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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Come sarà il nuovo Iraq....

    intervista al Segretario di Stato americano pubblicata sul quotidiano liberaldemocratico IL GIORNALE:

    " il Giornale del 04/04/2003


    --------------------------------------------------------------------------------

    "Ecco come sarà il dopo Saddam"
    Intervista a Colin Powell: per l'Iraq pensiamo a una soluzione come quella afghana, poi affronteremo i casi di Siria, Iran e Corea
    Marcello Foa
    --------------------------------------------------------------------------------

    Il volto migliore dell'America ha le sembianze di un ex ragazzo del Bronx, figlio di emigrati giamaicani, che in 66 anni ha scalato i vertici dell'esercito e della diplomazia americana. Quel volto è di Colin Powell, ex eroe della prima guerra del Golfo, oggi segretario di Stato. Il volto di una persona autentica e per questo semplice; determinata, come è inevitabile dopo l' 11 settembre, ma collaborativa con gli alleati e generosa con gli ex nemici. Colin Powell, ha appena concluso i colloqui con i partner europei al quartier generale della Nato a Bruxelles. Accetta di rilasciare un'intervista ad alcune testate europee. Per l'Italia, in esclusiva; sceglie il Giornale. Alcuni osservatori temono che la recente lite all'Onu tra Francia, Germania e Stati Uniti sia insanabile. Esiste davvero il rischio che la crisi sull'Irak possa rappresentare l'inizio della fine dell'Alleanza atlantica?
    "No, ho vissuto in Germania durante la guerra fredda ed ero in Europa quando è caduto il Muro di Berlino. Da sempre ascolto profezie sulla crisi della Nato. Quando crollò l'Urss un generale russo mi disse: il Patto di Varsavia non c'è più, perché non rinunciate alla Nato? La mia risposta fu: è difficile quando c'è chi vuole continuare a entrare nella Nato. Perché tanti Paesi chiedono di aderire all'Alleanza? Perché vogliono essere membri di un'Alleanza di difesa che li lega agli Usa, sentono ancora il bisogno di un forte legame transatlantico, che non è svanito solo perché abbiamo avuto opinioni diverse sull'Irak. Questa è una realtà duratura e così sarà fino a quando io sarò segretario di Stato".
    Anche con la Germania, anche con la Francia?
    Certo, Usa e Germania sono unite da un legame stretto che risale al 1945. Abbiamo realizzato molte cose assieme in Afghanistan, le nostre basi militari sono in Germania. Non sarà una lite a rovinare tutto. In passato ce ne sono state molte altre, come nel '66, quando la Francia ci disse di lasciare il Paese. Ma sono state tutte risolte, anche questa volta finirà così. Questi dissensi arrivano e poi passano. L'amicizia resta".
    La gestione del dopo-Irak crea già malumori, è possibile un accordo Usa-Europa?
    "Ho la sensazione che tutti ritengano che sia giunto il momento di tornare assieme. E possiamo iniziare occupandoci della ricostruzione dell'Irak".
    Eppure c'è chi sostiene che ad avvantaggiarsi del petrolio iracheno saranno solo gli Stati Uniti...
