Pagina 39 di 45 PrimaPrima ... 29383940 ... UltimaUltima
Risultati da 381 a 390 di 443

Discussione: Guerra e Pace

  1. #381
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal quotidiano di via Solferino di oggi....


    " Corriere della Sera del 13/07/2005


    --------------------------------------------------------------------------------
    Lotta al terrorismo e uso della forza

    L'occasione della sinistra


    Angelo Panebianco
    --------------------------------------------------------------------------------

    Immaginando che fra meno di un anno l'opposizione di sinistra governi l'Italia c'è da chiedere ragguagli sulla sua politica contro il terrorismo islamista. Che è questione di politica interna (leggi antiterrorismo o no, nuovi orientamenti verso l'immigrazione islamica o no) e di politica estera (con quali alleanze internazionali, con quali strategie verso il mondo islamico). Le dichiarazioni degli esponenti dell'Unione dopo gli attentati di Londra e l'ennesimo, caotico, dibattito sul rifinanziamento della missione in Iraq lasciano perplessi. Fassino e Rutelli garantiscono che mai verrà scelta una via «alla Zapatero» ma altre autorevoli dichiarazioni vanno in quella direzione. Il problema che non ha avuto ancora risposte convincenti è cosa fare quando qualcuno ti dichiara guerra. Persino Fassino e Rutelli, ai quali si deve riconoscere di fare ogni sforzo per inoculare saggezza nelle vene dell'Unione, sembrano avere difficoltà ad affrontare la questione della guerra (dichiarata dall'islamismo radicale contro di noi). Prendiamo l'Iraq. Essere stati contro l'intervento è una cosa, ma continuare a votare contro il finanziamento di una missione il cui compito è contribuire a stabilizzare il nuovo regime, è un'altra cosa. Significa mandare il segnale sbagliato. Poiché la fine delle missioni occidentali in Iraq è proprio ciò che il terrorismo vuole ottenere con ogni mezzo. C'è purtroppo una contraddizione che né Fassino né Rutelli, per esigenze di unità della coalizione, sembrano in grado di superare.
    Ma l'Iraq è solo un aspetto, importante, di una questione più generale: la guerra santa di cui siamo i bersagli. Fassino fa bene a ribadire, parlando all'ala più estrema del suo schieramento, che l'uso della forza militare come ultima risorsa non può mai essere escluso, ma questa dichiarazione resta un po' per aria se poi si dice che la guerra al terrorismo va fatta solo con l' intelligence . Il problema è che le guerre si fanno con tutti i mezzi di volta in volta ritenuti necessari al fine di vincerle, e precludersi a priori l'uno o l'altro strumento significa conferire un vantaggio strategico al nemico. Facciamo l'esempio dell'Iran. Sembra sul punto di dotarsi di armi nucleari e se lo farà il Medio Oriente prenderà probabilmente fuoco. E' vitale per noi occidentali scongiurare questo evento. Ma è anche evidente che con regimi come quello iraniano si tratta efficacemente solo se la minaccia dell'uso della forza è comunque in agenda. I pacifisti, certo, non lo capiscono. Ma chi vuole governare deve saperlo. Però non sembra esserci, nelle dichiarazioni dei leader della sinistra, consapevolezza della drammaticità del problema.
    Più in generale, nessuno deve mai escludere a priori (è questo il senso della preemptive war ) che operazioni militari risultino in futuro necessarie per impedire ai terroristi di impadronirsi di quelle armi di distruzione di massa che, fino ad ora, non sono riusciti a usare in Occidente. Ma anche su questo la sinistra migliore tace.
    Ci sono due rischi nel caso della sinistra al governo. Il primo è che, di fronte alle future prove, non risulti autosufficiente, che necessiti, come nella passata legislatura, dei voti dell'opposizione. Il secondo è che le sue divisioni interne favoriscano ondeggiamenti e difficoltà nei rapporti con l'alleato americano, accrescendo la già elevata vulnerabilità del Paese. Il tema è sempre lo stesso: come convincere quella parte di sinistra che non ci crede che una guerra internazionale è in atto dall'11 settembre e che il problema dell'Italia, insieme agli alleati occidentali, è riuscire a vincerla.
    "

    Saluti liberali

  2. #382
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Dal quotidiano torinese di oggi...

    " La Stampa del 14/07/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    Martino sull'Iraq «Non scappiamo La missione è Ok»

    Il ministro italiano ha incontrato il collega americano: «Resteremo fino a quando sarà necessario. Abbiamo un ruolo positivo e lo dimostra il fatto che a Nassirya la partecipazione al voto è stata alta»

    Maurizio Molinari
    --------------------------------------------------------------------------------

