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Discussione: Punti fermi

  1. #91
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    Citazione Originariamente Scritto da guelfo nero Visualizza Messaggio
    La Chiesa degli eretici non è la Chiesa di Gesù Cristo.

    D. Non può darsi che gli Ebrei, i Maomettani, i Valdesi, i Protestanti, cioè i Calvinisti ed i Luterani e simili, quantunque non siano nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana, tuttavia abbiano la vera Religione?
    R. Tutti costoro non hanno la vera Religione, perché non la ricevono dalla Chiesa Cattolica, sola vera Chiesa di Gesù Cristo, unica depositaria della verità e legittima interprete della dottrina del suo divin Maestro.
    D. Quale è il più grande errore degli Ebrei?
    R. Il più grande errore degli Ebrei consiste in ciò, che essi aspettando ancora la venuta del Messia, non credono a Gesù Cristo, né al suo santo Vangelo.
    D. Che cosa devono fare gli Ebrei per potersi salvare?
    R. Gli ebrei per potersi salvare debbono riconoscere Gesù Cristo per Messia, ricevere il santo Battesimo, quindi osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa.
    D. Chi è il capo della Religione Maomettana?
    R. Maometto, il quale disseminò i suoi errori sul principio del secolo settimo dell’Era Cristiana. La sua religione è un miscuglio di Ebraismo, di Cristianesimo e di Paganesimo con aggiunte, variazioni e favole, che in pratica giungono a distruggere ogni principio di sana morale.
    D. Chi è l’autore dello Scisma greco?
    R. I Greci scismatici riconoscono per autore del loro scisma Fozio, famoso patriarca di Costantinopoli che nel secolo IX si ribellò al Romano Pontefice.
    D. Chi è il capo dei Valdesi, i quali in gran numero vivono nella valle di Luserna vicino a Pinerolo?
    R. Il capo dei Valdesi è Pietro Valdo, negoziante di Lione. Egli diede principio all’erronea sua dottrina verso la metà del secolo decimoterzo.
    D. E’ vero che la dottrina dei Valdesi è stata sempre la stessa dal tempo degli Apostoli infino a noi?
    R. E’ falsissimo per ogni verso. Prima di Pietro Valdo mai non ne fu parola nel mondo. Dopo Pietro Valdo si cambiò nuovamente coll’adottare che essa fece gli errori di Viclefo e di Huss. Nel secolo decimosesto poi degenerò in Calvinismo, ed ai nostri giorni i così detti Valdesi sono verissimi Protestanti per quanto si chiamino Evangelici o Barbetti.
    D. Chi sono i capi dei Protestanti?
    R. I capi dei Protestanti sono Calvino e Lutero, vissuti alla metà del secolo decimosesto. Calvino, chierico simoniaco, fu condannato a grave pena per un delitto ignominioso. Lutero, frate apostata, che uscì dal convento, commise i più gravi disordini, fra cui quello di sposare una monaca legata dai voti, mentre egli era pure legato da voti solenni e perpetui.
    D. Questi uomini, Maometto, Fozio, Pietro Valdo, Calvino e Lutero, diedero segni di essere da Dio mandati?
    R. Costoro non erano uomini mandati da Dio; non fecero alcun miracolo, né in loro si avverò alcuna profezia. Propagarono i loro errori e le loro superstizioni colla violenza e col libertinaggio. La loro religione scioglie il freno a tutti i vizi, apre la strada a tutti i disordini. Cosicché si possono chiamare inviati non da Dio, ma da Satana a predicare e diffondere l’empietà fra gli uomini.
    D. Dunque costoro non sono nella Chiesa di Gesù Cristo?
    R. Costoro non avendo per Capo Gesù Cristo, non possono appartenere alla sua Chiesa; ma, come insegna S. Girolamo, appartengono alla sinagoga dell’Anticristo, cioè ad una Chiesa opposta a quella di Gesù Cristo.


    San Giovanni Bosco, Il giovane provveduto, pp. 415-416.

