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Discussione: Punti fermi

  1. #51
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    Piu' esploro questo forum e piu' trovo pane per i miei denti!
    Ne approfitto per chiedere informazioni dettagliate (come quelle riportate sopra in riguardo agli scismi e alle sette eretiche) da lutero in poi, fino a oggi. Infatti qui avete trattato dalle prime eresie fino al 1500 circa....e poi?
    <p><center>Europa Dei Popoli!
    http://www.slowplayers.org/SBSP/images/Animated_Scots_Flag.gif<p><center>

  2. #52
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    Effettivamente il neo-protestantesimo, teosofia e antroposofia e altre sette spiritualiste novecentesche non sono state ancora trattate...
    Grazie per la segnalazione...

    Guelfo nero

  3. #53
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    Originally posted by guelfo nero
    Effettivamente il neo-protestantesimo, teosofia e antroposofia e altre sette spiritualiste novecentesche non sono state ancora trattate...
    Grazie per la segnalazione...

    Guelfo nero
    Caro Guelfo, siamo tutti in trepidante attesa di veder pubblicato il seguito della storia delle eresie fino ai giorni nostri (hai dimenticato di elencare l'eresia più immonda che le comprende tutte, il modernismo ).
    Inoltre c'è una sezione del portale www.cattolicesimo.com, ancora da completare, che attende anch'essa.
    Bellarmino

  4. #54
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    MI raccomando: oggi non sono on line. Vigila un po' sul nostro bel giardino forumistico.

    Guelfo Nero

  5. #55
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    Predefinito Viva realtà del Purgatorio

    IL TRATTATO DEL PURGATORIO

    di Santa Caterina da Genova

    INDICE del
    TRATTATO DEL PURGATORIO

    I. - Perfetta uniformità delle Anime purganti al volere di Dio.

    II. - Gioia delle Anime del Purgatorio e loro crescente visione di Dio. L'esempio della ruggine.

    III. - Pene delle Anime del Purgatorio. La separazione da Dio, loro maggior pena.

    IV. - Differenza tra dannati ed Anime purganti.

    V. - Dio mostra la sua bontà anche verso i dannati.

    VI. - Purificate dal peccato, le Anime purganti scontano giocondamente le pene.

    VII. - Con quale violenza d'amore le Anime del Purgatorio bramano di godere Iddio. L'esempio del pane e dell'affamato.

    VIII. - L'Inferno e il Purgatorio rivelano la mirabile sapienza di Dio.

    IX. - Necessità del Purgatorio.

    X. - Natura terribile del Purgatorio.

    XI. - L'amore di Dio che attrae a sé le Anime sante e l'impedimento che esse trovano nel peccato, genera la pena del Purgatorio.

    XII. - Come Dio purifica le Anime. L'esempio dell'oro nel crogiuolo.

    XIII. - Desiderio ardente delle Anime di trasformarsi in Dio, e sapienza di Dio nell'occultare ad esse le loro imperfezioni.

    XIV. - Gioia e dolore delle anime purganti.

    XV. - Le Anime purganti non possono più meritare. Come è disposta la loro volontà verso le opere offerte in questo mondo a loro suffragio.

    XVI. - Le Anime vogliono la perfetta purificazione.

    XVII. - Esortazioni e rimproveri ai viventi. E così quell'anima benedetta, vedendo le sopradette cose nel divin lume, disse:

    XVIII. - Sofferenza spontanea e lieta delle Anime purganti.

    XIX. - La Santa conclude la sua dottrina sulle anime del Purgatorio coll'applicazione di ciò che esperimenta nell'anima sua.
    -------------------------------------------------


    Come per comparazione del divino fuoco quale in sé sentiva, comprendeva come era il Purgatorio, e in che modo vi stanno le anime contente e tormentate.

    Quest' anima santa ancora in carne, trovandosi posta nel Purgatorio de l'affocato amore di Dio, il quale tutta la bruciava e purificava di quanto aveva da purificare, acciocché passando da questa vita, potesse essere presentata innanzi al cos petto del suo dolce amore Iddio; per mezzo di questo amoroso fuoco, comprendeva nell'anima sua, come stavano le anime dei fedeli nel luogo del Purgatorio, per purgare ogni ruggine e macchia di peccato, che in questa vita ancora non avessero purgato.

    E siccome essa, posta nel Purgatorio amoroso del divin fuoco, stava unita a esso divino Amore, e contenta di tutto quello che Egli in lei operava, così comprendeva delle anime che sono nel Purgatorio e diceva:

    I. - Perfetta uniformità delle Anime purganti al volere di Dio.

    Le anime che sono nel Purgatorio (secondo che mi par comprendere) non possono avere altra elezione che di essere in esso luogo, e questo è per l'ordinazione di Dio, il quale ha fatto questo giustamente. Né si possono più voltare verso se stesse, né dire: "Io ho fatto tali peccati per i quali merito di star qui". Né possono dire: "Non li vorrei aver fatti perché andrei ora in paradiso". Né dire ancora: "Quegli ne esce più presto di me" ovvero: "Io ne uscirò più presto di lui".

    2. Non possono avere alcuna memoria propria, né d'altri parimenti, in bene né in male che in loro faccia maggior afflizione del suo ordinario. Ma hanno un tanto contento di essere nella ordinazione di Dio, e che Egli adoperi tutto quello che gli piace, e come gli piace, che di sé medesime non ne possono pensare con maggior loro pena.

    3. E solamente vedono l'operazione della divina bontà, la quale ha tanta misericordia all'uomo per condurlo a sé, che di pena, né di bene che possa accadere in proprietà, non se ne può niente da esse vedere, e se lo potessero vedere non sarebbero in carità pura.

    4. Non possono vedere neppure che siano in quelle pene per i loro peccati, e non possono tenere quella vista nella mente; imperocché vi sarebbe una imperfezione attiva, la quale non può essere in esso luogo, perché non vi si può più attualmente peccare.

    5. La causa del Purgatorio che hanno in loro, la vedono una sol volta nel passare da questa vita, e poi mai più la vedono; imperocché altrimenti vi sarebbe una proprietà.

    6. Essendo dunque esse in carità, e da quella non potendo più deviare con attuale difetto, non possono più volere né desiderare se non il puro volere della pura carità; ed essendo in quel fuoco purgatorio, sono nella ordinazione divina: (la quale è carità pura), e non possono più in alcuna cosa da quella deviare: perché sono private così di attualmente peccare, come sono pure di attualmente meritare.

    II. - Gioia delle Anime del Purgatorio e loro crescente visione di Dio. L'esempio della ruggine.

    Non credo che si possa trovare contentezza da comparare a quella di un'anima del Purgatorio, eccetto quella dei santi del Paradiso.

    E ogni giorno questa contentezza cresce, per l'influsso di Dio in esse anime, il quale va crescendo, siccome va consumando l'impedimento dell'influsso.

    2. La ruggine del peccato è l'impedimento, e il fuoco va consumando la ruggine; e così l'anima sempre più si va discoprendo al divino influsso. Siccome una cosa coperta non può corrispondere alla riverberazione del sole, non per difetto del sole, che di continuo luce, ma per l'opposizione della copertura: se si consumerà dunque la copertura, si discoprirà la cosa al sole; e tanto più corrisponderà alla riverberazione, quanto la copertura più si andrà consumando.

    3. Così la ruggine (cioè il peccato) è la copertura delle anime, e nel Purgatorio si va consumando per il fuoco; e quanto più consuma, tanto più sempre corrisponde al vero sole Iddio. Però tanto cresce la contentezza, quanto manca la ruggine e si discopre l'anima al divin raggio. E così l'un cresce e l'altro manca, sin che sia finito il tempo.

    4. Non manca però la pena, ma solo il tempo di stare in essa pena. E quanto alla volontà, non possono mai dire che quelle pene siano pene, tanto si contentano dell'ordinazione di Dio, con la quale è unita la loro volontà in pura carità.

    III. - Pene delle Anime del Purgatorio. La separazione da Dio, loro maggior pena.

    Dell altra parte poi hanno una pena tanto estrema, che non si trova lingua che la possa narrare, né intelletto che possa capirne una minima scintilla, se Dio non gliela mostrasse per grazia speciale.

    2. La quale scintilla Dio per grazia la mostrò a quest'anima; ma con la lingua non la posso esprimere. E questa vista che mi mostrò il Signore, mai più s'è partita dalla mente mia; e ve ne dirò quello che potrò, e intenderanno quelli, ai quali il Signore si degnerà l'intelletto aprire.

    3. Il fondamento di tutte le pene è il peccato originale o attuale. Dio ha creata l'anima, pura, semplice, e netta di ogni macchia di peccato, con un certo istinto beatifico verso di lui, dal quale istinto il peccato originale, che essa trova, l'allontana: poi quando vi si aggiunge l'attuale, ancora più se ne allontana, e quanto più se ne fa lontana, tanto più diventa maligna; imperocché Dio meno le corrisponde.

    4. E perché tutte le bontà che possano essere, sono per la partecipazione di Dio; il quale corrisponde nelle creature irrazionali, come vuole e come ha ordinato, e non manca loro mai; e nell'anima razionale corrisponde più e meno, secondo che la trova purificata dall'impedimento del peccato; perciò, quando si trova un'anima che si accosti alla sua prima creazione pura e netta, quello istinto beatifico se la va discoprendo e crescendo tuttavia, con tanto impeto e furor di fuoco di carità (il quale la tira al suo ultimo fine) che le par cosa insopportabile di essere impedita; e quanto più vede, tanto le è più estrema pena.

    IV. - Differenza tra dannati ed Anime purganti.

    E perché le anime che sono nel Purgatorio, sono senza colpa di peccato, sono senza colpa di peccato, perciò non hanno impedimento tra Dio e loro, salvo quella pena la quale le ha ritardate, sicché l'istinto non ha potuto avere la sua perfezione.

    2. E vedendo per certezza quanto importi ogni minimo impedimento, ed essere per necessità di giustizia ritardato esso istinto, di qui nasce in loro un estremo fuoco, simile a quello dell'Inferno, eccetto la colpa, la quale è quella che fa la volontà maligna ai dannati dell'Inferno; ai quali Dio non corrisponde la sua bontà: e perciò restano in quella disperata, maligna volontà contro la volontà di Dio.

    3. Di qui si vede esser manifesto, che la perversa volontà contro la volontà di Dio, è quella che fa la colpa; e perseverando la mala volontà, persevera la colpa.

    4. E per esser quelli dell'Inferno passati di questa vita con la mala volontà, la loro colpa non è rimessa, né si può rimettere; perché più non si possono mutare di volontà, poiché con quella son passati di questa vita; nel qual passo si stabilisce l'anima in bene o in male, come si trova con la volontà deliberata; siccome è

    scritto: Ubi te invenero, cioè nell'ora della morte, con qual volontà, o di peccare, o mal contento e pentito del peccato: Ibi te judicabo.

    5. Al qual giudizio non è poi remissione: imperocché dopo la morte, la libertà del libero arbitrio non è più vertibile; ma sta fermata in quello, in che si trova al punto della morte.

    6. Quelli dell'Inferno, per essere trovati al punto della morte con la volontà di peccare, hanno con seco la colpa infinitamente, e la pena, non però tanta quanta meritano; ma pur quella che hanno è senza fine.

    7. Ma quelli del Purgatorio han solamente la pena, perciocché la colpa fu cancellata nel punto della morte, essendo stati trovati mal contenti dei peccati loro, e pentiti d'aver offeso la divina bontà; e così essa pena è finita, e va sempre mancando, quanto al tempo, com'è detto.

    Oh miseria sopra ogni miseria, e tanto più, quanto non è considerata dall'umana cecità!

    V. - Dio mostra la sua bontà anche verso i dannati.

    La pena dei dannati non è già infinita in quantità; imperocché la dolce bontà di Dio, spande il raggio della sua misericordia ancora nell'Inferno.

