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Discussione: Guerra e Pace

  1. #421
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    La nuova politica estera
    Terroristi compiaciuti e alleati irritati: ecco la formula di Prodi



    Non ci aspettavamo certo, da parte del ministro degli Esteri in carica, illazioni sconclusionate e prive di fondamento sugli eventuali impegni, segreti o meno, del nostro governo precedente con gli Stati Uniti d'America.

    Saremmo più interessati a capire invece che cosa davvero voglia fare il governo in carica, visto l'arrampicarsi sugli specchi di dichiarazioni e prese di posizione spesso contrastanti, sempre sconcertanti.

    Tanto che il presidente del Pri Giorgio La Malfa, in un dibattito radiofonico di qualche giorno fa con il nuovo segretario di Rifondazione comunista, Giordano, ha detto che in queste condizioni è meglio andarsene via subito, perché altrimenti, nella ridda di ipotesi, suggestioni ed affermazioni che provengono dagli esponenti della nuova maggioranza, finisce che il conto di tanto sconclusionato dilettantismo lo pagheranno i nostri soldati.



    Invece, quello che è chiaro nella babele del governo, è che non se ne vogliono affatto andare via subito, al contrario di quello che hanno detto agli elettori e che ancora dicono il Pdci, i Verdi e la stessa Rifondazione. E questo è evidente non solo dalle dichiarazioni contraddittorie di D'Alema, su cui ci siamo soffermati altre volte e che non intendiamo ripercorrere nuovamente. E' evidente non solo dalla visita del ministro della Difesa a Nassiriya, che si congratulava con i soldati per il lavoro svolto. Se si approva il loro operato ci sarà pure una ragione legata al contesto in cui avviene - o semplicemente si seziona la realtà per accaparrarsi quello che conviene. Questo è chiaro dall'ultima dichiarazione di Prodi che campeggia virgolettata sulle pagine di tutti i giornali: "I nostri soldati lasceranno l'Iraq senza irritare l'alleato Usa".

    E perché mai dovremmo preoccuparci dei sentimenti dei nostri alleati, se la politica che hanno svolto, e che il passato governo ha sostenuto lealmente, era sbagliata, come pure non si è mai smesso di dire in questi anni? Gli alleati si meriterebbero di pagare il frutto dei loro errori. Invece no, non li vogliamo irritare. Quale straordinaria delicatezza.

    Per la verità, noi pensavamo che gli Stati Uniti fossero già abbastanza irritati solo dicendo loro che una guerra, che è costata la vita di tanti loro soldati, fosse un errore. Tanto più li si irrita, se si pensa che a considerare come un errore una guerra ad un dittatore - una missione, cioè, che ha dato ad un Paese una promessa di libertà e di indipendenza - è una nazione che a sua volta venne liberata, grazie a una guerra americana, da una dittatura che pure godeva di un sostegno molto maggiore di quello che aveva il regime di Saddam Hussein. E forse gli americani si sono irritati anche a sentire dire, da uno che si vanta di essere comunista, che il loro presidente ha "le mani sporche di sangue". Per non parlare poi dell'attuale ministro degli Esteri, che con disinvoltura ha messo sullo stesso piano il terrorismo e il bombardamento di Falluja. Ora invece bisogna non irritare gli alleati con il ritiro e dunque, sempre che il professor Prodi nel frattempo non sia impazzito, questo vuole dire che il ritiro non sarà fatto su due piedi, come pure si pretendeva in un primo tempo, oppure che non sarà totale, visto che si vuole comunque assicurare un qualche grado di cooperazione civile in Iraq, così come non si può chiedere agli americani e agli inglesi di proteggere con le loro truppe i nostri civili.

    Ma il punto è un altro: se si ritiene necessaria una forma di cooperazione con la giovane e traballante democrazia irachena, ciò significa che la politica del passato governo, che questa cooperazione dava tangibilmente, era corretta; così come il fatto che venisse svolta con una missione militare, approvata dall'Onu, fosse una forma adeguata della stessa. Perché farla venire meno, allora?

    Meriterebbe il pieno sostegno del governo, e lo spiegare agli elettori e alle parti più recalcitranti della propria maggioranza, che quelli che sbagliavano erano coloro che la contestavano, anche con formule di dubbio senso morale, come quella che abbiamo ascoltato gridare in tante manifestazioni "pacifiste" e che non ripetiamo per decenza.