  2. #92
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    Perchè talora assistiamo al passaggio di generici tradizionalisti nelle braccia degli Scismatici orientali?
    La risposta può essere che, se il Criterio Diventa sfuggente E omnicomprensivo come una "tradizione" non vagliata, Non "rimessa in circolo" dal Magistero della Chiesa (papa solo oppure Papa+vescovi radunati oppure Vescovi dispersi, uniti al Papa), allora si apre la Porta ad ogni genere di Autocefalia soggettivista, ad ogni Protestantesimo della "tradizione", come quello dell'"ortodossia" (bene ha detto qualcuno che dietro ogni Scisma c'è sempre un'eresia).
    In fondo chi nega l'infallibilità del Papa, diventa Papa di Sè medesimo: laico O religioso che sia.
    Anche i cattolici, quando seguono l'autorità e il Magistero Papale sono "Infallibili" ma la loro è un'infallibilità meramente passiva mentre Il Papa è Infallibile attivamente "in docendo".
    "Se Cristo è la Porta, il Papa è la Chiave". Certo si può entrare sfondando la porta, come il ladro notturno ma non è un Mezzo per salvarsi.
    Il criterio con cui si nota che Benedetto XVI non fa il Bene della Chiesa è la prassi dei suoi predecessori fino a Pio Xii. Tutti unanimi nei comportamenti essenziali, oltrechè nel Magistero.
    Se RATZINGER parla a favore della Libertà Religiosa, è Gregorio XVI Che lo condanna, è Pio IX, è Leone XIII, se fa Meetings interreligiosi con finalità umanitarie (la Pace come la vuole il Mondo) è Pio XI che lo respinge, se chiede scusa per l'inquisizione è San Pio V, è Paolo Iv, è Clemente Viii che lo fulmina, se manomette la condanna dei Luterani è Pio Iv con il Concilio di Trento che lo anatematizza. Se manomette il proprio ruolo e prestigio di Papa è Innocenzo Iii, è Innocenzo Iv, è Bonifacio Viii, è San Gregorio Vii che lo saetta, se si umilia di fronte agli Ebrei è San Pietro stesso che lo danna, se Elogia Il Neo-modernismo è Pio Xii che lo marchia a fuoco.
    Tradizione, Tradizione, Tradizioni sono Mille, il Magistero è Uno: anzi Verità Divine (nella Sacra Scrittura) e Verità Cattoliche (esplicitate e definite dal Magistero Ecclesiatico e Pontificio) formano un blocco unico e, secondo l'opinione di molti teologi, totalmente omogeneo.
    La Chiesa è muta se il Papa non la fa parlare. O meglio, in questi anni turbolenti, se il Papato di Ieri, di Oggi di Sempre non la fa parlare.
    Il Papato è anch'esso, come la Chiesa, indefettibile nella sua più intima natura "et Portae inferi non praevalebunt adversus Eam (Ecclesiam seu etiam Petram)". E La Porte Dell'inferno Non Prevaranno Sulla Pietra (il Papa) Su Cui Cristo Fondò La Sua Chiesa.

  3. #93
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    QUESTO FORUM VUOLE CARATTERIZZARSI SEMPRE PIù, QUASI AD INFINITUM SE FOSSE POSSIBILE, COME UN FORUM PAPALE E PAPISTA, NEL SENSO DI UNA SEMPRE PIù INTENSA E TENACE ADESIONE AL MAGISTERO PONTIFICIO ED ECCLESIASTICO.
    "CUM PETRO SUB PETRO" UN TEMPO SI DICEVA E SI SCRIVEVA: ANCHE OGGI, IN QUESTI TEMPI DI VACANZA DELLA SEDE APOSTOLICA O DI SEDE MATERIALMENTE OCCUPATA, LA PAROLA D'ORDINE DEVE ESSERE UNA SOLA "DIFENDERE LA FEDE, DIFENDERE IL PAPA".