    PRIMA una seduta di lavoro al Pentagono, poi una cena con signore nella residenza del Segretario alla Difesa: i due colloqui in meno di 24 ore del ministro della Difesa, Antonio Martino, con Donald Rumsfeld sono serviti per fare il punto sulla guerra al terrorismo dopo gli attentati di Londra.
    Qual è lo scenario della guerra?
    «Combattiamo su due fronti: in Iraq ed Afghanistan da un lato, nella nostre città dall'altro. Siamo costretti a fare entrambe le cose e lo stiamo facendo. A volte i successi passano inosservati. A Londra se è vero che gli attentati sono riusciti è vero anche che in precedenza numerosi erano stati sventati. La strada giusta è non farci prendere dal panico ed impedire a loro di fare danni».
    Gli attentati di Londra commessi da musulmani britannici pongono il problema di come far coincidere diritti e sicurezza, sù questo i Paesi Ue si confrontano con asprezza. Lei. dove traccia il confine?
    «Da liberale non credo che sacrificare la libertà sia il prezzo da pagare per la sicurezza. Anche se non c'è alcun dubbio sul fatto che i nuovi pericoli richiedono sacrifici. Penso ai controlli negli aeroporti, le attese e i metal detector. Però non bisogna varare provvedimenti che stabilmente limitino le libertà di tutti. Sarebbe inefficace e inaccettabile».
    Allora come affrontare i kamikaze islamici europei? «C'è qualcosa da fare sul piano del diritto processuale. In presenza di indicazioni fondate sull'esistenza una cellula non si può aspettare che l'attentato avvenga. Dobbiamo impedirlo. Servono rapidità e facilità nel neutralizzare persone su cui vi sono indicazioni consistenti».
    Veniamo a casi concreti che chiamano in causa il rispetto dei diritti. In occasione della preghiera del venerdì in una moschea di Torino fedeli musulmani impongono a volte ad altri residenti di chiudere radio e tv. In questo caso dove passa il confine delle libertà?
    «I fedeli hanno il diritto di pregare ma non di impedire agli altri di ascolare radio o tv. Un problema simile nasce dal fatto la Gran Bretagna ha dato asilo a leader terroristi. In questi casi il sacrificio del principio di libertà è giustificato».
    Possiamo battere i kamikaze? «Nel breve tempo non si può vincere perché abbiamo a che vedere con minacce non identificate. Ma non possiamo neanche perdere. I terroristi potranno fare vittime e lutti ma perderanno. Per sconfiggerli non ci devono però essere esitazioni, tutti devono dire con chiarezza che fra democrazia é terrorismo - siamo dalla parte della democrazia. Ciò richiede i distinguo sui modi di confrontarsi con il terrorismo, pur legittimi, non lascino adito al sospetto che qualcuno non voglia contrastarlo».
    I londinesi hanno reagito con nervi d'acciaio perché sapevano di essere in guerra. Anche gli italiani se ne rendono conto?
    «In Italia l'atteggiamento nei confronti del terrorismo è lo stesso che abbiamo con la morte. Pensiamo che riguardi altri, gli americani e gli inglesi, gli spagnoli e gli israeliani ma non noi. Invece può riguardare anche noi. E dunque anche noi dobbiamo combatterlo».
    Perchè ha detto di non aver sollevato con Rumsfeld il caso del mandato di cattura per 13 agenti della Cia a causa del rapimento di Abu Omar?
    «Perché la competenza riguarda altri, non me».
    Ma non crede che quanto avvenuto obblighi a ripensare gli accordi fra i servizi?
    «Se un Paese ha informazioni su una persona collegata al terrorismo ma non costituiscono prove che cosa deve fare? Lasciare il potenziale terrorista fare ciò che vuole oppure tentare di impedirglielo? La risposta è evidente. Servono nuove regole chiare affinchè intelligente e operatori di sicurezza possano agire assieme senza ostacoli».
    Veniamo all'Iraq. Abbiamo appena annunciato la riduzione del contingente. Come rientra nella guerra al terrorismo?
    «Ho ribadito a Rumsfeld quello che aveva detto il presidente del Consiglio. Primo: resteremo in Iraq fino a quando sarà necessario, ne un giorno di più nè un giorno di meno. Secondo: non prenderemo decisioni unilaterali. Terzo: tanto più gli iracheni saranno in grado di provvedere alla sicurezza tanto più la missione avrà bisogno di meno militari».
    Dunque non ci ritiriamo? «Il vocabolo ritiro non ci appartiene. Non ci ritiriamo, non scappiamo, e una riconfigurazione che tiene conto del fatto che abbiamo avuto successo. Lo dimostra il fatto che il 30 gennaio nella provincia sotto il nostro controllo la partecipazione alle urne è stata più alta di quella nazionale, non vi è stato un solo incidente e là sicurezza è stata garantita da 10 mila iracheni fra cui 5 mila agenti addestrati dai carabinieri e mille soldati addestrati dai militari».
    Un rapporto Cia afferma che gli attacchi in Iraq sono oramai commessi soprattutto da jihadisti stranieri. Cosa implica per il nostro contingente?
    «L'Iraq e 1'Afghanistan sono la prima linea della lotta al terrorismo. La battaglia decisiva per la democrazie si combatte qui. Se i terroristi dovessero prevalere sarebbe uno smacco per l'intera comunità internazionale. È un dato di fatto che i terroristi affluiscono in Iraq dall'estero. Sono loro a colpire nella gran parte dei casi. Queste sono brutte notizie ma ce ne sono anche di buone: i sunniti vogliono essere inclusi negli assetti politici e le modalità del referendum sulla costituzione porta all'inclusione di tutti i gruppi, a cominciare dai curdi».
    Da agosto avremo le redini del contingente in Afghanistan. Cosa aspetta i nostri soldati?
    «Le preoccupazioni vengono dalle attività dei talebani e di Al Qaeda al sud. Dobbiamo tener presente che c'è una zona al confine con il Pakistan che non è controllata: Se l'Iraq ha le carte, in regola per prosperare in breve tempo, grazie non solo alle risorse ma ad un ceto medio ben istruito, 1'Afghanistan non ha tutto ciò e non ha una storia di governi che controllano tutto il territorio. La guida delle truppe in Afghanistan a partire da agosto completa un quadro senza precedenti perché abbiamo già la guida delle missioni in Bosnia e Kosovo, per noi si tratta di un ruolo internazionale da grande nazione».
    "

