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  1. #41
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    Mi sono permesso di aggiungere nove vignette di Forattini nel vostro apposito thread...

  2. #42
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    Si, le ho viste.
    Divertenti.

  3. #43
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    ... dimenticavo ... sul mio "portale" ... ho dato ospitalita' ad un Forum intitolato ... Monarchia Costituzionale ... moderato da cipriano che, ultimamente, si e' dato un po' ... uccel di bosco ... ed infatti quel Forum ... langue ... vedi al link ...
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...m.php?forum=10

  4. #44
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    Andiamo a vedere...

  5. #45
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    Citazione Originariamente Scritto da Serendipity
    ... è proprio la monarchia che difende meglio la democrazia e l'uguaglianza dei cittadini... Nella repubblica, le probabilità che ...
    Serendipity ... se vuoi continuare a confrontare tra loro la Monarchia e la Repubblica sei pregato di farlo collegandoti al link sottostante ...
    "Comparazione tra Monarchia e Repubblica" ... clicca qui
    ... lasciamo questo thread dedicato ad interventi che riguardino Giosue' Carducci ...

    http://www.politicaonline.net/forum/...ad.php?t=30217

  6. #46
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    L'eredità di stile e impegno per le generazioni successive, nel centenario della morte
    Ma Giosuè Carducci fu soprattutto il «poeta civile» per eccellenza

    Si scrive molto su Giosuè Carducci in queste settimane che separano il centenario del conferimento del premio Nobel (che avvenne il 10 dicembre 1906) da quello della scomparsa (pochi mesi più tardi, il 15 febbraio 1907).
    Se ne parla talora come di una grande figura, ma relegata nell'Italia dell'Ottocento, nell'Italia Umbertina; si sottolinea il non eccelso valore della sua poesia: qualcuno non salverebbe più di dieci componimenti in tutto, ad esere generosi; gli si "rimprovera" la conversione alla monarchia, quasi un "colpo di fulmine" per "l'eterno femminino regale" della regina Margherita .
    Sono tutte forme di approccio che si possono definire alquanto parziali, che tendono a mettere in secondo piano la grande eredità del poeta e il peso rilevante sulle successive generazioni.
    Carducci è stato e resta, per l'Italia e la sua letteratura, il poeta civile per eccellenza e i valori della poesia civile non perdono attualità, possono sembrare assopiti, ma sono lì, pronti a riemergere nei momenti difficili o addirittura drammatici nella storia di una nazione.
    Pochi ricordano, ad esempio, che nel marzo del 1945 un protagonista della Resistenza, Pietro Calamandrei, fece appello al Carducci per suscitare i valori della rinascita democratica del paese.
    Calamandrei ricordò nelle pagine della "Nuova Antologia" la profonda emozione e il senso di vuoto provato nel febbraio 1907 – appena diciottenne – alla notizia della «scomparsa di un vecchio poeta», Carducci appunto. È significativo che la lezione del vecchio poeta dell'Ottocento tornasse attuale, necessaria, con l'Italia divisa in due, dilaniata dal conflitto civile, in ginocchio per la guerra e l'occupazione.
    «Nella sua umana partecipazione alla sofferenza o alle speranze del suo popolo – sono le parole di Calamandrei in quell'occasione – in questo impegno intero di tutta una coscienza operosa e sana era il segreto del dominio incontrastato che esercitava su di noi quella poesia: che ci pareva grande proprio perché non era poesia pura, chimicamente sterilizzata ad uso dei letterati, ma poesia rincuorante, ammonitrice, fraterna", in grado di coinvolgere emotivamente "le officine, le biblioteche, le scuole, e trasformare in alta lirica il senso mazziniano del dovere, dando ai giovani la consolante certezza che, ferma in esso, anche la vita più umile può essere fatta di civile eroismo e di ribellione alla tirannia».
    Nei versi di Carducci c'è un'anima patriottica, non retorica ma educatrice. Questo – conclude Calamandrei – è l'ufficio della poesia: «dare alle generazioni che si succedono la coscienza di un dovere di civiltà da adempiere nel mondo».
    Carducci resta sempre se stesso, anche nel ralliement alla monarchia, nella continuità ideale che non appanna il fondo popolare e democratico del poeta capace di interpretare le grandezze ma anche i limiti del Risorgimento. Un Risorgimento vissuto e trasmesso come ideale di vita, sublimato come regola di azione, contrapposto alla realtà dei compromessi diplomatici e ai trasformismi della politica.
    C'è la profondità del pensiero di Mazzini, in Carducci; ma ci sono anche il candore e la generosità di Garibaldi. Poeta garibaldino, lo definì a ragione Renato Serra, con una intuizione che non ha perduto attualità: «Garibaldino per la cavalleria e l'umanità raggiante e sorridente come la dolcezza dello sguardo azzurro del generale».

