Pagina 9 di 10 PrimaPrima ... 8910 UltimaUltima
Risultati da 81 a 90 di 99
  1. #81
    laico progressista
    Data Registrazione
    07 Jun 2009
    Messaggi
    5,279
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Caro Fgr.
    Come puoi notare, cambio registro nei tuoi confronti. Non che tu mi abbia fatto nulla, assolutamente, ma mi innervosisco a pensare ai miei trascorsi nella federazione giovanile e a vedere quanto è cambiato il mondo...
    Comunque mi fa piacere che condividiamo le stesse idee.
    Sulla questione irachena la posizione della Sbarbati è la stessa della Lista unitaria e cioè la stessa appena pronunciata da Zapatero. I militari, se non interviene l'Onu, devono essere ritirati.

    A me personalmente non interessa discutere questa questione, che ritengo a valle di una vicenda che mi ha visto tra coloro che erano totalmente contrari. Un vecchio detto dice: chi rompe paga e i cocci sono i suoi. Bene. I cocci sono la guerriglia e il terrorismo iracheno. Cosa che non mi tange più di tanto, lo dico con grande sincerità.
    Quanto al problema terrorismo, che giustamente poni al centro delle priorità, continuo a pensare che non debba e non possa essere disgiunto da un dialogo più ampio con il Medio Oriente. Le cose devono andare di pari passo. Sennò possiamo arrestare anche tutte le cellule di Al Quaeda, ma non avremo mai compreso e quindi guarito quel male oscuro che serpeggia tra questi due mondi in guerra. E il male, prima o poi, ritornerà.
    Un saluto

  2. #82
    Araldo
    Data Registrazione
    08 Feb 2004
    Messaggi
    525
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: se non sono parlamentari

    Originally posted by calvin
    no. ....la segreteria nazionale del partito diede indicazione di devolvere gli emulumenti per le segreterie particolari ad un centro studi diretto da un ex deputato del partito che forniva consulenze ai gruppi parlamentari.....
    Detto così sembra quasi un pastrocchietto: io consiglierei di argomentarlo meglio

  3. #83
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    23 Oct 2009
    Messaggi
    9,385
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito barney mi chiedi troppo

    io non ci ho mai avuto niente a che fare, e non mi sono occupato della questione, so solo che l'ex senatore Venanzetti aveva messo su un centro studi che era di supporto all'attività legislativa dei deputati e dei senatori con i soldi devoluti dai parlamentari a questo istituto rinunziando agli emulumenti della segreteria particolare. Non so nemmeno se lo istituì La Malfa Giorgio o era un'usanza precedente. So invece che c'era un nostro parlamentare che faceva risultare suo segretario particolare un congiunto e un altro che minacciò di lasciare il gruppo parlamentare se gli toglievano la segreteria particolare.
    Giacalone era il capo della segreteria del ministro Mammì, altro che portaborse. Era il vero ministro!

  4. #84
    Araldo
    Data Registrazione
    08 Feb 2004
    Messaggi
    525
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    E la borsa la portava Mammi? Non toccava per terra? Nel caso posso suggerirvi un buon negozio dove abbiamo comperato quella regalata al vice-sindaco di Ravenna. ma non glielo dite.
    barney

  5. #85
    Nuovo Iscritto
    Data Registrazione
    11 Jul 2004
    Messaggi
    13
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Liberare e Federare

    Liberare e Federare

    Dai muri del Nord-Est un messaggio per il futuro politico e sociale dell’Europa.

    di Francesco Lauria
    http://francescolauria.blog.tiscali.it

    Non era difficile, girovagando un po’ per il Veneto come ho fatto io durante quest’ultima campagna elettorale per le elezioni europee ed amministrative, imbattersi nei manifesti elettorali della Liga Fronte Veneto che sopra il simbolo del leone di San Marco recavano a grandi caratteri la scritta “Liberare e federare”.