    Saluti liberali

  3. #383
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    da www.paginedidifesa,it

    " Medioriente, forse gli Usa stanno vincendo e non lo sanno

    --------------------------------------------------------------------------------

    Andrea Tani, 31 ottobre 2005

    --------------------------------------------------------------------------------

    Proprio quando le fortune mediorientali sembrano inaspettatamente arriderle, l’amministrazione Bush si trova sotto il fuoco di una serie di scandali, inchieste, rinunce cruciali e complotti partitici variamente orchestrati, che potrebbero impedirle di cogliere i dividendi internazionali - ma sopratutto domestici - della sua azione politica più caratterizzata: quella dell’offensiva diplomatica, militare e ideologica seguita all’11 settembre.
    Cominciamo dalle prime, le fortune. L’Iraq ha approvato la sua Costituzione con il concorso indiretto degli irriducibili sunniti, che stanno cominciando a preferire l’opposizione legale alla ribellione aperta. Hanno legittimamente votato contro, nelle loro tre province etniche, non raggiungendo tuttavia i due terzi dei suffragi contrari, indispensabili per respingere a livello nazionale la bozza proposta. Meglio di così non poteva andare per gli americani. Lo Stato iracheno è pienamente legittimato. Il governo che seguirà, dopo le elezioni di dicembre, è quasi un corollario. Qualsiasi elezione legislativa genera un governo; al massimo, se non succede al primo colpo, la si ripete.

    Sembra incredibile - e occorre dirlo a bassa voce incrociando le dita - ma dal punto di vista istituzionale il nuovo Iraq è una realtà, non solo un improbabile miraggio. Potrà cadere in convulsioni e dissolversi in una sempre possibile guerra civile, ma questo è verosimile per ogni stato, se non ha il consenso e la convinta partecipazione dei suoi cittadini. E’ successo per altri personaggi molto più blasonati, i cui epigoni oggi tengono lezione a Baghdad e altrove: Cromwell e i legittimisti, Lincoln e Jefferson, Petain e De Gaulle, Mussolini e Badoglio, Chang e Mao, e tanti altri. Ma l’impalcatura formale della convivenza associata è stata edificata fra il Tigri e l’Eufrate e ha retto all’unica verifica che conti veramente, quella dei conviventi.

    Per il futuro, chi vivrà vedrà. Se l’unico modo di tenere insieme l’Iraq dovesse risultare quello perpetrato da Saddam Hussein e dai sanguinari suoi predecessori, vorrà dire che Churchill era veramente sotto l’effetto della sua consueta ebbrezza alcolica, quando inventò lo Stato mesopotamico. O meglio, che il suo obiettivo lucido e del tutto condivisibile, nell’Inghilterra imperiale - quello di assicurare in pianta stabile le forniture petrolifere alla Royal Navy il cui passaggio dal carbone alla nafta come combustibile per le sue corazzate aveva catalizzato l’ascesa dell’oro nero come principale motore della storia - era veramente unico e solo e aveva trascurato il dettaglio di cosa ne pensassero i nativi.

    Se un Iraq unitario ancorché federale non dovesse reggere al cozzo dei desideri, interessi e valori del coacervo di etnie e culture stanziate all’interno dei suoi confini, non ci sarà formalismo che tenga. Non saranno sufficienti né la Costituzione attuale né il fantomatico intervento dell’Onu, invocato dagli arcobaleni di tutto il mondo (con una curiosa amnesia, quest’ultimo, dato che il Palazzo di Vetro è del tutto coinvolto nella vicenda, e non da poco). Vi potrebbe essere solo un'altra tirannia, ma è da dubitare che di questi tempi possa sorgere e affermarsi, sotto i riflettori della intrusione mediatica. Più probabile una soluzione balcanica, sotto il medesimo semiprotettorato della comunità internazionale che è in opera nell’ex Iugoslavia e il concorso delle multinazionali petrolifere a sud e a nord. Per gli invasori-liberatori americani, comunque, entrambe le ipotesi sembrano prefigurare l’intravedersi della luce in fondo al tunnel.