    " Falso. All'inizio i fondi necessari per ricostruire il Paese verranno principalmente dagli Stati Uniti. Ma man mano l'Unione europea e altri Paesi Parteciperanno alla ricostruzione e saranno loro stessi a gestire questi fondi. Quando in futuro il sistema petrolifera -sarà rimesso in sesto, l'Irak diventerà un Paese ricco e saranno le autorità irachene a decidere come spendere i proventi e con chi stipulare contratti. Non esistono liste nere di società sgradite agli Usa. Vogliamo che tutto sia trasparente ".
    E l'Onu potrà avere un ruolo? "Le Nazioni Unite devono essere coinvolte, il presidente Bush lo ha ripetuto più volte. L'Onu ha detto chiaramente che non vuole essere responsabile del dopo Saddam. Tuttavia è importante che il futuro regime transitorio sia riconosciuto dalle Nazioni Unite".
    Ma quali sono i leader iracheni con cui coopererete per governare il Paese dopo Saddam?
    "I leader che da anni si battono duramente fuori dall'Irak contro Saddam, ma anche persone rimaste in Irak ma che riconoscono i crimini e gli orrori del regime. L'importante è che siano rappresentativi, forse ricorrendo a un Concilio come in Afghanistan. Lo vedremo più avanti". Contrariamente alle attese, gli iracheni non hanno accolto le truppe Usa come liberatori. Come lo spiega?
    "Credo che da adesso in avanti la situazione cambierà, come è accaduto a Najaf. L'esperienza nel Sud del Paese dimostra che la gente quando è sicura che il partito Baath non ha più il potere, coopera con le forze della coalizione, che infatti hanno iniziato ad assumere gente del posto, a rendere sicure le sorgenti d'acqua. Molti iracheni sono a disagio perché temono che possa accadere qualcosa di analogo al '91. Ma la fiducia cresce man mano che capiscono che questa volta il regime di Saddam sparirà per sempre".
    Questa è una guerra contro il terrorismo, ma la lista dei Paesi sospettati di appoggiare i gruppi eversivi è lunga: Corea del Nord, Iran, Siria. Cosa farete una volta risolto il problema iracheno? Dobbiamo aspettarci altre guerre?
    "Questa è una guerra contro le armi di distruzione di massa, contro un regime che è anche terrorista e che in 12 anni ha violato 17 risoluzioni dell'Onu. Nel novembre scorso il Consiglio di sicurezza si è riunito e all'unanimità ha detto basta, subito, senza nuove condizioni irachene. Ma il regime ha continuato con i suoi giochetti e abbiamo deciso l'operazione Libertà per l'Irak. In Europa molti ritengono che gli Usa (dopo Saddam, n.d.a.), cercheranno un altro posto dove far guerra. Ciò significa non conoscere la nostra storia. Noi non ci guardiamo attorno in cerca di guerre e quando ne iniziamo una è sempre con riluttanza. Bi
    sognerebbe prima ricordare la storia europea, che ha visto molte nazioni andare con piacere in guerra. Noi cerchiamo posti dove collaborare per risolvere i problemi dell'Aids, della fame, della crescita economica. Ma non rinunceremo a fronteggiare quei regimi che sostengono i terroristi. Non dopo l'11 settembre. Noi diremo al mondo: la Siria sostiene attività terroristiche, l'Iran anche e sviluppa armi di distruzione di massa. Ciò non implica, come il giorno dopo la notte, che ci saranno guerre con l'Iran, la Siria o la Corea del Nord . Ci sono diversi modi per affrontare i problemi del mondo. Ora vogliamo affrontare questo, creando una società migliore per gli iracheni. Poi cercheremo di risolvere gli altri".
    "