    Se non si vogliono irritare gli Usa, i soldati restano e si sostengono, anche perché il ritiro compiace i terroristi, che vedono diminuire i nemici che li hanno sfidati sul campo. Ma anche a questo il nuovo governo non ha mai pensato, o voluto pensare.

    Roma, 14 giugno 2006



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  2. #422
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    Citazione Originariamente Scritto da calvin
    non ho affatto escluso che la famiglia bush potesse avere simpatie per Hitler. Le aveva l'aristocrazia britannica, figurati se non poteva averle il capitalismo statunitense. Ho solo detto che nei miei studi sul nazismo, non ho mai trovato un documento sui rapporti a cui ti riferisci e di cui so che si fa un certo parlare, spero fondato e non perchè siete dei post salinisti del cazzo.
    Si dice che tutta la facenda della Simpson sia stato un escamotage perche' il Re se ne andasse NON voLendo avvallare i propositi di guerra inglesi contro la Germania . guarda che tanti pezzi del puzzle combaciano.Certo mica resta nulla di scritto..Si lavora anche per logica , spesso trascurata nella storiografia.

  3. #423
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    L'amico americano
    Se la maggioranza si divide sull'Afghanistan andiamo dritti alla crisi

    Il nostro auspicio è che gli Stati Uniti raccolgano la riconferma dell'amicizia dell'Italia attraverso le parole del ministro degli Esteri in visita a Washington, nonostante la scelta di ritirare il contingente militare dall'Iraq. I rapporti storici e stabili fra i due Paesi sono tali da poter superare anche quella che oggettivamente rappresenta una lacerazione, soprattutto se si pensa che la stessa Italia ha confermato l'esigenza di un aiuto all'Iraq e, come aveva detto lo stesso D'Alema, attraverso una missione civile debitamente protetta. Ora in che forma sarà dato questo aiuto e soprattutto se sarà utile a qualcosa, lo sapremo in seguito.

    L'importante è che il governo italiano si renda conto della delicatezza della nuova situazione e misuri i suoi passi con la sufficiente prudenza, soprattutto quando nella maggioranza c'è chi attacca ogni giorno la politica statunitense e vi sono financo ministri che inneggiano a Fidel Castro; senza dimenticare che lo stesso presidente del Consiglio ama ripetere che la guerra a Saddam fu un errore.

    Poi, visto che lo stesso governo non vuole "irritare" gli americani, che dovrebbero avere ed hanno probabilmente più di una ragione di irritazione, forse cercherà almeno di evitare che l'irritazione cresca ulteriormente. Per questo è molto importante la nostra posizione sull'Afghanistan: diamo atto al ministro degli Esteri ed al ministro della Difesa, oggi a Kabul, di un'impostazione che contempla l'assolvimento ed il rispetto degli impegni presi per quei luoghi. E' impossibile però non registrare le resistenze, per non dire le minacce, di altre componenti della coalizione di governo a questo proposito, tanto da far credere che anche la missione in Afghanistan ne risulti compromessa.

    Ora cosa significhi esattamente essere amici in maniera diversa da come, ad esempio, lo fu il governo Berlusconi nei confronti degli Usa, si capisce. Il governo Berlusconi non seguì gli Usa pedissequamente come accusa l'Unione, dato che non partecipò alla guerra all'Iraq ma andò nel Paese quando si pose il problema della ricostruzione. Una distinzione che non è stata colta, e questo è il problema. Attenzione all'Afghanistan: dato che già si parla di un disimpegno di Rifondazione, del Pdci e di altri esponenti contrari alla missione. Se si pensa di rifinanziare la missione attraverso il voto di altre componenti politiche che non fanno parte della coalizione di centrosinistra, il governo Prodi è finito, ed è meglio per tutti trarne le conseguenze.

    Roma, 16 giugno 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  4. #424
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    Citazione Originariamente Scritto da yurj
    Tipo il nonno di Bush.
    --------------------------------------------------
    E che ne dici del padre dei Kennedy?
    Non solo grande contrabbandiere di alcolici, e pertanto legato alla mafia irlandese, ma pure ambasciatore Usa a Berlino al tempo di Hitler, per lui grande statista, amante del suo grande popolo e da questo fervidamente ricambiato.
    O, rimanendo in argomento, il Ghandi da tutti rispettato e amato, che di passaggio in Italia chiese ed ottenne udienza al Duce.
    In un paio di documenti descrisse la visita in modo entusiasta, raccontando di un Cav. Mussolini pieno di umanità, coraggio, buon senso e sincero amore per il suo popolo.

