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  1. #11
    Rosso è bello
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    Predefinito Re: C'e un GIUDICE a Palermo.

    In origine postato da Pieffebi
    da www.lastampa.it

    " Processo Andreotti, i giudici sono entrati
    in camera di consiglio
    La sentenza è prevista entro questa sera

    2 maggio 2003

    PALERMO. Il senatore a vita Giulio Andreotti è stato assolto anche in appello a Palermo dall'accusa di associazione mafiosa. La Corte presieduta da Salvatore Scaduti ha emesso la sentenza con cui conferma quella di primo grado, che aveva assolto Andreotti con la formula «perchè il fatto non sussiste», dopo poco più di otto ore di camera di consiglio: i giudici si erano ritirati per decidere questa mattina alle 9,45.

    La Corte ha ritenuto «di non doversi procedere» per il reato associativo a causa della prescrizione e ha dunque confermato l'assoluzione pronunciata dal Tribunale tre anni fa. I pm Daniela Giglio e Annamaria Leone avevano chiesto la condanna dell'ex presidente del Consiglio a 10 anni di reclusione.

    Andreotti non era presente in aula, per evitare eccessivo clamore, come aveva spiegato in una lettera inviata stamani alla Corte per scusarsi della sua assenza. Il processo di secondo grado si era aperto il 19 aprile del 2001.

    Sono passati poco più di dieci anni da quando il nome del senatore a vita, giulio andreotti, ha fatto il suo ingresso ufficiale all'interno delle indagini contro la «cupola» mafiosa condotte dalla procura della repubblica di palermo.

    Il 27 marzo del 1993, l'ufficio allora diretto da Giancarlo Caselli inviò al senato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di andreotti, ipotizzando il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. per la prima volta, il nome dell'ex presidente del consiglio fu avvicinato a quello dei boss mafiosi.

    Il pentito Baldassarre Di Maggio, qualche giorno più tardi, riferì ai magistrati di un presunto bacio tra il senatore a vita e il boss Totò Riina. immagine divenuta poi il simbolo di tutta l'inchiesta e contestata con forza dallo stesso Andreotti. nel maggio del 1993, il Senato concesse l'autorizzazione a procedere, ma solo due anni più tardi (2 marzo del '95), dopo che il capo di imputazione era stato cambiato in 'associazione a delinquere semplice e di stampo mafiosò, arriva il rinvio a giudizio disposto dal gup di Palermo, Agostino Cristina.


    REAZIONI. «Quella di palermo è la sentenza di un processo contenitore. Perugia e Palermo non sono due processi diversi. È una sentenza che sgretola anche quella di Perugia». Questo il primo commento dell'avvocato Giulia Bongiorno, che assieme ai colleghi Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi, ha difeso il senatore a vita Giulio Andreotti, assolto anche in appello a Palermo dall'accusa di associazione mafiosa. È stata la Bongiorno a informare Andreotti, chiamandolo al cellullare: «Assolto, assolto, assolto», ha gridato l'avvocato al telefonino.

    «Esprimo totale soddisfazione per questo verdetto che riscatta anche la storia personale di un leale servitore dello Stato e, nello stesso tempo, la storia di un partito, la Democrazia cristiana, che per un lungo periodo è stato accusato di essere un partito di mafiosi». Così Luca Volontè, capogruppo alla Camera dell'Udc, commenta la sentenza di assoluzione per il senatore Giulio Andreotti dall'accusa di concorso in associazione mafiosa. «Finalmente -sottolinea Volontè- si conclude la seconda tappa di un processo che ha tentato di far passare il senatore Andreotti e con lui una parte della storia di questa Repubblica, segnata dalla presenza della mafia».


    È una bellissima notizia che ripaga il presidente Andreotti di tante inutili sofferenze e di troppe umiliazioni»: questo il commento di Sandro Bondi, portavoce di Forza Italia, alla sentenza di assoluzione per il senatore a vita. «Da cattolico - ha aggiunto Bondi - comprendo i tormenti sofferti dal senatore Andreotti e credo che questa sentenza dia un senso alle sue battaglie in favore di una giustizia umana».