    Ma per loro non è la sola buona notizia dal fronte iracheno. I risultati dell’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sull’Oil for Food stanno rovesciando sull’opinione pubblica mondiale un verminaio di corruttela (1.8 miliardi di dollari in bustarelle), che coinvolge soprattutto realtà governative ed economiche francesi e russe, anche se non solo. L’opposizione di Mosca e Parigi a Iraqi Freedom nel 2003 ha perso molti gradi di credibilità e quasi tutta la sua valenza etica. Invocare contro l’amministrazione Bush l’interesse economico per un’invasione che sta costando all’erario americano cinque miliardi di dollari al mese diventa veramente una barzelletta a fronte dell’enorme flusso di denari sporchi che si sono rovesciati nelle tasche di istituzioni, corporazioni e privati cittadini dei nobili difensori dell’intangibilità dei confini internazionali. Dell’ordine di Westfalia, per dirla alla Kissinger. Anche se la stampa internazionale - poco in sintonia con le iniziative neocon - evita di rilevare questo aspetto, non sembra che vi possano essere dubbi sulla sua corposità.

    L’improvviso attivismo investigativo delle Nazioni Unite - che potrebbe essere messo in relazione con la quasi messa in stato di accusa del figlio del segretario Koffi Annan a proposito dello stesso argomento, seguita dalla subitanea scomparsa di qualsiasi accenno al tema con l’uscita dei rapporti dei quali stiamo parlando – ha prodotto altri risultati non sfavorevoli al governo di Washington. Il primo è l’esplicita accusa lanciata da Detlev Mehlis, capo della commissione d’inchiesta Onu sull’assassinio dell’aspirante primo ministro libanese Hariri, verso la dirigenza siriana, accusata di aver coperto se non preparato l’attentato. Se non dovessero succedere fatti nuovi, come un’esplicita ammissione di responsabilità da parte di Assad, con rotolamento di numerose teste - in pratica la liquidazione dell’intero sistema di potere di Damasco - è probabile che l’accusa porterà a un deferimento della Siria davanti al Consiglio di sicurezza, con proposta di sanzioni di vario genere.

    A quel punto potrebbe darsi che la Russia opponga un veto, ma il fronte compatto di Usa, Regno Unito e soprattutto Francia – un interessante ritorno al fianco di Washington, sintomatico dei tempi – eserciterebbe la massima pressione e costringerebbe Mosca in un angolo. Di fatto la dirigenza di Damasco sarebbe delegittimata e isolata in ambito internazionale, con tutte le conseguenze del caso: la Siria è un paese senza risorse e non può reggere a lungo a un assedio, anche solo economico, dei potentati internazionali. Meno che meno il governo di Assad o chi per lui potrebbe consentire ai vari filoni dell’insurrezione irachena di continuare a utilizzare il territorio siriano come santuario.

    L’Onu sta avendo anche un ruolo indiretto su un altro importante fronte mediorientale: quello Iraniano. E’ un organismo dipendente dal Palazzo di Vetro quella Aeia che ha censurato recentemente i tentativi di Teheran di arricchire il suo uranio, con il significativo voto a favore, nel suo Consiglio direttivo, dell’India, tradizionale alleato e cliente energetico di Teheran. Anche qui la Russia ha votato contro e con tutta probabilità bloccherebbe assieme alla Cina i tentativi di sanzione in Consiglio di sicurezza, se si dovesse arrivare a un deferimento. A vanificare in parte l’effetto dell’aiuto russo e cinese è arrivato un autogol del presidente iraniano Ahmadinejad che si è espresso in pubblico, con molta passione, per una cancellazione di Israele dalla carta geografica.

    Il clamore internazionale che è seguito alla dichiarazione era talmente scontato e funzionale alle strategie americane e israeliane da far pensare a un antico arruolamento del suddetto personaggio sul libro paga del Mossad o della Cia come agente provocatore.. L’imbarazzo della dirigenza iraniana è stato enorme, tanto da costringere la guida suprema Khamenei, sponsor di Ahmadinejad, a far mettere sotto tutela l’incauto presidente da parte del Consiglio degli esperti presieduto dal suo rivale alle elezioni presidenziali Rasfanjani (cfr. Alberto Negri sul Sole 24 Ore di venerdì 28 ottobre). L’infortunio ha interrotto quella traettoria ascendente delle fortune iraniane che era in atto da qualche tempo, sopratutto in relazione alle difficoltà della ricostruzione irachena e al conseguente forzato avvicinamento in atto di alcuni circoli dell’establishment statunitense verso la teocrazia persiana. La Rice aveva rivelato in proposito che sono continui i contatti fra le ambasciate americana e iraniana a Baghdad e la novità non riguardava tanto i contatti quanto la decisione di renderli pubblici.

