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  1. #91
    Anita
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  2. #92
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    Predefinito Sul caso Buttiglione, di Vittorio Bertolini

    Sul caso Buttiglione

    Un filo sottile, ma niente affatto fragile, collega il milione di firme raccolte dal comitato referendario per la modifica della legge sulla procreazione medicalmente assistita con la bocciatura di Bottiglione davanti alla Commissione Libertà del Parlamento Europeo. Il milione dei cittadini che si sono recati ai banchetti per firmare la richiesta di referendum, e scrivo sulla base dell’esperienza personale, non è composto da un blocco socialmente, ideologicamente e politicamente omogeneo. Così come operai hanno firmato accanto ad affermati professionisti, militanti di Forza Italia e AN insieme ad iscritti ai DS, credenti e agnostici dichiarati, altrettanto composita è la rappresentanza dei parlamentari europei che hanno bocciato il ministro Bottiglione. Si è fatta un po’ di dietrologia, la lobby gay, la presenza di un pregiudizio nei confronti dell’Italia, il residuo del pregiudizio di una Europa protestante che vincolata ancora allo stereotipo Roma- Babilonia, trasposizione a Bruxelles delle contrapposizioni politiche nostrane, e così via. E’ innegabile che tutte queste ragioni hanno avuto la loro influenza, ma ciò che è stato dirimente è che il ministro italiano, prima ancora di presentarsi come garante del pluralismo etico, ha inteso rivendicare, con una ostinazione al limite della provocazione, la propria identità religiosa. Ovviamente non si tratta di sindacare le opinioni religiose o ideologiche di qualcuno, ma di valutare fino a che punto, in chi viene eletto responsabilità di alto livello, quelle convinzioni si tramutino in discriminazione verso altre convinzioni. La libertà di coscienza del politico si esplica non nel privilegiare la propria libertà di coscienza, ma la libertà di coscienza di tutti. E l’ingerenza della Chiesa negli affari, specialmente nel nostro Paese, ha una tradizione che non è sempre priva di ombre. E qui il discorso di Buttiglione si riallaccia al tema referendario. Se non è in discussione la potestà della Chiesa di indicare a credenti e non credenti il proprio magistero, deve essere altresì non in discussione per credenti e non credenti la possibilità di non seguire le indicazioni del magistero.

    Esiste oggettivamente il pericolo che il referendum possa dividere il Paese, spaccando anche i difficili equilibri politici che faticosamente si compongono all’interno dei poli di centro destra e centro sinistra, e non è casuale che un dottor sottile come Giuliano Amato si sia messo al lavoro per la riedizione della legge 40/2004 che possa contare su un vasto schieramento parlamentare. E’auspicabile che questo avvenga, per le ragioni dette sopra, ma non può avvenire al ribasso, cioè con qualche ritocco di facciata, ma ai piani alti della mediazione politica. Nel 1929, quando il Senato, in cui nonostante il fascismo esistevano ancora voci libere, fu chiamato a pronunciarsi sui Patti Lateranensi, che sancivano la riconciliazione fra Stato e Chiesa, Benedetto Croce intervenne dicendo che se qualcuno reputava che Parigi valeva una messa, e si riferiva ad Enrico IV, che per conquistare la corona di Francia abiurò la fede ugonotta, vi è anche chi pensa che nessuna Parigi vale una messa, perché l’andare o non andare a messa è un affare di coscienza e non una convenienza.
    .............................
    tratto dal Gruppo "I Repubblicani"
    http://it.groups.yahoo.com/group/Repubblicani/
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/SAPOREDISALE.mid[/mid]

  3. #93
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    Predefinito tratto da L'OPINONE 7 dicembre 2004

    Democrazia liberale

    di Gian Carlo Colombo

    Dalle molte, moltissime radici liberali che si sono riunite il 3 e il 4 dicembre a Roma nasce una quadruplice condivisione. Il pilastro liberale della Casa dei Laici è di marmo di Carrara, come ha detto un congressista e devo sottolineare lo sforzo convinto di ogni partecipante nel trovare legami solidi tra il proprio personale “sentire” liberale e laico e la storia dei valori, della cultura e degli obiettivi di libertà del Pli. Già, perché con una decisione che i maligni potrebbero definire stalinista ho assistito alla rifondazione dell’antica sigla Pli con l’aggiunta di Casa dei Laici in modo totalitario alla Fidel Castro, dove per Fidel deve intendersi il legame tra gli italiani e la libertà, tra i liberali e i Pli. Fedeli sì, ma non fideisti.