    «A dimostrazione che non esistono magistrati e magistrati cattivi». Così Roberto Cuillo, portavoce del segretario dei Ds Piero Fassino, ha commentato la sentenza di assoluzione di Giulio Andreotti da parte della Corte d'Appello di Palermo.
    "

    Sbagliato compagno Cuillo, ci sono pessimi magistrati, quelli che hanno accusato un innocente presi da fervore e LIVORE ideologico ...stalinista..... qualcuno ha la tessera del suo partito, compagno.

    Saluti liberali
    mmm...Non ha sbagliato il compagno Cuillo...E non ci sono "pessimi magistrati, quelli che hanno accusato un innocente presi da fervore e LIVORE ideologico ...stalinista....." Niente di stalinista, Pieffebi, solo semplice MAFIA.

  2. #12
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    Predefinito

    Cane non mangia cane, si diceva fino a qualche mese fa. Oggi, invece eccoli qui ad accusarsi tra loro. Sono i magistrati di Milano,
    Palermo, Napoli. Un regolamento di conti? L’ipotesi è azzardata, ma i fatti qualche dubbio cominciano a seminarlo.
    A Milano sono finiti sotto schiaffo Ilda Boccassini a Gherardo Colombo, pubblici ministeri nel processo contro Silvio Berlusconi, e
    perciò ritenuti per anni intoccabili. Ma a metterli in difficoltà, stavolta, non è stata né una congiura di palazzo né una interferenza della politica. Sono stati, molto semplicemente, altri
    magistrati: prima, i due ispettori che hanno ritenuto “illegale” il modo con cui i due pm hanno mantenuto segreto il fascicolo 9520
    che secondo Cesare Previti nasconde prove a sua discolpa; la palla è poi passata al procuratore di Brescia che, non potendo ignorare la denuncia degli ispettori, ha iscritto Colombo
    e Boccassini nel registro degli indagati per
    abuso d’ufficio. “Un’iscrizione grottesca”, tuona Armando Spadaro, procuratore aggiunto di Milano. Brescia non replica e fa sapere che andrà avanti. “Senza alcuna soggezione”.
    Situazione analoga a Palermo, dove c’è un nucleo di pm cresciuti alla scuola di Gian Carlo Caselli per i quali non c’è lotta alla mafia
    senza la persecuzione ossessiva – costi quel che costi – dei rapporti tra mafia e politica.
    Sono gli stessi che hanno costruito i processi contro Andreotti, Carnevale, Mannino, Musotto: tutti azzoppati, tutti assolti. Ma da
    quando alla procura è arrivato Pietro Grasso i metodi caselliani non hanno più avuto ampio spazio. Ne è nato un conflitto velenoso, giocato sulle pagine dei giornali. E quando Grasso ha capito che l’intera procura stava per scivolare nella palude della rissa continua, ha scritto una circolare con la quale “viene fatto obbligo” ai due intoccabili, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, di riconsegnare immediatamente tutti i fascicoli
    aperti su questioni di mafia.
    “Siamo alla restaurazione”, hanno gridato gli sconfitti. “No,
    cerchiamo solo di tornare alla cultura della prova”, ha replicato Grasso.
    Ad Agostino Cordova, procuratore di Napoli, è finita peggio. Ricordate? Secondo Alessandro Pizzorusso, rappresentante del
    Pds al Csm nei primi anni 90, era l’uomo giusto per sconfiggere camorra e tangentisti. Ma i suoi metodi hanno provocato una rivolta congiunta di avvocati e magistrati. Tanto che il Csm vuole cacciarlo per incompatibilità “ambientale e funzionale”.
    Nel documento di censura gliene dicono di tutti i colori. E i più
    spietati non sono i membri laici.
    Ma i togati.