    Non so con che livello di consapevolezza, ma questi leghisti “doc” indipendentisti persino dalla Lega di Bossi (ora possiamo di nuovo scriverlo) e nelle ultime tornate amministrative sorprendentemente alleati della sinistra anche quella più radicale, centri sociali “disobbedienti” compresi, citano nei loro manifesti la più conosciuta opera di Silvio Trentin, giurista, importante esponente della resistenza italiana e fuoriuscito in Francia.
    Liberare e federare, scritta in francese dallo studioso di San Donà di Piave nel 1942, e tradotta in italiano l’anno successivo, divenne anche il manifesto programmatico dell’omonimo movimento che animò la resistenza francese al nazismo ed al regime collaborazionista di Vichy.

    Silvio Trentin, con qualche forzatura iscrivibile nel movimento di Giustizia e Libertà dei Rosselli e dei Lussu, è parte di quel pensiero federalista e socialista che così a lungo è stato sottovalutato e rimosso dalla cultura politica italiana con la considerevole eccezione di Norberto Bobbio che ne ha curato l’edizione italiana delle opere più importanti (da cui però manca gran parte della “Crisi del Diritto e dello Stato” testo altrettanto significativo di “Liberare e Federare”).
    Trentin propone un federalismo sociale, globale e democratico che destruttura lo Stato ottocentesco e ne rimodella le funzioni teoriche e la prassi organizzativa, nonché gli obiettivi ultimi.
    Egli è il continuatore di un filone del federalismo che può essere definito “antropologico” (Gangemi 1994, 1997) e che fu avviato, nel secolo precedente, in particolare dal bresciano Giuseppe Zanardelli.
    Il fulcro del pensiero di Trentin sta nel fatto di non considerare il federalismo esclusivamente nei suoi aspetti “istituzionali”, diremmo “hamiltoniani”, ma di valorizzare le nuove caratteristiche di organizzazione della società e della comunità strumento indispensabile di costruzione della democrazia ed al tempo stesso della giustizia sociale.
    Il federalismo di Trentin, quindi, tende a “depotenziare” lo stato “dispensatore di destini” e lotta per la moltiplicazione dal basso dei luoghi del potere e dell’organizzazione civica attraverso federazione e autogoverno.
    Questa nuova dinamica di regolazione della comunità o meglio delle reti di comunità che egli definisce come “Ordine degli ordini” è la via per realizzare il socialismo attraverso il federalismo nella democrazia.
    Interessante inoltre, per un giurista come Trentin, la posizione sulle carte costituzionali (ne elaborerà due, una per l’Italia, l’altra per la Francia) che hanno un valore relativo se non dettano principi che sono saldamente presenti nella coscienza del popolo e si basano su una realtà economico-sociale ad esse compatibile.
    La democrazia non è quindi esercizio teorico o esercizio di ingegneria costituzionale ma elaborazione pratica vissuta e composita.
    Si tratta quindi di trovare una espressione positiva alla democrazia attraverso una radicale riforma e limitazione dello Stato, ma non attraverso la sua eliminazione.
    In realtà quello di Trentin è un federalismo “asimmetrico”, riforma della società, del diritto, della statualità, dell’ordine internazionale (l’Ordine degli ordini è concepito anche in funzione della prospettiva di una federazione mondiale) si compenetrano e si contaminano giungendo ad una riforma sempre in evoluzione del “contratto sociale” degli uomini e delle reti attraverso le quali sono organizzati.

