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Discussione: I preti in cattedra

  1. #41
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (41)

    di Luigi Rodelli

    A Milano, in occasione di una “Missione” indetta da mons. Montini, preti e frati si sono riversati a frotte nelle scuole elementari nel periodo dal 5 al 9 novembre. Una circolare del provveditore agli studi ne dava loro il permesso e annunciava la distribuzione agli alunni di quell’“artistico Diario” su cui avrebbero imparato a discriminare i loro compagni, disegnando in una apposita pagina due pupazzetti (due bambini) e colorandone uno con i “colori più belli” perché ha “la Grazia”, mentre l’altro, che non l’ha, “ipoteticamente si rifiuta di lasciarsi colorare dal suo autore e resta in ombra”. Chi tutelerà dal disprezzo dei loro compagni i bambini ebrei o protestanti o quelli educati dai loro genitori a non sentirsi vincolati ad alcuna chiesa e a nutrirsi di liberi sentimenti? Quel seme inoculato nella infanzia, darà più tardi i suoi frutti di cenere e tosco, disporrà gli uni e gli altri alla reciproca intolleranza, al pregiudizio e all’odio di parte. La conclamata innocenza dei bambini è qui insidiata e tradita da coloro stessi che chiedono di avvicinarli in nome della purezza e dell’amore. La legge civile, quando sia ispirata a principi laici, garantisce la pace religiosa assai meglio di quella “legge di Dio” in nome della quale i sacerdoti commettono simili delitti di lesa umanità. Non sapeva il provveditore agli studi di Milano che la Costituzione della Repubblica italiana (art-3) sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge “senza distinzione di religione”? Perché ha permesso che gli alunni delle scuole elementari prendessero in mano la matita colorata per discriminare l’una dall’altra due figure di bambini?



    Ai ragazzi delle scuole medie il provveditore agli studi di Milano ha sottratto un’ora di lezione ogni giorno nel periodo della “Missione”.



    A Bergamo si è fatta vacanza il 7 marzo 1957 perché il 7 marzo ricorre la festa di S.Tomaso d’Aquino “patrono della gioventù studiosa”. A Trento e a Genova e altrove i provveditori agli studi hanno disposto che in quel giorno alunni e insegnanti andassero a messa prima di cominciare le lezioni. A Perugia il provveditore agli studi autorizza (novembre 1957) i missionari della “Pro Civitate Christiana) ad entrare nelle varie scuole della città per parlare agli alunni per due giorni di seguito durante le ore di lezione. Non c’è ormai provincia di quest’Italia, culla del cattolicesimo, che non sia oggetto di qualche “missione” e dove il provveditore agli studi, che è un funzionario dello Stato, non si faccia battistrada o caudatario dei “missionari”.



    Il Provveditorato agli studi di Lucca, pregato dal Comitato per l’Anno Mariano della Parrocchia di S.Paolino, ha concesso il permesso agli alunni delle scuole elementari di frequentare le conferenze che i P.P.Missionari terranno appositamente per loro al mattino dalle ore 10,30 alle 11,30 e nel pomeriggio dalle 15,30 alle 16,30. I sigg. maestri delle scuole Lambruschini e Pascoli interromperanno le lezioni in tempo utile ed accompagneranno le rispettive scolaresche fino alla chiesa.



    I maestri non sono obbligati a entrare in chiesa, ma ad accompagnare le scolaresche “fino alla chiesa”. Però – osservava Salvemini – se entreranno faranno opera prudente; e se non entreranno, ci sarà qualcuno che ne prenderà nota, e se ne ricorderà. “Quello che più ripugna in ordinanze di questo genere è la vigliaccheria e ipocrisia”. Le scolaresche saranno, in ogni caso, consegnate in blocco al clero.



    Altri elementi significativi si ricavano da un comunicato del preside dell’istituto tecnico di Brindisi del 1 aprile 1953:



    Questa mattina – il 1 aprile – presso l’Istituto tecnico commerciale e per geometri “G.Marconi” di Brindisi, presenti il preside prof. Lovero e tutto il corpo insegnante, si è svolta la cerimonia per il precetto pasquale a tutti gli alunni. L’arcivescovo Mons. Defilippis ha rivolto a tutti paterne parole di fede.