    Cosimo Ceccuti

    (domenica 7 gennaio 2007)

    tratto da http://www.gazzettadelsud.it/

  7. #47
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    Uno spirito epico contro le delusioni del Risorgimento

    Affermare che Carducci perde della sua statura paragonato con Manzoni, Foscolo o Leopardi appare sin ovvio: il poeta versiliese, di cui il 16 febbraio cade il centenario della morte (e che pochi mesi prima di morire aveva ricevuto il Nobel per la letteratura, il primo assegnato a un italiano), difetta d'interiorità. E' però un artista dall'alata fantasia, che sa trovare slancio epico e intensità lirica nella rappresentazione dei mutevoli volti della realtà e della storia. E' in lui una forza primordiale e ctonia, una vastità e fulmineità di sguardo che lo portano a dominare i paesaggi, in particolare quello toscano, con le luci dell'aquila. Che rappresenti se stesso nel bimbo che, in memoria d'intimità senza enfasi, rivive in Sogno d'estate ("Andava fanciulletto con piccolo passo di gloria / Superbo dell'amore materno") o personaggi storici, come Shelley, "spirito titano entro virginee forme", o fantastici, come la fanciulla di Idillio maremmano, tutte le sue figurazioni umane sono immerse in un'aura di nobiltà ed eroismo, che si effonde in cadenze di solenne musicalità.
    Nelle strofe di Faida di Comune, nella Leggenda di Teodorico, nei Campi di Marengo, nella Canzone di Legnano, nel Comune rustico, viene restituito al Medio Evo un potente respiro vitale, che si fonde a un drammatico pathos della storia. Caratteristica precipua del poetare carducciano è - ha scritto Walter Binni - "la tendenza al quadro in movimento, allo spicco epico realistico delle figure accentuate dal colore intenso, dal ritmo volante ed energico": "E sovra il ponte / giganteggia un cavalier : / nero ha l'elmo sulla fronte / e il pavese e il cimier". Tutto il mondo del poeta è vivificato e sublimato da un vigoroso senso di sanità morale e di bellezza, riflesso di un carattere schietto e sorretto da una nativa probità, talché nelle sue liriche, dietro le apparenze esagitate, c'è una serenità che è alto equilibrio e virile signoria delle emozioni. In Davanti a San Guido, che è la creazione più intima e trepida di Giosue Carducci, vibrano in piena luce solare tutta la sanità e la sottile malinconia dell'uomo-poeta ; nella sua nostalgia nobilmente rattenuta e nel suo bonario sorriso c'è la robusta tempra di un classico. Si pensa istintivamente a Orazio.
    Le radici di quella sanità risalgono alla temperie spirituale della casa di Valdicastello, dov'egli era nato nel 1835. Il padre, carbonaro e mazziniano, e la madre innamorata dell'Alfieri furono i suoi primi maestri. Se le letture di Foscolo e di Leopardi alimentarono nel giovane il culto per la classicità, una prodigiosa vocazione alle lettere lo porterà, poco più che ventenne, alla laurea alla Normale di Pisa, e, venticinquenne, nel 1860, alla cattedra di Letteratura italiana all'università di Bologna, che non abbandonerà fino al 1904. Germina da questa formazione filologica e prettamente letteraria, ma non filosofica, quella smania professorale, che, scarsamente controllata, si manifesterà in tante poesie ridondanti d'erudizione.