    Tutto questo è riassumibile in senso positivo attraverso due parole appunto : “Liberare e Federare” ed in senso negativo dal concetto di “Crisi del Diritto e dello Stato”.
    Tutto questo scritto su un muro di un qualunque Nord Est.
    Vicenza, Padova, Venezia, Jesolo …che importa.
    Queste elezioni europee sono stata contrassegnate dalla mancanza di Europa.
    Siamo a pochi giorni dall’approvazione di una costituzione deludente, del tutto avulsa dalla coscienza di un popolo europeo che ancora deve nascere.
    Una costituzione priva di significato secondo le categorie interpretative di Trentin e secondo il buon senso.
    I nuovi paesi dell’Unione a venticinque non si recano nemmeno alle urne, mentre la “vecchia” Europa consuma con stanchezza i propri giochini nazionali.
    L’Ordine degli ordini si trasforma nel disordine del caos guidato dalla monopotenza statunitense.
    Lo stato sociale vero elemento di unificazione “verso l’alto” dei cittadini europei vive gli assalti della post-modernità così come l’esercizio fattuale della democrazia.
    Tutto questo mentre nel “buco nero” di Prijedor, municipalità dell’entità serba di Bosnia, già luogo di massacri e di morte, appena dieci anni or sono, ma oggi luogo di ricostruzione e ritorno, migliaia di cittadini di tutte le etnie si sono recati insieme alle urne.
    Per ricordare all’Europa di esserci e per ricordare all’Europa chi è, cosa potrebbe rappresentare.
    Le finte elezioni europee più vere che si sono svolte in questi giorni.
    Chissà forse bisognerebbe leggere più spesso i muri.
    Per costruire ponti…
    Riferimenti bibliografici :
    Gangemi Giuseppe : Federalisti contro. Da Althusius a Silvio Trentin Edizioni Sapere 1997 Padova
    Trentin Silvio : Federalismo e Libertà. Scritti teorici 1935-1943 a cura di Norberto Bobbio Marsilio Editore 1987 Venezia

  6. #86
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da www.pri.it

    Aperti a Roma i lavori della 31ma assemblea dell’Upi/L’aumento delle entrate tributarie segue l’applicazione delle nuove leggi

    La Provincia: un’istituzione in crescita

    di Pino Vita*

    Si è aperta, ieri a Roma, la trentunesima assemblea dell’Upi (Unione province italiane) sul tema " Le Province, il federalismo, la coesione nazionale" che secondo il presidente dell’associazione Lorenzo Ria "rappresenta il punto nodale della vita dell’organismo perché riporta all’ordine del giorno dei lavori temi che segneranno il futuro del Paese."

    Le Province italiane in questi ultimi anni sono cresciute in ogni senso: sono aumentate le entrate con un balzo dal 91 al 2003 del 74%, ma sono anche raddoppiate le spese. Lo dicono le stesse Province nel Riepilogo complessivo presentato in occasione della riunione, dal quale risulta che le entrate che sono passate dai 9.110, 39 milioni di euro del 1999 ai 15.834 milioni del 2003.

    Questa crescita è dovuta ai profondi cambiamenti nei ruoli e nei compiti che l’istituzione Provincia ha realizzato a seguito del decentramento amministrativo e dell’applicazione del Titolo V della Costituzione.

    Una serie di leggi statali e regionali hanno assegnato alla Provincia nuove importantissime funzioni in materia di governo del territorio e di programmazione dei servizi fondamentali, quali la gestione del servizio idrico, la progettazione della rete dei trasporti e l’integrazione tra le diverse modalità di trasporto, l’assetto del territorio e la realizzazione delle infrastrutture di interesse sovracomunale. Spettano, inoltre, alle Provincia la manutenzione delle strade e degli edifici scolastici e la programmazione della rete scolastica.

    Negli anni 60/70 il Pri condusse una lunga battaglia per l’abolizione della Provincia: questa linea discendeva dalla convinzione che l’attuazione dell’ordinamento regionale dovesse coincidere con la semplificazione dei diversi livelli istituzionali. C’era , inoltre, l’obiettivo del contenimento dei costi per contribuire a contrastare il crescente debito pubblico, che sta condizionando, ancora oggi, la nostra economia. Questa posizione rimase minoritaria, per la resistenza dei maggiori partiti legati ad una visione populista e ai loro interessi elettorali, e alla Province furono successivamente attribuiti i compiti che abbiamo elencato e che spiegano il forte aumento dei loro bilanci. Nel quadro presentato all’assemblea dell’Upi le entrate tributarie risultano costanti attorno al 25% del complesso, mentre i trasferimenti coprono un quarto del totale delle risorse.

    Le entrate tributarie (imposte e tasse) sono passate in cinque anni da 2,3 a 3,8 miliardi (+70,32%) e le tariffe, che nel 1999 rappresentavano solo il 3% delle entrate , cinque anni dopo hanno superato il 22%. Il grosso dei trasferimenti è assicurato alle Province dalle Regioni per il finanziamento delle funzioni trasferite con le leggi Bassanini che hanno fatto registrare una crescita dell’88,34 % in cinque anni attestandosi a oltre 1.300 milioni di euro dai contributi correnti che nell’ultimo biennio hanno superato i 1.400 milioni l’anno.