    Il ridimensionamento delle ambizioni iraniane verso l’assunzione di un ruolo regionale decisivo, comportato dall’approvazione della Costituzione irachena, si coniuga con questo scivolone presidenziale, ma soprattutto con il sempre più evidente rifiuto delle potenze occidentali di accettare un fatto compiuto nucleare da parte di Teheran. La dirigenza persiana potrebbe essere indotta a considerare più miti consigli e a ridimensionare ambizioni, barattando ad esempio il nucleare con una rinuncia americana alla destabilizzazione del regime degli ajatollah. Una riedizione di quell’approccio “nordcoreano” che sembra stia dando risultati positivi alcuni fusi orari più a oriente. Il tutto potrebbe essere perfezionato da un impegno comune verso il consolidamento di un Iraq dominato dagli sciiti. Esso converrebbe soprattutto a Teheran, almeno sul piano strategico generale, mentre su quello tattico consentirebbe il ritorno dei boys a casa, un Natale dopo l’altro, e quindi sarebbe oggi ben visto da qualsiasi politico statunitense.

    E qui torniamo al punto dal quale siamo partiti, ossia la confusa situazione americana di queste ultime settimane, la quale sfugge ad interpretazioni dei non addetti ai lavori. Sembra che sia in atto un regolamento di conti interno al Partito repubblicano per delineare i nuovi assetti di potere che dovranno confrontarsi con le prossime scadenza elettorali, Mid Term del 2006 e Presidenziali del 2008. Bush sembra essere diventato ormai un “lame duck”, un’anatra zoppa e i giochi - piuttosto violenti, a quanto pare - si cominciano a fare senza o contro di lui e i suoi. Non è il caso di azzardare altre interpretazioni, per ora. Anche il consueto peana di questi casi sulla “vitalità della democrazia americana” potrebbe essere un tantino eccessivo. La situazione in atto assomiglia a quella del nostro Paese, che è accomunato alla grande Repubblica stellata dalle incombenze elettorali. Ognuno le gestisce a modo suo: non riconfermando giudici della Corte Suprema, mettendo sotto inchiesta potentissime eminenze grigie di capi, architettando tirannicidi veri o presunti o discettando su Celentano e Benigni e indicando il cielo con il dito medio.

    Quello che in entrambi i casi sembra certo è che nel rispettivi tourbillon in atto il senso del bene comune e la statemanship si smarriscono non poco. Nel caso italiano poco male, forse: gli ausonici sono talmente abituati a fare a meno della governance che un’eclissi anche formale non può far gran danno. Nel caso americano, invece, i guasti possono essere esiziali, tanto da indurre il timoniere virtuale dell’America’s Cup di Washington a non vedere lo scoglio verso il quale il challenger è diretto, oppure - come sembra questo il caso - a lasciare la barra per azzuffarsi con il tattico, senza curarsi del fatto che la propria barca in testa, il traguardo è vicino e il defender ha lo spinnaker avvolto sullo strallo.
    "


    Shalom

  4. #384
    Hanno assassinato Calipari
    Data Registrazione
    09 Mar 2002
    Località
    "Il programma YURI il programma"
    Messaggi
    69,193
     Likes dati
    0
     Like avuti
    4
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    " Medioriente, forse gli Usa stanno vincendo e non lo sanno"

    Questa è la migliore

    che poi mi chiedo che si "vince"...

  5. #385
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Editoriale della "Voce Repubblicana" di domani



    Assumono grande importanza, dopo le parole di Fassino, alla "Stampa" ed al Tg1, sulla necessità di ritirare i soldati italiani dall’Iraq concordemente con i nostri alleati angloamericani, anche le dichiarazioni del professor Prodi al settimanale statunitense "Newsweek". Egli ha detto che, se sarà alla guida del governo, non farà colpi di teatro alla Zapatero. Ciò significa che il leader del centrosinistra si è convinto della necessità e dell’importanza del ruolo svolto dai nostri soldati e della possibilità di concorrere alla stabilizzazione di quell’area minacciata dal terrorismo. Sono parole importanti che dimostrano un senso di responsabilità internazionale che va apprezzato.
    Non ci interessa ora discutere polemicamente il perché questa posizione non sia maturata prima, in maniera tale da far avere ai nostri soldati quel sostegno unitario del paese che è loro mancato in questi mesi. E’ più rilevante infatti essere arrivati a questa posizione, che ha evidenziato in realtà il contenzioso su questo tema nella coalizione. E ci dispiace che la Margherita abbia assunto una posizione più vicina a quella di Bertinotti e di Pecoraro Scanio, rispetto a quella atlantista di Prodi e Fassino.
    Questo è avvenuto nel momento in cui si è aperto un dibattito importante sugli assetti del futuro governo del paese. Paolo Mieli dal "Corriere della Sera" ha spiegato, con un nobile ed autorevolissimo articolo, come non vi siano le condizioni politiche per realizzare la proposta del ministro Tremonti di una grande coalizione di forze politiche da mettere alla guida del nostro paese. Mieli dice infatti: “L’Italia del dopo elezioni non potrà permettersi bizzarri esperimenti politici”. Per la verità nulla di più bizzarro ci potrebbe essere di un esperimento che vede una parte della maggioranza impegnata a stendere un calendario del ritiro dei nostri soldati dall’Iraq con gli alleati e una parte cospicua di essa che vuole il ritiro immediato e unilaterale. Ciò sarebbe infatti bizzarro quanto vedere, come si vede oggi, un sindaco impegnato a difendere la legalità, con una parte della sua maggioranza che lo contesta. Per questo ci sembrerebbe meglio lasciar perdere le formule politiche e pensare in concreto a quali politiche fare per il paese. E’ evidente che sull’Iraq un’intesa c’è, ma fra Prodi, Fassino, Berlusconi e Fini, che non comprende Rifondazione, i Verdi o quant’altro. Da questa situazione bisognerà pur cominciare a ragionare.