    DIFENDERE IL PAPATO DA CHI, PUR DI BIANCO VESTITO, PAPA NON è E COME PAPA NON INSEGNA (IN SENSO RELATIVO BENEDETTO XVI, IN SENSO ASSOLUTO "PIO XIII", "MICHELE I", "PIETRO II", "PIETRO IIBIS") MA DIFENDERE ANCHE, IN QUESTI TEMPI DI TREGENDA, TUTTE LE PREROGATIVE, I PRIVILEGI, IN UNA PAROLA, LA NATURA STESSA DEL PAPATO.
    (CONTRO QUINDI QUELLI CHE TENDONO A MINIMIZZARE LA PORTATA E L'AUTOREVOLEZZA DEGLI "ATTI PONTIFICALI" DEI "PAPI" CONCILIARI IN NOME DI UN TRADIZIONALISMO SPESSO GENERICO E NON BENE FONDATO).
    IL PAPATO, VICARIATO DI CRISTO, è DAVVERO LA CHIAVE DI VOLTA DELL'INTERO CATTOLICESIMO, CUORE, CENTRO, MOTORE DELLA FEDE DELLA CHIESA MILITANTE.
    SE LA CHIESA CATTOLICA è (ED è UNA DEFINIZIONE MAGISTERIALE E CANONISTICA) UNA SOCIETà PERFETTA COME PERFETTA è LA FIGURA GEOMETRICA DELLA CIRCONFERENZA, IL PAPA è IL CENTRO DI QUESTA CIRCONFERENZA.
    SE LA TIARA è L'OSTENSORIO CHE CI MOSTRA CRISTO CHE GOVERNA LA SUA CHIESA, SOTTO LA SPECIE DEL SUO VICARIO, L'OSTENSORIO EUCARISTICO CI MOSTRA INVECE IL RE DEI RE, IL RE DEI CUORI, IL DIVIN PRIGIONIERO DEL TABERNACOLO CHE OFFRE A NOI UOMINI VIATORI LA SUE GRAZIE SOVRABBONDANTI PER PORTARE LE NOSTRE ANIME AL SICURO PORTO DELLA SALVEZZA.
    OVVIAMENTE L'OSTENSORIO SIGNIFICA IN PRIMIS LA DIFESA DELLA MESSA CATTOLICA "NON UNA CUM", CHE è TRA LE PRIMISSIME FINALITà DI QUESTO FORUM.
    QUESTO OSTENSORIO SETTECENTESCO RADIANTE RIBADISCE LA CONVINTA PASSIONE CORDICOLA E ANTIGIANSENISTA DI QUESTO FORUM.
    QUEL GRANDE E IMMENSO CUORE RADIANTE, TRAFITTO PER AMORE, CI INSEGNI SEMPRE DI PIù AD AMARE DIO, LA CHIESA CATTOLICA, SUA MISTICA SPOSA E IL NOSTRO PROSSIMO.
    MA ANCHE A COMBATTERE CON CARITà, BEN USANDO DELLA SPADA AFFILATA, CONTRO TUTTI I NEMICI DEL CATTOLICESIMO ROMANO, I NEMICI DELLA TIARA E DELL'OSTENSORIO.





  4. #94
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    INFALLIBILITÀ DEL PAPA

    1 - Definizione ed interpretazione
    L’infallibilità del Papa, come tutti sanno, è stata definita dal Concilio Vaticano nel 1870. I Padri del Concilio la dichiararono come dogma divinamente rivelato, e l’hanno espresso con queste parole: “Il Pontefice Romano, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, definisce in virtù della sua suprema autorità Apostolica, che una dottrina in materia di fede o di morale deve essere tenuta da tutta la Chiesa, gode, grazie a quell’assistenza divina che gli è stata promessa nella persona del beato Pietro, di quell’infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto fosse dotata la sua Chiesa, quando definisce una dottrina riguardante la fede o la morale. Di conseguenza, queste definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse, e non in virtù del consenso della Chiesa” (Denz. 1839).
    Comunemente questa definizione è intesa nel senso che determina il limite o l’estensione dell’infallibilità pontificia; cioè il papa è infallibile solo quando definisce una dottrina ex cathedra.