    In questo caso anche se tutti gli alunni avessero consentito a soddisfare il precetto pasquale, il fatto stesso che la scuola sia stata trasformata in luogo di culto, per ordine del preside e con la collaborazione di tutto il corpo insegnante, costituisce una indebita pressione morale. L’anno innanzi, nel medesimo istituto tecnico, la cerimonia del precetto pasquale “fu preceduta da una piuttosto lunga e ben organizzata preparazione, durante la quale si alternarono al microfono della Presidenza dell’istituto e laici e sacerdoti a parlare dei sacramenti della penitenza e della eucaristia, interrompendo nelle aule, il normale corso delle lezioni e obbligando, così, ad ascoltare, senza neppure possibilità di commento, gli alunni che avessero chiesto l’esonero dalle lezioni di religione e i professori non cattolici; poi le aule vennero trasformate in confessionali, l’Aula Magna in cappella, e il mercoledì santo ci fu la comunione generale”.



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    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

  2. #42
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (42)

    di Luigi Rodelli

    Vi sono casi in cui si direbbe che l’autorità scolastica pecchi per difetto di giurisdizione. Se infatti, quando dispone la partecipazione – in nessun modo prevista dalla legge – ad atti di culto, l’autorità compie un abuso di potere, viene meno invece ai suoi poteri giurisdizionali quando permette che altri li eserciti in luogo suo. Il 12 gennaio 1957 il canonico Pietro Silva, direttore dell’ufficio catechistico della curia arcivescovile di Milano, impartisce ai presidi degli istituti medi superiori ed inferiori delle province di Milano, Como, Varese, Bergamo, Pavia, le istruzioni relative a un concorso denominato “Veritas”, promosso dal “Centro nazionalità attività catechistiche” per “valorizzare nella scuola lo studio della religione”. Come si rileva dal regolamento a stampa, allegato alla lettera circolare del canonico, il concorso consiste nello svolgimento di un tema inerente al programma di religione: sono concesse quattro ore di tempo. Gli insegnanti di religione di ciascun istituto costituiranno la commissione esaminatrice in sede scolastica. Il compito di fissare l’orario è demandato ai presidi ed è evidente il desiderio della curia che il tema si faccia durante l’orario scolastico. La “prova eliminatoria finale” si terrà in sede arcivescovile. Vi sono vari premi, fra cui quello personale dell’arcivescovo di centomila lire. L’esito del concorso sarà trasmesso ai presidi perché sia pubblicato nell’albo della scuola.



    Quale che sia il giudizio che si voglia dare dell’opportunità di concorsi di simil genere, su argomenti sacri o profani, con “prove eliminatorie” scritte e orali di primo e di secondo grado, che introducono nella scuola e perfino nella classe uno spirito agonistico nefasto agli studi e alieno all’educazione intellettuale e morale dei giovani, è certo che la macchina organizzativa che viene messa in moto per “valorizzare” lo studio della religione valorizza soprattutto se stessa, cioè l’apparato ecclesiastico di cui è espressione tangibile. I punti su cui grava questa macchina che la Chiesa tenta di introdurre nella scuola pubblica sono particolarmente due: l’ammissione degli alunni al concorso e la partecipazione del preside alla realizzazione di una iniziativa confessionale. Sono due punti che hanno a che fare con la coscienza. Il concorso “è di diritto aperto a tutti” e vi “sono ammessi” tutti gli alunni “che a giudizio degli insegnanti di religione hanno dato prova di buona condotta e di alto rendimento nello studio della Religione”. Le pecorelle potranno entrare anche tutte nell’ovile, ma il pastore sceglie intanto quelle che vuol fare entrare: compelle intrare! In nessuna parte del regolamento è detto che l’alunno sarà pienamente libero di partecipare o di non partecipare al concorso e che il partecipare o il non partecipare al medesimo non avrà alcuna influenza sul giudizio che si darà di lui. Dichiarazione indispensabile in materia di religione!