    Cordiali saluti

  2. #2
    SENATORE di POL
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    da www.cnnitalia.it

    " Presto un Governo
    provvisorio iracheno?
    Fonti Usa: possibilità molto concreta da prossima settimana
    Ultimo aggiornamento 4 aprile 2003, 122 ora italiana (102 GMT)

    Assumere il controllo della televisione sarà uno dei primi obiettivi del nuovo Governo iracheno .


    WASHINGTON (CNN) -- Gli Stati Uniti stanno già preparando un governo ad interim cui affidare l'Iraq liberato nell'immediato dopoguerra. Lo rende noto un alto funzionario dell'intelligence americana. Dalla Difesa statunitense fanno addirittura intendere che il nuovo Esecutivo potrebbe essere insediato sin dalla prossima settimana.

    Le stesse fonti del Pentagono annunciano che la sede dell'amministrazione provvisoria sarebbe Baghdad, una volta rovesciato il regime di Saddam Hussein. Se fosse battuto, il raìs cederebbe un potere che detiene dal 1979.


    Il funzionario dell'intelligence Usa interpellato da CNN precisa, allo stesso tempo, che le decisioni più importanti vanno ancora prese. Tra i punti maggiormente controversi c'è, ad esempio, il destino di parte della burocrazia irachena esistente. Si tratta di capire se alcuni amministratori, ovviamente meno collusi con il regime, potranno o no essere cooptati nella nuova amministrazione provvisoria.
    I tempi, comunque, sono stretti. Mentre i militari della Coalizione consolideranno il controllo nella capitale irachena, alcuni dei candidati a far parte del nuovo governo iracheno potrebbero essere incaricati quanto prima dalle Nazioni Unite "a compiere i primi passi verso la transizione".



    Uno dei primi provvedimenti della nuova autorità irachena potrebbe essere, ad esempio, la concessione delle strutture della televisione di Stato irachena alla Coalizione. Gli Stati Uniti, d'altronde, hanno affermato a chiare note, negli ultimi giorni, di auspicare che gli iracheni tornino a comunicare tra loro "il più presto possibile".
    "

    Cordiali saluti

  3. #3
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    Il nuovo ordine mondiale ed i suoi kapò che avanzano.
    Mi vengono i brividi

  4. #4
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    da www.panorama.it

    " Giochi segreti per il dopo Saddam
    di Paolo Papi
    2/4/2003

    La missione di Colin Powell in Turchia ha ammorbidito il governo Erdogan: sì di Ankara al passaggio sul proprio territorio dei rifornimenti americani diretti verso il Nord Iraq
    Siria, Iran, Arabia Saudita: i paesi del Medio Oriente perseguono ciascuno un obiettivo che rischia di complicare i piani americani per l'Iraq futuro. Mentre da Ankara arriva l'attesa schiarita: sì turco al passaggio di rifornimenti alle truppe USA



    E se gli americani, dopo aver vinto la guerra, perdessero il dopoguerra? E se i piani del Pentagono in Iraq venissero ancora complicati da iniziative nell'area di Damasco, Teheran ed Ankara? Queste ipotesi, paventate da giornalisti statunitensi come John Cooley e Bob Woodward, hanno preso corpo negli ultimi giorni, dopo che il generale Bashar Al Assad ha deciso di schierare la Siria, senza incertezze, a fianco dell'Iraq di Saddam a cui ha fatto pervenire, sfidando l'embargo, visori notturni, missili anticarro sovietici, contromisure elettroniche e un numero consistente di volontari disposti al martirio: "L'espulsione degli invasori dall'Iraq", ha fatto sapere Faruk el-Shara, ministro degli esteri siriano "è un nostro interesse nazionale".
    La sfida di Assad ("Finché esisterà Israele non ci sarà pace in Medio Oriente" ) è andata a sommarsi a quella già lanciata nei giorni scorsi dalla massima autorità religiosa del paese, lo sceicco Ahmad Kaftaro, secondo cui " le operazioni di martirio contro gli invasori sono un dovere di ogni buon musulmano ".


    IRAN, TRA NO A SADDAM E NO AL GRANDE SATANA
    E' chiaro che Washington guarda con apprensione al ruolo fin qui svolto in Iraq da una serie di paesi interessati ad avere a Baghdad un governo amico. L'Iran degli ayatollah, alle prese con un duro scontro tra i riformatori del premier Kathami e i seguaci del presidente tradizionalista Khamenei, svolge da sempre un ruolo chiave nell'area sciita irachena, dove operano una serie di gruppi, come l'influente Asrii dello sceicco Muhammad Baqer Al Hakim, che hanno il loro quartier generale a Teheran e che, pur avversando il regime sunnita di Saddam, hanno scelto fin qui di non sostenere l'insurrezione nel sud dell'Iraq a causa dell'incertezza sull'assetto etnico che dovrebbe instaurarsi in Iraq : "Quanto spazio sarà dato agli sciiti nel futuro governo?", è la domanda (retorica) che si fanno i leader sciiti iracheni in esilio in Iran. Leader sciiti che si attendono dal comando militare di Doha una risposta chiara che, ad oggi, non può arrivare.