    Secondo la vulgata, Carducci sarebbe passato, in politica, da fervente seguace del messaggio rivoluzionario mazziniano a bardo della monarchia. In realtà egli fu monarchico nel 1859 quando componeva il suo inno alla "bianca Croce di Savoia" ; e non sorprende che anche in seguito rimanesse tale. Solo per un incoercibile impulso all'anticonformismo ostentò ideali repubblicani, che a lui derivarono dalle tradizioni più alte dell'umanesimo italiano piuttosto che dalla Rivoluzione francese. Letterario fu pure il suo accostarsi alla monarchia nel 1878 con la celebre visita dei principi a Bologna e l'ode alla regina Margherita, "l'eterno femminino". Così il suo atteggiamento filo-crispino: egli vedeva, alla Garibaldi, la monarchia come baluardo dell'unità italiana e Crispi come uno dei campioni dell'unità che sentiva minacciata dal potere papale, al quale si poteva opporre sul piano della maestà solo il trono regale. Partecipe di tutte le lotte per il compimento del Risorgimento, con la morte dei grandi, Mazzini e Garibaldi, Carducci si chiuse sempre più nella nostalgia del passato. Sarebbe però falsità storica accusarlo di spirito retrivo: fra l'altro avversò pubblicamente le imprese coloniali in Africa, di cui avvertì tutta la sanguinosa portata.
    Si opponeva alla società del suo tempo - già all'indomani dell'Unità l'Italia ufficiale vedeva in Garibaldi un affascinante avventuriero e in Mazzini un pericoloso sognatore - anche quando proclamava la sua "alma irosa e il torvo ingegno" e chiamava il popolo d'Italia "vecchio titano ignavo". A fronte di un Risorgimento ormai in pantofole e contro l'inveterato spirito gregario degli italiani, si levava la forza eversiva della sua poesia - le raccolte Juvenilia, Levia Gravia, Giambi ed epodi, Rime nuove, Ça ira, Odi barbare, - che, dettata dal disgusto per le astrattezze romantiche e per i languori imperanti nelle lettere (si osannava a Prati e Aleardi, e si applaudirà poi a D'Annunzio), è tutta concretezza e realismo espressivo. Non è vero che "Carducci contribuì a perpetuare un classicismo evasivo nella cultura italiana", come qualcuno ha scritto. In realtà egli teneva in pugno il filo della tradizione alfieriana e foscoliana; e questa è la sua essenza eroica: poeta borghese (dell'Italia "umbertina" poi), ma in rivolta contro la stessa società borghese. Le Odi barbare testimoniano di uno spirito solitario, disperatamente angustiato per i costumi del suo tempo. Anche la sua Roma è assai lontana da quella, ampollosa e retorica, di D'Annunzio; è una Roma malinconica e triste, sintesi di tutta la tormentata storia d'Italia.
    Il Carducci vero non è il poeta celebrato dalle fanfare umbertine; vero poeta è quello della morte e della "terra negra", dove è sceso il figlioletto Dante. Un pindarismo di maniera gli fu attribuito dalla borghesia, bisognosa di un aedo epico a portata di mano che ne interpretasse le aspirazioni, ma il poeta, al di sopra delle "germane faide", aveva cantato la serena fatica dei campi e mirabilmente tradotto il rivoluzionario Heine dei Tessitori. Fu un grande innovatore della nostra prosa: seppe combinare la lezione di semplicità manzoniana ad una straordinaria conoscenza del nostro patrimonio letterario, e coniugare in meditata simbiosi freschezza popolaresca, sarcasmo e umorosa ironia.

    Sergio CAROLI

    tratto da http://www.lasicilia.it/

  8. #48
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    ANNIVERSARI

    A cent'anni dalla morte, il «poeta della Nuova Italia» tra svalutazioni forse frettolose e riletture «politiche»; parlano i critici
    Carducci: il vate è sorpassato?