  6. #386
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ieri sera ho ascoltato il rifondarolo Giordano........affermare che certe posizioni "di principio" sulla "pace" e la politica estera....non sono negoziabili.

    Shalom

  7. #387
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    da www.paginedidifesa.it

    "



    Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, all’unanimità, ha esteso il mandato delle truppe in Iraq di un anno. La risoluzione, sponzorizzata da Danimarca, Giappone, Regno Unito, Romania e Stati Uniti, estende il mandato fino al 31 dicembre 2006, ma impone un riesame della decisione entro il 15 giugno e consente il termine del mandato su richiesta del governo iracheno. La clausola della revisione è stata aggiunta in virtù di un compromesso con Francia e Russia che in un primo tempo hanno richiesto che il termine fosse fissato in sei mesi invece che in un anno.

    Il quotidiano statunitense New York Times nota come sia significativo il fatto che l’approvazione della estensione del mandato delle truppe, argomento che tracciò una profonda divisione nel Consiglio di Sicurezza due anni orsono, sia avvenuta senza discussioni e riporta il commento dell’ambasciatore Usa, John Bolton, che ha affermato che “il modo in cui è stata approvata la risoluzione è un buon segno”. A questo aggiunge il commento dell’ambasciator iracheno Samir Shakir Sumaidaie che ha detto: “Noto con soddisfazione la maniera in cui la risoluzione è passata in un ambiente di armonia e accordo”.

    Il precedente mandato, approvato nel giugno 2004, sarebbe terminato con la fine del governo di transizione, che avverà con le elezioni del prossimo dicembre. La misura adottata dal Consiglio di Sicurezza, inoltre, estende gli accordi per indirizzare i profitti di petrolio e gas naturale verso il Fondo di sviluppo dell’Iraq, con la supervisione del International Advisory and Monitoring Board. Tecnicamente, la risoluzione è stata possibile in virtù di una lettera di richiesta di estensione del mandato fatta pervenire al Consiglio il 27 ottobre da parte del primo ministro iracheno Ibrahim al-Jaafari.

    Intanto in Italia il presidente iracheno Jalal Talabani – che ha incontrato papa Benedetto XVI, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro della Difesa Antonio Martino – ha chiesto ai leader italiani di mantenere le truppe fino alla fine del 2006 “per evitare che un eventuale ritiro improvviso si trasformi in catastrofe”. In una conferenza stampa congiunta con il premier Berlusconi Talabani ha aggiunto: “Ritengo che fino alla fine del 2006 le nostre forze saranno in grado di rimpiazzare gradualmente le forze internazionali”.

    Nel corso dell’incontro che il presidente Talabani ha avuto con il ministro della Difesa Antonio Martino, sono state espresse valutazioni ampiamente positive circa il concorso italiano, in un contesto sia bilaterale sia Nato, ai programmi di addestramento delle forze armate e di sicurezza irachene. In proposito, è stato ricordato che i contingenti italiani che si sono avvicendati in Antica Babilonia hanno finora addestrato, nella provincia di Dhi Qar, oltre 9.500 poliziotti e 1.000 soldati. Tali forze, in occasione delle tornate elettorali di gennaio e ottobre 2005, hanno contribuito al mantenimento delle condizioni di sicurezza necessarie per la libera espressione del voto da parte della popolazione.

    A conclusione dell’incontro, il presidente Talabani ha rinnovato l’auspicio che il governo italiano voglia continuare a sostenere il cammino dell’Iraq verso la pacificazione e la democrazia. “In tale contesto - ha affermato Talabani - la presenza della forza multinazionale è stata e rimane essenziale, fino a quando l’Iraq non acquisirà la piena capacità di garantire autonomamente la propria sicurezza”. Il ministro Martino, nel richiamare l’impegno in tale senso ribadito dal presidente Berlusconi, ha affermato che l’Italia “non intende tradire le legittime aspettative del popolo iracheno, oppresso per decenni da una feroce dittatura”.
    "


    Shalom

  8. #388
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    Il ritiro concordato

    Sui militari a Nassiriya centrosinistra in ordine sparso

    Come avevamo avuto modo di annotare fin dal momento in cui il professor Prodi aveva indicato la necessità di un calendario immediato del ritiro del nostro contingente militare in Iraq - invece che il ritiro immediato dello stesso - il leader dell'Unione ha modificato nettamente la propria posizione di politica estera, riconoscendo l'esigenza della presenza dei nostri soldati nell'area in questione e lo svolgimento di una funzione positiva in essa, come del resto riconoscono, parimenti, le Nazioni Unite.

