Il successo elettorale di Bush è una disfatta per gli snob che tifano sempre per gli indiani. E avvia la riflessione sul luogo comune del politico Usa semplificatore e ignorante
È una disfatta per l'affollata combriccola di snob che tifa sempre per gli indiani. La vittoria elettorale di George W. Bush non ha solo rilievo statistico e storico, non avrà solo notevoli conseguenze politiche, avvia anche la riflessione, per lo meno tra le persone ragionevoli, sul luogo comune del politico americano semplificatore e ignorante, tutto muscoli e polmoni ma senza cervello, un crociato, un cowboy, un paranoico. Luoghi comuni anche vecchi, che parlavano attraverso il giornale gauchiste di Parigi, Le Monde, il giorno stesso del trionfo repubblicano nelle elezioni di medio termine, martedì scorso. Il politico americano, scriveva Bertrand Le Genre, è affetto da diffidenza atrabiliare, retorica semplicistica, e la caratteristica del dibattito civile a Washington sarebbe un'irragionevole e predicatoria ossessione del male. Viva il nemico kamikaze, aggiungeva, che alla leadership Usa «impone di interrogarsi sui propri valori, considerati universali, e di ripensare le regole della guerra la cui grammatica è diventata obsoleta».
È vero che Bush ha parlato di crociata, che sul terrorismo ha detto «o con noi o contro di noi», che voleva Osama Bin Laden vivo o morto, che ha ritirato fuori lo schema manicheo dell'età di Ronald Reagan parlando di un asse del male, ma a questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti il significato della retorica americana: è figlia della politica, è una retorica costruita sull'impegno razionale, sulla decisione e sulla scelta responsabile, ed esprime un consenso che va molto al di là dei confini già larghi della vittoria elettorale repubblicana. La retorica americana che ha dato il colpo di maglio finale all'esperienza del comunismo novecentesco, che ora convince e unisce il paese dopo il dramma del terrore a Manhattan, non è costruita all'impronta, con quel dilettantismo che gli europei, anche quelli più cenciosi, rimproverano all'ingenuo alleato. Nasce invece dentro staff culturalmente preparati all'esercizio del potere, solidamente ancorati alle regole costituzionali più antiche del mondo. Se dicono «male» è perché quella parola esprime un giudizio geopolitico informato e lo collega al sentimento generale della nazione. Possono sbagliare anche loro, eccome, ma la cultura politica del cowboy è posta in generale su un terreno sperimentale più solido e convincente della maliziosa retorica «fiorentina», spesso ampollosa e astratta, che distingue il dibattito pubblico europeo.
Gli snob hanno di che riflettere. La presa di coscienza seguita in America all'11 settembre è un fenomeno spettacolare. La nota dominante non è, come si dice pigramente, la paura. È piuttosto il coraggio a fronte della paura. Non c'è ripiegamento, isolamento, non si vede la tentazione di comprarsi la pace a qualsiasi prezzo dopo il trauma dell'aggressione sul suolo inviolato degli Stati Uniti. Bush è riuscito in un anno e mezzo a fare di quella democrazia di massa apparentemente anonima, in cui ciascuno è libero e responsabile per quello che gli accade, in cui anche una coppia di cecchini ammattiti può minacciare l'apocalisse a ogni curva di autostrada, la tribuna internazionalista per un appello alla mobilitazione del mondo nella lotta al terrorismo e alle principali minacce alla sicurezza e alla stabilità. Lasciamo perdere la questione del sentimento morale che questo può suscitare e stiamo al fatto tecnico, professionale: si tratta semplicemente di un capolavoro politico.
Invece di smantellare come impresentabile la retorica semplicistica di Bush, gli europei dovrebbero cercare di costruirne una propria che vada oltre la rappresentazione degli interessi particolari, statali, regionali, di gruppo e di ceto. Sono uomini di mondo, gli europei, che non conoscono più il mondo in cui dicono di trovarsi tanto a loro agio. Quel mondo da cui escludono come espressione di fanatismo parareligioso la lotta tra il bene e il male e che per loro si limita agli accordi di campanile su sovvenzioni e privilegi che prostrano le loro economie e il loro rapporto con il resto del pianeta.
Il machiavellismo dei salumieri alla lunga logora le democrazie, anche se non tutte le democrazie possono o debbono assomigliare a quella americana o a quella inglese. Forse adesso si apre uno spazio mentale che consenta di discutere serenamente sulle questioni di sicurezza globale esorcizzate come espressioni di unilateralismo, di aggressività neoimperialista. Forse qualcuno si andrà a rileggere le parole con cui Marc Fumaroli ha spiegato che dietro la presa di potere della destra neoconservativa americana non c'è il cappellaccio del cowboy ma un pensiero politico che motiva l'azione e ne rende ragione, un pensiero oggi cento volte più forte della tradizione ideologica europea, e dietro l'idea della guerra preventiva non c'è la sfida irrazionale alla cultura della pace ma un tentativo di fare della cultura della pace uno strumento realistico di governo del mondo. Nel Minnesota l'hanno capito, speriamo che lo capiscano anche a Berlino e a Parigi.
Intervista a Giuliano Ferrara
saluti




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