    Per la prima volta nella storia di questo ultracentenario partito ho captato l’adesione piena e consapevole alla storia di questi ultimi anni, contenuta nella “sfida per il futuro” relazione di Stefano De Luca segretario uscente. Come terzo fatto ho assistito all’approvazione condivisa di una mozione congressuale sottoscritta da vecchi e nuovi: Altissimo, Melillo, Carla Martino, Bastianini, Basini, Grillo, Amoretti. E dopo tale approvazione non ha più senso suddividere gli iscritti in vecchi e nuovi. Come quarto fatto ho assistito alla decisione unanime di continuare ad ampliare l’ingresso a parità di diritti di altre sigle liberali che intendono riconoscersi nella mozione congressuale e la contemporanea formazione di organi di partito non suddivisi tra maggioranza e opposizione con uno statuto snello, ortodosso nei principi interni, tollerante verso le istanze che provengono dall’esterno.

    Con intelligenza emotiva (spero!) ho partecipato a questo Congresso costituente e ne sono uscito con la serenità di colui che vede il passato come zoccolo duro di un futuro laico e liberale più vicino. Per dirla fuori dai denti, il futuro prossimo non sarà facile, né lo è il presente. Siamo nel pieno di una guerra mondiale come ha ricordato Renato Altissimo e siamo agli inizi di una campagna elettorale in due livelli aprile 2005 per le regionali e maggio giugno 2006 per le politiche. Affrontare da soli tale periodo sarebbe da incoscienti e velleitari.

    La Casa dei laici radunando socialisti, repubblicani e liberali
    ottiene il primo risultato di dare una chiara indicazione a coloro che essendo schifati del politichese tendono a rinchiudersi nel proprio solipsismo e orgoglio isolazionista. Un’ultima notazione: un liberalismo dalle molte radici è un liberalismo che avrà chances proprio perché non è elitario: è stata spazzata via, usando il latinorum, la conventio ad excludendum e si è aperta l’epoca della conventio ad includendum. Un sapore di democrazia liberale che andava esplicitato e alla cui conferma sono stato felice di partecipare. Ed è da liberali autentici quello che ho visto succedere, lasciatemelo dire perché non sempre è stato così.

    Gian Carlo Colombo
    gc.colombo@libero.it

  4. #94
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    Predefinito LE RADICI LAICHE DEGLI ITALIANI, di Renato Traquandi