    Questa interpretazione impone dal canto suo una limitazione all’infallibilità della Chiesa stessa, “quell’infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto fosse dotata la sua Chiesa, quando definisce una dottrina riguardante la fede o la morale”. Se, quando non parla ex cathedra, il capo visibile della Chiesa può sbagliarsi in materia di fede o morale, la Chiesa sarà necessariamente implicata nell’errore che egli potrebbe commettere.
    Che il papa possa errare quando non parla ex cathedra, sembra essere certamente l’interpretazione generale dei cattolici. I manuali di teologia, pur non ammettendo che la Chiesa o il papa possano sbagliarsi in una materia connessa direttamente o indirettamente con la rivelazione divina, non arrivano però ad insegnare che sia l’uno che l’altro sono semplicemente infallibili, per sé stessi. Basandosi su ciò che insegna il Concilio Vaticano, fanno della Rivelazione divina l’oggetto primario o diretto dell’infallibilità, e, delle verità implicite nella Rivelazione, l’oggetto secondario o indiretto.
    “Devono essere credute di fede divina e cattolica tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata e che sono proposte a credere dalla Chiesa come rivelate da Dio sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinario e universale” (D 1792).
    In effetti, quelli che vedono in queste parole una definizione del dogma stesso, sono indotti a credere che un papa parla ex cathedra, o infallibilmente, solo quando definisce un dogma, come quello dell’Immacolata
    Concezione o dell’Assunzione.
    2 - Errore di interpretazione
    E pertanto non è l’oggetto dell’infallibilità che il Concilio definisce lì, ma l’oggetto della fede - “della fede divina e cattolica”.
    Limitare l’oggetto dell’infallibilità solo alle verità rivelate da Dio, direttamente o indirettamente, vuol dire lasciare aperta alla discussione una moltitudine di materie che non sono chiaramente connesse con la Rivelazione, anche delle materie relative alla fede o alla morale, definite in lettere encicliche o in altri documenti pontifici. È piuttosto nella definizione del Concilio sull’infallibilità pontificia che è stabilito l’oggetto dell’infallibilità, e cioè la “dottrina di fede o di morale”. Non è stata qualificata come dottrina “divinamente rivelata”.
    Se l’autorità docente della chiesa - il Magistero - non è (assolutamente) infallibile, allora vi è, o può esserci, un insegnamento che viene dalla Chiesa di cui non si può essere certi finché non è definito “de fide”.
    Ma come è possibile ciò se, ogni volta che la Chiesa parla, lo fa a nome di Cristo, che è la Verità stessa? “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lc X, 16).
    3 - Vera interpretazione
    La definizione del Concilio Vaticano dell’infallibilità del papa quando parla ex cathedra, non è da intendersi che quando non parla così non sia infallibile, ma che quando non parla ex cathedra, è sempre infallibile ma non ex cathedra; non che non sia infallibile assolutamente parlando (simpliciter), ma che è infallibile non su questo aspetto (secundum quid), e cioè ex cathedra.
    Il Concilio lungi dal riconoscere o definire un limite all’infallibilità del papa, la difende invece contro quelli che vogliono sottometterla ad altri fattori, come il consenso dei Vescovi, o addirittura i decreti o i canoni di un Concilio Generale.
    “Di conseguenza, queste definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse, e non in virtù del consenso della Chiesa”. In quest’ultima frase della definizione del Concilio si trova la chiave della sua corretta interpretazione. Non tenerne conto costituisce la radice della credenza, che non è per nulla cattolica, che un papa possa errare quando non definisce una dottrina ex cathedra, anche se parla ex officio.
    Naturalmente è fuor di discussione che il papa può errare quando non parla come papa, ma come “dottore privato”. La sentenza conclusiva della definizione del Concilio esprime il suo vero oggetto e il suo vero fine: cioè l’infallibilità del Sommo Pontefice, anche quando parla soltanto con la propria autorità.