    I dipendenti in servizio al 31 dicembre 2003 sono secondo le fonti Upi 61.096; a tempo determinato 54.867, con Contratto flessibile 6.229; a tempo indeterminato con laurea 11.635 ; Dirigenti 1.798.

    Nello stesso tempo la proliferazione di nuove Province è stata la risposta alle richieste di nuove costituzioni che salivano da molte parti del Paese, nella convinzione che rappresentassero un’occasione di sviluppo per il territorio e di prestigio per la classe dirigente.

    Ai tempi di Giolitti le Province, anche se con funzioni diverse, erano 69 mentre oggi in Italia se ne contano 106 (tre delle quali sono "autonome": Aosta, Trento e Bolzano). Dal 2005 è prevista, dopo il varo di Monza e di Barletta-Andria-Trani che comunque dovranno aspettare il 2009 per eleggere i loro organi, l’istituzione di altre 4 province, tutte in Sardegna: Olbia-Tempio, Ogliastra, Carbonia-Iglesias e Medio Campidano. Inoltre sotto forma di disegni di legge presentati in Parlamento ci sono almeno altre 30 comunità locali che chiedono, anche in vista degli effetti economici sperati, di costituirsi in Provincia.

    Le Province attualmente sono sottoposte ai vincoli di bilancio previsti per gli enti locali dalla Finanziaria 2005 in corso di discussione, dopo l’approvazione della Camera, al Senato.

    L’Upi svolge, nel quadro delle associazioni delle autonomie, un ruolo critico nei confronti del governo ma in maniera costruttiva per cui il presidente può dichiarare: " Le Province e l’Upi sono un punto fermo per serietà, per riconoscimento esterno, per capacità di conseguire risultati". Anche se la dichiarazione può apparire "autoreferenziale", tuttavia è diversa nello spirito dalle dichiarazioni di parte che caratterizzano i proclami dell’associazione dei comuni e quindi ci auguriamo di poter stabilire con gli organi dell’associazione un confronto positivo e utile per la soluzione dei problemi dei cittadini che restano, sempre, il punto di riferimento della tradizione autonomistica.

    *Responsabile nazionale Pri Enti locali

  7. #87
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da www.pri.it

    Conclusa con l’elezione di Fabio Melilli la trentunesima Assemblea dell’Upi/Gino Calvo consigliere provinciale del Pri nel nuovo organismo nazionale. Il saluto del responsabile Enti locali Pino Vita

    Soddisfazione del Pri per i nuovi compiti assegnati all’Ente

    Conclusi i lavori della trentunesima assemblea dell’Upi con l’elezione per acclamazione di Fabio Melilli a nuovo presidente dell’associazione; Gino Calvo consigliere provinciale del Pri è stato eletto nel nuovo organismo nazionale dell’associazione.

    L’assemblea si era aperta con la relazione del presidente uscente Lorenzo Ria, che dopo cinque anni di presidenza ed a seguito dell’elezione alla Camera dei deputati nelle recente turno di elezioni suppletive ha lasciato l’incarico.

    Nel dibattito, a portare il saluto del Pri è’ intervenuto il responsabile nazionale degli Enti locali Pino Vita che ha sottolineato come il Pri, in questi anni, sia riuscito a conservare il proprio nome che, assieme al simbolo dell’Edera, testimonia una storia nella quale trova posto il grande impegno culturale e politico per le autonomie locali. Vita ha ricordato come la battaglia condotta dal Pri negli anni ‘60/‘70, per l’abolizione dell’ente Provincia, fosse indirizzata a chiarire e semplificare i ruoli e i compiti dei diversi livelli istituzionali. "Una battaglia quindi - ha detto - non viziata da alcun pregiudizio verso gli amministratori provinciali ma legata all’esigenza di una profonda riforma dello Stato per garantire chiarezza amministrativa ed efficienza al quadro delle autonomie locali, in vista dell’attuazione delle Regioni. Oggi che si sente parlare di un nuovo centralismo regionale che mette in discussione l’autonomia delle Province e dei comuni si comprende meglio la linea dei repubblicani del tempo per cui il Pri è lieto, oggi, di prendere atto del nuovo ruolo e dei maggiori compiti assegnati alla Provincia, a seguito del decentramento amministrativo e dell’applicazione del Titolo V della Costituzione. Un’istituzione, considerata un tempo marginale risulta oggi - ha detto Vita - in crescita e in grado, per di più, di dare risposte adeguate ai bisogni dei cittadini che rimangono il punto di riferimento di ogni attività delle autonomie.