    Inoltre, i settori oltranzisti di Teheran, che negli anni scorsi hanno aperto le porte del paese a un numero senza pari di oppositori iracheni, temono che la fine del conflitto in Iraq possa indurre Washington ad aprire il dossier Iran favorendo così le componenti riformiste legate a Kathami. Sarebbe la fine dell'Iran teocratico degli ayatollah, e con esso la loro fine. Dunque, prima di schierarsi aspettino a vedere le carte di americani e inglesi.
    Teheran si trova davanti a un bivio: un sostegno di fatto agli Stati Uniti, con cui è in pessimi rapporti sin dai tempi della caduta dello scià (1979), che probabilmente mirano a un governo democratico ma filosunnita in Iraq; o l'appoggio al blasfemo Saddam, padrino di un regime ostile agli sciiti, promotore della sanguinosa guerra dello Shat al Arab (1980-1988) e, fino all'opportunistica conversione all'Islam militante, anche feroce avversario della rivoluzione islamica di Ruhollah Khomeini.
    Gli elementi di confusione sono moltissimi e fino a che l'Iran non deciderà di dare il via libera ai gruppi sciiti dell'opposizione irachena (dal Dawa filo Kathami all'Asrii filoKhamenei) la speranza di una imminente sollevazione nel sud Iraq rischia di rivelarsi vana.
    "

    Cordiali saluti

  5. #5
    SENATORE di POL
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    da www.ideazione.com

    "


    Uno Stato federale per l'Iraq liberato

    di Barbara Mennitti

    Gli Stati Uniti non possono permettersi di combattere e vincere un'altra guerra con l'Irak solo per vedere la vittoria sprecata. Questo, secondo il documento redatto da John C. Hulsman e James Phillips dal titolo "Forging a Durable Post-War Political Settlement in Iraq" pubblicato dall'Heritage Foundation, deve rimanere il punto saldo di tutte le politiche post belliche per risolvere una volta per tutte il problema rappresentato dall'Iraq. E, soprattutto, è necessario evitare di ripetere gli errori delle amministrazioni passate: non lasciare le cose a metà, come fece l'amministrazione di Bush padre; non tentare esperimenti di "nation-building", altamente centralizzati, come quelli che Clinton ha imposto ad Haiti, in Somalia, in Kosovo e in Bosnia, destinati a fallire perché non tengono conto delle particolari caratteristiche politiche e demografiche delle zone in questione; non imporre un governo con mandato Onu, escludendo dalla gestione del potere i leader regionali iracheni. Tutte strade che hanno dimostrato di non portare in nessun luogo.

    Realismo, dunque, sembra essere la nuova parola d'ordine di questo attento studio della realtà irachena, che vede il paese diviso in tre principali etnie con una distribuzione del potere e della ricchezza molto squilibrata. Perché questa guerra serva a risolvere la questione irachena, è necessario che ciascuno di questi gruppi, i curdi, gli sciiti e i sunniti, abbia (e riconosca) il suo tornaconto politico ed economico dalla rimozione di Saddam. La soluzione ideale per questa realtà potrebbe essere un sistema politico di tipo federale, sul modello degli Stati Uniti, con grande autonomia alle autorità locali, dove tutto il potere viene devoluto al livello più basso possibile e con una forma estremamente leggera di governo centrale. Un sistema federale decentralizzato, quindi, con una costituzione ricalcata sul "Great Compromise" del 1787, che assicurerebbe una adeguata rappresentanza parlamentare anche alle minoranze. Una forma statale di questo tipo permetterebbe alle singole zone di riscuotere le imposte a livello locale e di ridistribuire in maniera equa le enormi risorse del paese, ostacolerebbe il ritorno di un governo centrale tirannico che minacci la popolazione locale e i paesi confinanti, ma sarebbe allo stesso tempo abbastanza coesa e legittima da garantire l'integrità territoriale dell'Iraq e la stabilità dell'intera regione.