    LE RADICI LAICHE DEGLI ITALIANI

    Ovvero: Ciò che poteva essere e non è stato

    Il 5 febbraio del 1849, nel tardo pomeriggio di una giornata che aveva visto la solita Roma baciata dal sole, anche se a tratti lungamente coperta da spirali di nuvole, che promettevano ancora freddo e pioggia, un breve ed inciso discorso del tribuno Armellini inaugurava la Costituente, ovvero un’Assemblea democratica e rappresentativa di uomini liberi e di buoni costumi, i quali, dopo solo quattro giorni dedicati a sedute laboriose e tranquille, di lavoro concreto e ponderato, con 120 voti favorevoli, 10 contrari e 12 astenuti, proclamava: “ Il Papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano. Il Pontefice avrà tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale. La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana: La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune”.
    Il 9 febbraio 1849 iniziava un’avventura che avrebbe avuto poca durata temporale, ma una memoria lunga, capace di influenzare le legittime aspirazioni di indipendenza patriottica di un lungo elenco di nazioni, europee e non solo.
    In meno di cinque mesi la Repubblica Romana riuscì ad indicare la rotta, per seguire la quale sarebbero serviti anni, di lotte, di spargimenti di sangue, di sacrifici ed eroismi, anche se, in più di un’occasione l’esaltazione del nuovo fece perdere a molti i contatti con la realtà, accelerandone la fine.
    Proclamata la Repubblica, bisognava darle un governo e l’Assemblea scelse per la forma del Triumvirato, estrapolando la sostanza dalla legislazione della res publica latina. Affidò il potere esecutivo a Armellini, Montecchi e Saliceti, avvocati i primi due e professore di diritto e mazziniano convinto il terzo. Il Triunvirato era affiancato da un Ministero, a capo del quale fu nominato, anzi, confermato, con lucida lungimiranza, monsignor Muzzarelli, che ricopriva il medesimo incarico nel governo pontificio, ed ebbe agli Interni Aurelio Saffi, forlivese, già protagonista del moti del 1831.
    Completata la struttura legislativa e messa in funzione quella esecutiva la Nuova Repubblica iniziava effettivamente la sua vita, scontrandosi fin da subito col più incancrenito problema del vecchio Stato Pontificio: la situazione disastrosa delle finanze pubbliche, che aveva portato alla mancanza di fiducia verso i Buoni del tesoro e verso le banconote, oltre che ai mille problemi pratici di fronte ai quali si trovavano da troppo tempo i salariati, specie gli operai e i manovali, i quali, pagati abitualmente con denaro cartaceo, sovente non riuscivano a spenderlo per le necessità quotidiane, perché se lo vedevano rifiutato dai commercianti , che pretendevano moneta sonante.
    D’altro canto gli organismi del nuovo governo non avevano la bacchetta magica; la proposta di dichiarare il defaut, o, quanto meno, il decadimento del debito pubblico statale non poteva essere praticata, anche per le conseguenze disastrose che una simile misura avrebbe avuto nei confronti del pur esistente, ma esiguo, credito che la Repubblica Romana, cominciava ad ottenere dall’estero.
    Il 21 febbraio l’Assemblea votò l’incameramento dei beni ecclesiastici ( si trattava di somme ingenti, beni immobili, immobili, depositi in denaro, arredi sacri preziosi) che pure non bastò a sanare il deficit, tanto che furono necessarie altre misure drastiche, tra cui un prestito forzoso a carico dei più abbienti e il corso forzoso per la moneta cartacea, in vece delle monete d’oro e argento.
    Poco più tardi Montecchi e Saliceti lasciarono i rispettivi incarichi, sostituiti dagli appena arrivati Saffi e Mazzini, che riuscirono, ma solo in parte a mitigare lo scontento che le necessarie, ma aspre misura sopra ricordate, avevano generato nella popolazione colta e significativa per il consenso ai nuovi governanti.
    Nonostante la durezza di certi provvedimenti, crudi quanto necessari, come ad esempio la decisione presa il 15 aprile, di sequestrare beni immobili ecclesiastici per farne abitazioni utili alle classi umili, da sempre avvezze a vivere in veri e propri tuguri malsani, Mazzini e gli altri triunviri, accumunati agli altri membri del governo della Repubblica Romana speravano ardentemente in uno stato popolare, democratico, che si sarebbe affermato, non solo per i principi innovatori ( basti ricordare che la Repubblica Romana fu il primo stato al mondo a proclamare che la credenza religiosa era libera, e che non costituiva discriminante per l’esercizio dei diritti civili e politici) ma che fosse d’esempio per rettitudine, concretezza, fiducia e amore patrio.
    In Giuseppe Mazzini e la sua creatura, la Repubblica Romana del 1849, non c’è mai stato la negazione della religione cattolica, ne anticlericalismo; tant’è che oggi la stessa Chiesa riconosce come provvidenziale il fatto di aver perso la potestà temporale.
    L’avventura della Repubblica Romana si concluse il 4 luglio dello stesso anno, quando le truppe francesi, al comando del generale Oudinot, invasero le Sale dell’Assemblea, ordinandone lo scioglimento.
    Torniamo, adesso, indietro di qualche tempo…… andiamo, per meglio elaborare questo excursus storico, al 15 novembre del 1848.
    Pio IX aveva nominato primo ministro dello Stato Pontificio il liberale Pellegrino Rossi, nella speranza di mitigare il serpeggiare delle ribellioni, sia quella del popolino, affamato e sempre più disperato, che quella romantica ed illuminista della borghesia colta, che guardava con sempre più attenzione alle aspirazioni unitarie e ad una costituzione democratica, a scapito dei privilegi ecclesiastici e del feudalesimo della nobiltà nera, bigotta e sempre più arrogante.
    Morte violenta, quindi, per Pellegrino Rossi, e successo mancato anche per il bolognese Galletti, il cui tentativo di governo peggiorò le cose in modo tale da consigliare a Pio IX la residenza di Gaeta, al fine di ritenersi fuori dai guai ed atteggiarsi a vittima perseguitata.
    Alla fine di gennaio del 1848 nello Stato Pontificio prosperavano anarchia e pressappochismo, mentre i patrioti dell’Unità nazionale, ostili oltre modo all’Austria, confluivano alla città di Pietro, ritrovandosi nei circoli repubblicani delle borgate periferiche.
    Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Goffredo Mameli infiammarono i romani con il loro romanticismo, la facile dialettica. L’esercito pontificio, o meglio, la parte di estrazione laziale, che i mercenari e le truppe elvetiche non presero posizione, passò in blocco dalla parte dei Patrioti. Alle loro uniformi fu sbrigativamente tolto l’emblema delle due chiavi incrociate, sostituite con la coccarda tricolore.
    A quel nucleo si aggiunsero i vari corpi dei volontari, dagli esuli lombardi comandati da Luciano Manara, ai genovesi di Goffredo Mameli, alcune centinaia erano i legionari di Giuseppe Garibaldi, tra cui le guide che presero il nome dei Cacciatori del Tevere. A capo di tutti questi uomini si misero il generale Pietro Roselli, per le esperienze al comando acquisite e Carlo Pisacane, l’ideologo massimalista dotato di energia e carisma. Le forze repubblicane erano di quanto più eterogeneo si possa immaginare: reparti di carabinieri, la legione romana ( ten. Col. Morelli), la legione bolognese ( ten. Col. Berti), la legione universitaria ( Roselli), la legione toscana ( maggiore Medici) e la legione polacca, con altri stranieri venuti dall’est ( capitani Milbits e Gerard), la guardia civica romana, comandata dal capo Palazzi, la guardia civica umbra, i lancieri e i finanzieri a cavallo, gli zappatori del genio ed altri reparti dell’esercito pontificio, assieme alle batterie di cannoni di reparti romani, marchigiani e bolognesi …… insomma, un totale di ventimila uomini, con appena cento pezzi di artiglieria, contro una divisione di fanteria marina, pesantemente armata, inviata da Luigi Napoleone di Francia, che per ingraziarsi la pars cattolica europea, inviava il generale Audinot a riportare ordine e papa in Roma.
    Giunti i francesi a Civitavecchia riuscirono con la forza a dissuadere gli ultimi volontari che stavano ancora sopraggiungendo.
    Dopo alterne vicende belliche, che misero in luce il valore e l’eroismo di Manara, di Garibaldi e molti altri, la notte del 3 giugno Oudinot, il cui comportamento ambiguo riuscì ad ingannare la valenzia delle forze repubblicane, attaccò proditoriamente Villa Pamphili.
    Il 17, il 19 e il 21 giugno Garibaldi riuscì a tener testa al Vascello, a Villa Borghese e a Porta San Pancrazio, alle preponderanti e più organizzate forze francesi, mentre il governo repubblicano non riesce a prendere decisioni concrete, in quanto preda di contrasti.
    Nonostante questi eroismi, e al costo di enormi sacrifici di sangue, all’alba del 30 giugno, dopo una micidiale preparazione di artiglieria, Audinot sferra l’attacco decisivo.
    Il due luglio 1849 Garibaldi esce da Roma con 5000 uomini, alla volta di Venezia …….. e la storia continua.