    Orbene, quale atteggiamento ha assunto l’autorità dello Stato di fronte a questa invadenza di un arcivescovo nell’ambito della giurisdizione del ministero della Pubblica Istruzione? Il provveditore agli studi di Milano si è affrettato a mettere i timbri dello Stato su quanto all’arcivescovo è piaciuto di disporre; ha inviato infatti una sua circolare (17 gennaio 1957, prot. n.1113/33) ai presidi , con la quale “consente” lo svolgimento del concorso e prega i signori presidi di “prendere gli opportuni accordi con gli insegnanti di religione, i quali riceveranno istruzioni direttamente dall’Ufficio catechistico della curia arcivescovile”. E’ ben vero che il canonico, nella sua lettera ai presidi, concede che “i Sigg. Insegnanti di Religione vorranno in tutto dipendere dalle SS.LL. senza per nulla turbare la disciplina scolastica”; ma che cosa s’ha da intendere per “disciplina scolastica”? E perché i presidi delle scuole statali debbono essere messi in tentazione, direttamente o indirettamente, dai canonici e dagli arcivescovi? La coscienza dell’indipendenza e della sovranità dello Stato si è affievolito al punto che il provveditore agli studi di Milano, nell’avallare questa iniziativa della curia arcivescovile, non ha esitato a corrispondere con i presidi degli istituti medi esistenti nella circoscrizione dell’arcivescovo, cioè nella diocesi di Milano, e ad invadere la giurisdizione di altri provveditorati agli studi indirizzando la suddetta circolare ai capi degli istituti di istruzione secondaria statali e non statali “di Milano e Comuni della Diocesi”, come se la diocesi di Milano fosse diventata una circoscrizione amministrativa della Repubblica italiana!



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  3. #43
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I PRETI IN CATTEDRA (43)

    di Luigi Rodelli

    Anche nelle scuole elementari si bandiscono concorsi di religione (bisognerà dir così!) tra gli alunni. Il provveditore agli studi di Milano con una circolare del 10 gennaio 1957 dà il “nulla osta” a un concorso bandito dal giornale politico quotidiano “L’Italia” con l’approvazione della curia arcivescovile per lo svolgimento del tema: “Dio, Padre”. Questa volta, si dice esplicitamente che “il dovrà essere svolto in classe, durante il tempo riservato all’insegnamento della Religione (abbinando magari il tempo necessario per due lezioni)”. Il concorso di religione passa avanti a tutto, scavalca anche il direttore didattico; e non c’è dubbio che, per gli alunni che non siano dispensati dall’insegnamento della religione, il concorso è obbligatorio. Duecentocinquantamila lire di premi e viaggi a Roma per vedere il papa.



    “Crociate di preghiere” vengono organizzate nelle scuole elementari dai maestri cattolici. Nel marzo 1957, a Milano la “crociata” è consistita in una recita quotidiana da parte delle scolaresche di una “Ave Maria” per tutto il tempo della Quaresima. “Questo mirabile coro di innocenti preghiere – diceva il biglietto inviato ai maestri dell’Associazione italiana maestri cattolici – sarà offerto secondo le intenzioni del Pastore dell’archidiocesi e, in particolare, per la fecondità di quella grande “missione” che sarà tenuta a Milano nel prossimo novembre”. Era anche predisposto che ogni maestri pregante e facente pregare raccogliesse su un apposito foglio le firme degli scolari preganti insieme alla sua. Le firme furono “presentate” all’arcivescovo nella domenica delle Palme “in occasione della Pasqua del Maestro e dello scolaro”. Così la scuola divenuta strumento di propaganda confessionale, offre alle statistiche innocenti firme di bambini irresponsabili.



    L’attuale legislazione italiana non contempla una diretta tutela della libertà religiosa dell’alunno affidato alla scuola pubblica. Non vi è tutela della libertà senza educazione alla libertà. Per essere in regola con i principi fondamentali di libertà civile e religiosa sanciti dalla Costituzione della Repubblica, principi che stanno al di sopra del Concordato, la legge dovrebbe prescrivere di educare gli alunni alla comprensione e al rispetto del fenomeno religioso in quanto tale. In una scuola elementare di Oria, in provincia di Brindisi, un sacerdote “insegnante di religione”, ha sequestrato e strappato ad un alunno un Vangelo di S.Matteo e ha sequestrato in un’altra classe un fascicolo evangelico della “Vita di Cristo”. Il maestro della classe, presente al fattoper dovere del suo ufficio, non è intervenuto ad impedire il fatto o a deplorarlo, né l’autorità scolastica ha preso provvedimenti.



    Il sacerdote di Oria ha agito in nome della libertà teologica della Chiesa cattolica; il maestro avrebbe dovuto agire in nome della libertà religiosa e civile dell’alunno a lui affidato. Dove cercare il criterio della libertà? Se la cercassimo sul piano della teologia cattolica, troveremmo che per libertà s’intende, ontologicamente, la libertà dal peccato e dall’errore teologico: il sacerdote cattolico avrebbe dunque posseduto e seguito il criterio della libertà nell’atto in cui sequestrava e strappava il fascicolo evangelico dalle mani dell’alunno, perché in tal modo intendeva avviare un’anima a salvazione. Se abbandoniamo il piano della teologia cattolica e passiamo sul piano delle libertà civili, sancite dalla Costituzione della Repubblica, troviamo che tutti i cittadini anno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa e di farne propaganda, o di non avere e non professare alcuna fede religiosa, che tutti hanno pari dignità sociale s sono uguali davanti alla legge senza distinzione di religione. Quanto ai culti essi possono essere esercitati liberamente in privato o in pubblico, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.