    saluti

  3. #13
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    Predefinito

    Da Enna, via telefono. Il telefonino è attivo, gli parliamo e capiamo come stanno le cose. Come sospettavamo. I dirigenti Ds
    siciliani possono risparmiarsi il “dolore” e le “ferite sanguinanti”. La storiaccia di mafia che ha investito Vladimiro Crisafulli
    inteso Mirello finirà in niente. Perché Mirello, vicepresidente dell’Assemblea siciliana e dirigente storico nella sua terra,
    è uno che parla con tutti, come tutti i leader politici eletti in tutto il paese, ma non ha fatto nulla di illegale, figurarsi un’associazione
    per delinquere. Solo che è siciliano, e per questo il suo “parlare” può incappare, come è incappato, nel 416bis, associazione per delinquere di stampo mafioso.
    Il linguaggio di Mirello, perfino il timbro della sua voce che tradisce sensibilità e molta sportività, è il contrario di qualunque possibile mafiosità e di qualunque possibile zona grigia.
    Da ora parla Mirello, tra virgolette.

    Raffaele Bevilacqua lo conosco da vent’anni. Eravamo consiglieri provinciali assieme, io comunista lui democristiano.
    Non è che odori di fritto, come si dice da noi, è proprio cotto.
    E’ considerato dalla legge e dalla fama come un boss mafioso, ha avuto processo e regolare condanna, poi annullata per vizio di forma. Ma lo conosco. Ci sono rapporti antichi, anche familiari, le mogli, i figli. Gli ho parlato più volte, direttamente o per telefono.
    Bevilacqua è uno che si vede in giro normalmente a Enna, a Barrafranca. Te lo trovi sulla strada, nei caffè, esiste come persona al di là del suo status giudiziario. Prima del recente arresto era un’esistenza come molte altre in piccoli paesi dove la politica è vicinanza, è parlare con la gente, ascoltare, rispondere. E io evito eccessi, conosco tutti i rischi del mestiere della politica
    in Sicilia, ma a non parlare con la gente non ci riesco, proprio non ci riesco.
    E’ il mio modo di fare. Non mi ci rassegno, io, al taglio burocratico dei rapporti umani. Per esempio, mi telefona e si qualifica come Totuccio, e invece di formalizzarmi e chiedergli “scusi, ma lei chi è?”, io gli dico “bene, come va?”.
    Mi fossi comportato diversamente, più compunto, avrei avuto risposte insinuanti, “ma allora non lo riconosci più un amico? E’ proprio vero, lontano dagli occhi lontano dal cuore”. Invece
    di questa pappa strana, io sono diretto: se è sì è sì, se è no è no, il discrimine è la legalità ma il contesto è la politica, e come dico e ripeto, io parlo con tutti, dico “sì, vediamo” oppure “è inutile che tu me lo chieda, questo non si può fare”. E qualche volta, come ha raccontato il Corriere della Sera, sono anche brusco, come lo sono stato con Bevilacqua, che ho mandato a quel
    paese come non si usa nei rapporti tra affiliati a una stessa cosca.
    Il contesto è la politica Chiacchiere, contatti, mestiere – continua
    Mirello. Ma il problema sono i fatti: se fai le cose che non devi fare, che sono illegali, è un conto, se non le fai è diverso. E io non le faccio e non le ho fatte: su questo mi gioco la mia esistenza. Se il procuratore Messineo avesse riscontri fattuali, non potrei
    essere intervistato, sarei giustamente in galera. Ma quei riscontri non ci possono essere. Sì, dicono di avermi ripreso all’hotel Garden, con lui, a parlare di politica e di appalti. E’ vero. Il Garden è la mia seconda casa, ci faccio tutto: dai congressi del partito alle campagne elettorali, fino alla vita privata, pranzi e cene. E con
    chiunque me lo chieda parlo anche di appalti, certo, non sono mica la farina del diavolo, sono materia della politica e dell’amministrazione, e io qui sono un convogliatore di finanziamenti, uno che vuole muovere le cose. Ma sento, replico, e poi rispetto le norme per l’aggiudicazione degli appalti, non decido a tavolino, tanto più associandomi con criminali, chi li deve vincere.