  5. #425
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    Su EUROPA del 7 settembre 2006 è stato pubblicato il seguente articolo di Antonio Polito.........il fondatore de IL RIFORMISTA......estromesso dalla democraticità dei "riformisti" della sinistra illiberale e ademocratica italiana.
    "
    «11/9. Fu guerra, non va male, e non è finita»

    Antonio Polito


    Circola un sentimento sconfortato nelle rievocazioni dell’11 settembre.
    Cinque anni buttati, guerra perduta, terrorismo più forte, Occidente senza bussola. Se le profezie, come si dice, si autoavverano, se questo è lo stato d’animo dell’Occidente, allora si può davvero dire che la guerra è finita, e che non siamo noi i vincitori. Talvolta, insieme con la fine dell’unilateralismo americano, sembra che si celebri anche questo: più un 8 settembre che un 11 settembre.
    A mio parere, tali analisi – non a caso sempre concentrate su Bush invece che su bin Laden – sottovalutano due fatti, anzi li trascurano, anzi li tacciono addirittura.
    Il primo fatto è l’interpretazione autentica di che cosa sia stato l’attentato alle Due Torri. Ormai derubricato ad atto di terrorismo, oserei dire trivializzato.
    Messo nel mazzo con miriadi di altri attentati più o meno sanguinosi, ma soprattutto più convenzionali, essi sì ascrivibili al genere, purtroppo immortale, del terrorismo. Quante volte in questi anni abbiamo sentito usare con superficialità l’espressione «un altro 11 settembre»? L’unicità e la qualità dell’evento, che ci era parsa allora così chiara, scolora nella routine di una minaccia né più né meno grande di quella portata nel passato dall’Ira o dall’Eta, o perfino dalle Brigate rosse.
    Si perde così di vista il fatto storico: l’11 settembre fu molto di più di un atto di terrorismo, fu un evento bellico.
    L’attacco aereo da parte di una potenza, seppur non statuale, con proiezione globale, portato alla superpotenza globale.
    Basterebbe una cinica contabilità delle vittime per convincersene: tremila morti in pochi minuti, l’equivalente di quanti uomini hanno perso gli americani in cinque anni di guerra in Iraq, tre volte tanto le vittime del mese di guerra che pure ha devastato il Libano.
    Bisogna risalire alle grandi battaglie della storia tra eserciti in armi per trovare una tale capacità di distruzione e di morte istantanea. Se l’11 settembre fu un evento bellico, e non solo la più raffinata forma del solito terrorismo, ne consegue che da allora è cominciata davvero una guerra. Se invece no, allora il paradigma della guerra è sbagliato, e dunque tutto ciò che ha fatto l’Occidente per difendersi, sia ciò che ha fatto unito in Afghanistan, sia ciò che ha fatto diviso in Iraq, è la risposta sbagliata. È quello che pensano e dicono molti in Italia. Ovviamente, non concordo.
    C’è poi una fetta anche più ampia di commentatori che limitano il giudizio negativo alla guerra dell’Iraq. Il ragionamento è questo: sì, con l’11 settembre è cominciata una guerra, ma noi l’abbiamo combattuta bene in Afghanistan e male in Iraq. Il bene e il male dipendono dall’unità o meno della risposta occidentale. Ma l’obiettivo della guerra non era fare l’unità dell’Occidente, bensì sconfiggere il terrorismo Da questo punto di vista non si capisce la distinzione tra le due guerre. Perché non solo in Iraq, ma neppure in Afghanistan dove pure si è stati tutti insieme, il terrrorismo è ancora vivo e vegeto, e combatte, e uccide. Se ne dovrebbe dunque dedurre che anche in Afghanistan, per quanto unito, l’Occidente è perdente. E infatti è quanto ne deducono coloro che nel parlamento italiano volevano ritirare i nostri soldati da Kabul e in ogni caso si oppongono a che siano utilizzati in operazioni belliche contro i talibani. D’altra pare i terroristi non sembrano fare molte differenze, come i nostri commentatori, tra le due guerre.
    Quando hanno colpito a Madrid hanno esplicitamente accusato la Spagna di stare in Afghanistan con gli americani, non meno di quanto li abbiano accusati di stare in Iraq prima di Zapatero.
    E qui veniamo al secondo fatto trascurato: la eccezionalità dell’11 settembre. Perché i critici della risposta occidentale sostengono che è stata la risposta occidentale a rafforzare il terrorismo, che infatti oggi sarebbe molto più forte di cinque anni fa. La causa cioè non sarebbero le Due Torri, ma la reazione, sproporzionata, alle Due Torri. Contesto anche questa analisi. Il terrorismo islamista non è mai stato così forte come l’11 settembre. Niente di così immane è stato mai fatto, e forse nemmeno tentato, dopo l’11 settembre. Se ne deve dedurre che il terrorismo è oggi più debole, non più forte. Forse più diffuso globalmente, ma non più forte. Se avessero potuto, l’avrebbero rifatto. Non l’hanno rifatto.