    Roma 9 Febbraio 2005
    RENATO TRAQUANDI

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  5. #95
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    Eutanasia/Nucara: bene Veronesi, no accanimenti terapeutici
    E' diritto della persona non disponibile allo Stato

    ''Umberto Veronesi ha ragione da vendere: all'uomo bisogna lasciare la liberta' di morire''. E' quanto afferma il segretario del Pri Francesco Nucara commentando l'intervista dell'oncologo a 'Repubblica'.

    ''Veronesi - rileva - e' un grande scienziato con il quale difficilmente mi trovo in disaccordo, e anche questa volta ha perfettamente ragione. Gli accanimenti terapeutici per mantenere in vita persone che ormai vivono solo se attaccate alle macchine e che non possono piu' dar nulla ai loro cari ed alla societa' serve soltanto a causare a quelle stesse persone delle sofferenze lunghe, inutili ed ingiuste''. E, nel ribadire la differenza che passa tra il suicidio e l'eutanasia, Nucara definisce quello a quest'ultima come ''un diritto della persona non disponibile neppure allo Stato''.

    Roma, 18 novembre 2005 (ANSA)

  6. #96
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    Predefinito Polemiche sulla riforma

    Polemiche sulla riforma
    La laicità dello Stato viene minacciata da chi strumentalizza i vescovi

    Nessuno può stupirsi che vi siano voci di dissenso o di perplessità sul testo di riforma costituzionale votato dal Senato. Intervenire su un materia di questa delicatezza e complessità - considerando oltretutto che una ipotesi di riforma è presente nella vita politica italiana da più di vent'anni, un tempo dunque sufficiente ad orientare le idee di ciascun soggetto politico e civile - non può che provocare reazioni di ogni genere, positive, quanto negative.

    Per questo il referendum sarà un passaggio cruciale per capire davvero quale sia il sentimento profondo del popolo italiano: crediamo che tutte le forze politiche vi si rimetteranno interamente.

    Che poi possano esserci dei problemi di comprensione del testo di riforma è, purtroppo, un problema reale, come abbiamo avuto modo di far osservare già nelle sedi di competenza. Rispetto ad un testo costituzionale estremamente chiaro e lineare, quale era la Carta del 1947, si è adottato, nelle due riscritture recenti, in quella del 2001 e in quella del 2005, un linguaggio molto più elaborato e di più difficile interpretazione. Questo è un vero punto debole della riforma, perché una Costituzione deve essere, nella formulazione dei suoi articoli, chiara ed esaustiva fin dal primo momento. Al contrario le due ultime versioni della Carta possono provocare, oltre il dissenso, perfino una possibilità di equivoco sulla materia. Il primo caso è quello che hanno sollevato i vescovi per ciò che concerne la sanità regionale. A nostro modo di vedere il principio di sussidiarietà dovrebbe evitare ogni squilibro, ma capiamo che vi possa essere questa obiezione, anche per la complessità del testo. Una Costituzione prevede infatti, oltre l'applicazione, anche l'interpretazione: del resto, problemi in proposito vi sono sempre stati.

    Quello che invece non possiamo capire è l'atteggiamento che la sinistra ha verso le obiezioni dei vescovi: se si condividono, esse sono apprezzate e ben gradite. Se non si condividono, rappresentano un'ingerenza nei confronti della laicità dello Stato. La nostra idea è che, in questa maniera, chi mina davvero la laicità dello Stato non siano i vescovi, che hanno diritto di pensare e dire quello che preferiscono, ma chi li strumentalizza a seconda delle proprie necessità politiche, dando loro un risalto che di per sé non acquisirebbero.