    2. Perché l'uomo, morto in peccato mortale, merita pena infinita e tempo infinito; ma la misericordia di Dio ha fatto solo il tempo infinito, e la pena terminata in quantità: imperocché giustamente avrebbe potuto dar loro molto maggior pena, che non ha dato.

    3. Oh quanto è pericoloso il peccato fatto con malizia: perché l'uomo difficilmente se ne pente, e non pentendosi, sempre sta la colpa; la quale tanto persevera, quanto l'uomo sta nella volontà del peccato commesso o di commetterlo!

    VI. - Purificate dal peccato, le Anime purganti scontano giocondamente le pene.

    Ma le anime del Purgatorio hanno in tutto conforme la loro volontà con quella di Dio: e però Dio corrisponde loro con la sua bontà, ed esse restano contente (quanto alla volontà) e purificate dal peccato originale e attuale, quanto alla colpa.

    2. Restano così quelle anime purificate come quando Dio le creò: e per essere passate di questa vita mal contente e confessate di tutti i loro peccati commessi, con volontà di non più commetterne, Iddio subito perdona loro la colpa, e non resta loro se non la ruggine del peccato, della quale poi si purificano nel fuoco con pena.

    3. E così purificate d'ogni colpa, e unite a Dio per volontà, vedono chiaramente Dio, secondo il grado che fa loro conoscere; e vedono ancora quanto importi la fruizione di Dio, e che le anime sono state create a questo fine.

    VII. - Con quale violenza d'amore le Anime del Purgatorio bramano di godere Iddio. L'esempio del pane e dell'affamato.

    Trovano ancora una conformità tanto unitiva con esso loro Dio, la quale tira tanto a sé (per l'istinto naturale di Dio con l'anima), che non se ne può dare ragioni, figure, 0 esempi, che siano sufficienti a chiarire questa cosa, siccome la mente la sente in effetto e comprende per interiore sentimento. Non di meno dirò un esempio che alla mente si presenta.

    2. Se in tutto il mondo non vi fosse se non un pane, il quale dovesse levare la fame a tutte le creature, e che solamente vedendolo, le creature si saziassero; e avendo l'uomo, per natura, quando è sano, istinto di mangiare, se non mangiasse, e non si potesse infermare, né morire, quella fame sempre crescerebbe, perché l'istinto di mangiare mai gli verrebbe meno.

    E sapendo che solo il detto pane lo potrebbe saziare, e non avendolo, la fame non si potrebbe levare: però resterebbe in pena intollerabile. Ma quanto più l'uomo se gli avvicinasse, e non potendolo vedere, tanto più gli si accenderebbe il desiderio naturale, il quale per suo istinto è tutto raccolto verso il pane, dove consiste tutto il suo contento.

    3. E se fosse certo di giammai veder pane, in quel punto avrebbe l'inferno compito, come le anime dannate, le quali sono private d'ogni speranza di mai poter vedere il pane Dio, vero Salvatore.

    4. Ma le anime del Purgatorio hanno speranza di vedere il pane, e in tutto saziarsene. Perciò tanto patiscono fame e tanto stanno in pena, quanto staranno a potersi saziare di quel pane, Gesù Cristo, vero Dio Salvatore, Amor nostro.

    VIII. - L'Inferno e il Purgatorio rivelano la mirabile sapienza di Dio.

    Siccome lo spirito netto e purificato non trova luogo, eccetto Dio, per suo riposo, per essere stato a questo fine creato, così l'anima in peccato, altro luogo non ha salvo l'Inferno, avendole ordinato Dio quel luogo per fine suo.

    2. Però in quell'istante che lo spirito è separato dal corpo, l'anima va all'ordinato luogo suo senz'altra guida, eccetto quella che ha la natura del peccato; partendosi però l'anima dal corpo in peccato mortale.

    3. E se l'anima non trovasse in quel punto quella ordinazione (procedente dalla giustizia di Dio) rimarrebbe in maggior Inferno che non è quello; per ritrovarsi fuori di essa ordinazione, la quale partecipa della divina misericordia, perché non le dà tanta pena quanto merita. Perciò non trovando luogo più conveniente, né di minor male per lei, per l'ordinazione di Dio, vi si getta dentro, come nel suo proprio luogo.

    4. Così, al proposito nostro del Purgatorio, l'anima separata dal corpo, la quale non si trova in quella nettezza, come fu creata, vedendo in sé l'impedimento, e che non le può esser levato, salvo che per mezzo del Purgatorio, presto vi si getta dentro, e volentieri.

    5. E se non trovasse questa ordinazione, atta a levarle quell'impaccio, in quell'istante, in lei si genererebbe un Inferno peggiore del Purgatorio, vedendo di non poter giungere, per l'impedimento, al suo fine Dio; il quale importa tanto, che in comparazione il Purgatorio non è da stimare; benché, come è detto, sia simile all'Inferno: ma in quella comparazione è quasi niente.

    IX. - Necessità del Purgatorio.

    Più ancora dico ch'io vedo, quanto per parte di Dio, il Paradiso non aver porta: ma chi vi vuole entrare vi entra; perché Dio è tutto misericordia, e sta verso di noi con le braccia aperte per riceverne nella sua gloria.

    2. Ma ben vedo quella divina essenza di essere di tanta purità e nettezza, (e molto più che immaginar si possa) che l'anima, la quale in sé abbia tanta imperfezione, quanta sarebbe un minimo bruscolo, si getterebbe più presto in mille Inferni, che trovarsi in presenza della divina maestà con quella macchia.

    3. E perciò vedendo il Purgatorio ordinato per levarle esse macchie, vi si getta dentro, e le par trovare una gran misericordia, per potersi levar quell'impedimento.

    X. - Natura terribile del Purgatorio.

    Di quanta importanza sia il Purgatorio, né lingua lo può esprimere, né mente capire, salvo che lo vedo esser di tanta pena come l'Inferno: e nientedimeno io vedo l'anima la quale in sé sente una minima macchia d'imperfezione, riceverlo per misericordia (come si è detto), non facendo in un certo modo stima, in comparazione di quella macchia impeditiva del suo amore.

    2. E parmi vedere la pena delle anime del Purgatorio esser più, per veder di avere in sé cosa che dispiaccia a Dio, e averla fatta volontariamente contro tanta bontà, che di niuna altra pena che sentano in esso Purgatorio. Questo è perché essendo in grazia, vedono la verità e l'importanza dell'impedimento, il quale non le lascia avvicinare a Dio.

    3. Tutte queste cose che son dette, per comparazione di quello che io ne sono certificata nella mente mia (per quanto ne ho potuto comprendere in questa vita), son di tanta estremità, che ogni vista, ogni parola, ogni sentimento, ogni immaginazione, ogni giustizia, ogni verità, mi paiono bugie e cose da niente.

    Resto ancora confusa per non saper trovare vocaboli più estremi.

    XI. - L'amore di Dio che attrae a sé le Anime sante e l'impedimento che esse trovano nel peccato, genera la pena del Purgatorio.

    Io vedo sì gran conformità di Dio con l'anima, che quando la vede in quella purità nella quale Sua Maestà le creò, le dà un certo modo attrattivo di affocato amore, sufficiente per annichilarla, benché sia immortale.

    2. E la fa stare tanto trasformata in sé suo Dio, che non si vede esser altro che Dio, il quale continuamente la va tirando e affogando, né mai lasciandola, finché l'abbia condotta a quell'essere donde è uscita, cioè in quella pura nettezza in cui fu creata.

    3. Quando l'anima, per interior vista, si vede così da Dio tirar con tanto amoroso fuoco, allora per quel calore dell'affocato amore del suo dolce Signore e Dio, che sente ridondar nella sua mente, tutta si liquefa.

    4. Vedendo poi nel divino lume, siccome Dio non cessa mai di tirarla e amorosamente condurla all'intera sua perfezione, con tanta cura e continua provvisione; e che lo fa solo per puro amore; ed essa per aver l'impedimento del peccato, non poter seguire quel tirare fatto da Dio, cioè quell'unitivo sguardo, che Dio le ha dato per tirarla a sé: vedendo ancora, quanto le importi l'esser ritardata di non poter vedere il divino lume: aggiuntovi l'istinto dell'anima, la quale vorrebbe esser senza impedimento, per esser tirata da esso unitivo sguardo: dico la vista delle predette cose esser quella, che genera alle anime la pena la quale hanno nel Purgatorio.

    5. Non che facciano stima della lor pena (benché sia però grandissima), ma fanno più stima assai dell'opposizione che si trovano aver contro la volontà di Dio, il quale vedono chiaramente acceso d'un estremo e puro amore verso di loro.

    6. Questo amore, con quell'unitivo sguardo, tira sì forte di continuo, come se altro che questo non avesse a fare.

    Perciò l'anima, questo vedendo, se trovasse un altro Purgatorio sopra quello, per potersi levar più presto tanto impedimento, presto vi si getterebbe dentro, per l'impeto di quell'amor conforme tra Dio e l'anima.

    XII. - Come Dio purifica le Anime. L'esempio dell'oro nel crogiuolo.

    Vedo ancora procedere da quel divino amore verso l'anima certi raggi e lampi affocati, tanto penetranti e forti, che pare debbano annichilare non solo il corpo, ma ancora essa anima, se fosse possibile.

    2. Questi raggi fanno due operazioni: per la prima purificano, con la seconda annichilano.

    3. Vedi l'oro: quanto più tu lo fondi, tanto più divien migliore, e tanto lo potresti fondere, che annichileresti in esso ogni imperfezione.

    Questo effetto fa il fuoco nelle cose materiali; ma l'anima non si può annichilare in Dio, ma sibbene in sé propria: e quanto più la purifichi, tanto più in sé l'annichili, e alfine in Dio resta purificata.

    4. L'oro quando è purificato per fino a ventiquattro carati, non si consuma poi più, per fuoco che tu gli possa dare; perché non si può consumare se non la sua imperfezione.

    Così fa il divin fuoco nell'anima. Dio la tiene tanto al fuoco, che le consuma ogni imperfezione, e la conduce alla perfezione di ventiquattro carati (ognuna però in suo grado): e quando è purificata resta tutta in Dio, senza alcuna cosa in sé propria e il suo essere è Dio.

    5. Il quale quando ha condotta a sé l'anima così purificata, allora l'anima resta impassibile, perché più non le resta da consumare. E se pur così purificata fosse tenuta al fuoco, non le sarebbe penoso; anzi le sarebbe fuoco di divino amore, come vita eterna, senz'alcuna contrarietà.

    XIII. - Desiderio ardente delle Anime di trasformarsi in Dio, e sapienza di Dio nell'occultare ad esse le loro imperfezioni.



    L' anima è stata creata con tutte quelle buone condizioni, delle quali era capace, per pervenire alla perfezione: vivendo però come Dio le ha ordinato, non contaminandosi d'alcuna macchia di peccato.

    2. Ma essendosi contaminata per il peccato originale, perde i suoi doni e grazie, e resta morta, né si può risuscitare, se non da Dio. E quando è risuscitata per il Battesimo, le resta la mala inclinazione, la quale la inclina e conduce (se non fa resistenza) al peccato attuale, per il quale di nuovo muore.

    3. Dio poi ancora la risuscita con un'altra grazia speciale; imperocché resta così imbrattata e conversa verso se stessa, che per rivocarla al suo primo stato, come Dio la creò, le bisognano tutte le sopraddette divine operazioni, senza le quali giammai vi potrebbe ritornare.

    4. E quando l'anima si trova in via di ritornare a quel suo primo stato, tanto è l'accendimento di doversi trasformare in Dio, che quello è il suo Purgatorio.