    Perché noi possiamo anche discutere all'infinito se la guerra all'Iraq fosse giusta o sbagliata, e vagliare tutte le possibili opinioni in merito, incluse quelle dell'onorevole D'Alema su come si combatte davvero il terrorismo. La nostra idea in proposito, fra l'altro, è stata espressa più volte e non la ripeteremo oggi.

    Ma c'è un solo fatto incontrovertibile, in questa diatriba: con la guerra è finito un regime dittatoriale e si è assistito ad un passaggio democratico di straordinaria importanza. Il terrorismo che insanguina l'Iraq non è volto a contrastare il sedicente imperialismo statunitense, e tantomeno ad incoraggiare la guerra santa contro lo Stato di Israele. Esso è invece una reazione furibonda ad un tentativo democratico e costituzionale senza precedenti che è in coso in Iraq, cioè in un paese che rappresenta il cuore del mondo arabo ed islamico, e che vede come protagoniste, per la prima volta nella storia, non qualche dinastia reale, non qualche capobanda senza scrupoli, ma le stesse masse irachene, quelle stesse che si sono recate a votare per il governo prima e per la costituzione poi.

    E un uomo di sinistra come l'onorevole Fassino non poteva non accorgersene, ed infatti già al congresso del suo partito se ne accorse, riconoscendo a quelle masse la qualifica di veri resistenti, modificando dunque il giudizio sul conflitto in Iraq.

    Togliere i soldati occidentali oggi significherebbe lasciare queste masse alla mercé dei terroristi, siano essi fanatici integralisti, o siano nostalgici di Saddam.

    E' vero che l'intero centrosinistra italiano non riconosce ancora questa situazione: abbiamo appena ascoltato il ragionamento fumoso dell'onorevole Vannino Chiti a proposito. Comunque il centrosinistra ne ha almeno preso atto, visto che non ha più intenzione di fare come Zapatero, e quindi conviene con l'esigenza di un ritiro graduale e concordato dei nostri soldati, in base all'aumento delle condizioni di sicurezza in Iraq. Questo significa che la parte del centrosinistra che si riconosce nella posizione di Prodi, domani voterà un rifinanziamento della missione militare in Iraq, esattamente come ha sempre fatto l'attuale maggioranza. E immaginiamo che su questa posizione l'Unione si spaccherà.

    Ora, pur senza volere entrare nel dibattito che concerne la grande coalizione, notiamo che una intesa sulla politica estera quale quella che si registrerebbe sul ritiro concordato delle nostre truppe, avrebbe una qualche sicura portata politica, di entità tale da non potersi trascurare. Financo gli anni del compromesso storico non disposero di una tale comune visione dei problemi internazionali.

    Questo non significherà forse che parti del centrodestra e del centrosinistra - che si sono avversate con estrema durezza per più di un decennio - improvvisamente scoprano una sintonia: anzi, siamo propensi ad escluderlo. Ma certo produrrà un clima nuovo nel paese e, soprattutto, bisognerà chiedersi se una coalizione che su un tema di questa importanza è verticalmente spaccata - come dimostrano le posizioni dei Comunisti, di Rifondazione e dei Verdi a proposito - sia in grado di offrire una qualche soluzione di governo credibile E sarà tempo che questa domanda si ponga anche all'interno dei vertici dell'Unione, i quali, nel momento nel quale accelerano la definizione dei tratti riformisti con cui vorrebbero presentarsi all'elettorato, si trovano osteggiati da una recrudescenza massimalista all'interno delle loro stesse file. Vedi la protesta antiamericana che sta per andare in scena in queste ore.

    Su questi basi una riflessione matura, possibilmente estranea ai calcoli di vittoria e di sconfitta elettorale, andrebbe intrapresa il prima possibile, a costo di affrontarne poi le estreme conseguenze.

    Roma, 14 novembre 2005

  9. #389
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal quotidiano LIBERO di oggi, 19 novembre 2005:

    " Lo ammettono: « Iraq più libero grazie a Bush »

    Pagina 15

    L'IRAQ DOPO IL RAIS, IL LIBANO SENZA SIRIANI E LA PALESTINA SENZA ARAFAT SALGONO NELLA CLASSIFICA STILATA DALLA PUBBLICAZIONE BRITANNICA. AGLI ULTIMI POSTI, INVECE, RESTANO DAMASCO E TEHERAN