    Gibellini: «Oggi è inattuale, però la sua prosa è profonda e i suoi versi riecheggiano in Attilio Bertolucci e Pasolini» Ferroni: «Siamo lontani dalla figura dell’"artiere", ma andrebbe rivalutato il suo senso della storia popolare»

    Di Alessandro Zaccuri

    Da incendiario a pompiere. Anzi, pompier: retorico, enfatico, celebrativo. Non è questa, in definitiva, l'immagine di Giosue Carducci che ci rimane a cento anni esatti dalla morte del «vate della Nuova Italia»? Sì e no, verrebbe da rispondere dopo aver letto i lunghi interventi che all'anniversario carducciano (nato a Valdicastello il 27 luglio 1835, il poeta morì a Bologna il 16 febbraio 1907) dedicano Renzo Paris su Liberazione e, ora, Marco Testi sull'Osservatore Romano. Se infatti l'analisi di Testi mira anzitutto a documentare il legame profondo, anche se mai deterministico, fra l'autore e la temperie storico-politica del suo tempo, l'intervento di Paris è un tentativo di mettere in discussione l'immagine «di destra» di un poeta che, anche dopo essersi assunto l'onere di magnificare l'operato di Casa Savoia, non rinunciò mai all'ideale di una letteratura vigorosamente popolare, che non a caso trova uno dei suoi momenti più compiuti nell'icona dell'«artiere», l'artista-fabbro che forgia con fatica la materia bruta delle parole. Può bastare per spostare a sinistra l'immagine dell'arcimassone Carducci, al quale Aldo A. Mola ha di recente dedicato un documentato profilo biografico (Giosue Carducci: scrittore, politico, massone, edito da Bompiani)? «In realtà fu anzitutto un arcitaliano - sottolinea il critico Pietro Gibellini -, di un'Italia che seppe rimanere carducciana nella lunga transizione dal populismo al nazionalismo, e dal fascismo al postfascismo, continuando tuttavia a riconoscersi nell'atlante di valori squadernato per primo dallo stesso Carducci. Un mito, il suo, che riuscì a sopravvivere anche all'egemonia culturale della sinistra, subendo semmai l'isolata contestazione di un autore cattolico come Piero Bargellini. Insomma, esiste una continuità carducciana di stampo laico-nazionalista che si dimostra più tenace delle apparenti contrapposizioni ideologiche e che trova espressione in quella straordinario catalogo di cartoline illustrate della storia e dei paesaggi d'Italia che è, appunto, l'opera omnia del poeta». Un caso per certi aspetti simile a quello delle diverse "appropriazioni indebite" della Commedia dantesca, verrebbe da pensare. Ma subito Gibellini invita a correggere il tiro: «È un processo nel quale lo stesso Carducci ha avuto parte, certificando l'immagine del "ghibellin fuggiasco". Ma con Dante si può equivocare fino a un certo punto: il testo ha una forza che infine respinge l'equivoco e si impone con chiarezza». E gli allievi di Carducci? Più fedele Pascoli o più conseguente D'Annunzio? «Entrambi - risponde Gibellini - sono allievi a metà. Carducci rifiuta il decadentismo dannunziano, Pascoli volge le spalle al maestro e si inoltra con determinazione nel Novecento. Il limite di Carducci, al contrario, sta proprio nel suo assoluto radicamento nella cultura e nelle poetiche ottocentesche». Detto altrimenti, dobbiamo rassegnarci all'idea di un Carducci inattuale? «Soltanto se in questa inattualità riusciamo a distinguere un paio di spunti che ancora ci riguardano da vicino - conclude Gibellini -. Se Carducci è l'Ottocento, questo significa che appartiene a un grande secolo della prosa italiana. E proprio la prosa carducciana, in particolare quella critica, riserva ancora oggi squarci inattesi di profondità e di interesse. Quanto alla poesia, non trascuriamo la dimensione narrativa del miglior Carducci, la cui lezione torna a riecheggiare in autori come Attilio Bertolucci e nello stesso Pier Paolo Pasolini. Il quale, non per nulla, fu un altro appassionato populista…». «In effetti - commenta l'italianista Giulio Ferroni -, anche se si è consumato in modo lento e graduale, il nostro allontanamento da Carducci appare oggi pressoché irreversibile, tanto che non riusciamo a distinguere quale possa essere l'eredità che l'autore ci lascia. A risultarci estranea, in particolare, è proprio quella figura del "poeta professore" che forse, per paradosso, meriterebbe di essere riscoperta». Una difesa dell'accademia? «Niente affatto - precisa Ferroni -, semmai una rivalutazione di quel sentimento della storia che costituisce l'aspetto più caratteristico della poetica carducciana. D'accordo, possiamo non condividere certi entusiasmi per i fondali greco-romani e medievaleggianti tanto frequentati da Carducci, però non possiamo trascurare la suggestione esercitata dalla storia popolare e, meglio ancora, dalle memorie familiari, una suggestione che coincide con i luoghi più significativi del nostro passato italiano. Ma anche in questo caso, purtroppo, abbiamo a che fare con un'Italia perduta e non facilmente recuperabile. E appunto per questo, per quanto "poeta civile", Carducci non può essere considerato né di destra né di sinistra, almeno secondo i parametri attuali». E l'«artiere»? Sorpassato pure quello? «Nei fatti, purtroppo sì - ammette Ferroni -, se guardiamo al panorama di una certa simil-poesia che ottiene oggi grande riscontro. Ma proprio per questo la lezione di Carducci può rivelarsi più attuale di quanto sospettiamo. Si inizia evitando la sciatteria e si prosegue, magari, riscoprendo il rapporto con la tradizione. Non sarebbe poco, di questi tempi».