    Non che possa guardare al Purgatorio, siccome a Purgatorio; ma quello istinto acceso e impedito, è quello che le fa il Purgatorio.

    5. Quest'ultimo atto di amore è quello che fa quest'opera senza l'uomo; trovandosi nell'anima tante imperfezioni occulte, che se le vedesse vivrebbe disperata, ma quest'ultimo stato le va consumando tutte.

    E poiché sono consumate Dio le mostra all'anima, acciocché essa veda l'operazione divina, che le causa il fuoco d'amore, il quale consuma quelle imperfezioni che sono da consumare.

    XIV. - Gioia e dolore delle anime purganti.

    Sappi che quello che l'uomo giudica in sé perfezione, innanzi a Dio è difetto: imperocché tutto quello che opera di cose le quali abbiano apparenza di perfezione, come pur le vede, le sente, le intende, le vuole, ovvero ne ha memoria, senza riconoscerle da Dio, in tutte si contamina e imbratta.

    2. Perché, dovendo le operazioni essere perfette, bisogna che siano operate in noi senza noi, quanto come agenti principali: e che l'operazione di Dio sia in Dio, senza l'uomo primo operante.

    3. Queste tali operazioni sono quelle, che fa Dio nell'ultima operazione dell'amor puro e netto, da sé solo, senza merito nostro: le quali sono tanto penetranti e affocate all'anima, che il corpo il quale le è intorno, par che si consumi in quel modo come chi stesse in un gran fuoco; perché non quieterebbe giammai fino alla morte.

    4. È vero che l'amor di Dio, il quale ridonda nell'anima (secondo ch'io vedo) le dà una contentezza sì grande, che non si può esprimere; ma questa contentezza, alle anime che sono in Purgatorio, non leva scintilla di pena.

    5. Anzi quell'amore il quale si trova ritardato, è quello che fa loro la pena; e tanto fa pena maggiore, quanta è la perfezione dell'amore del quale Iddio le ha fatte capaci.

    6. Sicché le anime in Purgatorio hanno contento grandissimo e pena grandissima, e l'una cosa non impedisce l'altra.

    XV. - Le Anime purganti non possono più meritare. Come è disposta la loro volontà verso le opere offerte in questo mondo a loro suffragio.

    Se le anime del Purgatorio potessero purgarsi per contrizione, in un istante pagherebbero tutto il loro debito; tanto affocato impeto di contrizione verrebbe loro; e questo per il chiaro lume che hanno dell'importanza di quell'impedimento, il quale non le lascia congiungere con il loro fine e Amore Dio.

    2. E sappi certo, che del pagamento a quelle anime, pure un minimo danaio non si perdona, essendo così stato stabilito dalla divina giustizia; e questo è quanto per parte di Dio.

    3. Per parte poi delle anime, esse non hanno più propria elezione, e non possono più vedere, se non quanto vuole Dio, né altro vorrebbero, imperocché così sono stabilite.

    4. E se alcuna elemosina è fatta loro da quelli che sono nel mondo, la quale diminuisca loro il tempo, non si possono più voltare con affetto per vederla, eccetto sotto quella giustissima bilancia della volontà divina, in tutto ciò lasciando fare a Dio, il quale si paga come alla sua infinita bontà piace. E se si potessero voltare a vedere esse limosine fuori di essa divina volontà, sarebbe loro una proprietà che leverebbe loro la vista del divino volere; il che sarebbe loro un Inferno.

    5. Perciò stanno immobili a tutto quello che Dio dà loro, così di piacere e contentezza, come di pena: e mai più a sé proprie si possono voltare, tanto sono intime e trasformate nella volontà di Dio, e si contentano in tutto dell'ordinazione sua santissima.



    XVI. - Le Anime vogliono la perfetta purificazione.

    E quando un'anima fosse presentata alla visione di Dio, avendo ancora un poco da purgare, se le farebbe una grande ingiuria, e le sarebbe passione maggiore che dieci Purgatorii.

    2. Perciocché quella pura bontà e somma giustizia non la potrebbe sopportare, e sarebbe cosa inconveniente da parte di Dio.

    3. Ed a quell'anima che vedesse Iddio non essere pienamente da sé ancora soddisfatto, in modo che le mancasse pure un sol batter d'occhio di purgazione, le sarebbe cosa intollerabile, e per levarsi quella poco ruggine, andrebbe più presto in mille Inferni (quando se li potesse eleggere), che star innanzi alla divina presenza, non purificata in tutto ancora.

    XVII. - Esortazioni e rimproveri ai viventi. E così quell'anima benedetta, vedendo le sopradette cose nel divin lume, disse:

    1. Viemmi voglia di gridar un sì forte grido, che spaventasse tutti gli uomini che sono sopra la terra, e dir loro: O miseri, perché vi lasciate così accecare da questo mondo, che a una tanta e così importante necessità, come troverete al punto della morte, non date provvisione alcuna?

    2. Tutti state coperti sotto la speranza della misericordia di Dio, la quale dite essere tanto grande; ma non vedete che tanta bontà di Dio vi sarà in giudizio, per avere fatto contro la volontà di un tanto buon Signore?

    3. La sua bontà vi dovrebbe costringere a far tutta la sua volontà, e non darvi speranza di far male; perciocché la sua giustizia non ne può ancora mancare, ma bisogna che in alcun modo sia soddisfatta appieno.

    4. Non ti confidare dicendo: Io mi confesserò, e poi prenderò l'Indulgenza Plenaria, e sarò in quel punto purgato di tutti i miei peccati, e così sarò salvo.

    5. Pensa che la confessione e contrizione la quale è di bisogno per essa Indulgenza Plenaria, è cosa tanto difficile di avere, che se tu lo sapessi, tremeresti per gran paura, e saresti più certo di non averla, che di poterla avere.

    XVIII. - Sofferenza spontanea e lieta delle Anime purganti.

    Io vedo quelle anime stare nelle pene del Purgatorio con la vista di due operazioni.

    2. La prima è, che patiscono volentieri quelle pene, e par loro vedere che Dio abbia lor fatto gran misericordia, considerando quello che meritavano, e conoscendo quanto importa Dio. Imperocché se la sua bontà non temperasse la giustizia con la misericordia, (soddisfacendola con il prezioso sangue di Gesù Cristo), un sol peccato meriterebbe mille perpetui Inferni.

    3. E perciò patiscono questa pena così volentieri, che non se ne leverebbero un sol carato, conoscendo di giustissimamente meritarla, ed essere bene ordinata: in modo che tanto si lamentano di Dio (quanto alla volontà) come se fossero in vita eterna.

    4. L'altra operazione è un contento, il quale hanno vedendo l'ordinazione di Dio con l'amore e misericordia che opera verso le anime.

    5. Queste due viste Iddio le imprime in quelle menti in un istante; e perché sono in grazia, le intendono e capiscono così come sono, secondo la loro capacità; e perciò dan loro un gran contento, il quale non manca mai; anzi va loro crescendo tanto, quanto più si approssimano a Dio.

    6. E quelle anime non lo vedono in loro, né per loro proprie, ma in Dio; nel quale sono assai più intente, che nelle patite pene, e del quale fanno assai più stima senza comparazione. Perciocché ogni poca vista che si possa aver di Dio, eccede ogni pena e ogni gaudio, che l'uomo può capire: e benché la ecceda, non leva loro però una scintilla di gaudio o di pena.

    XIX. - La Santa conclude la sua dottrina sulle anime del Purgatorio coll'applicazione di ciò che esperimenta nell'anima sua.

    Questa forma purgativa ch'io vedo delle anime del Purgatorio, la sento nella mente mia, massimamente da due anni in qua; e ogni giorno la sento e vedo più chiara.

    2. Vedo star l'anima mia in questo corpo, come in un Purgatorio, conforme e consimile al vero Purgatorio, con la misura però che il corpo può sopportare, acciocché non muoia, sempre non di meno crescendo a poco a poco, sino a tanto che pur muoia.

    3. Vedo lo spirito alienato da tutte le cose, anche spirituali, che gli possono dare nutrimento, come sarebbe allegrezza, dilettazione, o consolazione; e non ha la possanza di gustare alcuna cosa sia temporale o spirituale, per volontà, per intelletto, né per memoria, in tal modo ch'io possa dire: Mi contento più di questa cosa, che di quell'altra.

    4. Trovasi l'interior mio in modo assediato, che di tutte quelle cose, dove si refrigerava la vita spirituale e corporale, tutte a poco a poco gli sono state levate: e poiché gli sono levate, conosce tutte essere state cose da pascersi e confortarsi; ma come sono dallo spirito conosciute, tanto sono odiate e abborrite, che se ne vanno tutte senza alcun riparo.

    5. Questo è perché lo spirito ha in sé l'istinto di levarsi ogni cosa impeditiva alla sua perfezione, e con tanta crudeltà, che quasi permetterebbe mettersi nell'Inferno per venir al suo intento.

    E perciò va levando tutte le cose, onde l'uomo interiore si possa pascere; e l'assedia tanto sottilmente, che non vi può passar così minimo bruscolo d'imperfezione, che non sia da lui veduto e abborrito.

    6. Quanto alla parte esteriore, perché lo spirito non le corrisponde, resta ancor essa tanto assediata, che non trova cosa in terra, dove si possa refrigerare secondo il suo umano istinto.

    Non le resta altro conforto che Dio, il quale opera tutto questo per amore e con gran misericordia, per soddisfare alla giustizia sua.

    7. Questa vista le dà gran pace e contentezza; ma questa contentezza non diminuisce però la pena, né l'assedio; né se le potrebbe dar sì gran pena, che volesse uscir di quella divina ordinazione. Non si parte di prigione, né ancor cerca di uscirne, fino a tanto che Dio faccia tutto quello che sarà bisogno. Il mio contento è che Dio sia soddisfatto; né potrei trovare maggior pena, come di uscir fuori dell'ordinazione di Dio: tanto la vedo giusta e con gran misericordia.

    8. Tutte le predette cose le vedo e tocco, ma non so trovar vocaboli convenienti per esprimere quanto vorrei dire; e quello che ne ho detto, lo sento operar dentro spiritualmente, e però l'ho detto.

    9. La prigione nella quale mi par essere, è il mondo; il legame, il corpo. E l'anima illuminata dalla grazia, è quella che riconosce l'importanza di essere ritenuta o ritardata, per qualche impedimento, di non poter conseguire il fine suo: e però le dà gran pena, per essere molto delicata.

    10. Riceve ancor da Dio per grazia una certa dignità, la quale la fa simile ad esso Dio; anzi la fa con seco una cosa medesima per partecipazione della sua bontà. E siccome a Dio è impossibile che accader possa alcuna pena, così interviene alle anime che si approssimano a lui; e quanto più se gli approssimano, tanto più della sua proprietà ricevono.

    11. La ritardazione dunque che trova l'anima, le causa pena intollerabile: la pena e il ritardo, la fanno disforme da quelle proprietà, che essa ha per natura, e che per grazia le son mostrate; e non potendole avere, ed essendone capace, resta con la pena tanto grande, quanto ella stima Dio. La stima è tanto maggiore poi, quanto più conosce; e tanto più conosce quanto più è senza peccato; e l'impedimento resta più terribile, massime che l'anima resta tutta raccolta in Dio, e per non avere alcun impedimento, conosce senza errore.

    12. Siccome l'uomo che si lascia ammazzare, prima che offender Dio, sente il morire e gli dà pena; ma il lume di Dio gli dà uno zelo, il quale gli fa più stimare il divino onore che la morte corporale; così l'anima conoscendo l'ordinazione di Dio, stima più quella ordinazione, che non fa tutti i tormenti interiori ed esteriori per terribili che possano essere; e questo perché Dio, per il quale si fa questa opera, eccede ogni cosa che sentire e immaginare si possa.