    Lì casca l’asino. I fatti. Sono avvilito ma non sconfitto. Totò Cuffaro, che è esattamente nella mia situazione per via di
    quel medico, delle raccomandazioni, delle chiacchiere intercettate, se la prende di più, ha un ruolo più esposto, e poi io sono più sportivo. Il contesto politico vuole che io sia indagato, e che la cosa sia pubblica, sputtanante, pazienza, è brutta, bisognerebbe
    starci più attenti per salvare la buona politica, ma finirà bene. Hanno esaminato una tonnellata di carte, hanno portato via un appunto. C’è scritto: Bevilacqua 41392. E’ il nome e telefono della proprietaria del negozio che rifornisce mia moglie di aspirapolveri, modello Folletto.
    Sì, mi sono sospeso, per evitare imbarazzi e strumentalizzazioni, anche nei miei ambienti politici, sa, ambienti eleganti.

    saluti

  4. #14
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    Predefinito i due....

    ....Andreotti.


    Palermo. Dopo averlo assolto, in quattrocentottantasette pagine i giudici della Corte d’appello di Palermo hanno spiegato al mondo perché Giulio Andreotti è in realtà colpevole, anche se non condannabile a causa della prescrizione dei fatti più antichi.
    Di più.
    I giudici spiegano pure perché, anche se a sua insaputa, il senatore a vita è il primo, vero e forse unico pentito della storia. Anzi, “di fronte alla storia”.
    Non bisogna pensare che si tratti di una presa per i fondelli. E’ – detta in soldoni – la tesi della Corte palermitana. Rimasto vittima
    dei pentiti, che in questi anni gli si sono buttati addosso a decine, Andreotti, secondo la motivazione depositata ieri mattina nella cancelleria della prima sezione penale, ha prima mafiato (ma soltanto fino al 1980) e (dal 1980 in poi), si è riscattato, colpendo
    i mafiosi con inaudita durezza.
    Più pentito di così… Dopo averli blanditi, trattati, incontrati (ma tuttavia non baciati), nel corso degli anni Sessanta e Settanta, il sette volte presidente del Consiglio cambiò atteggiamento dopo l’omicidio del presidente democristiano della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella.
    Fu, quello, il momento in cui il buon Giulio capì con chi aveva a che
    fare: non con dei gentiluomini con cui si poteva discutere e dai
    quali si potevano ottenere vantaggi, ma pericolosi criminali
    capaci anche di spararti addosso.
    Andreotti scese allora in Sicilia e cazziò il boss Stefano Bontate, il quale a sua volta rispose con una controcazziata (“Vi leviamo i
    voti in Sicilia e anche in Calabria”).
    Era il marzo del 1980: quello, secondo la sentenza, è l’ultimo episodio penalmente rilevante attribuito all’imputato.
    Ma è un fatto anch’esso coperto dalla prescrizione, e pertanto
    non punibile.
    E poi, da quel momento, comincia il “percorso di riscatto”.
    Letta in questa maniera forse un pochino semplicistica, ma molto probabilmente più comprensibile di tante dotte disquisizioni,
    la sentenza di Palermo assume un senso tutto particolare: le tante e confuse idee dei pubblici ministeri Roberto Scarpinato,
    Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte, i teoremi fondati sui baci e sulle balle raccontate da Balduccio Di Maggio, messi in mano ai giudici di Appello, sono diventati un apprezzabile pamphlet, una costruzione che potrebbe diventare verità giudiziaria assoluta, se nessuno, entro l’8 settembre, impugnerà la sentenza.