    Roma, 18 novembre 2005



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  7. #97
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    La consapevolezza e lo scetticismo dei laici

    La prima cosa di cui ci si deve rendere conto da laici, se si vuole essere coerenti con il metodo che sa nutrire il proprio cammino intellettuale di dubbi, è che i numeri hanno la loro importanza, anche se per fortuna non bastano da soli a definire il proprio posto nel mondo e nella storia. In Italia le correnti politiche e culturali che si richiamano, in modo intransigente, alla laicità sono una minoranza, forse ancora più ridotta che nel secolo scorso. Lo sono non soltanto per la capacità con cui, storicamente, la Chiesa cattolica di rito romano ha saputo essere il principale faro di orientamento morale per la maggioranza degli italiani, ma anche perché lo stesso sistema politico è stato influenzato dagli aspetti della dottrina sociale ecclesiastica ed anche perché il mondo laico non ha saputo e voluto costruire, in modo altrettanto strutturato, un sistema con gerarchie così forti, favorito anche dall’assenza dei dilemmi e della complessità a cui obbliga la democrazia che riconosce il principio dell’alta autorità ma non quello della obbedienza devota, cieca davanti a tutto. Il bagno di umiltà e la conseguente consapevolezza conviene sempre quando si voglia pesare la forza delle componenti culturali, ideali e politiche del mondo laico dal medioevo ad oggi nel territorio nazionale. Nessuno dei vecchi contendenti, così ben descritti nel conflitto di potenza e di potere, più che di fede o di dottrine, fra l’imperatore Federico II e il papa Innocenzo IV, può ai nostri tempi proporre nella lotta fra un principe, più o meno illuminato e un papa, più o meno secolarizzato, un fondato contrasto fra pensiero laico e pensiero religioso. Il dilemma di oggi non è questo, perché entrambi i contendenti hanno fatto tesoro di esperienza. Il tempo dei ghibellini e dei guelfi è finito, anche se le ragioni profonde di quei conflitti non devono essere sottaciute, perché richiamano a comportamenti che per secoli hanno modificato le comuni impostazioni, ma possono tornare ad affiorare se qualcuna delle parti in gioco non alimenta, continuamente, la propria volontà di superamento dei propri limiti e la sottolineatura delle differenze. Nel sistema politico odierno lo scempio continuo che si fa di concetti, idee e pensieri in cambio di una concezione sempre più cinica e mercantile della conquista del potere finisce per sconcertare e per produrre, questa volta non soltanto fra minoranze, un sempre più diffuso scetticismo. Il malessere di un italiano su quattro che comunque ha preferito il voto alla non partecipazione nella tornata referendaria contro la legge sulla procreazione assistita non è ancora assorbito e fa male chi sottovaluta come lo schiaffo inferto dalle gerarchie vaticane abbia aperto ferite in un corpo sociale e politico che dovrebbe, sui grandi valori della civiltà e della convivenza, rimanere unito. Del resto come negare che una parte della gravità della crisi dell’Occidente sia misurata anche dal tasso di crescente incredulità che avvolge parole d’ordine come democrazia, onestà intellettuale e personale delle leadership, forza dell’ideologia liberale che si muove nei Paesi della fascia del capitalismo affluente capace di rendersi elastica quando in discussione sono i propri interessi materiali e ideali? E’ paradossale che esistano comportamenti turbo-capitalistici capaci di rinnovare persino credibilità alle utopie di un Marx che stava per essere, definitivamente, relegato in soffitta. Ha ragione chi ha parlato della necessità di una vera e propria rinascita delle ragioni dell’Occidente ma è proprio su questo terreno che il pensiero laico, irrobustito dalla tradizione mazziniana segnata da rigore morale e vigore ideale, deve cimentarsi. Di fronte ai paladini dello “scontro di civiltà”, ai fomentatori di una pericolosa sostituzione del conflitto fra Paesi capitalisti e Paesi socialisti del secolo scorso, con una contrapposizione frontale nell’oggi fra Cristianesimo e Islamismo, proprio la saggezza di una parte significativa del pensiero laico deve venire in soccorso, scendere in campo. Innanzi tutto perché sottolineando l’importanza di un dio, entità suprema per tutti, lo valorizza sì ma attraverso la dimensione personale ed è proprio Mazzini a ricordare che “è la nostra coscienza a invocarlo nei momenti più solenni, di dolore e di gioia. L’universo lo manifesta con l’ordine, l’armonia, l’intelligenza delle sue leggi”. Chi, in Occidente, per inettitudine, calcolo, ignoranza, strumentalizzazione, esaltazione, sta gettando benzina sul fanatismo religioso di segno islamico commette un duplice, gravissimo, errore: costringe il mondo dei credenti cattolici a schierarsi come di fronte ad una nuova crociata e alimenta la divisione nel mondo fra chi ha una visione più mite e tollerante e chi invece bellicista e insofferente. Può darsi che non ci sia neppure un’occulta regia per favorire questo scontro, ma