    13. E conciossiaché l'occupazione che Dio dà all'anima di sé, per poca che sia, la tenga tanto in sua Maestà occupata, che di altro non può far stima, perciò perde ogni proprietà, né più vede, parla, né conosce danno o pena in sé propria; ma il tutto, come di sopra è detto, conosce in un istante, quando passa di questa vita.

    E finalmente, per conclusione, intendiamo, che Dio fa perdere tutto quello che è dell'uomo, e il Purgatorio lo purifica.



    SANCTA CATHERINA, ORA PRO NOBIS

  6. #56
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    Segnalo l'importante editoriale pubblicato da Don Carandino sull'ultimo numero di "Opportune importune"


    Editoriale Opportune, Importune, n. 8, san pio X 2004

    Quest¹estate, in casa di fedeli, ho incontrato una ragazzina di 13 anni che
    da diversi anni segue il ³nuovo catechismo² nella sua parrocchia. Alla
    domanda ³Che cos¹è la Messa?S Qual¹è la parte più importate della Messa?² mi
    ha risposto: ³Leggere il Vangelo, ascoltare il VangeloS². Eppure il
    Catechismo Romano insegna ben altro: la Messa è il rinnovamento del
    Sacrifico della Croce, al momento della consacrazione il pane e il vino
    diventano il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di CristoS
    La bambina in questione, invece, ha ribadito l¹errore (protestante) ormai
    assimilato dalla maggioranza dei cattolici che frequentano la nuova messa e
    che è diventano, per molte persone, la maggiore obiezione contro il rito di
    San Pio V: vado a Messa per capire, per ascoltare le letture, il latino non
    lo capisco e quindi non potrei cogliere l¹essenza della celebrazioneS
    Nel 1969 i cardinali Ottaviani e Bacci sottoscrivevano il grido d¹allarme
    contenuto nel ³Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae² (composto
    principalmente dal teologo padre Guérard des Lauriers, o.p.): ³Sle recenti
    riforme hanno dimostrato a sufficienza che nuovi mutamenti nella liturgia
    non porterebbero se non al totale disorientamento dei fedeli che già danno
    segni d¹insofferenza e di inequivocabile diminuzione di Fede². Dopo 35 anni
    possiamo affermare che in molte anime la Fede non solo è diminuita, ma è
    addirittura cambiata. La bambina che ho preso come esempio non è un caso
    estremo, poiché rispecchia una situazione ormai generalizzata e consolidata
    nelle parrocchie e dei movimenti ecclesiali: la nuova messa esprime una
    nuova dottrina (³Sun impressionante allontanamento dalla teologia cattolica
    della Santa Messa²S ³il Novus Ordo Missae non vuole più rappresentare la
    fede di Trento²: è sempre il ³Breve Esame Critico del N.O.M.² a denunciare
    la natura eterodossa del nuovo rito) e questa nuova dottrina contraddice la
    Fede cattolica.
    Chiunque, per onestà intellettuale, dovrebbe ammettere questa situazione e
    non rifarsi, per negare l¹evidenza, a una chiesa conservatrice che esiste
    solo virtualmente nella redazione di alcune riviste come ³il Timone² e
    nella mente dei suoi collaboratori, che cercano di conciliare
    l¹inconciliabile, cioè l¹insegnamento della Chiesa cattolica con gli errori
    del Concilio insegnati da Giovanni Paolo II.
    Quest¹analisi sarebbe imperfetta e persino fuorviante se non si specificasse
    che un rito eterodosso (la nuova Messa) e delle dottrine erronee (i
    documenti del Concilio Vaticano II) non possono essere il frutto della
    Chiesa, che ha ricevuto da Cristo la promessa di mai soccombere agli assalti
    di satana. Le porte dell¹inferno avrebbero invece prevalso se fossero stati
    dei Papi legittimi (Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) a
    insegnare le dottrine moderniste e a promulgare un rito protestante.
    L¹unica soluzione cattolica non è la ³teologia della disobbedienza² nata a
    Ecône (³sono legittimi Papi ma sbagliano, insegnano l¹errore; per conservare
    la Fede bisogna disobbedire al Vicario di Cristo, rifiutare il suo
    magistero, la sua messa e persino alcuni santi da lui canonizzati) e che sta
    spegnendo l¹amore e il rispetto per il Papato in coloro che l¹abbracciano
    (³anche nel passato i Papi hanno sbagliato; il Papa è infallibile solamente
    quando parla ex cathedra, cioè in modo solenne²: i modernisti condannati da
    San Pio X con l¹enciclica Pascendi - atto di magistero ordinario -
    sostenevano gli stessi erroriS).
    Oggi il cattolico, per conservare la Fede e l¹amore per la Chiesa Romana,
    deve constatare che la Sede Apostolica è formalmente vacante, poiché questi
    ³papi² non hanno l¹intenzione di procurare il bene della Chiesa e quindi
    sono privi dell¹autorità suprema.
    La nostra posizione nei confronti dell¹autorità della Chiesa è pubblica,
    viene ribadita in ogni numero delle nostre pubblicazioni, è indicata
    chiaramente nel sito Internet dell¹Istituto. È su questa base che si svolge
    l¹apostolato della Casa San Pio X e di tutto l¹Istituto Mater Boni Consilii.
    È un apostolato che, per il numero insufficiente di sacerdoti, non può
    soddisfare sempre e ovunque le legittime esigenze dei fedeli: per questo
    bisogna entrare nell¹ordine di idee che l¹attuale situazione della Chiesa in
    Europa è simile a quella delle missioni. La Santa Messa non è più celebrata
    sotto casa, per assistervi bisogna affrontare dei sacrifici a volte gravosi;
    così pure per il catechismo dei propri figli o la propria formazione
    dottrinale e, in genere, per tutto ciò che permette la santificazione della
    propria anima.
    Nelle pagine del Diario troverete riassunto tutto quello che facciamo ad
    majorem Dei gloriam: ovviamente non si può esprime adeguatamente per
    iscritto tutti gli sforzi che questa ³piccola porzione d¹Israele²
    (tranquilli, è una citazione della Sacra Scrittura, non apparteniamo alla
    categoria dei cristiani sionistiS) cerca di fare per conservare la Fede e
    per santificarsi. Si, perché per salvarsi non basta proclamare la Sede
    vacante, come sotto il pontificato di Pio XII non era sufficiente
    riconoscere Pacelli come legittimo pontefice: il cattolico deve pregare,
    deve santificare il giorno del Signore (e non basta non andare alla nuova
    Messa o alle Messe in comunione con G.P. II: bisogna anche fare lo sforzo di
    partecipare alle Messe non una cum più vicine), deve essere fedele al
    proprio dovere di stato (per chi è celibe o nubile capire a quale vocazione
    il Signore lo chiama; per chi è sposato santificarsi nella famiglia; per gli
    studenti conseguire il titolo di studio; per chi lavora santificarsi nella
    propria professione o mestiereS), deve impegnarsi a praticare le virtù (tra
    cui la virtù teologale della Carità), ecc.
    Terminata l¹estate, con la ripresa di tutte le attività apostoliche
    ordinarie (Messe, Sacramenti, catechismi, visite ai malati, benedizioni
    delle case, conferenze, ecc.) mettiamo le nostre fatiche nelle mani di San
    Pio X, il santo patrono che seppe conciliare la fermezza dottrinale con la
    dolcezza pastorale. Sia questo santo pontefice, che fu amico degli
    integristi e dei bambini, difensore della sana dottrina e della bellezza
    liturgica, a guidare i nostri passi e a contribuire, seppur nelle nostre
    limitate possibilità e capacità, a Instaurare omnia in Christo.

    don Ugo Carandino

  7. #57
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    Un'eccellente sintesi storica sul modernismo di Monsignor Zubizarreta, Arcivescovo di Santiago de Cuba


    ESTRATTO da Theologia Dogmatico-scholastica ad mentem s. Thomae Aquinatis auctore Valentino Zubizarreta ex Ordine Carm. Exc. Episcopo Centumfocensi. Vol. I: Theologia fundamentalis. Editio altera ab auctore correcta. Bilbao 1925, pp. 567-579.

    Nihil obstat.

    FR. MARCELLUS A PUERO JESU, C. EX.,

    Censor.

    Imprimatur.

    Victoriae 30 Augusti 1924.

    DR. ADSUMPTIO GURRUCHAGA, Vicarius

    Generalis ac Gubernator eccus.

    LIC. MICHAEL ORTIZ,

    Scrius.

    ------------------------------------------------------

    DE MODERNISMO

    1. Ab incunabulis jam religionis christianae apparuerunt in mundo haeretici ac increduli; et exinde in saeculorum serie nunquam destiterunt homines perversi in Ecclesiam catholicam invehi. Judaei et gentiles plenis buccis clamarunt contra revelationem christianam, et apostatae a fide excogitarunt theorias periculosissimas, quae non semel attulerunt populis ploranda mala. Inter omnia tamen systemata, quae hactenus inventa sunt a diabolo ad demoliendum, si fieri posset, Ecclesiae aedificium, infensissimum est proculdubio modernismus, qui novo et inaudito furore religionis catholicae impetit fundamenta. Vix natus orbem catholicum turbavit, innumera patravit mala in fidei detrimentum et maxime his diebus contristavit Vicarium Christi, Ecclesiae visibile caput.

    Cum modernismus maxima ex parte theologiam fundamentalem respiciat, opportunum visum est nobis hic ejus errores breviter exponere, ut candidatus lector uno veluti intuitu prae oculis habeat, quid in hac materia fugiendum sit. Pleraque ex documentis Pii PP. X et ex operibus modernistarum colligemus.





    § I.

    Errores modernismi.

    2. Modernismus est systema quoddam ab hodiernis criticis excogitatum, vel potius a rationalismo protestantico derivatum, quod nonnisi phaenomenorum visibilium cognitionem rationi humanae naturaliter concedit, et, immanentiae vitali philosophiae modernae nimis insistens, revelationis, dogmatis, fidei et religionis exsistentiam ac naturam ex sensu quodam religioso, qui in nobis esse dicitur, repetit. Modernistae, semel stabilito principio explicationis ordinis supernaturalis per sensum religiosum, plurimas exinde consequentias de ipso dogmate, fide, revelatione, magisterio Ecclesiae, inspiratione et veritate SS. Scripturarum, divinitate Domini nostri Jesu Christi, sacramentis, etc, deducunt. Hinc errores modernistarum versantur ut plurimum circa philosophiam, theologiam (dogmaticam, moralem et mysticam), S. Scripturam, disciplinam Ecclesiae et historiam. De singulis pauca.

    3. Errores circa philosophiam. Fundamentum philosophiae modernistarum est agnosticismus Kantii et Spencer (1), juxta quem humana ratio phaenomena solum quae apparent eaque specie qua apparent cognoscere valet (2). Ex hoc modernistae inferunt theorias absurdas. In Logica sola utilitas est criterium intellectus, ratio non investigat veritatem sed solum symbolum veritatis; Ontologia est noumenon, incognoscibile; ac idcirco essentiae et causae rerum, immutabilitas veritatis, animae spiritualitas ac immortalitas, aliaeque veritates metaphysicae latent naturaliter humanam rationem; principium contradictionis nullius est valoris: in Theodicea exsistentia Dei naturaliter demonstrari non potest (3); Deus non est objectum scientiae nec subjectum historiae. Consequenter scientia et historia, quae phaenomenis includuntur, debent esse atheae resque pertractare nullo ad Deum habito respectu.

    4. Ex his negationibus pergunt modernistae ad partem positivam, quam extruunt super immanentismum (4) hoc pacto: «Scientia atque historia duplici includuntur termino; altero externo, aspectabili nimirum mundo, altero interno, qui est conscientia» (5), ultra quos adest incognoscibile. Coram hoc incognoscibili, quod juxta nonnullos extra hominem juxta alios intus in subconscientia (6) latet, indigentia divinorum, quam omnes experimur, commovet sensum religiosum, qui divinam realitatem tanquam objectum et sui causam implicat.