    I giudici partono da alcuni dati di fatto:
    pentiti tra loro diversi come Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca, Nino Giuffrè e il dichiarante Pino
    Lipari, hanno contribuito a delineare fatti che si incastonano l’uno nell’altro e che contribuiscono a creare un quadro armonico.
    Così, dato per scontato che nessuno di questi personaggi abbia voluto far carriera, come pentito, o guadagnarsi la libertà e altri benefici sulla pelle del senatore a vita, i fatti che raccontano (incontri, amichevoli rapporti, scambi di voti) sono dati per assodati e realmente avvenuti.
    Festa grande in procura La Corte, però, rimprovera a Scarpinato
    e agli altri inquirenti di aver affastellato fatti del tutto diversi tra loro, di aver considerato la situazione unica nel tempo: dal 1980
    in poi, invece, Andreotti cambiò registro, cominciò a combattere la mafia, specialmente i corleonesi di Totò Riina, sanguinari e
    violenti. Quando vide cadere, uno dopo l’altro, giudici, poliziotti, uomini delle istituzioni, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa,
    l’imputato proseguì la sua operazione di restyling, diretta a garantire un “progressivo e autentico impegno nella lotta contro la mafia”. Tant’è vero che – proseguono i giudici – vengono uccisi suoi amici, come Salvo Lima e Ignazio Salvo, e che Cosa Nostra si
    spinge fino a minacciare di uccidere lui stesso e i suoi congiunti. Peccato e riscatto, dunque, delitto e castigo evitato grazie alla
    prescrizione, che per il senatore a vita è benedetta e maledetta al tempo stesso.
    Che farà, adesso, Andreotti? Posto che l’accusa non impugnerà mai una sentenza del genere, l’imputato si terrà, da buon democristiano, questa assoluzione che per lui è peggio di una condanna ma che è pur sempre un’assoluzione? Oppure la impugnerà comunque, per salvare il suo onore e per evitare riflessi sulla decisione con la quale le sezioni unite della Cassazione, in ottobre, decideranno se confermare o annullare
    la condanna a ventiquattro anni inflitta all’ex presidente del Consiglio per l’omicidio di Mino Pecorelli, a Perugia?
    In procura, a Palermo, è intanto comunque festa, nelle stanze di Scarpinato, Natoli e Lo Forte: nei giorni delle polemiche e dello
    scontro con il procuratore capo Piero Grasso, che li vuole allontanare dalla Direzione distrettuale antimafia, per i tre pubblici ministeri la sentenza di ieri è un’iniezione di fiducia, un grande successo, un modo per riconquistare credibilità.

    Per gli altri imputati assolti in primo grado e oggi in appello, primo fra tutti Calogero Mannino, è invece un monito terribile.

    C'è un giudice a Palermo?
    Il fantasma di Diogene scivola speranzoso nei vicoli di Palermo.

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Re: Re: C'e un GIUDICE a Palermo.

    In origine postato da seurosia
    mmm...Non ha sbagliato il compagno Cuillo...E non ci sono "pessimi magistrati, quelli che hanno accusato un innocente presi da fervore e LIVORE ideologico ...stalinista....." Niente di stalinista, Pieffebi, solo semplice MAFIA.

    Quella comunista ha regnato sovrana su una parte importante d'Europa con il vostro plauso...... e pensa ai tuoi di compagni di partito accusati di Mafia.

  6. #16
    SENATORE di POL
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    Predefinito Re: Re: Andreotti assolto...

    In origine postato da seurosia
    Gran bell'articolo. Lo ha scritto un giornalista?
    Non certo un comunista squallido e disonesto.

  7. #17
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    Predefinito C'è un giudice a Palermo, si chiede...

    ....il vecchio Diogene; per ora non lo trovo.

    Un Giudice che si chieda: letto il dispositivo delle sentenza Andreotti, chi erano e cosa facevano i magistrati in servizio a Palermo dalla fine anni Settanta all'inizio anni Novanta, il lungo periodo di tempo speso da Andreotti in "associazione a delinquere di stampo mafioso".
    E chi erano e cosa facevano i "collaboratori operativi" dei Procuratori generali, procuratori capi e pm.
    Dovrebbe chiedersi, Il Giudice di Palermo: erano tutti incapaci o tutti "collusi"? O si erano "mescolati" fra di loro?

    Anche il mio amici Diogene, che seguita invano a cercarlo, questo Giudice", gli vorrebbe porre queste domande.

    saluti

  8. #18
    SENATORE di POL
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    Predefinito Re: Assolto, Assolto, Assolto

    In origine postato da antonio
    «Assolto, assolto, assolto!», strillava giuliva l’avvocatessa Giulia Bongiorno un minuto dopo la sentenza d’appello Andreotti. Ma era una balla, tre volte una balla. «Ora bisogna processare Caselli e i suoi pm che hanno istruito un processo fondato sul nulla», tuonavano gli esagitati della Casa della Libertà Provvisoria.
    Ma ora è chiaro a tutti su quale «nulla» si fondava quel processo: se l’appello fosse finito sei mesi prima, Andreotti sarebbe stato condannato per associazione per delinquere.