il sospetto che questa scommessa dello scontro di civiltà sia una trovata, rischiosa, per rinviare i conti con le proprie strutturali insufficienze, la perdita di identità e di ruolo, non può, a nostro avviso, essere fugato. O meglio se si vuole avere un Occidente unito nelle sue ragioni di fondo esso deve rivivere, ma non attraverso la “soluzione finale”, il furore biblico dell’“Armageddon”, il disegno neo-imperialistico politico ed economico su scala mondiale. Questo modo di intendere il presente cozza con la più elevata teologia cristiana, aperta al dialogo interconfessionale e rovina il consolidato (ma non indistruttibile) patrimonio storico della democrazia che ha imparato il valore del metodo negoziale, il ruolo delle istituzioni e delle comunità sopranazionali dopo due sanguinose guerre mondiali. E’ vero: all’interno dei Paesi democratici si muovono minoranze intolleranti capaci di solidarizzare più con il nemico che con le regole le quali, tra l’altro, rendono possibile la manifestazione del dissenso. Lo scetticismo dei laici non è un’arma disfattista, ma la razionale consapevolezza che vicende come la vittoria di Hamas in Palestina non aiutano la via della pace, come non lo aiuterebbe però se Likud vincesse ora le elezioni in Israele.Questo scetticismo si nutre di una critica alla gravità di atteggiamenti politici che riducono gli aiuti per le popolazioni più povere, non modificano il proprio prodotto interno lordo a favore del terzo e quarto mondo, rinviano gli esiti dei Trattati sul disarmo sine-die e con essi la possibilità di poter contare non sull’uso della forza
    delle nazioni, ma al contrario il potere dissuasivo dell’autorità degli organismi continentali e mondiali, anche attraverso una riforma dell’Onu che è stata ulteriormente rinviata, svuotata di ogni significato. Questo spirito critico dei laici italiani non è diverso da quello dei liberal americani o dei liberali inglesi. Non tradisce le ragioni dell’Occidente, ma non è disponibile a firmare qualsiasi nefandezza nel proprio nome. Nessuno vuole difendere il disegno perverso dei terroristi politici che sfruttano l’integralismo religioso di una parte significativa del mondo musulmano per dissestare il mondo… ma quando si mette in mora l’“habeas corpus”… cioè la custodia personale del corpo del nemico, prima che sia giudicato da un regolare tribunale… la democrazia è violata. Quando ci si compiace delle torture, innestando il sadismo come arma psicologica per scacciare il proprio terrore… la nostra democrazia esce sconfitta, violata. E così dopo dio, già evocato come irrinunciabile principio ordinatore ma non il padre di tutte le guerre (così miseramente umane), l’altro termine con cui bisogna fare i conti è il popolo. Un popolo che, è vero, non ha più le caratteristiche della prima o della seconda metà del XIX secolo, ma una nuova complessa connotazione sociale, un vero e proprio riscontro, nelle masse delle grandi nazioni asiatiche sub-continentali, come l’India, la Cina. Né si può
    negare che esista in Europa, se concepiamo questa realtà con interessi socio-economici convergenti, o se ci si rivolge ai ceti del lavoro nella Russia o negli Stati Uniti. Una visione miope, dotata questa sì di un cieco relativismo culturale e ideologico, pretende di spostare il centro di esistenza del capitalismo dagli interessi delle merci, dei prodotti e delle loro leggi di mercato, alla dimensione astratta, essenzialmente di tipo speculativo, economico-finanziario dei “paradisi fiscali”. In questo grande gioco, appena lo hanno compreso, sono saliti alla ribalta tutte le forme di “quasi istituzione”, rappresentate dalle astute ed estese organizzazioni criminali transnazionali capaci di valorizzare in circuiti legali, introiti realizzati anche attraverso efferati crimini, riprodotti a ciclo continuo. Il terreno di alleanza possibile fra cristiani saggi e laici volenterosi è quindi oggi cercare di non fare fallire l’intero sistema di diritti e di doveri conquistati attraverso secoli di lotte e di errori che hanno portato all’idea dell’Europa e che trovano anche nei valori fondanti della democrazia. Invece una parte significativa del mondo politico italiano è su posizioni di grave arretramento ideale. Non solo non siamo più nel gruppo dei sei Paesi più forti del mondo dal punto di vista economico, ma fra quelli che sperimentano con maggiore frequenza alcune degenerazioni gravi del sistema della democrazia: il permanente conflitto d’interessi del Premier, una non imparziale conduzione della televisione pubblica, lo sfregio dello spirito pubblico. Cosa sarebbe accaduto in Italia senza la premurosa azione di tutela dei valori civici esercitati dalpresidente Carlo Azeglio Ciampi? Il popolo dei credenti a sua volta ha bisogno di ritrovare la propria identità non tanto sul potere della propria istituzione, ma su quell’insieme di valori che hanno fatto maturare una religione nata come settaria e minoritaria, nella più matura, e seguita, forma delle fedi moderne. Senza l’incontro con la filosofia greca non sarebbe potuto accadere questo, ma