Israele, i corsi e ricorsi della storia
di Francesco Fusco
"Noi non faremo la strada a ritroso"
Questo lo spirito che anima gli israeliani
Non si possono considerare guerrafondai
Il ricordo di un incontro con Moshe Dayan
“It has ben a very long journey to get here, lasted almost two thousand years. But we will not make it back ”, “è stato un lungo viaggio, durato quasi due millenni, per arrivare fin qui. E non faremo la strada a ritroso”. Le parole erano scandite con determinazione. Il sole al tramonto sul mare di Tel Aviv faceva brillare di una strana luce l’unico occhio, quello destro, del mio interlocutore, accentuando quasi la forza che promanava da quello sguardo.
L’altro occhio era coperto da una benda da venticinque anni, fin dal 1942, ma la menomazione non aveva tolto al mio interlocutore alcuna energia. Era il novembre del 1967 e l’uomo che mi stava di fronte, diventato leggenda dopo la vittoriosa campagna contro gli eserciti di Siria, Egitto, Giordania e Iraq, aveva acconsentito a ricevermi e a rilasciare un’intervista oltre che a farmi visitare diversi insediamenti militari dove giovani di ambo i sessi continuavano ad addestrarsi per affrontare i pericoli mortali di una nuova guerra.
L’occasione era venuta attraverso una casa di produzione cinematografica, che in quei giorni stava appunto girando un lungometraggio, il cui titolo era reso particolare a causa di un anagramma, “Israel is real ”, Israele è realtà. Uno dei protagonisti era appunto Ashaf Dayan, uno dei figli del condottiero cinquantaduenne che era stato Capo di Stato Maggiore dal 1953 al 1966, che aveva militato nell’Haganah sin da quando aveva 14 anni, aveva passato due anni, dal 1939 al 1941, nelle prigioni inglesi per arruolarsi poi nelle stesse armate britanniche per combattere in Libano contro le forze della Repubblica di Vichy, e dove, l’anno successivo aveva perduto l’occhio sinistro, ma non la forza d’animo e la determinazione quasi oltranzista simile a quella odierna di Ariel Sharon . La cordialità di Ashaf mi aveva fatto da lasciapassare per incontrare quell’uomo tanto famoso.
In quei giorni nessuno lo avrebbe accusato, scatenando polemiche all’interno della sinistra italiana,come ha fatto di recente in un suo libro Asor Rosa per il vincitore delle elezioni del 28 gennaio, di appartenere ad una “razza guerriera persecutrice e perfettamente omologata alla parte più consapevole e spregiudicata del sistema occidentale”.
I tempi e gli atteggiamenti sono cambiati e con essi - per motivi di opportunismo filomovimentista - le posizioni politiche di chi giudica Israele e il dramma della Palestina, ma non ha mutato il modo di sentire della maggioranza di quei 4,3 milioni di israeliani che sono stati chiamati alle urne (anche con una grande percentuale di astensioni, in parte dettate dal timore di recarsi in luoghi esposti come i seggi elettorali) e che hanno premiato la leadership dell’intransigente Sharon e del suo Likud, e sconfitto i laburisti e gli ortodossi a vantaggio del partito anticlericale dello Shinui.
Abbiamo fatto un viaggio durato quasi venti secoli e non intendiamo farlo a ritroso: è questo lo spirito che anima gli israeliani, e pur riconoscendo di aver commesso forse degli errori, a cominciare dalla famosa passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee del 28 settembre 2000 che scatenò la seconda Intifada, nessuno intende tornare indietro.
Sanno bene che il prezzo è alto, ma sono disposti a pagarlo, e per questo hanno premiato la dura inflessibilità del protagonista dell’infausta Sabra e Chatila. Pur di non tornare indietro, pur di non dover ricorrere ad altre “giornate del ricordo” come quella che nei giorni scorsi ha ricordato in tutta Italia sei milioni di vittime del razzismo.
Perciò sembra superficiale, e dimentico della storia, il voler attribuire a Israele l’omologazione a quel modello “guerrafondaio” che per motivi di schieramento si vuole affibbiare agli Stati Uniti e a coloro che si schierano con loro ( l’attuale Governo Italiano soprattutto) creando uno stereotipo di “ebreo persecutore”.
Israele ha sempre cercato la sopravvivenza, e si è adeguato ai tempi. Quello stesso Dayan del quale ricordo in maniera così viva lo sguardo e le parole, subito dopo la guerra dei sei giorni voleva l’annessione delle striscia di Gaza, e dopo il conflitto del Kippur difendeva gli insediamenti nel Golan. Eppure una volta divenuto ministro degli Esteri era stato capace di portare a buon fine il contenuto del trattato di Camp David nel settembre del 1978, e nel 1981 di sostenere l’abbandono dei cosiddetti “territori”, ancora oggi parte delle sanguinosa disputa con i Palestinesi.
E che dire di Golda Meir, succeduta a Eshkol come primo ministro, la quale, pur mostrando una durezza insospettabile in una donna nata ed educata negli Stati Uniti, tanto da far dire che “portava la gonna per nascondere meglio gli attributi maschili” era capace di attraversare di nascosto il famoso ponte di Allenghby, per andare a trattare riservatamente con il vicino re Hussein la pace?
Poco prima di incontrare Dayan, nel mese di settembre, ero stato ospite di re Hussein. Volle condurmi ad Aqaba, nella sua residenza affacciata sulla spiaggia del Golfo d’Arabia. Mi portò in barca, un motorsailer di 20 metri, per una breve crociera al largo. La guerra era finita da poco, e tuttavia l’unica scorta che avevamo era una camionetta armata con una mitragliatrice che ci seguiva a distanza dalla costa.
Ero meravigliato non solo dall’esiguità della copertura, ma soprattutto dal fatto che il conflitto non avesse lasciato traccia né ad Aqaba, né nella dirimpettaia Eilath della quale si scorgevano gli insediamenti portuali e industriali a un tiro di schioppo. Volli chiedere al sovrano hascemita come mai quei luoghi fossero rimasti intatti. “Le persone intelligenti non distruggono il frutto di tanta fatica umana” – fu la risposta. “ Qui c’è stato un rispetto reciproco”.
Adesso Ariel Sharon si prepara a formare il nuovo gabinetto. E’ incerta una partecipazione dei laburisti di Mitzna, o quella degli anticlericali dello Shinui, senza gli ultraortodossi dello Shas. Può darsi che si apra un nuovo corso, che riprendano quelle trattative con i palestinesi più moderati, che da una parte e dall’altra non ci si lasci condizionare dall’ortodossia religiosa e dal fanatismo islamico, che sottraggono all’intelligenza la capacità di razionalizzare gli eventi, e si possa arrivare a quel reciproco rispetto cui faceva riferimento Hussein di Giordania.
L’importante è che si capisca che gli israeliani non cederanno di un millimetro se ciò dovesse significare fare il cammino inverso verso la diaspora, e che sono pronti per questo a sacrificare la propria vita. Non è la prima volta, come insegna la storia, anche quella scritta ai tempi dei romani.




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