    Ma vediamo, caso per caso, quali vantaggi trarrebbero i singoli gruppi etnici da una soluzione di questo tipo. I curdi, l'unica etnia non araba, rappresentano circa il 20 per cento della popolazione irachena, si trovano soprattutto nella no-fly zone a Nord del paese, dove si trova il 15 per cento delle riserve petrolifere dell'Iraq, ma attualmente ne usufruisce in minima parte. Il loro mezzo di sussistenza attuale deriva dal piccolo contrabbando di petrolio verso la Turchia. Con uno stato federale godrebbero di una forte autonomia locale avendo, allo stesso tempo, una voce nel governo nazionale, e trarrebbero ricchezza dalle risorse della loro regione. In cambio di questi vantaggi i curdi dovrebbero abbandonare i sogni di uno Stato indipendente che potrebbe riaccendere la sanguinosa guerra separatista nella Turchia orientale, destabilizzando tutta l'area.

    Gli arabi sunniti rappresentano l'etnia che ha per lungo tempo controllato lo Stato e le risorse petrolifere, pur vivendo nella regione centrale del paese, dove queste sono relativamente poche. Saddam stesso e gran parte del suo entourage provengono da questa regione. I sunniti sono quelli che hanno meno da guadagnare da una caduta del rais, perché perderanno gran parte del loro potere. Per questo è necessario che l'occupazione militare di questa regioni si protragga fino a che gli iracheni non dimostreranno di essere pronti per governarsi da soli. In realtà, in uno Stato federale, tassando i proventi della vendita del petrolio a livello nazionale e locale, i sunniti avranno garantita la stabilità economica, nonostante la relativa scarsità di risorse petrolifere.

    Gli arabi sciiti, invece, sono quelli che trarranno i maggiori profitti da questa guerra. Infatti, pur rappresentando la maggioranza della popolazione e risiedendo prevalentemente nella zona meridionale del paese, quella dei grandi giacimenti, non hanno nessuna voce nel governo iracheno o nella ridistribuzione dei proventi petroliferi. Al contrario dei curdi, che negli ultimi anni hanno ottenuto una discreta autonomia, la popolazione sciita continua a subire il regime repressivo di Saddam Hussein. E' da notare che gli sciiti iracheni sono una popolazione relativamente laica, tanto da resistere alle sirene degli Ayatollah iraniani durante la guerra dell' 1980-'88: la rivoluzione radicale islamica non li convinceva. Con lo Stato federale, gli sciiti sarebbero per la prima volta adeguatamente rappresentati a Baghdad e riceverebbero una enorme spinta economica dalla tassazione a livello locale dei proventi petroliferi, oltre a guadagnare una notevole autonomia. Sarebbero, insomma, i veri vincitori.

    28 marzo 2003

    bamennitti@ideazione.com
    "

    Cordiali saluti

  6. #6
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    Predefinito L'Amministrazione Bush ha in mente...

    ...altre "cosette", oltre a sistemare la cose con l'Iraq e con parte della Europa: nel mirino c'è l'Onu. Verrà tolto il diritto di veto per i vincitori dell'ultima guerra mondiale e diventerà molto difficile aderirvi per i Paesi non democratici.

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Re: L'Amministrazione Bush ha in mente...

    Originally posted by mustang
    ...altre "cosette", oltre a sistemare la cose con l'Iraq e con parte della Europa: nel mirino c'è l'Onu. Verrà tolto il diritto di veto per i vincitori dell'ultima guerra mondiale e diventerà molto difficile aderirvi per i Paesi non democratici.

    saluti
    Era ora!

  8. #8
    SENATORE di POL
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    da www.adnkronos.com

    " ' 'Al momento il ruolo delle Nazioni Unite non e' oggetto di discussioni''

    Iraq, Rice: ''Usa e GB e non l'Onu guideranno la ricostruzione''

    Il consigliere Usa per la Sicurezza: ''Dopo aver dato la vita ed il sangue per liberarlo, le forze della coalizione intendono avere un ruolo guida ''

    Il consigliere Usa per la Sicurezza nazionale
    Condoleeza Rice


    Washington, 5 apr. (Adnkronos) - E' assolutamente ''naturale'' aspettarsi che a guidare la ricostruzione dell'Iraq siano i paesei che ''hanno dato la vita ed il sangue per liberarlo'': gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ed il ruolo che potranno avere le Nazioni Unite in questo processo ''al momento non e' veramente al centro delle discussioni'': cosi', nel suo solito stile tagliente, Condoleeza Rice, il consigliere di George Bush per la Sicurezza nazionale, ha liquidato le richieste, provenienti dalla maggior parte degli alleati europei degli Stati Uniti, compresa Londra, che l'Onu abbia un ruolo centrale nella ricostruzione politica ed economica dell'Iraq.

