di Maurizio Blondet
Juan Raul Garza era, al di là di ogni ragionevole dubbio, un assassino.
Capobanda di una gang di spacciatori, aveva ordinato l'omicidio di due persone e aveva ucciso di sua mano una terza. Ieri ha ricevuto la morte di Stato, l'iniezione letale, sullo stesso lettino dove pochi giorni fa la giustizia federale aveva steso McVeigh, lo stragista di Oklahoma City.
Nell'uno e nell'altro caso, i due condannati non hanno avuto il beneficio di una vera, grande campagna d'opinione per risparmiarli. McVeigh, un neonazista e assassino gratuito, era indifendibile dai gruppi "politicamente corretti" che di solito si battono contro la pena suprema; attorno a Garza s'è tentata una difesa improbabile, puntando sul fatto che era d'origine messicana e sull'accusa volta al sistema penale americano di mandare a morte soprattutto ispanici o neri: accusa vera, ma in certi Stati; non proponibile invece contro le sentenze della Federazione, serie e ponderate.
Qui, si rivela un problema. Proprio l'altro ieri "Nessuno tocchi Caino" ha fornito la triste contabilità delle pene capitali nel mondo (1892 esecuzioni nel Duemila: ogni anno il boia spazza via un villaggio di esseri umani), denunciando una accelerazione del triste fenomeno (quest'anno appena cominciato, siamo già a quota 1290). Ma per la prima volta, le benemerita organizzazione ha puntato il dito su un certo moralismo che grida giustamente alle esecuzioni in Usa, ma sorvola su altre per motivi di correttezza politica. La piccola Cuba, per esempio, in proporzione condanna a morte cinque volte più degli Usa. E la Cina da sola conta per l'80 per cento delle esecuzioni nel mondo.
E' una denuncia coraggiosa e da condividere. Ma forse non sufficiente, e gli attivisti anti-pena di morte gioverebbero meglio alla loro causa, se arrivassero a fare alcune distinzioni. Il regime di Pechino ha lanciato quest'anno una campagna di repressione, "Colpire Duro", la quale rende la già discutibile "giustizia penale" del Paese una feroce e febbrile macchina di massacro. La Cina condanna a morte per una miriade di reati che negli stati di diritto sono considerati minori; spesso reati contro il patrimonio.
Cuba, una delle ultime dittatore comuniste, prevede la morte per 112 reati, non per il solo omicidio premeditato e aggravato come negli Stati Uniti.
Compresi i reati d'opinione. E con quali garanzie legali per l'imputato, con quali procedure giuridiche, con quale informazione dell'opinione pubblica, la natura di quei regimi lascia immaginare.
C'è una tragica differenza, nonostante tutto, fra Usa e Cina o Cuba. Al punto che è improprio bollare con lo stesso giudizio i due tipi di esecuzioni. Quelle cubane e cinesi sono troppo spesso vendette di Stato; piaccia o no, la pena di morte in Usa è la faccia terribile della democrazia come la storia della Federazione è venuta formandola: a comminare le pene capitali, con i suoi errori e i suoi fatali pregiudizi (anche razziali), sono giurie popolari. Vagliate oltretutto tenacemente dagli avvocati difensori. Comminare la morte, in America, è un esercizio, e terribile prerogativa, della sovranità popolare. In Cina, a Cuba, e non parliamo dell'Afghanistan e dell'Irak (400 esecuzioni nel 2000) la sovranità popolare non c'entra per nulla. C'entra l'arbitrio del dittatore locale.
Ciò non vale, s'intende, a condonare la dura giustizia americana. Ma va riconosciuto che almeno, là, la questione della pena di morte viene discussa incessantemente. Che ci sono minoranze che vi si oppongono con tenacia, e tenaci argomenti; e che hanno voce nel dibattito pubblico. In America, è una minoranza contro la maggioranza; ma la libertà di pensiero e di manifestazione tiene aperta la speranza che la minoranza di oggi possa infine convincere la maggioranza - già è riuscita a scuoterla, ad assottigliarla - e che un giorno otterrà l'abrogazione della morte di Stato.
In Cina, a Cuba, e non parliamo dell'Irak, anche solo obiettare contro il matattatoio di Stato è in sé un reato. E' persino banale ricordarlo. Ma forse a volte, anche fra i benintenzionati, c'è chi lo dimentica.
Avvenire 20 Giugno 2001


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