    Su questo piano, che è quello su cui si svolge la vita civile e operano tanto le chiese quanto gli individui, il criterio della libertà è dato dal rispetto della libertà degli altri.



    “Esistono due aspetti della libertà religiosa – scrive Lamberto Borghi – ed entrambi interessano grandemente gli insegnanti e la scuola. In un senso più ristretto s’intende per libertà religiosa l’uguale diritto garantito ai seguaci delle varie chiese di professare e di espandere il proprio credo. In una più larga eccezione s’intende per libertà religiosa la stessa garanzia data a tutti coloro che credono nella divinità, appartengano o no a una chiesa o setta determinata, e più ancora ai non credenti, di intrattenere e diffondere le proprie idee: uguale diritto di credere e di non credere. La libertà religiosa viene così a coincidere colla libertà di coscienza e di pensiero”.


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  4. #44
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (44)

    di Luigi Rodelli

    Non è infrequente nelle scuole di provincia (ma anche in quelle di città – come ha riferito “Critica Sociale” del 5 gennaio 1957), il caso del sacerdote insegnante di religione, il quale chiede ad un alunno di una classe elementare se è andato a messa la domenica: ricevendo risposta negativa e venendo a sapere dell’alunno che neppure i suoi genitori vi sono andati, ammonisce solennemente di fronte a tutta la classe che bambino e genitori sono in peccato mortale: segue la scena di terrore e di pianto del bambino o della bambina. Altro che metodi attivi ed educazione moderna!



    Inquisizioni, pressioni morali ed indebite inframmettenze si verificano in ogni ordine di scuole:



    …Per citare un esempio, nel liceo di Stato “Cavour” di Roma, l’insegnante di religione dà spesso agli alunni il seguente tema: “La spiegazione del Vangelo sentito in chiesa domenica scorsa”, con l’evidente angelico scopo di controllare se ogni alunno è andato a messa oppure no e di costringere i più riottosi ad andarci…Coloro che per chiari segni dimostrano di non saper svolgere il tema assegnato vengono annotati con cura e, con discrezione, vengono promosse piccole indagini sulle loro famiglie, sugli ambienti dove vivono, sulle compagnie che frequentano.



    Nei paesi a religione mista, dove il cattolicesimo è in minoranza, il rispetto della libertà in materia di religione è affidato al principio di tolleranza, conquistato attraverso dispute e lotte secolari. In Italia, dove le dispute religiose sono state soffocate dalla Controriforma cattolica e la cultura si è formata al di fuori di esse rompendo il guscio dell’ossequio alla Chiesa, il rispetto, la garanzia e la tutela della libertà religiosa degli alunni possono essere assicurati soltanto da una legislazione che rafforzi il controllo imparziale dello Stato sulla scuola pubblica, la informi ai principi liberali e ne faccia la pietra di paragone delle scuole private, secondo la tradizione uscita dal Risorgimento. Lo Stato deve assumere la uguale tutela della libertà di coscienza di tutti gli alunni nella scuola pubblica e di ognuno di essi – appartenga egli o no a una chiesa, o a una setta o a una religione determinata.



    Delle due l’una: o si denuncia il Concordato, o si emenda la legge 5 giugno 1930, n.824 sull’insegnamento della religione in modo da metterla in accordo con i principi fondamentali della Costituzione. Finché non sarà denunciato il Concordato, l’istituto della “dispensa” dall’insegnamento della religione cattolica, che ne sottolinea l’obbligatorietà, deve essere sostituito con la libera richiesta, da parte dei giovani o delle loro famiglie, di partecipare ai corsi di religione. Nessuna clausola del Concordato vieta che lo Stato adempia in questa forma più liberale all’obbligo che si è assunto di fronte alla Chiesa di istituire quell’insegnamento nelle scuole. Né si vede perché, ammesso il principio, non debba essere offerta la medesima possibilità agli alunni appartenenti ad altre religioni professate nello Stato, purché lo richiedano.