anche senza le tensioni, i cambiamenti, le riforme introdotte dalle sette protestanti e dalle rivoluzioni liberali e democratiche che hanno modificato i rapporti fra sudditi, monarchie, chiese, dio in relazioni fra cittadini, istituzioni repubblicane, istituzioni religiose e dio. Non si vuole prendere atto di tutto questo? L’Occidente vuole assaporare un nuovo enorme bagno di sangue, per poi sperare di “rinascere”? Questa volta non troverà il consenso massimo, l’unanimità, ma dubbi, incertezze, non condivisioni, proteste, divisioni. L’inizio della nostra fine. Il “principe” rappresentato da élite, sempre più oligarchiche, che guidano le moderne democrazie, sembrano non avvedersi della perdita di fiducia che si manifesta nei popoli. La crescita dei diritti dell’individuo, i processi di emancipazione delle donne, la maturazione del senso dell’identità individuale di ragazze e ragazzi, l’innalzamento delle soglie di istruzione e degli accessi alle forme di conoscenza, la riduzione numerica, lenta ma costante, di quella parte dell’umanità che muore letteralmente ancora per la fame e per la sete, una maggiore sensibilità alle crisi ambientali del pianeta non sono aspetti che possono essere trascurati nell’agenda della politica quotidiana. Le parole sono pietre. Per questo mantenere in vita in Italia concetti come patria, indipendenza o società ideali che hanno mostrato il loro fallimento politico, come i regimi comunisti, all’interno della cifra di alcune forze politiche è un segno datato, una pigrizia intellettuale e il comodo orto per strumentalizzazioni politiche avversarie e d’altra parte come si fa ad esaltare in uno solo partito l’idea dell’Italia e la sua forza? Tra feroce cinismo e stupido anacronismo
    si stanno giocando i destini del Paese. In Italia la sensibilità emozionale del nostro popolo è più alta che altrove, ma la consapevolezza del coraggio civile che ci vuole nel definirsi cittadini della Repubblica è meno forte che altrove. La facilità con cui viene illuso l’elettorato, l’arretratezza della sua esperienza nel distinguere, per esempio, cosa convenga fare per innalzare la democrazia, come controllare meglio i propri eletti, cosa sia utile per rendere davvero più trasparenti le procedure interne ai partiti restano patrimonio di singoli studiosi, piccole minoranze. Del resto chi ha sapienza storica non può dimenticare che il cocktail formato da venti anni di fascismo, da una delle più squalificate monarchie della storia coronata dell’Europa moderna, dal più forte partito comunista dell’Occidente… originale, ma pur sempre condizionato, eccome, dal “fattore k” fino al 1989, da un partito democraticoforzatamente aggettivato dal culto religioso prevalente, non poteva per incanto nascere un bipolarismo eccellente sulle modalità della tradizione liberale anglo e americana o con quel piglio repubblicano tipico dell’esperienza francese o con la solidità, nata attraverso un processo molto doloroso di rielaborazione della sconfitta militare e politica, della odierna democrazia consociativa tedesca. Siamo, dunque, quel che siamo. Le minoranze laiche esistono, ma non sono quelle che possono risolvere la questione della “forza”. Tra l’altro sono attraversate da culti della personalità che fanno pena e tenerezza. Queste piccole componenti, tuttavia, sono comunità di grandi valori, ma hanno ormai due soli, potenti, alleati: l’integrità e la memoria. L’integrità perché si riconoscono in quelle tradizioni del Primo e del Secondo Risorgimento impregnate di un idealismo cosmopolita, umanitario, democratico, leale verso il concetto di patria ma anche in grado di distinguere bene chi è soltanto un cortigiano e chi un cittadino. Forse è anche per questo che nella galleria dei maestri di pensiero in cui ci riconosciamo dopo il profeta Mazzini, ci sono anche Salvemini, Salvatorelli, Rosselli, Gobetti, Calogero, Galante Garrone, Valiani e Bobbio. Questa integrità non riguarda i singoli, tutti sono passibili di errori, persino di orrori, ma non il filone di pensiero che li attraversa il quale, tra l’altro, si trasmette anche attraverso riviste, incontri, manifestazioni, battaglie di opinione, discussioni accese, euforie e delusioni, ma non con il culto orgiastico del potere. La memoria è la certezza di avere rintracciato nella storia quel motore incessante contenuto nella teoria del progresso sociale e della ricerca filosofica e religiosa interiore che danno un senso alla Storia, a partire dall’esperienza di ciascun individuo e persona. Non un arido storicismo, disposto a catalogare tutto con la stessa freddezza rimandando a un tomo di biblioteca la definizione dei concetti di dolore o di felicità di un’esistenza, ma l’empito sacro che collega il culto delle virtù antiche alle sfide dei moderni. L’intellettuale laico e scettico non può stupirsi, ormai, di nulla Questo però non lo rende cieco, solitario o inerte. A duecento anni dalla nascita di un “grande sconfitto”, abbiamo la certezza perché è valso la pena celebrarlo ancora e chi, invece, sarà perduto nella polvere del tempo, senza onori.

