IL CASO
Una sociologa americana ha provato a condividere la vita di chi ha una «paga
da fame»
Cameriera o commessa: negli States sei povera
Gail, cameriera in Florida, abita in un furgone: felice perché il
proprietario dell'albergo per cui lavora le ha consentito di lasciarlo
nel parcheggio interno, «un posto sicuro, con le guardie giurate che
sorvegliano la notte». Gail guadagna 2,13 dollari l'ora (meno di 5 mila
lire, al cambio): per legge in Usa si può pagare così il lavoratore
addetto a mansioni «suscettibili di mance». Con le mance, Gail
raggiunge ai 5,15 dollari l'ora. Non può permettersi una casa. Il
fidanzato di Marianne invece, non può pernettersi gli antibiotici per
curarsi l'infezione al piede che ha contratto sul lavoro: così è stato
licenziato.
Melissa è commessa a Wall-Mart, la catena di grandi magazzini popolari
(875 mila dipendenti, e nessun sindacato): 11 ore al giorno a 7 dollari
l'ora, straordinari non pagati, sta attentissima ai prezzi: il giovedì
mangia alla tavola calda il "piatto scontato" di 68 cents (1400 lire).
Sono quelli che in Usa si chiamano i working poors: poveri al limite
della sopravvivenza benché abbiano un lavoro, di cui la sociologa
Barbara Ehrenreich ha provato a condividere la vita. Come si campa con
5 o 7 dollari l'ora, la paga del 30 per cento della forza-lavoro
americana? E' la domanda a cui risponde il suo libro-inchiesta:Una paga
da fame (Feltrinelli, 164 pagine, 13,50 euro).
Cameriera a Key West, non riesce a pagarsi l'alloggio in roulotte
(soluzione economica di molti lavoratori poveri) a 675 dollari il mese.
Donna delle pulizie nel Maine (dipendente di un'agenzia che la paga 7
dollari l'ora e ne addebita 25 ai proprietari delle case da pulire)
deve prendere un secondo lavoro nei week-end per consentirsi una stanza
in un motel (65 dollari a settimana da dividere con una coinquilina) il
cui bagno non sia allagato di liquami. Altre sue colleghe pagano 19
dollari a notte per una branda in un dormitorio comune: in genere, la
ricerca affannosa di un alloggio per i lavoratori poveri in America
apre a squallori e coabitazioni sovietiche, con ritmi di lavoro
turbo-capitalistici: 12 ore al giorno, sabato e domenica compresi.
Il vestiario è un altro problema: presentarsi al lavoro puliti quando
si dispone di una o due t-shirts e pantaloni, in camere d'affitto, è
una lotta senza speranza. Forse per questo i datori di lavoro
forniscono le divise (a volte trattenendo il dovuto sulle paghe). Il
cibo, in un Paese dove mangiare costa quasi nulla, è un altro problema.
«Mi cucino il pasto di mezzogiorno...svizzere di pollo al formaggio
fuso e fagioli in scatola». Alcune colleghe, ragazze-madri, patiscono
la fame. E ricorrono regolarmente ai buoni-pasto di Stato assistenziali
(food stamp), con cui si possono acquistare alimenti di base nei
supermercati, o - più umiliante - chiedono pacchi-dono degli enti
caritativi. Nel suo, Barbara trova «un pezzo di sapone, un deodorante,
caramelle, biscotti, una confezione da mezzo chilo di carne in scatola
che, non avendo il frigo, dovrei consumare tutta in una volta».
Perché i lavoratori poveri sono esclusi dai lussi di massa americani:
frigo, aria condizionata, auto propria. Quanto all'alimento-base, pare
consistere in sandwich e in pane spalmato di burro d'arachidi, di costo
nullo, ricco di calorie e privo di ogni altro valore nutritivo. Quasi
tutti i colleghi e le colleghe di Barbara hanno la salute rovinata, e
non dispongono dei mezzi per curarsi né i denti, né il diabete o
l'artrosi.
«I poveri», dice ad un certo punto la sociologa, «sono scomparsi dalla
nostra cultura, dal linguaggio politico, dall'elaborazione
intellettuale come dai programmi televisivi». Eppure chiunque sia stato
in Usa s'è visto circondato da questi camerieri slavi, donne delle
pulizie messicane, tassisti nigeriani: sono loro che rendono così
comoda (a chi ha soldi) «società dei servizi» americana, e sono i loro
salari da fame a rendere infinito l'apparente boom economico americano,
che retribuisce il capitale tanto più del lavoro. Ma gente troppo
affannata nel doppio lavoro, troppo assillata dal problema della cena,
non può né alzare la voce, né ribellarsi né organizzarsi. Forse è
questo il grande trucco su cui si regge tutto.
Maurizio Blondet su Avvenire del 14-4-2002




Rispondi Citando