    Ma guai a chi osava dirlo, fino a ieri mattina.
    «Diffamatore, diffamatore!», urlavano a una sola voce il mese scorso il ministro Giovanardi e gli onorevoli Saponara e Fragalà negli studi di TeleLombardia, contro un giornalista che tentava di spiegare loro la differenza fra prescrizione e assoluzione. Ora è chiaro a tutti che i diffamatori sono loro.

    Eppure bastava leggere il dispositivo della sentenza d’appello, il 2 maggio scorso, per rendersene conto: «Prescrizione» per il «reato commesso fino alla primavera 1980». Chi voleva capire, capiva. Eppure, quando i pm Caselli, Lo Forte, Scarpinato e Natoli si permisero di sottolineare quelle paroline - «prescrizione» e «commesso» - furono sepolti sotto una grandinata di insulti. E ci fu chi chiese di cacciarli dalla magistatura. Altri ribadirono –sul Foglio e sul Giornale - la solita bufala del «fallimento del processo Andreotti».

    «Non si capisce in quale veste parli Natoli, farebbe bene a tacere», tuonava l’avvocato Sbacchi, uno dei legali di Andreotti, mentre la Bongiorno si faceva intervistare dal Corriere e da Sette per svelare i «segreti» di cotanti successi processuali (24 anni in appello per l’omocidio Pecorelli, mezza prescrizione in appello per mafia). Il record della faccia di bronzo lo stabilì il noto giureconsulto Sandro Bondi, il Pallore Gonfiato di Arcore: «Invece di inchinarsi alla sentenza che assolve dopo dieci anni il presidente Andreotti da accuse tanto infamanti quanto inverosimili, Lo Forte e Scarpinato intervengono pubblicamente non per riconoscere di avere sbagliato, ma per sostenere con protervia che Andreotti è stato sì assolto, ma che non sarebbe stata provata la sua innocenza. Affermazioni di una gravità senza precedenti che provano una volta di più il deragliamento di una parte della magistratura dai binari del diritto e del buon senso».


    Ora c’è da sperare che Bondi consulti un dizionario, scopra il significato delle parole «prescrizione», «associazione per delinquere», e «mafia»; si faccia spiegare da qualche ex dc chi era Piersanti Mattarella; si inchini alla sentenza di Palermo che dopo dieci anni riconosce che Andreotti fu a lungo organico a Cosa Nostra. Poi, se gli resta tempo, potrebbe pure riconoscere di avere sbagliato con la sua protervia e le sue accuse infamanti e inverosimili alla Procura, dimostrando una volta di più il deragliamento di una parte della politica dai binari del diritto e del buon senso.

    Un po’ come ha fatto il Tg1 ieri sera, nascondendo la notizia dietro le solite cortine fumogene: «Luci e ombre», «assoluzione confermata in Appello» e immancabile intervista all’avvocatessa Bongiorno, che - restando seria – riduceva il tutto a una lieve «sottovalutazione del fenomeno mafioso» da parte dell’ingenuo Andreotti. Tutto secondo la regola del giornalismo alla Mimun: i fatti separati dalle opinioni. Per non disturbarle troppo.