    ''E' solo la cosa piu' naturale aspettarsi che dopo aver partecipato alla liberazione dell'Iraq e avendo dato la vita ed il sangue per liberarlo, le forze della coalizione intendono avere un ruolo di guida'' ha detto la Rice parlando con giornalisti con l'esplicita intenzione di ''mettere in chiaro le cose'' dopo ''diverse illazioni sulla stampa che non sono interamente accurate''. Ma su una cosa non sbagliavano le rivelazioni della stampa americana: l'Onu non avra' un ruolo di guida, anzi ''al momento - ha detto la Rice- l'esatto carattere del ruolo dell'Onu non e' veramente oggetto di discussioni''.

    La Rice comunque ha ribadito che l'Onu non rimarra' esclusa dal processo ed avra' un ruolo subordinato, per quanto riguarda la distribuzione degli aiuti umanitari, anche nell'ambito della gestione dell''Oil for Food', petrolio in cambio di cibo.

    Il consigliere per la sicurezza nazionale ha negato che la posizione americana sia una 'punizione' per il fatto che il Consiglio di Sicurezza si e' rifiutato di sostenere e dare il suo mandato per l'attacco all'Iraq che, secondo Washington, e' stato attuato per costringere il paese ad applicare le risoluzioni dell'Onu. ''Non e' una questione di fiducia'' ha detto.

    ''Ci sono state molte rivelazioni sulla stampa riguardo al dopo-Saddam, non tutte interamente accurate, ed alcune completamente sbagliate, per questo sono qui per cercare di chiarire alcune cose'', ha esordito la Rice, con un attacco ai giornali che in questi giorni hanno parlato di un piano del Pentagono che prevede una governo composto da ministri americani, affiancati da consiglieri iracheni, e di un amministratore americano anche per l'industria petrolifera irachena. Ed avevano anche parlato di un'accanita battaglia in corso fra il Pentagono ed il dipartimento di Stato sulla lista dei 23 ministri che dovranno formare questo governo transitorio.

    Secondo la Rice, l'Ufficio per la ricostruzione e l'assistenza umanitari in Iraq, creato nei mesi scorsi da George Bush ed affidato al generale a riposo, Jay Garner, guidera' l'assistenza umanitaria e la ricostruzione. L'organismo - ha ricordato il consigliere di Bush - rispondera' al generale Tommy Franks, il comandante delle forze Usa in Iraq e coordinera' il lavoro di organizzazioni non governative. Di fatto ha confermato quanto era stato anticipato, cioe' che non ci sara' in un primo momento un governo provvisorio composto dai leader dell'opposizione irachena.

    Ma il consigliere per la Sicurezza ha voluto sottolineare che ''l'autorita' ad interim non sara' un governo provvisorio imposto dalla coalizione. Gli iracheni che ora sono gia' liberi e quelli che saranno presto liberi, e gli iracheni che hanno tenuto per decenni vive le speranze di un Iraq libero dall'esilio, possono contribuire molto all'autorita' ad interim ed al futuro dell'Iraq''. Ed ha parlato di una seconda fase in cui verranno organizzate elezioni e stabilite le procedure per eleggere un governo permanente, la terza fase.

    Le dichiarazioni della Rice provano come la Casa Bianca, dopo giorni di veleni e liti interne all'amministrazione, abbia deciso di far sentire la sua voce. Il contrasto ha avuto luogo su uno sfondo ideologico ben preciso: mentre gli strateghi del Pentagono sono convinti della necessita' di usare l'Iraq come un laboratorio per costruire il modello di democrazia da esportare poi al resto del Medio Oriente, i diplomatici del dipartimento di Stato considerano questo ambizioso progetto pericoloso. Soprattutto se Washington continuera' a voler procedere senza il sostegno delle Nazioni Unite, degli alleati nella regione e di altri storici alleati.

    Il piano del dopo guerra, in effetti, scrive il ''Washington Post'', e' pronto da settimane nella formula che non prevede un ruolo nell'immediato agli iracheni, rimandando in un secondo momento, a conflitto terminato, la convocazione in una sorta di ''costituente'' per la scelta dei rappresentati iracheni. Ma, dopo le forti critiche arrivate da piu' parti al piano rivelato dalla stampa, nei giorni scorsi il Pentagono aveva proposto di accellerare i tempi dando da subito ai leader dell'opposizione un ruolo importante nell'autorita' ad interim.

    Una proposta che pero' sembra non essere stata accolta dalla Casa Bianca, se la Rice ha detto che gli esuli sono una parte importante ma non l'intera soluzione del problema: ''Siamo sicuri che quando la liberazione dell'Iraq sara' compiuta, emergeranno altre persone che potranno prendere parte alla leadership''. Una dichiarazione che sembra pendere a favore della posizione del dipartimento di Stato che e' sempre stato piu' cauto nel dare importanza all'opposizione del Pentagono, dove il vice segretario, Paul Wolfowitz, e' un grande sostenitore del leader dell'Iraq national congress, Ahmed Chalabi, che ha anche il sostegno del vice presidente Dick Cheney. Il Congresso e' formato in maggioranza da sciiti e curdi, mentre piu' scarsa e' la presenza di sunniti, che sono stati tradizionalmente alla guida dell'Iraq moderno e che dominano il mondo arabo ed islamico. Secondo il dipartimento di Stato, un governo del dopoguerra senza un forte sostegno dei sunniti potrebbe produrre sospetto, risentimento ed una reazione da parte del mondo arabo. E mettere a repentaglio il flusso dei necessari finanziamenti da parte dei paesi dell'aerea del Golfo. Ed anche la Cia condivide i timori che un'autorita' imposta con la forza militare d'occupazione statunitense possa essere considerata illegittima dal mondo arabo.
    "

    Cordiali saluti

  9. #9
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    Predefinito Re: L'Amministrazione Bush ha in mente...

    Originally posted by mustang
    ...altre "cosette", oltre a sistemare la cose con l'Iraq e con parte della Europa: nel mirino c'è l'Onu. Verrà tolto il diritto di veto per i vincitori dell'ultima guerra mondiale e diventerà molto difficile aderirvi per i Paesi non democratici.

    saluti

    Beh, certo, altrimenti si ritroveranno altri casi Francia o Russia.
    Leveranno il veto a tutti tranne che a sè stessi.

  10. #10
    SENATORE di POL
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    da www.ansa.it

    " IRAQ: BERLUSCONI: BLAIR CI CHIEDE PRESENZA IN DOPOGUERRA

    BRESCIA - L'Italia conta di essere presente in Iraq quando la guerra sara' finita con le stesse modalita' con le quali e' presente oggi in Afghanistan: lo ha detto oggi a Brescia il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. ''Blair mi ha rivolto l'invito a che l'Italia partecipi alle attivita' riguardanti la fase successiva alla fine della guerra in Iraq. E' interesse del governo italiano mettersi a disposizione per la ricostruzione dell'Iraq. E' evidente che su questo dovra' esprimersi il Parlamento''.
    Nelle posizioni assunte sulla guerra angloamericana all'Iraq, ''la sinistra ha dimostrato ancora una volta l'insopprimibile attrazione che ha verso i dittatori e le dittature, sottovalutando le sofferenze del popolo iracheno'': ha aggiunto Berlusconi nel corso della conferenza stampa tenuta a Brescia per sostenere Viviana Beccalossi.
    ''Il governo italiano si e' gia' interessato e ha attivato la sua diplomazia per chiedere assicurazioni circa la sicurezza dei giornalisti non solo italiani impegnati a Baghdad'', ha proseguito il premier.
    Gli ultimi sondaggi in possesso di Silvio Berlusconi danno il consenso al governo e alla coalizione ''addirittura superiore a quello ottenuto alle politiche'': ha concluso.
    08/04/2003 20:00
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    Cordiali saluti

 

 
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