le donne africane, in particolare le donne somale, molto attive, molto determinate, cosa che fino a 10 anni fa era assolutamente impensabile e questo ci fa ben sperare.
    Infine per completare il quadro delle mie attività aggiungo che collaboro con le scuole e con Crinali attraverso scambi; raccontole mie tradizioni alle operatrici di altri paesi e spero di intervenire sempre di più nella stampa perché sono un po' stufa dell'idea che si ha della donna immigrata o comunque della donna infibulata, sempre piangente, mentre devo dire che il mio ringraziamento va a tutte quelle donne a iniziare da mia madre che ci hanno insegnato a tenere la testa alta, perché comunque la società africana è una società matriarcale nonostante il forte connotato patriarcale.
    Ringrazio le mie insegnanti, somale e italiane, che mi hanno insegnato che è esistita la forza e il coraggio di donne italiane che hanno voluto sollevare la condizione delle contadine, delle braccianti, delle mondine.
    Il mondo è piccolo e credo che le donne si parlino nonostante anche diversità macroscopiche, nonostante diversità di pelle, di origine, di religione; io credo che ci sia un linguaggio sotterraneo comune a tutte noi,. Ringrazio davvero tutte quelle donne che mi hanno consentito col loro esempio e la loro capacità di riconoscimento di mettere insieme famiglia, lavoro, giustizia e dignità africana. Vi ringrazio

    TRATTO DA:
    http://controcorrente.ilcannocchiale...blogdoc=287033

  10. #90
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    Predefinito LA VITTORIA DELL’EUROPA LAICA

    È un sentimento di duplice forma quello che la notizia del voto di sfiducia al Commissario europeo Bottiglione ha creato nel mio animo. Infatti se da una parte non posso restare indifferente al grave danno di immagine e di rappresentatività che questo evento causa al nostro paese, dall’altra non posso che essere lieta di vedere come un’istituzione come quella europea tiene in grande considerazione i valor laici che in Italia vengono puntualmente osteggiati e perseguitati; e che, di certo, l’on. Bottiglione non rappresenta e che, anzi, come non ha mancato di sottolineare nel suo discorso di presentazione, intendere combattere con fondamentalistica inquisizione.
    Diciamoci la verità, se cerchiamo di guardare oltre il nostro piccolo interesse personale, intendendolo come quello del nostro Governo, non possiamo che essere sollevati dal fatto di trovare una comunità europea così attenta ai diritti che la classe politica cattolica e clericale proprio non riesce a voler tutelare. Difatti questa sconfitta politica dell’on. Bottiglione, dell’ UDC, del Governo e delle lobby cattoliche, non può che rafforzare in noi la certezza che l’Unione Europea è intenzionata ad andare avanti nella tutela dei diritti delle coppie di fatto, delle unioni omosessuali e della ricerca scientifica tout court.
    Cose queste che ci consentono di sperare di poter tornare protagonisti nella politica italiana così come in quella europea, consapevoli che la nostra matrice laica e liberaldemocratica ha un futuro certo in Europa e una sponda importante in tutti quei partiti liberali delle democrazie continentali, che sono riuscite, ben prima di noi, a scrollarsi di dosso il cieco clericalismo di fondo.
    Questo certamente non potrà però accadere se il PRI rimarrà ancora incatenato a questa maggioranza che incarna tutto di quanto più negativo c’è nella tradizione della politica cattolica conservatrice. Ancora una volta, mi trovo quindi ad esortare l’uscita del Partito Repubblicano da questa alleanza contro natura ed ad auspicare la creazione di una casa laica liberaldemocratica, alleata con il centro sinistra, per consentire a questo paese di uscire dal pantano in cui il berlusconismo ci ha condotti.
    Questa resta l’ultima possibilità per immaginare un panorama politico, in un’era post Berlusconi, dove tra i partiti moderati torni a trovare spazio lo storico partito dell’Edera con le sue tradizioni e i suoi obiettivi di progresso sociale di forte impronta laica.


    Iole Graniti
    Consigliere Nazionale PRI
    “Riscossa”

 

 
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