    Hic sensus religiosus «qui per vitalem immanentiam e latebris subconscientiae (vel praeconscientiae) erumpit, germen est, ut modo dicemus, totius religionis ac ratio pariter omnium, quae in religione quavis fuere aut sunt futura» (7). Quando realitas seu phaenomenon est in subconscientia, vocatur ego idealis, et quando transit in conscientiam ego realis, personalis.

    Hinc juxta modernistas Deus et objecta religionem spectantia, quae phaenomenis externis non apparent, latent in subconscientia. Quando indigentia divinorum premimur, erumpit sensus religiosus, quo Deum et dogmata non tantum cognoscimus quantum experimur, intuemur et palpamus eo ferme modo, quo Jacobi docebat nos sentire Deum in corde, et Gratry per quemdam divinum sensum se communicabat cum Deo.

    5. Nunquam explicant modernistae, in quo consistat hic sensus religiosus; nescimus, an sit facultas ad modum intellectus et voluntatis, ut voluit Kant cum aliis, an status animi vel corporis, an emotio quaedam ad modum aliarum sensationum quas saepe experimur.

    Quidquid sit, exaggerant certe valorem hujus sensus religiosi, cum dicunt eum superiorem ac perfectiorem esse intellectu et voluntate, nobisque praestare intuitionem sentimentalem Dei et divinorum, experientiam subjectivam et communicationem intimam cum Deo (8).

    6. Errores circa theologiam dogmaticam. Ex iis quae vidimus philosophiae fundamentis non est difficile conjicere quas modernistae admittant in theologia doctrinas.

    Fides juxta novum systema est sensus religiosus Dei conscius; cujus objectum non respondet factis historicis sed factis psychologicis, experientiae nimirum internae (9).

    Revelatio est acquisita ab homine suae ad Deum relationis conscientia (10); id est, progressiva cognitio Dei intra cujuslibet individui conscientiam sese manifestantis (11). Revelatio igitur non est manifestatio veritatis ignotae menti humanae a Deo facta, ut theologia catholica docet; sensus religiosus in conscientia apparens, quin et ipse Deus in eodem sensu animis manifestans dicitur revelatio et objectum revelatum. Hinc apud modernistas conscientiae et revelationis promiscua saepe usurpatio (12).

    Religio est intimus sensus nostrae dependentiae a Deo (13). Diversae autem religiones non sunt nisi religiosi sensus merae explicationes, adeo ut religio catholica nata fuerit processu vitalis immanentiae in conscientia Christi, electissimae naturae viri (14).

    Dogmata Ecclesiae non sunt veritates e caelo delapsae, sed interpretatio factorum religiosorum, quam humana mens laborioso conatu sibi comparavit (15); cujus genesim hoc pacto explicant modernistae: in sensu religioso non datur intellectui locus nec proinde adest proprie cognitio, sed fides, revelalio, experientia, intuitus, contactus Dei (16), qui in eo statu vix a credente distinguitur (17). Ad intellectum pertinet sensum religiosum collustrare et Deum a credente secernere, quod efficit fidem suam cogitando, id est, in sensum religiosum se inflectendo; quodque duplici modo: primo, mens humana naturali et spontaneo actu, absque abstractione, relationes hominis cum Deo in sensu religioso percipit exprimitque sententia quadam simplici ac vulgari; secundo, orta controversia, reflexe et penitius cogitationem elaborat, «eloquiturque cogitata secundariis sententiis, derivatis quidem a prima illa simplici, limatioribus tamen ac distinctioribus. Quae secundariae sententiae, si demum a supremo Ecclesiae magisterio sancitae fuerint, constituunt dogma» (18). Hinc dogmata originem trahunt quidem ex formula simplici ac vulgari, quam intellectus naturaliter exprimit, sed continentur in formulis secundariis, quae primitivam ideam seu formulam explicant. Hae formulae seu ideae magis vel minus abstractae et penitius elaboratae, cum ab Ecclesia definiuntur, dicuntur et sunt respectu fidei et sensus religiosi symbola seu imagines veritatis, et respectu credentis vocantur instrumenta seu vehicula veritatis (19).

    Evolutio dogmatis, quam tantopere amant et praedicant modernistae, fundatur in hac doctrina. Objectum siquidem sensus religiosi infinitos habet adspectus, quorum modo unus modo alter juxta exigentiam temporum ac progressum scientiarium symbolis seu formulis dogmaticis manifestatur, eo ferme modo quo diversa tempora in aeternitate continentur et successive apparent (20). Hinc dogmata sunt veritates relativae adjunctis temporum accommodatae. Nonnulla juxta Sabatier (21), quem communiter sequuntur modernistae, in desuetudinem abierunt, ut fides in daemonum exsistentiam; alia sensum mutaverunt, ut Trinitas, inspiratio, miraculum; alia jam olim oblita reviviscunt, ut justificatio per fidem; alia denique creantur vel potius in perpetua evolutione apparent, ut fides in Christum conscientiae christianae. Christus non docuit determinatum doctrinae corpus omnibus temporibus cunctisque hominibus applicabile (22); doctrina christiana in suis exordiis judaica per successivas evolutiones facta est paulina, joannica, hellenica et universalis (23); nunc progressus scientiarum et historiae postulat, ut reformentur conceptus doctrinae christianae de Deo, Christo et Ecclesia. Unde mutanda est fides catholicorum circa auctoritatem Scripturae et circa traditionem, divinitatem Christi, redemptionem atque salutem hominum (24).

    Consequenter omnes religiones, quae respondent experientiae sensus religiosi et symbolis seu veritatis imaginibus, sunt verae, ut jam aperte docent aliqui modernistae (25).

    Traditio divina non est veritatum e caelo delapsarum a majoribus ad posteros transmissio, ut theologi et Ecclesia hucusque docuerunt, sed «originalis experientiae quaedam cum aliis communicatio per praedicationem, ope formulae intellectivae», quae non solum repraesentat cogitata, sed excitat quoque sensum religiosum, forte torpentem, instauratque experientiam aliquando habitam in eo, qui credit, et gignit sensum religiosum ac experientiam in iis, qui non credunt (26).

    Divinitas D. N. Jesu Christi non est realis et physica sed idealis. Quare admittendus est geminus Christus, alter historicus seu realis, filius Mariae et Joseph, conceptus et natus non ex virgine sed consortio maritali, electissimae quidem naturae, sed homo purus (27), ad quem refertur tota historia evangelica; alter dogmaticus, qui nunquam exstitit, sed eductus est e notione Messiae a conscientia christiana (28); id est, persona historica Christi transformata est atque deformata a fide, et huic Christo, remotis proprietatibus et gestis, quae in Evangeliis referuntur, convenit divinitas, utique idealis a conscientia christiana formata.

    Ipse Christus non habuit conscientiam suae dignitatis messianicae usque ad baptismum (29), et exinde nomen Filius Dei, quod sibi passim tribuit, non significat Christum fuisse filium Dei naturalem, sed aequivalet nomini Messias, id est, agenti divino et ordinatori regni Dei.

    Doctrina de morte piaculari Christi non est evangelica sed tantum paulina (30), quia Paulus explicuit textus evangelicos sensu universaliori quam habebant. Cum enim Christus praedicatione sua populum commovisset, damnatus est ad mortem, quin ipse cogitaret se morte sua hominem cum Deo reconciliaturum (31).

    Resurrectio Salvatoris non est proprie factum ordinis historici, sed factum ordinis mere supernaturalis, nec demonstratum nec demonstrabile, quod conscientia christiana sensim ex aliis derivavit. Siquidem «fides in resurrectionem Christi ab initio fuit non tam de facto ipso resurrectionis quam de vita Christi immortali apud Deum» (32).

    Miracula solum significant activam praesentiam Dei in mundo, non transgressionem legum naturalium nec manifestationem omnipotentiae et scientiae Dei. Sunt actus, quibus spiritus individualis hominis (vel plures spiritus individuales) intensius solito agens, suam potestatem supra materiam acquirit (33).

    Prophetia non est opus miraculosum nec certa eventus futuri praedictio sed perfectior conceptus Dei cum persuasione indefectibili, quod aliquis eventus effectu compleatur.

    Ecclesia non fuit a Christo instituta sed est partus conscientiae collectivae seu foetus consociationis conscientiarum singularium. Initio siquidem aliquis bonus vir, fidelis et credens, singularem divinorum experientiam nactus, aliis fidem suam communicavit, et, cum fides communis evasit, ex conscientia omnium collectiva surrexit Ecclesia. Auctoritas pariter ecclesiastica ab ipsa Ecclesia vitaliter emanat, quae ad modum auctoritatis civilis democraticis formis uti debet, nisi velit in hominum conscientiis intestinum excitare bellum. Magisterium Ecclesiae ad populares formas et ad singularium hominum conscientias sese accommodare oportet.

    Ecclesia a Statu sejungi imo et in temporalibus Statui subesse debet.

    Ecclesia tum in se ipsa, quatenus est societas organica, tum quoad dogmata, quoad cultum et quoad disciplinam, subjecta est principio fundamentali evolutionis perpetuae (34).

    Simon Petrus ne suspicatus unquam est sibi a Christo demandatum esse primatum in Ecclesia. Romana Ecclesia non ex divinae providentiae ordinatione sed ex mere politicis conditionibus caput omnium Ecclesiarum effecta est (35).

    Sacramenta non fuerunt a Christo instituta sed «ortum habuerunt ex eo quod apostoli eorumque successores ideam aliquam et intentionem Christi, suadentibus et moventibus circumstantiis et eventibus, interpretati sunt» (36). Non conferunt gratiam, sed «eo tantum spectant, ut in mentem hominis revocent praesentiam Creatoris semper beneficam» (37).

    Communitas christiana necessitatem baptismi induxit tanquam ritum necessarium (38), quem dein resolvit in duo, in baptismum et poenitentiam (39); distinctio baptismi et confirmationis non pertinet ad historiam (40); verba Apostoli de institutione Eucharistiae (I Cor. 11. 23-25) non sunt historice sumenda (41); Jacobus in sua epistola (5. 14 et 15) non intendit promulgare aliquod sacramentum Christi (42); qui coenae christianae praeesse consueverant, paulatim characterem sacerdotalem acquisiverunt (43); matrimonium non potuit evadere sacramentum novae legis nisi post resurrectionem Salvatoris, post datam scilicet plenam explicationem theologicam doctrinae de gratia et sacramentis (44).

    7. Errores circa theologiam moralem. Ecclesia impar est ethicae evangelicae efficaciter tuendae, quia obstinate adhaeret immutabilibus doctrinis, quae cum hodiernis progressibus componi nequeunt (45).

    Actuum humanorum in finem supernaturalem relatio consistit in commercio et experientia animae cum Deo, in sensu religioso sese manifestante.

    Conscientia non est dictamen intellectus practici, ut hucusque theologi docuere, sed potentia aut nescio quid, qua phaenomena percipiuntur, vel etiam id in quo sensus religiosus apparet. Quare conscientia est saepe cum revelatione aequanda.

    Leges, etiam naturales et divino positivae, non exceptis decalogi praeceptis, tractu temporis mutantur (46).

    Fideles non tenentur Ecclesiae mandatis obedire, sed ipsa Ecclesia debet conscientiae fidelium sesse accommodare.

    Sacrum in sacerdotio coelibatum sublatum desiderant modernistae protestantium more (47).

    Sacramenta non conferunt gratiam ex opere operato.

    8. Errores contra theologiam mysticam. In via purgativa, quando peccator reconciliatur cum Deo, non communicantur animae merita et satisfactiones mortis piacularis Christi.