    Si tratta non dell’infallibilità del papa come tale, ma dell’infallibilità personale del papa. Il Concilio definisce che quando parla ex cathedra, è infallibile di diritto proprio e non soltanto perché parla come rappresentante della Chiesa.
    Il Magistero non è diviso. La distinzione fatta dal Concilio tra il Magistero “Solenne” e quello “Ordinario e Universale” non designa due specie di Magistero, e ancor meno uno fallibile e l’altro infallibile, ma la maniera o il modo in cui l’unico Magistero infallibile è esercitato.
    Una definizione ex cathedra, che implica la pienezza dell’Autorità Apostolica, costituisce in sé stessa un esercizio del Magistero Solenne, anche quando non è la definizione di un dogma riconosciuto dal Canone 1323, §2 del Codice. (Il fatto di dire che una definizione di questo genere si ricollega sia al Concilio Ecumenico sia al Papa che parla ex cathedra, non limita di conseguenza la dichiarazione ex cathedra alle sole definizioni del dogma). L’infallibilità del Magistero in quanto tale, diciamo noi, comporta l’infallibilità del Pontefice Romano tutte le volte che parla ex officio, non necessariamente ex cathedra.
    Bisogna poi notare che l’infallibilità del Magistero ordinario stesso non è limitata alle definizioni su ciò che è contenuto nella rivelazione divina, così come molti interpretano le parole del Concilio citate sopra. Invece, Se si considera non l’infallibilità in se stessa, ma l’oggetto della fede indicato in quelle parole, è realmente l’infallibilità del Magistero Ordinario, insieme a quella del Magistero solenne, che è trattata.
    4 - Conferma
    Quest’analisi della definizione dell’infallibilità pontificia, basata su un attento esame dei termini della dichiarazione del Concilio Vaticano, è in conformità con l’insegnamento del Papa Pio XII nella sua Enciclica Humani Generis (§ 20). «Né si deve ritenere, dice, che gli insegnamenti delle Encicliche non richiedano, di per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro Magistero Supremo. Infatti questi insegnamenti sono del Magistero ordinario, di cui valgono pure le parole: “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lc X, 16); e per lo più, quanto viene proposto e inculcato nelle Encicliche, è già, per altre ragioni, patrimonio della dottrina cattolica».
    E Pio XII prosegue - e qui si riferisce ai papi che parlano ex cathedra - «Che se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo l’intenzione e la volontà degli stessi Pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione fra i teologi».
    Il Concilio Vaticano come definisce che il papa, e non la Chiesa stessa, ha il potere di giurisdizione, così pure riconosce che la sua infallibilità, quando parla ex cathedra, è indipendente dal consenso della Chiesa. Lungi dall’essere infallibile “solo” quando parla ex cathedra, il papa, affermiamo noi, è infallibile anche quando agisce in questo modo.
    È tutt’altra cosa. Una conferma della nostra analisi si trova in ciò che il Concilio Vaticano ha dichiarato prima della definizione del Magistero infallibile del papa: “…la religione Cattolica è stata sempre conservata senza macchia nella Sede Apostolica”. E ancora: “La Sede di Pietro dimora pura da ogni errore, secondo la promessa divina di Nostro Signore” (Denz. 1836).
    5 - Condizioni mal interpretate
    In ogni caso ne sia le cosiddette quattro “condizioni” per un pronunciamento ex cathedra, esse non sono condizioni per il papa che parla infallibilmente. Le “condizioni” sono semplicemente gli elementi o i fattori inclusi in ogni pronunciamento, che definiscono il significato del termine ex cathedra.
    Tutti sanno naturalmente che un papa non parla ex cathedra quando non parla nell’esercizio della sua funzione pubblica – ex officio - “adempiendo il suo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani” (“condizione” # 1).
    Che egli “definisce una dottrina in materia di fede o di morale” (“condizione” # 2), indica l’oggetto evidente o la materia di questo pronunciamento, cioè una materia che riguarda la religione.