    Il responsabile degli Enti locali ha concluso sottolineando "il clima propositivo dell’assemblea dell’Upi: un’associazione che, pur svolgendo un ruolo critico nei confronti delle scelte del governo e della Finanziaria, evita i toni ultimativi dell’Anci, caduta ormai, anche per la logica di spartizione applicata al recente congresso di Genova, nelle mani di rappresentanti e dirigenti che animati da una logica di parte ne stanno stravolgendo l’equilibrio pluralista e snaturando con iniziative e forzature di tipo sindacale il ruolo di una associazione che è stata determinate nella crescita autonomistica del Paese".

    Vita ha concluso prendendo atto con soddisfazione dell’ingresso del consigliere provinciale del Pri Gino Calvo di Ragusa nel nuovo Consiglio nazionale dell’Upi a testimonianza di come "la battaglia condotta in questi anni dalla segreteria per la sopravvivenza del Pri abbia cominciato a dare, anche in un settore delicato come quello della rappresentanza nelle autonomie locali, un primo risultato"

    Il nuovo presidente che guida la Provincia di Rieti, nel suo discorso d’insediamento, riprendendo i temi del dibattito, ha auspicato prima di tutto la ripresa del dialogo con il governo, specie per quanto concerne l’attuazione della delega delle funzioni fondamentali delle Province.

    v. r.

  8. #88
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Giù le mani ?, di Davide Giacalone

    Giù le mani ?

    Gran bagarre, ieri, al Senato, nel mentre si votavano le riforme costituzionali che vanno sotto il nome di “devolution” (devolution?), ma che, in realtà, intaccano il meccanismo legislativo e parlamentare, oltre al rapporto fra governo e Parlamento.
    Pensando più alla televisione che al lavoro d'Aula, i parlamentari del centro sinistra issavano cartelli con su scritto: “Giù le mani dalla Costituzione”. Dimentcavano di aggiungere che, nella scorsa legislatura furono proprio loro a modificare il titolo quinto della Costituzione, con maggioranza risicata ed alla fine del mandato. Erano le loro mani quelle che se ne dovevano stare giù.



    Detto questo, il testo approvato è, in più di un punto, alquanto bislacco. Consegna un bicameralismo non più perfetto, ma divenuto troppo imperfetto. Un Capo dello Stato che resta irresponsabile, ma è responsabile in solitudine dei suoi atti. Una Costituzione che, nel suo complesso, non è riscritta (come pure si potrebbe), ma revisionata a spizzichi e bocconi, mediante un procedimento che è assai dubbio risponda a quello che pure i costituenti avevano previsto. A tutto questo l'opposizione si mostra contraria, anche vivacemente. In modo più silente è contraria anche parte consistente della maggioranza. Perché, allora, si va avanti?
    La ragione è che ci si racconta il nostro sia un sistema maggioritario, ma, in realtà, sono le minoranze ad avere il potere di condizionamento. Ciascun schieramento è composto da forze diverse ed eterogenee, ciascuna delle quali detiene il potere di far saltare tutto. Alla fine sono gli estremisti ad imporre il loro modo di vedere. Da una parte e dall'altra.
    A questa riforma costituzionale la Lega Nord ha subordinato la propria permanenza nella maggioranza, la quale, specie nel corso del lungo ciclo elettorale, non può certo permettersi una defezione.



    E' da questa condizione, da questo bisogno, che nascono le odierne riforme costituzionali, che, nel loro contenuto, ne risentono pesantemente.