    LONDRA Gli Stati Uniti con la loro politica estera fatta anche di « guerra preventiva » stanno contribuendo a diffondere la democrazia e i diritti in Medio Oriente. A dirlo non è un teorico neoconservatore o l'editoriale di un quotidiano filo- repubblicano, ma il settimanale britannico The Economist, che non è di certo schierato a destra e non ha mai risparmiato dure critiche contro George W. Bush e Silvio Berlusconi per il loro operato in patria e all'estero. La testata che molte volte la sinistra italiana ha esibito come simbolo della libertà di stampa, solo perché minava la credibilità internazionale del Cavaliere con l'autorevolezza del giornalismo anglosassone, ora va contro tutto quanto ci hanno detto in questi anni sulla guerra in Iraq leader quali Prodi, D'Alema e Bertinotti. LA CLASSIFICA L'Economist, nella sua annuale « classifica della libertà politica » , basata su fattori come trasparenza, libertà di voto e religiosa, inserisce fra i primi Paesi dell'area mediorentale proprio la nazione dove un tempo regnava il dittatore Saddam Hussein, spodestato dagli americani. Non solo, la situazione di tutta la regione, incluso il Nord Africa, è molto incoraggiante, grazie a un aumento considerevole di diritti civili, libertà politiche e pluralismo che mettono sempre più radici e si diffondono. In certe realtà, spiega il settimanale, come quella irachena, le profonde e rapide trasformazioni degli ultimi anni hanno infranto l'immobilismo di un pluridecennale clima soffocante e blindato, in cui alla democrazia era negato il respiro. Il merito, prosegue l'Economist, è in gran parte da attribuire all'amministrazione Usa che, con la sua determinazione a imporre una visione democratica nell'area, come antidoto più efficace contro l'estremismo islamico, ha finito inevitabilmente per incidere su umori e propositi delle classi politiche locali, o quanto meno di parecchie tra esse. Quindi, anche se a molti non piacerà, gli Stati Uniti continuano, nonostante lo scandalo di Abu Ghraib e del fosforo, a diffondere quegli ideali di libertà e democrazia che ritornarono, sempre con l'uso della forza militare, anche nell'Europa nazista della seconda guerra mondiale. Cosa ancora più importante è che la presenza americana in Iraq avrebbe anche un influenza positiva sugli Stati circostanti, contribuendo a diffondere, come dice la rivista, « il germe della democrazia in molti Paesi arabi meno violenti » . Nella classifica il primo posto è occupato, come in passato, da Israele, mentre il Marocco dell'illuminato quanto giovane re Mohammed VI si conferma tra le posizioni di vertice, e il Libano liberato dalla presenza asfissiante dell'esercito siriano conquista la seconda posizione, incalzato dall'Autorità Nazionale Palestinese. Proprio tre realtà dalle vicende storiche tanto tormentate come Iraq, Libano e Palestina sono, secondo il settimanale, quelle che nel 2006 faranno ulteriori passi in avanti verso la democrazia compiuta e il rispetto dei diritti. Il grande protagonista di questo balzo sarà proprio l'Iraq, dove il prossimo mese si eleggerà l'Assembrlea Nazionale. Mentre sono molto promettenti due monarchie moderate, Giordania e Bahrein. I CATTIVI E invece, nel fondo della classifica, la " maglia nera" la conquistano proprio due Paesi che sono inseriti dall'amministrazione Bush nell'elenco degli Stati- canaglia, come minacce costanti per l'Occidente. Siria e Iran sono lontani anni luce dalla democrazia, anzi, fanno tutti gli sforzi per non rispettare i diritti umani più basilari, come la libertà di parola e di opinione. Al ventesimo posto, infine, nonostante quanto fatto per avvicinarsi all'Europa, c'è la Libia di Muammar Gheddafi. Se molti Paesi, come l'Italia e la Gran Bretagna, e gli stessi Stati Uniti, stanno pensando ad una exit strategy per andarsene dall'Iraq, quanto scrive l'Economist spiega molto bene l'importanza di non fuggire da Bagdad ma di aiutare quel " germe" di Paese normale a crescere. Alessandro Carlini
    "


    Shalom

  10. #390
    in silenzio
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    15,330
     Likes dati
    2,495
     Like avuti
    1,288
    Mentioned
    106 Post(s)
    Tagged
    17 Thread(s)

    ...

    In Origine Postato da yurj
    " Medioriente, forse gli Usa stanno vincendo e non lo sanno"

    Questa è la migliore

    che poi mi chiedo che si "vince"...
    E se la risposta fosse "nulla"?

    ... in molte guerre, come nell'arte d'amare,
    l'importante non è vincere, ma partecipare !
    di necessità virtù

 

 
Pagina 39 di 45 PrimaPrima ... 29383940 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Guerra e Pace
    Di Sedizione nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 10-05-08, 15:37
  2. Guerra e Pace
    Di LUCIO (POL) nel forum Repubblicani
    Risposte: 10
    Ultimo Messaggio: 14-01-08, 01:04
  3. Pace e guerra...
    Di testadiprazzo nel forum Cattolici
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 04-12-06, 01:21
  4. Guerra e Pace
    Di Luca_liberale nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 36
    Ultimo Messaggio: 21-02-05, 17:38
  5. Guerra o Pace
    Di Il_Siso nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 108
    Ultimo Messaggio: 20-02-04, 11:00

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito