Gerusalemme. Di ritorno da Ramallah, Bank. L’ufficio di Abu Mazen, nome battaglia di Mohamed Abbas, è lontano Moukata, e non soltanto geograficamente, sta all’Old City Inn Hotel, fuori Ramallah, sulla strada dell’insediamento famoso di Bet-El, quello degli irriducibili, quello al quale Ariel Sharon si è detto disposto a rinunciare. Da Ramallah è arrivata una bella risposta, di quelle che fanno dire anche al quotidiano liberal, Haaretz, che la pace si allontana e la road map che Stati Uniti e Inghilterra faranno ad alzare la voce con Arafat. L’ufficio di Abu Mazen non rilascia dichiarazioni, il premier incaricato è un mese qualche giorno che tace, ma di tempo fare il governo nuovo, quello delle
riforme, della rinuncia al terrorismo, gliene manca ormai poco, una settimana più meno. Vita facile
ne ha mai avuta, ma è arrivato il momento delle scelte. alla Moukata, comanda ancora, fra i ruderi
ostentati dell’assedio di un anno fa, il vecchio capo, Yasser Arafat, del quale politicamente
Mazen resta sempre il vice, giocano al massacro. Ieri sera tornavano a incontrarsi, un accordo sembra
poco probabile, Arafat ha detto no, ancora a decidere, altro che la scelta, l’obbligo di farsi da parte, come hanno sostenuto Colin Powell e Tony Blair. è stato chiaro dall’inizio, soltanto qualche ritocco minore, e i fedelissimi si muovono. Il premier incaricato non parla, figurarsi con gli stranieri, ma
parlare i collaboratori, preoccupati e pure po’ rassegnati che così dovesse finire. L’incontro decisivo doveva essere domenica sera, con la presentazione del nuovo governo, tutti sostituiti, tranne due
vecchi ministri, legatissimi al rais, tutti giovani e con qualche dichiarata di riforma, contrari all’appoggio terrorismo. Soprattutto un ministro dell’Interno che Arafat non vuole neanche
sentir nominare, Mohammed Dahlan, che capo della sicurezza a Gaza, denunciò anno fa corruzione e collusioni con terroristi, la famosa green light silenziosa il rais dava ai kamikaze, e fu cacciato
grande capo. Domenica sera le urla si sentivano fuori dalla Moukata, dove era riunito il Comitato
centrale di Al Fatah, e si esaminavano nomi dei nuovi ministri, quelli grazie quali la road map, il piano di pace internazionale per il Medio Oriente, potrà diventare operativo. Strillava Saeb Erekat, fa da sempre il negoziatore, che non aveva alcuna intenzione di essere relegato ruoli secondari. A un certo punto, de théâtre, Arafat citava il Corano, abbiate pietà di un vecchio leader caduto”, Abu Mazen tentava il compromesso, teneva il ministero dell’Interno come sua prerogativa, lo stesso voleva Dahlan come Niente da fare, non si passa dal veto rais e dei suoi dignitari. L’approvazione Al Fatah, ci spiegano, non è obbligatoria, serve quella del Parlamento, il Consiglio legislativo palestinese, ma come
Mazen a ignorare l’organismo politico del quale è il numero due, essendo numero uno Arafat?
attacchi a Sharon, il silenzio del premier
Abu Mazen sta zitto e prova ancora per qualche giorno, ma Arafat lancia la campagna
di propaganda contro Israele, soprattutto contro l’importante intervista premier Ariel Sharon.
viene definita nell’ordine dall’ufficio stampa Moukata, dal ministro della Cultura e Informazione,
Abed Rabbo, un imbroglio, un tentativo di coprire la vera volontà, otto pagine di chiacchiere
posto di un’unica frase road map va bene e si tocca”. Precisa l’Autorità palestinese che progetto del Quartetto, Stati Uniti, Russia, Unione europea e Nazioni Unite non subire alcuna modifica, che gli Stati
hanno personalmente rassicurato così sarà. la road map del quartetto è legata successo di Abu Mazen, solo che questo a Ramallah nessuno parla. Il ministro per la Cooperazione internazionale, Nabil Shaath, aggiunge che di rinuncia diritto sacro di ritorno di cinque milioni profughi palestinesi, non se ne parla,
nessuno, né Yasser Arafat né Abu Mazen potranno mai rinunciare. Sembra capire che la missione degli israeliani Washington, quindici richieste di modifica precisazione alla road map, sembrerà all’improvviso un viaggio di democratiche colombe.
Cordiali Saluti




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