Nuovo dispositivo anti-clandestini, pronto un decreto attuativo della Bossi-Fini

La Marina Militare in alto mare con funzioni di monitoraggio; la Guardia di Finanza all’ingresso delle acque territoriali con veri e propri compiti investigativi e poteri ispettivi; la Capitanerie di Porto con più specifici compiti di salvataggio e assistenza, ma non solo. È questo, a grandi linee, il dispositivo anti-clandestini previsto dal decreto interministeriale d’attuazione di una parte della legge Bossi-Fini, ormai in fase di varo definitivo da parte ministero dell’Interno. Molte le novità. Le forze dell’ordine impegnate in mare nel contrasto dell’immigrazione illegale dovranno “parlarsi” tra loro e lavorare su frequenze radio comuni, con un linguaggio comune, unificato. Niente più “gelosie”, niente più “protagonismi”, come in parte avviene oggi. Le frequenze riservate, i silenzi radio, non saranno ammessi in questo campo. Il decreto - al quale hanno lavorato per mesi la Marina militare, il comando delle Capitanerie di Porto, i tecnici della Difesa, dell’Interno e di altri dicasteri - è ormai pronto e attende, secondo quanto si è appreso, solo il definitivo via libero del Viminale. Non ci sarà, come lo stesso ministro Martino aveva più volte chiarito, alcun potere delle navi militari di intervenire con la forza per impedire l’avvicinamento alle coste italiane delle navi cariche di clandestini. Prioritaria è sempre la salvaguardia della vita umana in mare, e nei confronti delle carrette in difficoltà resta l’obbligo di assisterle e condurle nel più vicino porto. Il decreto, però, intende colpire i responsabili del traffico di esseri umani e, per farlo, sempre secondo quanto è stato possibile apprendere, affida compiti specifici soprattutto alla Guardia di Finanza, che agirà in acque territoriali con “boarding” e ispezioni, facendo una vera attività di polizia giudiziaria in mare. Ma andiamo per gradi. Il decreto stabilisce una sorta di ripartizione di competenze, su vari livelli. Il dispositivo anticlandestini che ne deriva vede le unità della Marina militare in alto mare con funzioni di monitoraggio, di “ombreggiamento” come si dice in gergo, cioè di controllo delle navi sospette, possibilmente di nascosto. Al confine con le acque territoriali la nave viene “passata” di norma alla Guardia di finanza, la forza di polizia con il più completo dispositivo aero-navale adatto allo scopo. I team delle Fiamme gialle, secondo quanto si è appreso, avranno veri e propri compiti investigativi e ispettivi e potranno compiere gli interventi necessari, sempre nel rispetto delle leggi vigenti, per individuare i responsabili del traffico. Sempre in acque territoriali le unità delle Capitanerie di porto-Guardia costiera avranno più specifici compiti di salvataggio e assistenza, sempre allo scopo di tutelare la vita in mare. Perché questo dispositivo dia i risultati sperati, però - oltre ad una maggiore collaborazione tra le varie Marine militari e i Servizi segreti, e gli accordi tra gli Stati, per bloccare le navi di immigrati nei porti di partenza, tutti argomenti che esulano dai contenuti del decreto - è indispensabile il coordinamento tra le diverse forze in campo. Un coordinamento che è stato giudicato “non soddisfacente”. Gli organismi preposti a questo coordinamento saranno riconducibili al Viminale, o a livello centrale o di prefettura. Ma soprattutto sarà possibile attuare una efficace cooperazione attraverso una reale e continua condivisione delle informazioni tra tutte le forze che fanno parte dell’apparato anti-immigrazione.