    Pietro Caruso

    tratto da
    http://www.webandcad.it/AMI/PM/la_consapevolezza.htm

  8. #98
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    Predefinito A proposito di terza forza laica liberaldemocratica

    e del Partito della Democrazia: fra pochi giorni (il 28 giugno) ricorrono 25 anni dal primo governo non democristriano del dopoguerra: quello di Giovanni Spadolini.

    Tex Willer

  9. #99
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    Il gran maestro Raffi: «La laicità è l’antidoto al fondamentalismo»

    Roma. La laicità è uno spazio a disposizione di tutti: intorno a questa affermazione si è sviluppato l’intervento svolto ieri a Roma da Gustavo Raffi, gran maestro del Grande Oriente d’ Italia di Palazzo Giustiniani, in occasione delle celebrazioni dell’equinozio d’autunno.
    «Per noi», ha affermato Raffi, «la laicità è uno spazio di tutti, condiviso e sicuro, garantito e garantista; uno spazio al servizio dei cittadini, ma anche delle Chiese e delle comunità religiose. E l’unica palestra possibile per educare alla laicità è la scuola pubblica: luogo d’incontro e di formazione che la nostra Costituzione ha disegnato nel lontano 1948. La formazione assume così un ruolo fondamentale, in uno Stato laico che salvaguardi le differenze e impedisca che una visione fondamentalista della propria verità pretenda di legittimare l’oppressione o l’eliminazione dell’altro».
    «Solo una società laica e aperta», ha dichiarato il gran maestro del Grande Oriente d’ Italia, «può mettere a frutto il contributo critico delle teologie, dei valori religiosi e comunitari, opponendosi alla pretesa di uniformare e subordinare le leggi dello Stato a una visione teologale esclusiva, quello Stato Etico che pretenderebbe di imporre la propria infallibilità, la propria indiscutibile autorevolezza».

    tratto da http://www.larena.it/

  10. #100
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    Il caso Welby e i Pacs
    Due vicende che denunciano il ritardo civile del Paese

    Vi sono due vicende all'ordine del giorno di grande rilevanza civile, sulle quali abbiamo mantenuto finora uno stretto riserbo. La prima riguarda il caso doloroso e personale di Piergiorgio Welby, la seconda un disegno di legge - o un'ipotesi di disegno di legge - del governo sulle coppie di fatto.

    La prima è drammatica perché riguarda una persona che chiede di morire perché la sua vita è diventata una non vita. Su questo si è aperto un contenzioso che è molto difficile da seguire, perché non ci si può astrarre dalla condizione di una persona. Noi prendiamo in considerazione soltanto il grido di dolore di Welby, ripreso dai suoi famigliari, e ci sembra che negare ad un uomo il diritto di morire con dignità, quando non può più vivere, sia qualcosa indegno di una società matura, sviluppata, quale noi dovremmo aspirare ad essere.



    La seconda questione, fortunatamente, non è drammatica, ma in compenso è paradossale. Non solo perché dovrebbe essere pratica comune e di buon senso offrire tutti i possibili diritti alle coppie di fatto, omosessuali o meno, visto che ormai le coppie si formano nei modi più vari, senza per questo dover mettere in questione la famiglia, che evidentemente subisce da un qualche tempo il logorio convulso della modernità - e non la salveremo certo con qualche legge. Ma perché è davvero singolare lo sconquasso che questo tema ha creato nel governo, dove già di sconquassi ne esistono non pochi. E possibile che l'esecutivo non riesca a fare una legge, nemmeno una elementare, sui Pacs, senza rinviare, minacciare, scontrarsi? Questo preoccupa ancora di più della soluzione che sarà adottata, se mai lo sarà.

    Si tratta di due casi i cui sviluppi e l'incertezza negli esiti offrono davvero uno spettacolo desolante della realtà italiana, la sua fragile determinazione, e l'incapacità di compiere scelte vere. Purtroppo si tratta della conferma di un ritardo grave che pesa sulla nostra società e che ha cause molto lontane. Allora vorremmo dire a tutti che occorrerebbe per lo meno un maggiore garbo ed una certa discrezione. Anche coloro che hanno, come la Chiesa cattolica, una risposta pronta e una soluzione certa, dovrebbero avere il buon gusto di rispettare tante difficoltà e magari di farsi un esame di coscienza sul fatto che proprio risposte tanto nette e tanto convinte, magari pontificate dall'alto, siano più una causa che un rimedio a tale disorientamento.

    Roma, 13 dicembre 2006

    tratto da http://www.pri.it

 

 
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