    In via illuminativa plures virtutes, ut humilitas, patientia, mortificatio, sacrificium, obedientia, modestia, mansuetudo, puritas, pietas, etc., sunt passivae, olim quidem in magno pretio habitae, sed hodie parvi faciendae. E contra virtutes activae, ceu magnanimitas, fiducia in se, zelus animarum, etc., sunt accurate colendae, ut mundus nos aestimet.

    In via unitiva anima ita Deo conjungitur, ut neglectis virtutibus passivis et supernarum rerum contemplatione, in sensu religioso, qui ex latebris subconscientiae erumpit, Deum intueatur ac jugiter experiatur sine moralibus adjunctis, quae ad experientiam gignendam requiruntur (48).

    9. Errores circa S. Scripturam. Juxta modernistas Deus non est vere auctor S. Scripturae, sicut apologetae, theologi et expositores hactenus docuere (49).

    Inspiratio S. Scripturae est vehemens quaedam impulsio, similis inspirationi poeticae, qua scriptor ad fidem suam, id est, sensum ex indigentia divinorum ortum, verbo scriptove aperiendam adigitur (50). Haec inspiratio, quamvis ad totam S. Scripturam extendatur, non tamen praeservat sacros libros ab erroribus plurimis, scientificis et historicis; nullum siquidem caput est in Scriptura a Genesi usque ad Apocalypsim quod contineat eamdem doctrinam ac Ecclesia (51).

    Sacri scriptores transcripserunt in suis libris plura documenta mythica, traditiones populares, formulas apparentes, etc., quae errores continent, quin responderent de veritate relatorum sed de veracitate tantum translationis; imo plura retulerunt evangelistae, quae, etsi falsa, censuerunt lectoribus magis proficua (52).

    Evangelia sensim sine sensu ita aucta sunt usque ad definitum constitutumque canonem, ut in ipsis doctrinae Christi non remanserit nisi tenue et incertum vestigium (53).

    10. Errores circa disciplinam Ecclesiae. Regimen Ecclesiae adeo reformandum est juxta modernistas, ut intus forisque cum moderna conscientia componatur, quae tota ad democratiam vergit, tributis inferiori clero et laicis in regimine partibus. Sacrae Congregationes, praecipue S. Ofjicium et Index, immutandae sunt, ut magna omnibus fiat conscientiae libertas.

    11. Circa historiam. Curiosa denique sunt quae circa modum conficiendi historiam docent modernistae. His temporibus adeo progressi sumus, ut jam historia non sit simplex enarratio factorum, sed involucrum inexplicabile quod criticus, historicus et philosophus simul conficiunt (54).





    § II.

    Historia modernismi.

    12. Causae praecipuae modernismi merito dicuntur a Pio PP. X error mentis, curiositas et superbia (55), sed, si radicitus res examinetur, facile dignoscitur ex intima quorumdam catholicorum cum protestantibus rationalistis relatione et communicatione atque ex librorum rationalistarum familiari lectione modernismum originem duxisse (56). Quidam scriptores, de monitis Ecclesiae catholicae parum solliciti et in philosophicis theologicisque disciplinis perfunctorie instructi, sive ob curiositatem, ut aliqui volunt, sive ob refutandos errores protestantium, ut ipsi clamitant, libros rationalistarum criticismo biblico et subjectivismo refertos imprudenter evolvere eorumque auctoribus nimia familiaritate uti coeperunt. Inde tot hodie lugenda mala. Ex philosophia Kantii (1724-1804) Schleiermacher (1768-1834), Ammon (1766-1849), Ritschl (1822-1889) A. Sabatier (1840-1901), Spencer (1820-1903), aliorumque rationalistarum suas doctrinas maxima ex parte hauserunt modernistae. In relationibus deinde cum Ed. Hartmann, Pfleiderer, Wellhausen, Holzmann, Weiss (Joan), Jülicher, Rubois Reymond, Harnack, et aliis, sensim sine sensu amiserunt fidem, et exposuerunt dogmata modo omnino rationalistico.

    13. Praecipui modernismi coryphaei fuere:

    In Gallia: Alfredus Loisy (57), Ed. Leroy (58), Houtin (59), A. Dupin (60), Bonnefoy (61), etc.; quibus accedunt Blondel (62), Alaux (63), Laberthonniere (64), Turmel (65) et alii.

    In Italia: Murri (66), Minocchi (67), Fogazzaro (68), Meregalli (69), Bataini (70), Coenobium (Rivista internazionale di liberi studi, Lugano).

    In Germania: Schell (71), Schrörs (72), scriptores ephemeridis «Das zwanzigste Iahrhundert», München 1908, 88 sqq. et plures discipuli Schell.

    In Anglia: Tyrrel (73), et alii.

    14. SSmus, D. N. Pius X, dato primo decreto Lamentabili sub die 4 Julii 1907 et dein encyclica Pascendi sub die 8 Septembris 1907 gravissimis verbis damnavit modernismum, et modernistas semel et iterum admonuit, ut, depositis rationalistarum theoriis, doctrinas Ecclesae humiliter acciperent; sed modernistae, haereticorum viam sequuti, nedum voluerunt Ecclesiae mandatis se subjicere, sed libellos insolentissimos publicarunt, inter quos eminent: «A Pio X Quello che vogliamo» (Milano 1907); «Il Programma dei modernisti – Risposta all'enciclica di Pio X Pascendi dominici gregis» (Roma 1908 (74)); «Das zwanzigste Jahrhundert» (München 1908); «Internationale Wochenschrift» (München 1908); «Lendemains d'Enzyclique» (Paris 1908). Necnon Loisy, Tyrrel, Murri et alii directe responderunt Romano Pontifici, adeo ut juxta Lendemains d'Enzyclique modernistae itali «sicut magister puero» ita «pauperi Papae» locuti fuerint.

    15. Sunt alii scriptores, neo-critici, qui nostro conceptu et bonorum opinione nimis concedunt adversariis in interpretatione S. Scripturae, apologetica christiana et gravissimis de theologia quaestionibus. Noluimus eos inter modernistas recensere, ne citra declarationem Ecclesiae videremur accusatoris officium agere; candide tamen fatemur criticam hodiernam in multis quidem esse laudabilem sed in aliis plurimum nobis displicere. Non enim est satis fundata, ut exigat in exegesi catholica profundas innovationes, quae in discrimen adducunt veritatem S. Scripturae.





    § III.

    Condemnatio modernismi.

    16. His ultimis temporibus plura prodierunt a Sede Apostolica contra modernismum documenta, quae oportet prae oculis haberi. Alia sunt quae viam sternunt ad condemnationem modernismi; alia quae ipsum expresse proscribunt; alia quae modernistas eorumque opera damnant.

    17. 1) Documenta quae viam sternunt ad condemnationem modernismi. a) SSmus. D. N. Pius PP. X allocutione habita ad creatos Cardinales in Consistorio diei 17 Aprilis 1907 maxime conquestus est de modernis criticis, quorum doctrinae secum ferunt venenum omnium haeresum. b) Datae sunt deinde litterae S. Congregationis Indicis 29 Aprilis 1907 ad Emum. Cardinalem Archiepiscopum mediolanensem, quibus spiritus periculosissimus periodici Il Rinnovamento damnatus est. c) Mox Rom. Ponttfex sub die 6 Maji 1907 dedit Litteras ad Emum. Cardinalem Archiep. parisiensem caeterosque archiepiscopos et episcopos Galliarum, Patronos Instituti Catholici Parisiensis, in quibus dolet «e Clero praesertim adolescenti quasdam erumpere coepisse, periculi et erroris plenas, novitates sententiarum de ipsis fundamentis doctrinae catholicae», profectas plerumque a contempta scholastica philosophia.

    18. 2) Documenta quibus proscribitur modernismus. a) Die 3-4 Julii 1907 editum est decretum S. Officii Lamentabili sane exitu, quo damnantur 65 propositiones doctrinales modernistarum. b) Deinde, sub die 8 Septembris 1907, datae sunt gravissimae Litterae Encyclicae Pascendi, quibus solemniter proscribuntur modernistarum errores. Est pretiosissimum Ecclesiae documentum, quo exposita et contrita sunt adversae doctrinae fundamenta. c) Rom. Pontifex Motii proprio 18 Novembris 1907 Auctoritate sua Apostolica iteravit confirmavitque tum Decretum illud S. Congregationis Supremae tum Litteras suas Encyclicas, addita excommunicationis poena adversus contradictores; ita ut si quis: «quamlibet ex propositionibus, opinionibus doctrinisque in alterutro documento... improbatis tueatur, censura ipso facto plecti (noscat), Capite Docentes Constitutionis Apostolicae Sedis irrogata, quae prima est in excommunicationibus latae sententiae Romano Pontifici simpliciter reservatis». d) In allocutione habita in Consistorio 16 Decembris 1907 repetit se bonum depositum custodiendi causa decretum Lamentabili et Litteras Encyclicas Pascendi edidisse.

    19. 3) Modernistae eorumque opera damnantur. a) Sacerdos Alfredus Loisy, qui jam erat suspensus a divinis, post formales canonicas monitiones nominatim ac personaliter excommunicatus est decreto S. Officii 7 Martii 1908; item Romulus Murri, decr. S. Officii 22 Martii 1909. Alii sacerdotes rebelles suspensi sunt a divinis. b) Item plura modernistarum opera sunt ab Ecclesia damnata et in Indicem librorum prohibitorum relata, ex quibus speciali mentione digna est damnatio II Programma dei Modernisti. Emus. Cardinalis Vicarius sub die 29 Octobris 1907 hunc librum proscripsit, et vendere, legere aut retinere prohibuit sub culpa lethali, adjungens: «SS. D. N. Pius X per hoc decretum auctores et scriptores caeterosque omnes, qui quoque modo ad hunc librum conficiendum operam contulerunt, excommunicationis poena afficit, a qua sibi soli absolutionem reservat». Damnata sunt etiam quaedam opera Eduardi Leroy, Joannis Morin, Alberti Houtin, Coenobium, Rivista internazionale di liberi studi. (Decr. Indicis 26 Jul. 1907); Diaria modernistica «La Justice Social» et «La Vie Catholique» (decr. S. Officii 13 Febr. 1908); Antonii Dupin (decr. Ind. 25 Maj. 1908); Bonnefoy et Romuli Murri (decr. Ind. 5 Jan. 1909); Josephi Turmel et iterum Romuli Murri (decr. Ind. 5 Julii 1909) et aliorum.

    20. Hic quaeri potest, quinam sit horum documentorum valor juridicus.

    1) Certum est documenta n. 1. recensita non esse locutiones ex cathedra, quia nondum Pontifex videtur habuisse intentionem proscribendi doctrinas de modernismo ut Doctor universalis.

    2) Multum disputatum est de valore decreti Lamentabili. a) Aliqui dixerunt hoc decretum esse quidem maximae auctoritatis, obligationemque inducere, cui omnes fideles in conscientia se subjicere tenentur, non tamen esse definitionem ex cathedra, quia est decretum S. Officii, approbatum a S. Pontifice in forma communi. Ita P. Choupin (75),Vermeersch (76), Miranda (77) et alii. Adjungunt tamen in forma specifica approbatum fuisse Motu proprio diei 18 Nov. 1907, adeo ut, quod primo erat decisio S. Officii, evectum fuerit ad categoriam definitionis ex cathedra; tum quia Pontifex praefatum decretum iterat atque confirmat, tum praecipue quia contradictores poena excommunicationis plectit. Vide Miranda (78) et Vermeersch (79). b) Alii volunt decretum Lamentabili fuisse jam ab initio approbatum a Pontifice in forma specifica et consequenter esse definitionem ex cathedra, quia Romanus Pontifex formae communi approbationis «Sanctitas sua decretum Emorum. Patrum approbavit» aliam formam adjunxit, quibus condemnationem omnino suam facere visus est dicens: ac omnes et singulas supra recensitas propositiones ceu reprobatas ac proscriptas ab omnibus haberi mandavit. Ita Tailliez (80), Pierrot (81), Villada (82) et alii.

    Utraque opinio est satis fundata; sed si attente considerentur verba Pontificis et circumstantiae, in quibus appobatio impertita est, secundam sententiam dixerim esse veriorem. Summus Pontifex gravissimae haereseos exordia intuitus, semel et iterum periculum annuntiavit, et deinde non solum approbavit decretum S. Officii damnantis propositiones 65, sed adjunxit: Omnes et singulas supra recensitas propositiones ceu reprobatas ac proscriptas ab omnibus haberi mandavit.

    21. Encyclica Pascendi est partim disciplinaris partim doctrinalis. Pars disciplinaris, utpote ab auctoritate suprema Ecclesiae emanata obligat in conscientia et est ab omnibus ad quos spectat adamussim exequenda. Pars doctrinalis videtur esse a Romano Pontifice suprema sua auctoritate definita et Ecclesiae universali proposita, ut ab omnibus fide teneatur. Haec opinio fuit etiam ab initio communior.

    Quidquid sit de valore primitivo horum documentorum, hodie non est dubitandum, quin utrumque fuerit Motu proprio Praestantia 18 Nov. 1907 in forma specifica approbatum eo quod contradictores, id est defendentes propositiones ab Ecclesia damnatas, censura excommunicationis, ex Capite Docentes Apostolicae Sedis, Romano Pontifici simpliciter reservata ipso facto plectuntur (83).

    22. Caetera documenta, quae retulimus, sunt vel decisiones disciplinares Romani Pontificis contra sacerdotes rebelles, vel decreta Congregationum S. Officii et Indicis in forma communi a Pontifice approbata.





    § IV.

    Remedia contra modernismum et methodus servanda in ejus refutatione.

    23. Principale remedium, ne quis modernismo inficiatur, est proculdubio humilis subjectio doctrinis Ecclesiae, captivando intellectum in obsequium fidei juxta Apostoli monitum. In Ecclesia siquidem absque vel levissimo erroris coeno invenitur veritas, ut ait Gregorius XVI (84), et qui Ecclesiae sequuntur doctrinam, securo incedunt pede.

    Aliud remedium valde efficax contra modernismum est assiduum philosophiae et theologiae scholasticae studium. Modernistae siquidem, licet in pluribus scientiis naturalibus versati sint, principia tamen verae philosophiae et theologiae plerumque neglexerunt, et philosophiae Kantii et agnosticorum dogmata incaute amplexi sunt. Inde veniunt tot eorum vacilationes et diversitates in quaestionibus etiam fundamentalibus et mysteriis religionis. Hinc bonum foret, ut in seminariis et collegiis religiosorum, ubi juvenes ad sacerdotium educantur, praecipua pars temporis tribueretur studiis philosophicis et theologicis. Nemo negaverit scientias naturales, linguarum peritiam, etc., esse hodie maximi momenti, sed philosophia et theologia sunt adeo necessariae, ut, qui velit sine his errores hodiernos cavere, ipse se decipiat.

    Integritas morum et pietas cordis maxime conferunt ad praecavendos errores modernismi. Experientia enim quotidiana compertum est aberrationes haereticorum ex morum corruptione plerumque originem duxisse.

    24. Cum disputandum fuerit cum modernistis, qui se dicunt esse catholicos, operae pretium est demonstrare eorum systema non posse cum Ecclesiae doctrina conciliari. Ad hoc prae oculis habeat apologeta doctrinam Ecclesiae de inspiratione, de revelatione, de ordine supernaturali, de fide, de immutabilitate dogmatis, et aliis in quibus theoriae modernistarum toto caelo differunt ab Ecclesiae definitionibus, et data occasione applicare curet in praxim.

    Si disputandum fuerit cum modernistis, qui nomini etiam catholico simul cum fide renuntiarunt, sicut novimus quosdam renuntiasse, argumenta depromenda sunt ex motivis probabilitatis seu criteriis revelationis aliisque locis, quibus arguitur contra rationalistas.

    LAUS DEO VIRGINIQUE MATRI


    (1) «Noi accettiamo, ajunt auctores libelli Il programma dei modernisti, § 2, la critica della ragione pura che Kant e Spencer hanno fatto».

    (2) Encyclica Pii PP. X, Pascendi; Denz-Bannw., 2072.

    (3) Ipsam Dei existentiam aliqui in dubium revocant. «La question, ait Loisy, qui est au fond du probléme religieux dans le temps présent n'est pas de savoir si le Pape est infallibile, ou s'il y a des erreurs dans la Bible, ou meme si le Christ est Dieu, ou s'il y a une révelation... mais de savoir si l'univers est inerte, vide, sourd, sans ame, sans entrailles, si la conscience de 1'homme y est sans écho plus réel et plus vrai qu'elle-meme. Du oui ou du non il n'existe pas de preuve rationnelle qu'on puisse qualifier de péremptoire... Vais-je verser dans le monisme, dans le panthéisme? Je l'ignore. Ce sont des mots. Je tache de parler de choses. La foi veut le théisme; la raison tendrait au panthéisme. Sans doute elles envisagent deux aspects du vrai, et la ligne d'accord nous est cachée». Quelques lettres, p. 45 sqq.

    (4) In quo reponant modernistae hunc immanentismum difficile dictu est. Fonegrives (La quinz, Janv., 1897; Le Monde, Mai, 1895) reponit in subjectivismo quod valore objectivo caret; Abbas Ch. Denis, (Annales de Phil. chrét., Juillet, 1897) in exsistentia subjecti in se ipso; Blondel (Annales de Phil. chrét., Janv. et Juillet, 1896), in statu quodam quo homo nihil admittere potest quod non procedat a se ipso; Laberthonniere (Essais de Phil. Relig., p. 169), in penetratione ordinis supernaturalis in nobis.

    (5) Encyclica Pascendi; Denz-Bannw., 2074.

    (6) Status internus, cujus conscientia caremus, vocatur inconscientia a philosophis modernis. Carentia conscientiae potest accidere dupliciter: primo, quia phaenomenon nondum advenit conscientiae, et appellatur praeconscientia; secundo, quia transiit, et est subconscientia. Modernistae tamen confundunt saepe subconscientiam cum conscientia et praeconscientia.

    (7) Encycl. Pascendi; Denz-Bannw., 2077. – Cfr. Dehó, La condanna del modernismo.

    (8) Juxta Tyrrel (Quarterly Riview, Rights and Limits of Theology, Oct., 1905) est «God's touch filt within the hearts».

    (9) Encycl. Pascendi, n. 7. (Cfr. Pesch, Fede, Dogmi, Fatti storici, § 2).

    (10) Decr. Lamentabili, prop. 20; Encycl. Pascendi, n. 8. – «Ce, ait Loisy, Autour d'un petit livre, p. 195, qu'on appelle révelation n'a pu etre que la conscience aquise par l'homme de rapport avec Dieu».

    (11) Sabatier, Les Religion d'autorité et la Religion de 1'Esprit, 1903.

    (12) Encycl. Pascendi, n. 8.

    (13) Sabatier, 1. c.

    (14) Encycl. Pascendi, n. 10.

    (15) «Les conceptions, ait Loisy, Évangile et Église, ed. 3., pp. 202-203, que l'Église présente comme des dogmes révélés ne sont pas des verités tombées du ciel et gardées par la tradition religieuse dans la forme précise ou elles ont paru d'abord. L'historien y voit l'interprétation des faits religieux, acquise par un laborieux effort de la pensée theologique». Cfr. Decr. Lamentabili, prop. 22.

    (16) «Les verités de la révelation, iterum Loisy, Autour d'un petit livre, p. 200, sont vivantes dans les assertions de la foi avant d'etre analysées, dans les spéculations de la doctrine. Leur forme native est une intuition surnaturelle et une expérience religieuse, non une considération abstraite ou une définition systematique de leur objet».

    (17) Conceptus omnino pantheisticus, quem non semel exprimunt modernistae.

    (18) Encycl. Pascendi, n. 11.

    (19) Ibid., n. 12.

    (20) «La conception théorique du dogme immuable ne peut effacer 1'histoire des dogmes. Le sens qui ne change pas n'est pas celui qui résulte précisément de la lettre, c'est-a-dire la forme particuliere que la vérité prenait dans l'esprit de ceux qui ont libellé la formule; il n'est pas davantage dans la forme particuliére des interprétations qui se succedent selon le besoin; il est dans leur fond commun, impossible á exprimer en langage humain, par une définition adéquate a son objet et suffisante pour les seicles des siecles». Loisy, Autour d'un petit livre, p. 201.

    (21) Exquisse d'une Philosophie de la Religion d'apres la Psychologie e 1'histoire, Paris, 1897; Les Religions d'autorité, etc.

    (22) Decr. Lamentabili, prop. 59, ex Loisy, Etud. evang., 13.

    (23) Loisy, L'Évang. et 1'Élglise, p. 134. – Cfr. Decr. Lamentabili, prop. 60.

    (24) Loisy, Autour d'un petit livre, 28. – Cfr. Lamentabili, prop. 64. – Modernistas praeiverat Melanchton, qui Letter scelte 1565, lett. 2, qq. 3-4 expresse docuit articulos fidei mutandos esse et circumstantiis temporum accommodandos.

    (25) Encycl. Pascendi, n. 14. «Ogni via, ait Besant (L'intimo proposito della Societá teosofica, Roma, 1901), é buona per coloro che la seguono: ogni via é divina e per essa gli uomini possono giungere a Dio». Pag. 7.

    (26) Encycl. Pascendi, n. 15. Fetichistae in imperio sinensi majores aberrationes non docuerunt.

    (27) Nisi velis Christum hominem appellari Deum, quatenus speciali modo fuit Deo unitus adeo ut qui ipsum conspicerent aliquo modo Deum viderent.

    (28) Loisy, Autour, p. 117. – Cfr. Lamentabili, prop. 27.

    (29) Loisy, L'Évang. et 1'Église, p. 55. – Cfr. Lamentabili, prop. 35.

    (30) Lamentabili, prop. 38.

    (31) Loisy, L'Évangile et 1'Eglise, p. 122; et Autour d'un petit livre, p. 237.

    (32) Lamentabili, prop. 36 et 37. Ex Loisy, Autour, pp. 169 et 120; Quelques Lettres, p. 48 sqq. – Paulo aliter resurrectionem Christi modo modernistico explicat Leroy dicens: «D'ailleurs il ne faudrait pas crire que, per la mort, 1'âme soit totalement désincarnée. Elle emporte avec elle son corps en tant que matiere pure; ce corps subsiste á titre de virtualité: radicaliter, dit Saint Thomas. La germe, la tendance qui persistent ainsi tout ce qui rend possible et convenable une résurrection, laquelle n'est pas autre chose qu'une reprise des fonctions d'activité pratique, une reconstruction de mécanismes plus on moins semblables a ceus qu'on avait perdus ou une réparation de ces derniers. J'ajoute que la reprise du corps, conçue de cette maniere, est bien toujours, quoi qu'il advienne du cadavre éliminé, une résurrection in carne propria. En effet, c'est comme une seconde naissance: 1'âme s'etait une premiere fois construit un corps, elle recommence; et le corps qu'elle refait, étant son oeuvre et son instrument, son point de vue et son centre d'action, il faut 1'appeler de nouveau son corps, dans le meme sent et la meme raison que la premiere fois». Dogme et Critique, p. 239 sqq. «Je formulerais donc volontiers le dogme de la résurrection dans les termes suivants: l'tat présent de Jésus est tel que, pour correspondre a sa réalité ineffable... 1'attitude et la conduite requises de nôtre part sont celles qui convendraient vis-a-vis d'un contemporain». Ibid., p. 255.