    Quindi bisognerebbe rivalutare, almeno in parte, la risposta dell’Occidente. La coalizione globale contro il terrorismo ha funzionato molto più di quanto non si dica, almeno a livello di intelligence e di prevenzione. Vi collaborano attivamente stati che non era scontato che vi collaborassero: l’Arabia saudita, l’Egitto, la Giordania, il Pakistan. L’Europa collabora con gli Stati Uniti, e non mi spiego altrimenti perché il governo italiano ha confermato la sua fiducia ai vertici del Sismi. La rete di Al Qaeda è in difficoltà, alle strette, non ha più uno stato e un territorio in cui progettare, pianificare, organizzare la sua guerra indisturbata. Non ci sono più safe heavens.
    La situazione potrebbe radicalmente cambiare solo se uno stato venisse inserito nella coalizione terrorista: se cioè il Pakistan atomico cadesse nelle mani dei fanatici delle madrasse, se l’Iran conquistasse il Libano via Hezbollah (cosa diventata molto più difficile dopo la risoluzione 1701 dell’Onu), o addirittura se l’Iran sciita, fattosi atomico, decidesse di prendere la guida del terrorismo anti-occidentale strappandola ai wahabiti sunniti di origine egiziana e saudita. E qui arriviamo al terzo punto: se è una guerra, se non è persa ma nemmeno vinta, come continuarla? Qui a mio parere c’è un’altra debolezza dell’analisi in Occidente, sia da parte di quelli che vorrebbero andare avanti alla Bush come se nulla fosse, sia da pare di quelli che dichiarano finita la strategia di Bush e vorrebbero sostituirla, come spesso si dice, con la «politica». Entrambi propugnano una risposta «occidentalista », con le armi o con la persuasione si propongono di offrire all’islam una occidentalizzazione che gli garantisca la modernizzazione.
    Entrambi sottovalutano la potenza ideologica e l’intransigenza culturale del nemico: il quale, come ben scrive Finkelkraut nelle sue «lezioni», propone all’islam una «modernizzazione senza occidentalizzazione». È la prima volta che un soluzione del genere viene offerta sul mercato politico dell’islam. Tutti i tentativi precedenti di modernizzazione, dal Muftì di Baghdad filo-nazista, all’Egitto di Nasser diventato filo-sovietico, fino all’acquiescenza filo-americana della corte saudita, consistevano nell’imitazione di modelli occidentali.
    Non c’è regime nel grande Medio Oriente, dalla caduta dell’impero ottomano in poi, che non sia fatto a immagine e somiglianza di una filosofia politica occidentale, con la notevole eccezione della teocrazia iraniana. Il fondamentalismo propone invece una modernizzazione senza occidentalizzazione, islamica, se così si può dire. È un tentativo di portata storica, che rende il nemico unico nel suo genere, ed estremamente pericoloso. Nessuna guerra contro un tale nemico può essere vinta senza una battaglia «per i cuori e per le menti» delle popolazioni musulmane. E quei cuori e quelle menti resteranno per secoli – è bene che ce lo diciamo – islamici.
    Dovremmo dunque essere in grado di garantire a questi popoli che possono conquistare benessere e un qualche forma di libertà politica senza diventare necessariamente come gli occidentali. L’effetto della vetrina occidentale poteva funzionare contro il comunismo a Berlino Ovest, perché si rivolgeva a europei e cristiani che non avevano un’alternativa teocratica nella quale rifugiarsi.
    Non funziona a Teheran.
    La guerra al terrorismo, dunque, non è finita, non è persa, e bisogna continuare a combatterla per decenni ancora. Ma deve liberarsi di ogni sapore colonialista. Deve inculturarsi, come diceva a se stessa la Chiesa del Concilio, deve radicarsi nell’islam diventando un’opzione praticabile per un islamico. L’ultimo video di bin Laden chiedeva una cosa precisa agli americani: convertitevi, fatevi musulmani. Mettendo così in chiaro la portata integrale della posta in gioco, che non c‘entra niente con l’Iraq e nemmeno con la Palestina, ma presuppone la fine dell’Occidente come noi lo conosciamo. Proprio per questo noi non possiamo rispondere chiedendo l’equivalente ai musulmani: convertitevi all’Occidente.
    L’America e l’Europa aspettano un leader che sappia intraprendere una tale guerra culturale.
    "

