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" Editoriali e opinioni
I singhiozzi del tribunale della storia
18 novembre 2002
di Pierluigi Battista
LA sentenza di Perugia che condanna, in appello, Giulio Andreotti a 24 anni di carcere per l’omicidio Pecorelli rischia di far ripiombare il clima politico in una guerra frontale che ha per posta la riscrittura giudiziaria della storia dell’Italia democratica. Frutto ultimo e perverso della tendenza ad affidare ai tribunali il giudizio su oltre mezzo secolo di storia, la sentenza perugina mette la pietra tombale sui tentativi di ricucire nella psicologia collettiva e nei comportamenti politici il senso di una storia condivisa o, come usa dire, di una memoria «accettata» da chi non vuole più vivere in un paese in cui l’avversario viene trattato alla stregua di un criminale e si consegna impropriamente al giudizio penale il compito di reinterpretare la storia dell’intera democrazia italiana.
Ora si dirà, come dovrebbe essere ovvio, che bisogna aspettare le motivazioni della sentenza. Ma intanto sembra cancellato, con il trauma di Perugia, quello spirito di ritrovata concordia nazionale che ha invaso la comunità politica dopo la visita del Papa in Parlamento: benefico balsamo diffuso sulle ferite di una politica rissosa e feroce e che ora sembra improvvisamente veder scemati i suoi effetti.
Tutti i buoni propositi di «clemenza» o di indulto per chiudere pagine concitate della nostra storia mostrano oggi la corda, travolti da una sentenza che ricaccia inevitabilmente l’uomo-simbolo della Prima Repubblica nientemeno che nell’oscurità infernale di rapporti torbidi con l’universo mafioso, condannato addirittura, si dice a Perugia nello sgomento generale, per aver fatto assassinare un ricattatore.
Non si può dimenticare che soltanto una manciata di giorni fa, nel pieno della discussione sulla legge Cirami (che Andreotti, va sottolineato, ha apertamente contrastato), un attacco in Parlamento di Ignazio La Russa alla Dc ha trovato nel ds Luciano Violante un impegnato paladino della memoria democristiana, fino al punto di esaltare il «senso dello Stato» di quel partito e di individuare nel comportamento processuale di Giulio Andreotti il contraltare dell’attacco berlusconiano alla magistratura: come se Andreotti fosse l’incarnazione stessa dell’«anti-Previti», il politico che ha pazientemente atteso l’esito dei processi difendendosi a testa alta e non con stratagemmi per sottrarsi alla giustizia.
Ora quell’esito è arrivato, sebbene incomba il giudizio finale della Cassazione. Resta l’impressione devastante di una giustizia che va a singhiozzo e che una volta smentisce i pentiti e la volta successiva dà loro credito. Un percorso zigzagante, che rende ancor più assurdo far dipendere il giudizio storico dall’orientamento di una sentenza giudiziaria. Come se un capitolo intossicato della storia italiana non potesse essere mai chiuso . "
Saluti liberali




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