    Che egli “definisce una dottrina che (…) deve essere tenuta da tutta la Chiesa” (“condizione” # 3), fa parte della natura delle materie dottrinali. Non può essere mai dottrinale ciò che vale solo per una parte della Chiesa! Non vi è bisogno poi che il papa parli ex cathedra per proclamare espressamente la sua intenzione di obbligare tutti i fedeli. È evidente che ciò è presupposto come necessario per la solennità.
    Il termine “solenne” tuttavia non figura nei termini della definizione del Concilio.
    Abbiamo già visto che la solennità è intrinseca ad un pronunciamento ex cathedra, che emana dalla Suprema Autorità Apostolica del Pontefice Romano. Un documento ufficiale è sufficiente, qualcosa di più di una Lettera Enciclica. Citiamo di nuovo le parole di Humani Generis: «Se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito [non solo “solennemente”, insisto] una sentenza in materia finora controversa (…) tale questione (…) non può più costituire oggetto di libera discussione».
    Ci sono diversi gradi di solennità. I dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione della Beata Vergine furono definiti con la più grande solennità, perché questi due dogmi appartengono alla rivelazione divina ed erano richiesti universalmente dai vescovi e dai fedeli. Ma poiché i vescovi furono consultati in entrambi i casi, non sono un esempio tipico di definizione ex cathedra, che, come abbiamo visto, esclude questa necessità.
    Si trovano esempi più precisi di queste definizioni nella Lettera Apostolica di Leone XIII sull’invalidità delle Ordinazioni Anglicane, e nella Costituzione Apostolica di Pio XII che determina la materia e la forma del Sacramento dell’Ordine. Nei due casi il papa ha deciso senza far riferimento ad una consultazione dei Vescovi su questa questione, e agendo in questo modo ha corrisposto alla definizione del pronunciamento ex cathedra. Essi hanno usato della loro “Suprema Autorità Apostolica” - questa è la “condizione” #4 - per definire “una dottrina in materia di fede o di morale che (…) deve essere tenuta da tutta la Chiesa”.
    Il numero di questi esempi nella storia della Chiesa non sono molti, ma non sono certamente pochi - contrariamente, ancora un volta, all’opinione che è creduta comunemente.
    La condanna del Liberalismo del Papa Pio IX nel Sillabo degli errori, e quella del Modernismo di S. Pio X in Lamentabili, sono degli esempi eminenti di definizioni ex cathedra.
    In questa stessa “condizione” #4 troviamo il cuore della definizione ex cathedra – il Papa che esercita la sua “Suprema Autorità Apostolica”. Ciò consiste in pratica, come abbiamo visto, nell’utilizzare, “con quell’assistenza divina che gli è stata promessa nella persona del beato Pietro”, l’autorità di risolvere una controversia dottrinale, che allora, secondo le parole di Pio XII, “non può più costituire oggetto di libera discussione”.
    Frutto dell’errore
    L’erronea comprensione della definizione dell’infallibilità del papa fatta al Concilio Vaticano costituisce l’ostacolo principale per l’unità tra i tradizionalisti che si oppongono al “Vaticano II”. La convinzione generale che il papa è infallibile solo a certe condizioni è un motivo per loro di salvare capra e cavoli: per riconoscere il Papa quando è in accordo con la tradizione cattolica, e non riconoscerlo quando non lo è.
    Ma cos’è questo, se non il proverbiale mettere il carro davanti ai buoi: la Tradizione precede il Papa ed il Magistero vivente?
    Da dove prende la sua autorità la Tradizione se non dal Magistero docente che gli dà questa autorità? Senza un vero, legittimo Sommo Pontefice, i cattolici hanno bisogno di ricorrere alla “santa tradizione, interprete e custode della verità cattolica”, come la chiama il Catechismo del Concilio di Trento. Ma non c’è solo una persona che fa appello alla Tradizione! Quando l’Arcivescovo Marcel Lefebvre, che riconosceva in Montini l’autorità pontificia, tentò quest’appello alla Tradizione, gli fu risposto: “Io sono la Tradizione”.