    Saluti liberali

  6. #426
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    Missione in Libano: troppe incertezze/La Malfa alle Commissioni Difesa e Esteri
    Sostegno ai soldati, malgrado le lacune del governo

    Nel dibattito presso le Commissioni riunite Difesa ed Esteri, tenutosi mercoledì 6 a Montecitorio, è intervenuto, insieme agli onorevoli Gianfranco Fini, Ferdinando Casini e Margherita Bonniver, il deputato del Pri Giorgio La Malfa, il quale, nel reputare doveroso il sostegno dei gruppi di opposizione alla missione in Libano, ha espresso taluni dubbi e perplessità. Dubbi a cui anche i relatori (i ministri Parisi e D'Alema ) hanno accennato nel corso dei loro interventi introduttivi. Ad avviso del deputato repubblicano, che ha ricordato alcuni autorevoli commentatori degli organi di stampa, come Galli della Loggia, "c'è stato un eccesso di protagonismo con riguardo al ruolo del Governo italiano, che appare piuttosto retorico". Il timore di La Malfa è "che l'eccesso di protagonismo possa comportare l'invio del contingente militare italiano in una missione dai confini politici e operativi poco chiari". La Malfa ha segnalato, inoltre, che si è avuta l'impressione che "il Governo abbia agito con una certa frettolosità, al fine di compensare il dichiarato intento di disimpegnare i militari italiani nelle missioni in Afghanistan e Iran.



    A ciò si aggiunga che, se la scelta di operare sotto l'egida delle Nazioni Unite rappresenta una legittimazione per superare il prevedibile sorgere di contrasti nella politica interna, è anche lecito il timore che l'Italia stia intraprendendo un'operazione eccessivamente rischiosa, in cui diversi fattori non sono stati sufficientemente valutati. Non si comprende, infatti, quali siano le finalità della missione; tale incertezza si ripercuote sulle regole di ingaggio dei militari che, pur essendo riservate, rischiano di porre in una situazione di estrema difficoltà le truppe italiane, sulla scorta di quanto accaduto alle truppe della Nato a Srebrenica. In quella occasione, infatti, le truppe non furono informate adeguatamente circa il fatto che occorreva considerare una minaccia - alla quale reagire - anche l'assalto ai civili inermi". Nel ribadire la mancanza di chiarezza dei termini operativi della missione, La Malfa ha ricordato poi la complessità del quadro politico di riferimento, posto che è in atto una tregua rispetto agli attacchi di una fazione militare del Libano e che il Libano medesimo promette di disarmare, in conformità con quanto afferma la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. "In tale contesto, è legittimo domandarsi cosa potrebbe accadere alla missione Unifil nel caso in cui il Libano non riuscisse a disarmare le milizie degli Hezbollah. La pericolosità della missione dipende anche da una confusione politica e strategica che riguarda il ruolo di alcuni attori internazionali, primi fra tutti Iran e Siria, nonché il permanere dell'insoluta questione palestinese, ora più che mai dipendente dalla situazione in Medioriente. Non stupisce, infatti, che Israele venga attaccata dagli Hezbollah nel momento in cui stava dando prova di volere risolvere la questione palestinese. Il problema diventa quindi quello di capire il ruolo dell'Iran in questa vicenda, che appare cruciale per l'equilibrio politico del Medioriente".

    In conclusione, La Malfa, pur ricordando di essersi sempre schierato a favore delle missioni internazionali di pace, ritiene che l'opposizione non possa esimersi dal ricordare anche ai militari italiani il rischio di una missione difficile e non debitamente valutata dal punto di vista politico. In tale ottica, l'esponente del Pri ha preannunciato comunque il voto favorevole sul provvedimento in esame, proprio per dare il senso del profondo sostegno ai nostri soldati: per compensare, o cercare di compensare, le lacune e le contraddizioni del governo.