    (33) «Un miracle, c'est 1'acte d'un esprit individuel (ou d'un grupe d'esprits individuels) agissant comme esprit á un degré plus haut que d'habitude, retrouvant en fait, et comme dans un éclair, sa puissance de droit». Leroy, Annales de Philosophie chrét., Dec, 1907.

    (34) Loisy, Autour, p. 176. – Cfr. Lamentabili, p. 53.

    (35) Loisy, Autour, p. 17, et L'Évangile, pp. 97-99. – Cfr. Lamentabili, 55-56.

    (36) Lamentabili, prop. 40. – Ex Loisy, L'Évangile, p. 194.

    (37) Lamentabili, prop. 41. – Ex Loisy, L'Évangile, p. 220.

    (38) Lamentabili, prop. 42. – Ex Loisy, Autour, p. 334.

    (39) Lamentabili, prop. 43. – Ex Loisy, L'Évangile, p. 195.

    (40) Lamentabili, prop. 44. – Ex Loisy, Autour, p. 236.

    (41) Lamentabili, prop. 45. – Ex Loisy, Autour, p. 237.

    (42) Lamentabili, prop. 48. – Ex Loisy, Autour, p. 251.

    (43) Lamentabili, prop. 49. – Ex Loisy, Autour, p. 253.

    (44) Lamentabili, prop. 51. – Ex Loisy, Autour, p. 255.

    (45) Lamentabili, prop. 63.

    (46) «Non é vero, ait Boccardo (La sociologia nella storia, nella scienza, nella religione e nel cosmo, § 3), che, come dice il Makintosh, la moralitá non ammette scoperte, morality admits of no discoveries: non é vero ció che afferma il Condorcet, che la morale di tutte le nazioni é stata la medesima, la morale de toutes les nations a eté la meme: non é vero il pronunciato di Emmanuele Kant, che noi nella filosofia morale non abbiamo oltrepasato gli antichi, in der Moralphilosophie sind wir nicht weiter gekommen, als die Alten: non é vero ció che il Bukle ripete, che le veritá morali non ricevono addizioni, moral truths receive no addition. Noi possiamo enumerare non poche e non irrilevanti veritá morali, che gli antichi non conobbero affato, e delle quali possiamo assegnare i discopritori e 1'epoca in cui furono rivelate, come assegnamo gli inventori e la data delle veritá di ordine fisico e scientifico».

    (47) Encycl. Pascendi, 40. Modernistarum doctrinam quoad moralitatem exprimit unus eorum doctor G. Prezzolini (Prose, Rivista d'arte e d'idee, Roma, aprile-maggio, 1907, pag. 163 sqq.) his verbis: «La carne e la fame non si cacciano via se non con soddisfarle. E io dico che il miglior modo d'esser liberi dalla materia é di lasciare che la materia viva da sé, sia contenta e soddisfatta».

    (48) Encycl. Pascendi, 14. – In hac mysticae parte potissimum, perniciosius quam in aliis materiis, erravere modernistae. Totum ordinem supernaturalem et commercium animae cum Deo per sensum religiosum explicare volentes, doctrinas et aberrationes quietistarum, theosophorum et sentimentalistarum laudibus extulerunt et amplexati sunt. Famosa sunt hac in re opuscula mystica Dnae. de Guyon, Teosofia Josephi Giordano (Mediolani, 1907) et alia quamplurima quae doctrinis sentimentalistarum et theosophorum referta in lucem edita sunt. Librum mysticopantheisticum Eine deutsche Theologie (Una teologia germánica) olim ignoto auctore a Luthero magnis encomiis in lucem editum, et alium Guía espiritual, Michaelis Molinos, quietistarum antesignani, optimos esse codices viae spiritualis clamitant, et cum adnotationibus Prezzolini, Papini, etc, exhibent atque commendant piis lectoribus.

    Quam longe distet hic modernistarum dicendi modus a sanctorum doctrina, non est opus ut probare conemur. Mystici aliquando Deum experiuntur, potentia quidem sensitiva mediantibus imaginibus et repraesentationibus, potentia vero intellectuali firmissime sibi persuadendo, quod Deus in oratione recollectionis, quietis, raptus, volatus animae et impetus, ipsis certissime sistit, sed hoc fit modo omnino supernaturali, et conceditur dumtaxat quibusdam animabus, quae in via spirituali plurimum adlaborarunt. «Notoriamente ve, ait S. M. N. Theresia, Mor., 7, c. 1, n. 7, que están (las tres divinas personas) en lo interior de su alma, en lo muy interior, en una cosa muy honda (que no sabe decir cómo es, porque no tiene letras) siente en si esta divina companía... y si no falta a Dios el alma, jamás él la faltará, a mi parecer, de darse a conocer tan conocidamente su presencia».

    (49) Lamentabili, prop. 9.

    (50) Pascendi, n. 22; Lamentabili, prop. 10.

    (51) Loisy, Autour d'un petit livre, p. 54.

    (52) Lamentabili, prop. 14. – Ex Loisy, Autour, p. 48.

    (53) Lamentabili, prop. 15. – Ex Loisy, Autour, p. 78, et L'Évang., p. 21.

    (54) Cfr. Encycl. nn. 29-32.

    (55) Pascendi, n. 44.

    (56) Ephem. Die Wartburg (München, 1908, 88), ajebat: «Modernismus est caro de carne et os de osse protestantismi».

    (57) L'Évang. et l'Église; Autour d'un petit livre.

    (58) Dogme et Critique, etc.

    (59) La question biblique.

    (60) Le dogme de la Trinité dans les trois premiers siecles.

    (61) Vers l'unité de croyance, Le catholicisme de demain.

    (62) Histoire et dogme, «Quinzaine» 15 Jan., 15 Febr.

    (63) La religion progressive.

    (64) Annales de Phil. chrét.

    (65) Histoire du dogme de la papauté; L'Eschatologie a la fin du IV siecle.

    (66) Rattaglie d'oggi, La Filosofia nuova e 1'enciclica contra il modernismo, etc.

    (67) La Genesi.

    (68) Il Santo.

    (69) Vide «Civiltá Cattolica», 1907, vol. 4, p. 331.

    (70) Il Socialismo e la Democrazia cristiana, Il Renan e 1'Harnack, etc.

    (71) Die neus Zeit und der alte Glaube, etc.

    (72) Kirche und Wissenschaft, Zustande an einer katholisch-theologischen Facultat.

    (73) A much abused letter; Trough Scylla and Charybdis, etc.

    (74) Est libellus infamatorius et haereticus paginarum 528, scriptus ut dicitur a sex sacerdotibus italis.

    (75) Etudes, 15 Aout, 1907.

    (76) Periodica, tom. 3, p. 148.

    (77) Ensayo de comentario al Decreto Lamentabili por los alumnos del Pontificio Colegio espanol de Roma.

    (78) L. c.

    (79) Periodica, t. 4, p. 52.

    (80) Revue catholique des Institutions et du Droit, Aout, 1907.

    (81) L'Ami du Clergé, I Aout, 1907.

    (82) «Razón y Fe», Oct. 1907.

    (83) Cfr. Bucceroni, Comment. in Const. Ap. Sedis, n. 37.

    (84) Encycl. Singulari Nos, 7 kal. Jul. 1834.

  8. #58
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    Predefinito Punti fermi esplicativi sulla Tesi di Cassiciacum)

    LA TESI DI MONSIGNOR GUERARD DES LAURIERS NON è UNA COSTRUZIONE ARTIFICIALE, AVULSA DAL MAGISTERO E DALLA TRADIZIONE TEOLOGICA ROMANA E CATTOLICA: Nè è INVECE ASSOLUTAMENTE INNERVATA E VIVIFICATA, NE è UN FRUTTO DIRETTO.
    PRIMA ANCORA CHE UNA TESI, è UNA SIN-TESI DI VARIE VERITà DI FEDE E CERTEZZE TEOLOGICHE CHE INTERESSANO IL PAPATO E L'INDEFETTIBILITà DELLA CHIESA CATTOLICA: COME HO GIà DETTO ALTROVE, è IL PIù GRANDE DONO CHE POTEVA FARCI LA TEOLOGIA ROMANA NEL VENTESIMO SECOLO.
    A PROBLEMI NUOVI (ERESIE ED ERRORI NEL MAGISTERO, RITI ERETICI, PRASSI ECCLESIALE ERETICA, DIRITTO CANONICO ERRONEO) SOLUZIONI E SINTESI "NUOVE", COLLEGAMENTI TRA VERITà E PROPOSIZIONI, GIà PRESENTI NELLA TRADIZIONE MA ORA ESPLICITATE CON MAGGIOR CHIAREZZA.
    OLTRE A PROPORRE QUESTA VERITà TEOLOGICHE SULLA CHIESA E SUL PAPATO, NELLA TESI ALCUNE QUESTIONI DISPUTATE VENGONO RITEMATIZZATE, ALTRE SUPERATE, ALTRE FELICEMENTE RISOLTE.
    INFATTI ALCUNE ASPETTI COROLLARI DELLA TESI SONO ANCORA OGGI OGGETTO DI APPROFONDIMENTO E DI RIFLESSIONE: GLI STESSI STUDI DELL'ECCELLENZA SANBORN LO DIMOSTRANO.
    IL SUO NUCLEO TEOLOGICO PERò è ANCOR OGGI INCONCUSSO E TEOLOGICAMENTE CERTO: NEGARE QUESTO TIPO DI SINTESI IN TUTTE LE SUE PARTI IMPLICA POI COMPIERE SCELTE E FARE ATTI CHE ATTENTANO ALL'ESISTENZA STESSA DELLA CHIESA E DEL PAPATO.

  9. #59
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    Predefinito

    LA TESI DI CASSICIACUM NON è UNA COSTRUZIONE AVULSA DALLA CONCRETEZZA STORICA, NON è UN TEOREMA MA è UNA RISPOSTA A UN FATTO. è POST FACTUM.
    CI SONO RISPOSTE MIGLIORI A QUESTI FATTI (ERRORI ED ERESIE NEL VATICANO II, NEL MAGISTERO ORDINARIO DEI "PAPI CONCILIARI" ETC ETC) CHE NON SIANO ANTINFALLIBILISMO, GALLICANESIMO, ANTIPRIMATISMO E ANNICHILIMENTO DEL PAPATO ROMANO (TIPO LA TESI DI DON TRANQUILLO)?
    IL PROBLEMA è CHE NON CI SONO RISPOSTE SERIE FUORI DAL SEDEVACANTISMO E DAL TESISMO.
    IN OGNI CASO CONSIDERARE OGGI LA SEDE PIENA è UNA BESTEMMIA OGGETTIVA CONTRO LA SANTITà DELLA CHIESA.
    AL MASSIMO SI POTRà DISCUTERE CON PASSIONE SU COME LA SEDE SIA VUOTA.

  10. #60
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    Predefinito

    NON C'è BISOGNO DI ESSERE DIO PER CONSTATARE RAZIONALMENTE L'EVIDENZA METAFISICA DELLA VACANZA DELLA SEDE APOSTOLICA. LA CHIESA è SOCIETà UMANA-DIVINA, PERFETTA: NON C'è BISOGNO DELL'INTERVENTO DIRETTO DEL SUO CAPO INVISIBILE PER COGLIERE EVIDENZE CHE PERTENGONO SEMPLICEMENTE AI PRINCIPI METAFISICI COME IL PRINCIPIO DI IDENTITà E DI NON CONTRADDIZIONE.
    NELL'ESERCIZIO QUOTIDIANO DELLA FEDE CI PUò ESSERE, IN CASI STRAORDINARI COME IL NOSTRO, LA CONSTATAZIONE DELLA VACANZA DELLA SEDE APOSTOLICA

 

 
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