    Comprendere le differenze tra assoluzione e prescrizione non è alla vostra portata. Non lo è per voi che, in generale, scambiate spesso e volentieri la prescrizione per una sorta di condanna impedita, stravolgendo completamente il significato giuridico della stessa. Del resto per la sinistretta illiberale, in questo del tutto sovrapponibile a certa destra reazionaria e antidemocratica, quello che conta è solo la legittimazione della propria battaglia politica. Legittimazione che possa derivare da questa o quella sentenza, e se una sentenza di per sè non è utile, la si fa diventare utile con gli opportuni stravolgimenti, salvo che, come i procuratori palermitani, non se ne conoscano con miracoloso anticipo le motivazioni (ragione per la quale la separazione delle carriere diventa sempre più urgente).
    E' del tutto evidente per altro, che per gli eredi di quel partito comunista italiano che secondo documenti inoppugnabili, nel 1979 (!!!!), ossia in piena epoca berlingueriana, chiedeva ancora al CC del PCUS di poter inviare 15 propri uomini in URSS per "addestramenti speciali", dimostrando la sudditanza e la complicità con una potenza totalitaria straniera e avversaria (e la dice lunga l'assenza di indagini sui crimini ravvisabili in questi comportamenti, e anche sull'apparato clandestino militare del partito....), è del tutto evidente dicevo, che gli eredi di quel partito, trovano nell'eventuale condanna dei massimi politici DEMOCRATICI italiani con accuse così infamante, una sorta di posteriore giustificazione del proprio essere servi del nemico del proprio paese, e di un nemico mortalmente avverso alle libertà politiche e civili ovunque ha potuto impore i propri partiti fratelli al potere.
    Il velenoso avvelenamento della storia d'Italia ad opera di decenni di disinformazione richiederà generazioni affinchè possa essere bonificato...
    Del resto la dissoluzione del PPI e della sua tradizione e la sua completa subordinazione alla sinistretta di origine socialcomunista, in occasioni come questa, dimostra pienamente il perchè la scelta ulivista della sinistra democristiana si è rivelata, si rivelerà sempre più come il suicidio di una tradizione e l'annientamento della sua medesima dignità, con l'acconsentimento finale della velenosa volontà di rivincita da parte di chi, quando Andreotti ancorava l'Italia saldamente in Occidente e nel mondo democratico liberale, sognava il paradiso sovietico come proprio modello e propria guida, anche se con qualche ritocco....estetico.
    L'odio antiberlusconiano non basta a giustificare questo scempio, se non accompagnato da una totale subordinazione culturale e da una profonda ignoranza storico-politica, da relazione Diessina alla Commissione Stragi, per intenderci.

    Saluti liberali

  9. #19
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    Non ho letto tutto il post, non ne vale proprio la pena a giudicare già dalla prime sei righe. Lei ha solo un obiettivo: Berlusconi. E sosterrebbe qualsiasi idiozia pura, come la mafiosità di Andreotti, se anche indirettamente fosse funzionale (visto che gli accusatori pentiti e togati sono più o meno i medesimi ) a sostenre le accuse di mafiosità al Berlusca e a qualche suo strettissimo collaboratore....
    Lasciamo poi perdere i suoi strafalcioni sul comunismo, il trotzkysmo (preferisco questo modo di scrivere la parola), sui quali non è proprio in grado di proferire parola.....lascio scegliere a lei se dette perle sono dovute ad assoluta ignoranza o totale malafede (sempre funzionale al suo antiberlusconismo ossessivo), o ....come è più probabile, ad entrambe le cose.
    Non mi sembra molto preoccupato per la mafiosità presunta del Kompagno (di Seurosia l'erede di Gemisto) vice-presidente dell'Assemblea Regionale Sicula (mi aspetto una serie di 3d postati da lei, che non è garantista, come ha fatto in altre occasioni) e ciò dimostra che le sue preoccupazioni anti-mafia sono pura ipocrisia strumentale. A lei della lotta alla mafia non importa nulla, importa solo la lotta a Berlusconi. Ai fini di questa lotta si alleerebbe con chiunque, nazisti, comunisti e mafiosi compresi.
    Io invece sono garantista con tutti....

    Saluti liberali


    P.S = solo una persona che ignora la storia politica d'italia può pensare che, al di là di idioti riferimenti a "culti della personalità" tipici delle estreme, Andreotti sia stato un democristiano qualsiasi, viste le volte che è stato Capo del Governo, ministro e Altissimo dirigente del partito....lo dico che visto che mi è caduto l'occhio su una riga del suo..."post"

  10. #20
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    Predefinito

    In origine postato da Pieffebi
    Non mi sembra molto preoccupato per la mafiosità presunta del Kompagno (di Seurosia l'erede di Gemisto)
    Il sottoscritto non è l'erede di Gemisto e a nessuno, neppure a te è permesso dire questo.

 

 
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