    tratto da http://www.avvenire.it/

  9. #49
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    Il “poeta civile” che non rinunciò mai al suo ideale di libero pensatore
    Il centenario della morte di Giosuè Carducci

    Fu patriota e ribelle, repubblicano e massone, quando per un anticlericale era obbligatorio essere insieme l’uno e l’altro

    di Romano Bracalini


    “Poeta civile” è espressione desueta in tempi di poeti salariati e premi Nobel fasulli passati dalla Repubblica di Salò a Mao-Tze Tung. Ma Giosuè Carducci, di cui ricorre quest’anno il centenario della morte, ”poeta civile” lo fu a pieno titolo e nella forma più splendida e genuina, quando i poeti non erano al servizio dei partiti e componevano epigrammi che ti levavano la pelle. Fu patriota e ribelle, repubblicano e massone, quando per un anticlericale non era possibile essere l’uno senza essere l’altro, in un binomio indissolubile che riassumeva il suo ideale di vita. Era nato a Valdicastello, in Versilia, nel 1835, dove la lingua toscana ha una vena di malinconia, non è furente e iroso come il toscano di Maremma che suona come un’ingiuria o una presa in giro e dove il carattere locale assomiglia all’asprezza del paesaggio un tempo desolato e il bove dalle lunghe corna ha il medesimo tratto “selvatico” e ombroso dell’uomo. Carducci, portato da bambino a Castagneto dal padre medico condotto, finì per somigliargli nella figura irsuta e negli eccessi.