    Davide Giacalone
    http://www.davidegiacalone.it

    23 marzo 2005

    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...hp?storyid=705

  9. #89
    Registered User
    Data Registrazione
    05 Jul 2005
    Messaggi
    51
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito "Magris e il PRI"

    I neologismi della politica«Devolution», parola molestaUn termine che mira a sfasciare l'Italiadi Claudio Magris STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
    C’è una sola persona moralmente e culturalmente autorizzata a pronunciare la «devolution» e qualche anno fa avevo anzi proposto che le fosse riconosciuto con una specifica legge il diritto esclusivo di usarla: Alberto Sordi, sovrano interprete della pagliaccesca vocazione italica a «fare l’americano», a darsi l’aria di frequentatore del West pur abitando nel Varesotto o a Porta Portese e ad adoperare senza necessità termini anglosassoni nonostante la propria esilarante pronuncia. Purtroppo Alberto Sordi è morto e i suoi involontari imitatori hanno poco del suo genio e molto della balordaggine dei personaggi da lui creati. Non c’è infatti alcun motivo di dire «devolution» anziché riforma federalista, così come fa ridere i polli chiamare «governatori» i presidenti delle Regioni, quasi essi potessero, come negli Stati Uniti, concedere o negare la grazia al condannato sulla sedia elettrica.
    Il termine «devolution», ripetuto con coatta iattanza, è vacuo come il «cioè» postsessantottino; non è tanto una parola che esprima un concetto, quanto un rumore, come quelli che il corpo talora emette anche involontariamente, magari con effetti socialmente imbarazzanti; un segnale convenuto di riconoscimento fra simili, come il fischio di certi animali o quello irriferibile immortalato da una celebre canzone goliardica.
    Purtroppo, in questo caso, non è in gioco una festa delle matricole o di addio al celibato, bensì il Paese, l’Italia, lo Stato, la Patria o come vogliamo chiamarlo; il suo destino e il suo futuro, la sua dignità, il senso e il peso della sua presenza nel mondo. La ributtante riforma costituzionale in cantiere, che si appresta a cancellare quel poco o tanto di buono che c’è ancora nello Stato italiano e il senso stesso dello Stato e dell’Italia, non nasce dalla doverosa e sacrosanta esigenza di decentramento.
    È ovvio che la democrazia inizia ed esiste concretamente dal basso, nella realtà di istituzioni e autogoverni locali attenti alla peculiarità dei loro compiti ed è ovvio che un centralismo elefantiaco (come quello statale, spesso peraltro imitato da quello regionale, a differenza dalla più viva realtà comunale) è non solo potenzialmente livellante e illiberale, bensì anche anchilosato e inefficiente.
    Ma la devoluzione—okay, devolution—non si ispira a queste esigenze concrete. Essa nasce da una regressiva negazione dell’unità del Paese e dal livoroso desiderio di distruggerla. Non a caso, sino a poco fa, veniva strombazzata — pur senza alcuna intenzione di porla in atto—la parola «secessione », con cui si sciacquavano la bocca macchiette di provincia assai poco simili all’aristocrazia cavalleresca del vecchio Sud di Via col Vento. E secessione significa, appunto, distruggere l’unità del Paese.
    A questa unità — a questo senso di più vasta appartenenza comune, pur nella creativa e amata varietà di città, territori, tradizioni, dialetti e costumi diversi—si vuol contrapporre un ringhioso micronazionalismo locale, spiritualmente strozzato dal proprio cordone ombelicale conservato sott’olio e chiuso a ogni incontro, pronto ad alzare ponti levatoi i quali offendono anzitutto il libero e schietto amore per il luogo natio, che è il piccolo angolo in cui impariamo a conoscere e ad amare il mondo. Vissuto e amato liberamente, il paese natale non è una endogamia asfittica né una sfilata folcloristica; Dante diceva che l’Arno gli aveva insegnato ad amare fortemente Firenze, ma anche a sentire che la nostra Patria è il mondo, come per i pesci il mare.
    Le diversità sono il modo in cui si articola l’unità umana — come un albero nella varietà delle sue foglie, diceva Herder, scrittore illuminista e preromantico tedesco, amico e poi avversario di Goethe.
    Anche la cultura esiste nella peculiarità delle sue forme ed è giusto che una Regione possa e debba curare, nell’istruzione e nelle iniziative culturali, la propria specificità,ma sempre nell’ambito di una formazione generale che interessa il Paese. La sicilianità di Verga è inscindibile dalla sua grandezza, ma non interessa un veneto meno di un siciliano; un’esclusiva competenza locale in materia scolastica che inducesse gli scolari piemontesi a ignorare Leopardi per studiare Gianduia sarebbe disastrosa anzitutto per quegli scolari.
    Già oggi dilaga un concetto regressivo della particolarità culturale: ad esempio, per ottenere — nella miseria totale in cui versa l’Università—qualche minimo finanziamento che permetta di comprare qualche libro o qualche rivista indispensabile, dobbiamo inventarci, a Trieste, qualche fasulla ricerca locale. Così il (poco) denaro verrà speso non per studiare Goethe,Manno le conseguenze culturali della divisione della Germania dopo il ’45, bensì per studiare qualche viaggiatore letterato tedesco che, andando a Venezia, abbia passato una notte a Trieste, dicendo magari, il mattino, «che bella città».
    Le peculiarità locali compongono, costituiscono l’unità del Paese; se la distruggono, distruggono se stesse, così come un dialetto, parlato con gioiosa e spontanea naturalezza, viene falsificato in una tonta ideologia se lo si vuol sostituire o contrapporre alla lingua nazionale.
    La «devolution» mira, oggettivamente, a disfare l’Italia, al contrario del federalismo patriottico (e antinazionalista) propugnato già in anni lontani da forze risorgimentali come il Partito Repubblicano — oggi snaturato e autoridicolizzato — che miravano a un Paese unitario e articolato nelle sue preziose varietà e destinato a integrarsi, senza dissolversi, in una unitaria e variegata Europa.
    La «devolution» è propugnata da partiti che costituiscono oggi la maggioranza parlamentare, benché divisi su molti problemi e soprattutto sul senso della Patria, visto che An, che organizza le marce e feste del Tricolore, governa insieme alla Lega, il cui leader ha dichiarato di volersi pulire il sedere col Tricolore. In realtà la «devolution» non si limita a intaccare la Nazione e lo Stato, ma si propone di evirare gli organi dello Stato capaci di impedire l’abuso dei poteri, non solo locali; mina l’armoniosa vita civile di una vasta e pluralistica comunità, retta da quel sistema di separazione, controllo e contrappeso di poteri elaborato dal pensiero liberale per garantire i cittadini e le libertà.
    La riforma costituzionale che la maggioranza vuole varare è un attentato al patriottismo e al buon governo. Ma il Parlamento è composto di eletti che, secondo la Costituzione, sono responsabili verso il Paese, non verso il partito o la circoscrizione in cui sono stati eletti. Si è già visto come, nella maggioranza, a proposito della «devolution » ci siano persone cui sta più a cuore l’Italia che il proprio partito. È da sperare che parecchi avranno la dignità e il fegato di ribellarsi a questa mutilazione, di capire che essa deturpa anche il loro volto.
    18 ottobre 2005

  10. #90
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    23 Oct 2009
    Messaggi
    9,385
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito un altro che non sa

    che la devoluzione l'ha fatta l'ulivo alla fine del 2001, e che il centrodestra, con l'autoridicolizzato e snaturato partito repubblicano, ha ripristinaoto il primato dello stato nazionale sulla devoluzione per rimettere un ordine decoroso alla riforma del titolo V della costituzione voluta ed imposta dal centrosinistra.

 

 
Pagina 9 di 10 PrimaPrima ... 8910 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Il Federalismo farà la fine Devolution...!!
    Di once nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 05-02-11, 18:34
  2. Federalismo o no? E se sì che tipo...
    Di lacrus nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 39
    Ultimo Messaggio: 23-02-07, 12:39
  3. nessuno fermerà la devolution e il federalismo
    Di Orso Camuno nel forum Padania!
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 30-11-02, 01:54
  4. Federalismo e devolution = caos?
    Di Fernando nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 20-07-02, 00:23

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito