Ha avuro inizio ieri l’atteso vertice di Copenaghen, che vede riuniti i Quindici per decidere l’ammissione di dieci nuovi Paesi nell’Unione europea. Questione che si presenta soltanto come una pura formalità, dal momento che l’ingresso di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Repubblica ceca, Ungheria, Malta e Cipro è in realtà la conclusione di una trattativa già in corso da parecchio tempo (sebbene riguardo Cipro non siano stati ancora risolti i problemi inerenti la sovranità dell’isola). Più spinosa, invece, la questione della Turchia.
Nonostante il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, abbia ribadito che le pressioni americane non determineranno le scelte dei Quindici, ad ascoltare le parole di Tayyp Erdogan, leader del partito islamico di governo “Giustizia e sviluppo”, c’è da credere il contrario.
L’attaccamento alla causa americana mostrato dall’uomo politico turco fa pensare, infatti, ad un accordo già deciso tra amministrazione Bush e governo di Ankara. Accordo che frutterà certamente l’agognato ingresso nell’Ue, in cambio dell’apertura di un fronte in Turchia che permetterà alle truppe statunitensi di penetrare e dividere quelle irachene.
Questa la strategia già stabilita nell’incontro di mercoledì scorso con con George W. Bush, di cui Erdogan ha parlato ai giornalisti durante il viaggio a Copenaghen. Comunicando, inoltre, che nonostante gli “alleati” cercheranno in tutti i modi di evitare un conflitto armato, “l’opzione militare contro l’Iraq resta molto probabile.”
Un’altro segnale degli ottimi rapporti esistenti fra la Casa Bianca e il suo avamposto nel Mediterraneo è la proposta turca agli “amici” americani di entrare a far parte della Nafta - North American Free Trade Agreement. Proposta prontamente accettata da Washington.
Se dunque l’Ue non l’accoglierà, la Turchia non resterà con un pugno di mosche in mano. Questa la promessa di papà Bush. Simbolo che i giochi ormai sono fatti.




Rispondi Citando