> da "Parole" - novembre 2002



Un sacerdote riflette sulle nostre comunità
Tempo di transizione. Ma dove stiamo andando?

di don Marco Scarpa (vicario parrocchiale a Carpenedo, frazione di Mestre)

"Era pieno il patronato, quando eravamo giovani, anche solo per una partita a ping pong". "Al fioretto c'era il pienone di bambini… e oggi, nessuno!" "Si diceva il Rosario in casa, la sera: non c'era la TV!" "C'era la lista d'attesa per andare a Gosaldo… e i turni erano di quindici giorni". "Ma perché i giovani non vengono al Coro? E neanche alle prove di canto per la Messa di mezzogiorno?" Indubbiamente: la parrocchia sta cambiando. E non tanto la nostra parrocchia, quanto proprio il modo di fare parrocchia. Sta cambiando la Chiesa. Non ovviamente nelle sue componenti essenziali, ma nella modalità storica di realizzarsi.

Talvolta ci viene da scoraggiarci, ci sembra sembra che tutto sia in decadenza. Io credo invece che stiamo vivendo un tempo particolarmente prezioso, particolarmente ricco di potenzialità, particolarmente bello. Anche se estremamente faticoso. Il tempo della transizione, del cambiamento.

Non è la prima volta nella storia della Chiesa che avviene. Si potrebbe dire che tutta la vicenda della chiesa nel tempo è questo continuo "incarnarsi" del vangelo nei vari contesti culturali del cammino dell'umanità, nella logica che ha portato il Figlio di Dio a farsi figlio del suo tempo e della sua terra: un ebreo sotto la dominazione romana… La transizione è il quotidiano della Chiesa.

Eppure è vero che ci sono (e ci sono stati) dei tempi in cui questo processo si è più accentuato, si è fatto più visibile.

Conoscere la storia. Bisognerebbe conoscere un po' di più la storia della parrocchia: non è sempre stata così, come noi l'abbiamo vista e vissuta. Come ci è stata consegnata da chi ci ha immediatamente preceduto. Anzi, la sua evoluzione è stata molto varia nel tempo.

La parrocchia tipo "vivace fucina di attività, specialmente per bambini, ragazzi e giovani" nasce probabilmente all'inizio del '900, con le indicazioni di san Pio X. Prima in molte parti non c'era nemmeno il Catechismo! Sicuramente non come lo pensiamo noi oggi.

E prima ancora: è frutto del Concilio di Trento (XVI secolo) l'accentuazione pastorale della vita dei preti nelle parrocchie (e tra l'altro un frutto ottenuto in circa trecento anni!).

La stessa rete capillare delle parrocchie risale a non prima della riforma gregoriana (secolo XI).

E si potrebbe continuare.

Ecco: io credo che siamo a una svolta nella vita delle nostre parrocchie. E per questo credo che sia entusiasmante esserci, e da protagonisti, anche se percorso nei tempi di svolta è certamente più accidentato e incerto. Più faticoso, forse.

Se tramontano alcune modalità di vita parrocchiale, non vuol dire che tramonta la parrocchia! Piuttosto che siamo chiamati a "inventare" un modo nuovo di essere parrocchia. Per essere più fedeli oggi al comando del Signore:

"Amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti vedranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,34-35) e a quell'altro: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15).

Non un'improvvisazione. Eppure questo "inventare" la parrocchia nuova non può essere un'iniziativa lasciata al nostro puro arbitrio. Da una parte occorre inserirsi in un cammino lungo 2000 anni (e per questo ritengo urgente e inderogabile per la serietà del nostro percorso tornare a studiare la storia della vita concreta della Chiesa, non solo recente).

Ma è Dio stesso che ci ha preparato a vivere questo momento di transizione accentuata e il segno più prezioso di questa opera provvidenziale è stato il Concilio Vaticano II (il papa ce lo ha ricordato spesso, vedi ad esempio TMA 17-18). E d'altronde a questo tendeva la convocazione del Concilio nello sguardo profetico di papa Giovanni (vedi ad esempio la Costituzione apostolica di indizione del Concilio e soprattutto il discorso inaugurale dell'11 ottobre 1962).

È dunque nel solco tracciato dal Concilio che occorre cercare le strade nuove: occorre un "rinnovato impegno di applicazione, per quanto possibile fedele, dell'insegnamento del Vaticano II alla vita di ciascuno e di tutta la Chiesa" (Giovanni Paolo II, TMA 20).

Mi sembra così bello: quando è stato celebrato il Concilio il mondo non aveva ancora quell'accelerazione di cambiamento che convenzionalmente riconosciamo al '68 e già Dio stava preparando la Chiesa ad affrontare il nuovo che veniva…

Occorre riprendere in mano con vigore il Concilio, per poter dare basi solide al nostro vissuto ecclesiale, proprio in un momento in cui le cose consuete manifestano sempre più segni di fragilità e instabilità e occorrono percorsi nuovi (e, in quanto nuovi, evidentemente incerti e bisognosi di basi solide!).

Alcuni percorsi. Quali sono allora, in questo contesto, i percorsi che si aprono, quelle che possiamo cominciare a intuire come vie feconde di futuro nelle nostre comunità? I recenti documenti del Papa (Lettera apostolica Novo millennio ineunte) e della Conferenza episcopale italiana ( Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia) ci aiutano a leggere i segni di futuro di cui sono gravide le nostre comunità. Non sono ovviamente delle linee chiare e già ben definite: piuttosto delle direzioni intuite, dei punti di non ritorno… Non possiamo immaginare, in questo tempo di transizione, di avere già chiari tutti i passaggi, ma diventa essenziale ritrovare i paletti irrinunciabili, capaci di generare il nuovo.

Mi pare così che la prima via è riaffermata centralità di Cristo nella vita delle comunità, resa evidente da una attenzione prioritaria alla Parola di Dio e alla preghiera. È solo ritornando a Cristo che troviamo il seme della novità curioso… di solito lo cerchiamo nel domani, invece nella fede il seme della novità sta in un "ieri" normativo e gravido di pienezza…). Significa che una comunità sarà capace di tener testa mondo nella misura in cui troverà spazi e tempi di ascolto della Parola e di preghiera. Per tutti: preti, religiosi e laici, giovani, adulti, anziani e bambini. Sembra un richiamo da sottolineare nella frenesia delle nostre attività pastorali. Una seconda via è la riscoperta della comunità come ambito da far crescere nella comunione, uscendo dalla logica verticistica in cui tutto passa per il prete e ritrovando spazi di corresponsabilità, promuovendo rinnovate forme di carità, non più nella modalità assistenzialistica, ma piuttosto di condivisione: di una comunità che allarga le sue mura perché possano entrare e trovare una loro centralità i poveri (una carità non ai margini della vita comunitaria, ma proprio al centro!).

La terza via è diretta conseguenza della seconda: la valorizzazione della ministerialità nella comunità. Ciascuno sarà partecipe della vita della Chiesa, e perciò della parrocchia, non replicando la modalità del prete (perché preti ce ne sono sempre meno…), ma valorizzando il dono che il Signore ha dato proprio a lui.

In questa valorizzazione della ministerialità trova una sua centralità proprio il Matrimonio, sacramento costituito da Dio proprio per l'edificazione della comunità accanto al Sacramento dell'Ordine, ma con caratteristiche sue proprie.

E su questo torneremo.

19 novembre 2002

Breve commento: procedere, non recedere. Sempre avanti verso l'abisso. Pur di non ammettere di aver avuto torto... E che bell'esempio di ecclesialese.