    Amò le donne e il vino, e specie di quest’ultimo non se ne fece mai mancare una abbondante razione quotidiana. A Campiglia Marittima, alta sui colli, in vista dell’Elba, lo ricordavano sul finire del secolo ospite d’una famiglia campigliese. La gente voleva vederlo. Si affacciò al balconcino; era alticcio e barcollava. Gridò: ”Abbasso i preti” e subito rientrò. Quanto alle donne si disse che avesse amato anche una regina, Margherita di Savoia, ma furono le malelingue e gli invidiosi a disquisire sulla qualità della sua ammirazione regale; ma per il solo fatto che da repubblicano le avesse dedicato un inno parve un tradimento e un cedimento a una passione insana. Non vacillò mai la sua vena di furioso mangiapreti, antipapista. Nel 1867 Garibaldi venne sconfitto a Mentana dalle forze franco-papaline e Carducci, in preda a sacro sdegno, “scomunicò” Pio IX :
    “Io scomunico, o prete!
    Te pontefice fosco del mistero,
    Vate di lutti e d’ire,
    Io sacerdote de l’Augusto vero
    Vate dell’avvenire.”
    Si rasserenava quando veniva in Maremma e i paesani che lo vedevano crescere di fama gli facevano festa, orgogliosi che il poeta già famoso fosse uno di loro. Passati gli anni raccontavano della volta che aveva chiesto della bionda Maria, dolce passione degli anni giovanili, e gli portarono una vecchina bianca e fragile. Quando capitava un forestiero, chiedeva di qualcuno che avesse conosciuto il poeta e allora lo mandavano dal segretario comunale o dal farmacista. ”L’ho tenuto in collo. Veda lei se l’ho conosciuto o no”. ”Era una birba, una ne faceva e cento ne pensava e ora fa discorrere il mondo”. Anche i popolani lo ricordavano bene. Ce n’era uno che aveva l’età di Carducci ed erano stati a scuola insieme e quando il poeta tornava a Castagneto lui gli andava dietro, quasi timoroso di dichiararsi suo amico, e ogni tanto da dietro gli batteva la mano sulla spalla: ”E bravo il mi topo”. E in quella frase c’era tutta la sua ammirazione che non avrebbe saputo esprimere in altro modo.

    Certe mattine azzurre lo vedevano fuori la Porta a mare di Campiglia Marittima insieme a un amico sul calessino. Scendevano al piano insieme al gran da fare dei capoccia e degli opranti che si spargevano per la campagna o sugli altipiani per le vigne e i cellieri, nell’abbaiare festoso dei cani. Trottando si arrivava alla Torre di San Vincenzo dove nel ‘500 l’esercito fiorentino aveva sbaragliato le bande armate dell’avventuriero Meo d’Alviano. La nuova Italia, che poi è sempre un po’ quella di sempre, aveva eletto Carducci suo poeta ufficiale, poeta della Terza Italia, sebbene lui non facesse mistero delle poche cose che gli piacevano in quel turbolento e breve regno umbertino. Ma ammirava Francesco Crispi, il bombardiere, che voleva fondare l’impero in anticipo sul predappiese, e anche lui ci rimise il posto. Carducci s’era dichiarato per natura nemico dell’ordine costituito e “partigiano dell’anarchia assoluta”, ma da maremmano di spirito gli piacevano gli uomini di carattere e Crispi ne aveva da vendere; ma dandogli la corda Carducci prese un abbaglio. I poeti e gli artisti sono cattivi politici. Giudicano con il cuore e con i sensi, mentre i politici prima di esporsi fanno due conti. Il calessino trottava e dopo tredici miglia furono in vista di San Guido e imboccarono il viale dei cipressi che intere generazioni di scolari avrebbero imparato a conoscere in una delle più belle e ispirate poesie del suo repertorio maremmano.

    La gloria lo baciò poco prima della fine. Il 10 dicembre del 1906 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura e non stava bene. Morì il 10 febbraio 1907. Un attacco di influenza su un corpo esaurito per il molto lavoro e per le congestioni cerebrali parziali l’aveva stroncato all’età di 72 anni non ancora compiuti, nella casa bolognese che la regina Margherita gli aveva regalato. La circostanza non era mai stata rivelata e anche in quella occasione i giornali preferirono ignorarla per non alimentare inutili maldicenze. La salma venne esposta nello studio, dentro una bara d’abete, l’albero povero che amava. Il 19 febbraio si svolsero a Bologna i solenni funerali in forma civile e senza orazioni, con sepoltura alla Certosa. Aveva spesso cambiato parere, esponendosi a critiche e ingiurie. Non aveva mai rinunciato al suo ideale di libero pensatore.

    tratto da http://www.opinione.it/

  10. #50
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