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  7. #427
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    Dal Corriere della Sera di oggi, 11 settembre 2006, un articolo di Angelo Panebianco .........

    "
    «L'autobus dell'Onu»

    di Angelo Panebianco


    Nel quinto anniversario dell'11 settembre il bilancio della guerra al terrorismo islamico non è positivo. Come ha scritto Alberto Ronchey, è una pandemia che non si sa come fronteggiare. La debolezza maggiore dipende dalle divisioni che attraversano l'Occidente: guardato dal punto di vista dei combattenti della guerra santa un nemico diviso è un nemico debole, più facile da colpire o da intimidire. Le divisioni hanno provocato il logoramento dei rapporti fra Stati Uniti e Europa. Non dipendono da normali bisticci fra alleati sul modo di condurre una guerra. Sono il frutto della difficoltà di accordarsi sulla identità e la natura del nemico. La parte di islam che ha dichiarato guerra all'Occidente e usa ogni risorsa disponibile (dall'indottrinamento in moschea al terrorismo kamikaze e al ricatto petrolifero) è un' idra dalle cento teste, un nemico sfuggente. La difficoltà di ricostruirne la fisionomia è tale che molti osservatori arrivano a negare la sua esistenza. Più facile, e più rassicurante, è attribuire a cause locali, oltre che ad errori degli Stati Uniti, i molti conflitti in corso. Ma cause locali erano presenti anche nei conflitti dell'epoca della guerra fredda, senza che venissero meno le connessioni con il più generale confronto fra Occidente e Oriente comunista.
    Le divisioni, alimentate dal carattere sfuggente e proteiforme del nemico, attraversano tutti i Paesi occidentali. Per ragioni legate alla nostra storia, per esempio alla difficoltà che da sempre incontra l'idea di una conduzione bipartisan della politica estera, da noi le divisioni possono diventare incontrollabili. Si guardi a come affrontiamo le missioni militari più delicate. Il ritiro dall' Iraq ha lasciato dietro di sé molto veleno. Per la nuova maggioranza siamo usciti da una guerra sbagliata in cui non saremmo mai dovuti entrare. Per la vecchia maggioranza, ora opposizione, invece, abbiamo concluso in malo modo, fuggendo, una missione di pace condotta sotto l'egida dell'Onu.
    Oppure si guardi al caso del Libano. E' di due giorni fa la notizia secondo cui il leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, si riserva di decidere se votare o meno a favore della missione poiché teme che essa non abbia come finalità il disarmo di Hezbollah e sospetta che il governo la usi per rinsaldare i legami con Siria e Iran. Per inciso, Berlusconi commetterebbe un grave errore se davvero votasse contro una missione gradita, al momento, anche agli israeliani. Dovrebbe votare sì, riservandosi il diritto di attaccare il governo se la partecipazione italiana si rivelasse in seguito finalizzata ad altro che alla sicurezza di Israele.
    Infine, si consideri il caso dell'Afghanistan ove occorrerebbero molti più soldati per vincere la guerra. La sinistra massimalista minaccia di non votare nemmeno il prossimo rifinanziamento della missione. Così come è pronta, nella questione del contenzioso con l'Iran sull'energia atomica, a scendere — lo dice Oliviero Diliberto — dall'autobus dell'Onu, a prendere le distanze persino da quella visione o ideologia «onusiana» (per la quale l'Onu è la suprema autorità internazionale) che informa il programma del governo Prodi.
    Le polemiche sull'Afghanistan, come le incertezze di fronte all'Iran o a Hezbollah, smentiscono chi nega l'esistenza in Italia di correnti tese all'appeasement, a venire a patti con l'islamismo radicale. Quelle correnti ci sono e sono forti. La sinistra massimalista ne è solo la componente più visibile.
    "


    Shalom

  8. #428
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi Visualizza Messaggio
    Dal Corriere della Sera di oggi, 11 settembre 2006, un articolo di Angelo Panebianco .........

    "
    «L'autobus dell'Onu»

    di Angelo Panebianco


    Nel quinto anniversario dell'11 settembre il bilancio della guerra al terrorismo islamico non è positivo. Come ha scritto Alberto Ronchey, è una pandemia che non si sa come fronteggiare. La debolezza maggiore dipende dalle divisioni che attraversano l'Occidente: guardato dal punto di vista dei combattenti della guerra santa un nemico diviso è un nemico debole, più facile da colpire o da intimidire. Le divisioni hanno provocato il logoramento dei rapporti fra Stati Uniti e Europa. Non dipendono da normali bisticci fra alleati sul modo di condurre una guerra. Sono il frutto della difficoltà di accordarsi sulla identità e la natura del nemico. La parte di islam che ha dichiarato guerra all'Occidente e usa ogni risorsa disponibile (dall'indottrinamento in moschea al terrorismo kamikaze e al ricatto petrolifero) è un' idra dalle cento teste, un nemico sfuggente. La difficoltà di ricostruirne la fisionomia è tale che molti osservatori arrivano a negare la sua esistenza. Più facile, e più rassicurante, è attribuire a cause locali, oltre che ad errori degli Stati Uniti, i molti conflitti in corso. Ma cause locali erano presenti anche nei conflitti dell'epoca della guerra fredda, senza che venissero meno le connessioni con il più generale confronto fra Occidente e Oriente comunista.
    Le divisioni, alimentate dal carattere sfuggente e proteiforme del nemico, attraversano tutti i Paesi occidentali. Per ragioni legate alla nostra storia, per esempio alla difficoltà che da sempre incontra l'idea di una conduzione bipartisan della politica estera, da noi le divisioni possono diventare incontrollabili. Si guardi a come affrontiamo le missioni militari più delicate. Il ritiro dall' Iraq ha lasciato dietro di sé molto veleno. Per la nuova maggioranza siamo usciti da una guerra sbagliata in cui non saremmo mai dovuti entrare. Per la vecchia maggioranza, ora opposizione, invece, abbiamo concluso in malo modo, fuggendo, una missione di pace condotta sotto l'egida dell'Onu.
    Oppure si guardi al caso del Libano. E' di due giorni fa la notizia secondo cui il leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, si riserva di decidere se votare o meno a favore della missione poiché teme che essa non abbia come finalità il disarmo di Hezbollah e sospetta che il governo la usi per rinsaldare i legami con Siria e Iran. Per inciso, Berlusconi commetterebbe un grave errore se davvero votasse contro una missione gradita, al momento, anche agli israeliani. Dovrebbe votare sì, riservandosi il diritto di attaccare il governo se la partecipazione italiana si rivelasse in seguito finalizzata ad altro che alla sicurezza di Israele.
    Infine, si consideri il caso dell'Afghanistan ove occorrerebbero molti più soldati per vincere la guerra. La sinistra massimalista minaccia di non votare nemmeno il prossimo rifinanziamento della missione. Così come è pronta, nella questione del contenzioso con l'Iran sull'energia atomica, a scendere — lo dice Oliviero Diliberto — dall'autobus dell'Onu, a prendere le distanze persino da quella visione o ideologia «onusiana» (per la quale l'Onu è la suprema autorità internazionale) che informa il programma del governo Prodi.
    Le polemiche sull'Afghanistan, come le incertezze di fronte all'Iran o a Hezbollah, smentiscono chi nega l'esistenza in Italia di correnti tese all'appeasement, a venire a patti con l'islamismo radicale. Quelle correnti ci sono e sono forti. La sinistra massimalista ne è solo la componente più visibile.
    "


    Shalom
    Un consiglio: MAI leggere gli articoli di fondo dei quotidiani italiani ! Sono pericolosi in quanto avvelenati dal chi vuole mistificare la verita' .Magari non tutti ma mettereste una mano in un sacchetto dove ci stanno nove lumache ed anche una dico una sola vipera ?

    PS. Scopo strategico della politica USA e' quello di mettere l'Europa contro il mondo arabo per via del petrolio e per fagioni di..........alta finanza ! Il mondio arabo DEVE dipendere al dollaro e non deve neppure pensare all'Euro
    come moneta per trattare il petrolio.

    Gli USA sono IL NEMICO !

  9. #429
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    Come no, come no. Il nemico dei fascisti, che hanno già bastonato meritatamente tanti anni fa. E che ora si sono ridotti ad askari degli ex colonizzati.

    Shalom

  10. #430
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi Visualizza Messaggio
    Come no, come no. Il nemico dei fascisti, che hanno già bastonato meritatamente tanti anni fa. E che ora si sono ridotti ad askari degli ex colonizzati.

    Shalom
    Quanto ad Ascari rivolgiti a tutto meno che a noi !

    Contro Giuda
    contro l'oro
    sara' il sangue a far la storia !

    Ieri come oggi !

 

 
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