    In effetti l’erronea comprensione della definizione del Concilio ha dimostrato che è servita come occasione per il cosiddetto Secondo Concilio del Vaticano, caratterizzato dal fatto che i suoi presunti papi deplorano i supposti misfatti della Chiesa nel passato che hanno “offeso i nostri fratelli separati”.
    Dopo tutto, se il papa non è infallibile, allora neppure la Chiesa, che è al di sotto di lui, lo è: e abbiamo mostrato che questo è teologicamente certo. La porta all’eresia dell’Indifferentismo (Ecumenismo) è spalancata.
    “Li riconoscerete dai loro frutti” (Mt VII, 20). L’esodo massiccio di preti, monaci, religiose sulla spinta del “Vaticano II”, con la diminuzione, da allora, della metà della metà dei fedeli, grazie all’“Aggiornamento” iniziato da Giovanni XXIII ed alla “Nuova” Messa di Paolo VI, mostra chiaramente, a chi ha occhi per vedere, che il re è nudo, cioè che il Concilio non è altro che una seconda Riforma Protestante. Questa volta, però, l’attacco alla Chiesa non viene dal di fuori delle sue mura, ma dal di dentro.
    Ma se di fatto, come abbiamo mostrato, il papa è infallibile ex officio (nell’esercizio pubblico della sua funzione), come lo è la Chiesa stessa, e non solo quando parla ex cathedra, ne consegue che i papi del Vaticano II non sono attualmente, formalmente papi? Un vero papa non può contraddire un altro dei suoi predecessori, anche in una sola materia di fede o morale. Il pastore è stato colpito e le pecore sono disperse (Mt XXVI, 31).

    POST-SCRIPTUM: L’“INFALLIBILITÀ” DI MONS. LEFEBVRE.
    Com’è noto, la Fraternità San Pio X e molti tradizionalisti ci accusano di esagerare l’infallibilità del Papa e il dovere di obbedirgli.
    Essi non temono però di esagerare l’infallibilità di Mons. Lefebvre e l’obbedienza che gli sarebbe dovuta...
    A titolo d’esempio, pubblichiamo un estratto di un articolo dell’abbé Michel Simoulin, superiore di Distretto per l’Italia della medesima Fraternità, che riportiamo da Roma felix, lettera mensile di informazioni della Fraternità San Pio X in Italia (anno I, n. 11, novembre 1999, pp. 1-2): “Se tutti abbiamo capito questo [l’autore si riferisce alla Dichiarazione di Mons. Lefebvre del 1974], penso che dovremmo provare ad essere molto fedeli e docili a tutto ciò che ci ha trasmesso Mons. Lefebvre nel nome della Chiesa: la fede, sì, ma anche la legge morale, la disciplina, la liturgia, con molte cose di minore rilievo, ma che ciascuno dovrebbe tenere per pietà filiale e perché l’infedeltà nelle piccole cose è spesso l’inizo di cadute più gravi. Non possiamo scegliere quello che ci piace e lasciare quello che ci dispiace. Dobbiamo prendere tutto, perché tutto è legato. Mi stupisce per esempio sentire alcune persone che manifestano la loro ammirazione per Mons. Lefebvre e che nello stesso tempo dicono che su qualche piccola cosa, nella morale o nella liturgia, avrebbe sbagliato! Strano, perché se veramente ha sbagliato su piccole cose, chi può darmi la certezza che non abbia sbagliato su cose importanti?”
    Se qualcuno dicesse del Papa quello che l’abbé Simoulin scrive di Mons. Lefebvre, verrebbe subito accusato di “papolatria”...
    A nostro parere, l’articolo dell’abbé Simoulin è un preoccupante esempio di come la Fraternità si fondi sempre di più su di un presunto “carisma” di Mons. Lefebvre che diventa per i suoi seguaci l’unico e infallibile criterio di verità.

    Fonte: Sodalitium, N° 51
    Mons Robert Fidelis McKenna o.p.

 

 
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