    Per una diversa strada si è messo il ministro Paolo Rossi quando – con un provvedimento equo in sé – ha esteso agli alunni appartenenti alla Chiesa Cristiana Avventista le disposizioni relative agli alunni ebrei, ai quali viene consentito di non presentarsi alle lezioni il sabato e di sostenere esami in giorno diverso dal sabato. Quel ministro sembra aver ragionato nel seguente modo. La Chiesa cattolica gode di determinati privilegi nella scuola italiana, concediamone qualcuno anche alle altre Chiese: privilegio per privilegio, ogni Chiesa si abbia i suoi…Ma il ragionamento parte da una premessa sbagliata. Nessun privilegio a nessuna Chiesa dovrebbe esser riconosciuto nella scuola pubblica; e se la legge di attuazione del Concordato ne ha creato qualcuno per la Chiesa cattolica, lungi dal crearne degli altri, bisogna eliminare quelli esistenti. Un regime di privilegi porterebbe infatti allo smembramento dello Stato e al feudalesimo, all’assorbimento delle libertà individuali dei cittadini da parte di quei corpi mistici o enti di culto che sono le Chiese.



    Le pressioni del clero cattolico e della gerarchia ecclesiastica si esercitano non solo nel senso della partecipazione degli alunni agli atti del culto cattolico, ma anche della vessazione di insegnanti o alunni appartenenti ad altre religioni o confessioni religiose. Si tratta di episodi, a volte anche gravi, che restano circoscritti nell’ambiente in cui si verificano, perché prevale il parere che gli scandali siano inutili, anzi dannosi (il Manzoni che era di parere contrario è tutt’altro che popolare in Italia).



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (45)

    di Luigi Rodelli

    La rivista “Critica Sociale” (20 dicembre 1954) ha riferito il caso dell’ing. Guido Pierro, nominato direttore della scuola industriale di Melfi dal provveditorato agli studi di Potenza, all’inizio dell’anno scolastico 1954-55. Convocato, subito dopo la nomina, dal provveditore agli studi si sentiva dire che la sua nomina, frutto di un deprecabile errore, era incompatibile con il culto che l’ing. Pierro professava; di conseguenza doveva dare le dimissioni. Il neo-direttore reagì, ricordando che il professore di culto evangelico non era motivo sufficiente per chiedere il suo allontanamento; pertanto respingeva la richiesta, riservandosi di interessare le superiori autorità del fatto. Il provveditore continuò ad insistere, confessando che tale richiesta non partiva direttamente da lui ma era stata promossa da influenze melfitane (Melfi è sede vescovile) e per interessi superiori. L’ing. Pierro troncò il colloquio. Ma il provveditore tornò alla carica con telefonate urgenti e addirittura spostandosi di persona a Melfi, per minacciare di revocare la nomina, che ancora non aveva trasmessa al ministero per la convalida. A questo punto si fermano le notizie date alla stampa. E’ da credere che quel provveditore abbia finito col cedere, visto che non riusciva ad ottenere la rinuncia da parte dell’interessato.



    Quando un ispettore del ministero della Pubblica Istruzione, il 15 maggio 1953 si reca in un istituto scolastico di Torre Annunziata e chiede al prof. Umile Peluso immediata risposta scritta alla domanda: “La prego di ricordare per quale motivo Ella non intervenne, il 18 aprile 1953, al precetto pasquale assieme alla sua scolaresca”, siamo di fronte a una violazione della libertà di coscienza, aggravata dalla implicita minaccia di sanzioni disciplinari da parte del ministero della Pubblica Istruzione. Il prof. Peluso si rifiutò di rispondere, come era suo diritto. Il ministro avrebbe dovuto rendergli pubbliche scuse. Si limitò, in seguito alle proteste della stampa, a render noto che l’ispettore aveva “leggermente posto le domande di sua iniziativa e che per tale fatto era stato richiamato”. Invano si cercherebbe in queste parole un esplicito riconoscimento del diritto di libertà religiosa violato. L’ispettore viene infatti “richiamato” per il fatto di aver posto la domanda di sua iniziativa, non già per la natura della domanda da lui posta al prof. Peluso.



    A Trapani, dietro istigazione del prete addetto all’insegnamento della religione, il preside del liceo scientifico statale nega ad una studentessa valdese di potersi recare a casa durante la lezione di religione, da cui era stata dispensata, nonostante che detta lezione fosse all’ultima ora dell’orario giornaliero. Il caso viene poi risolto in seguito ad intervento presso il ministero della P.I. (anno scolastico 1956-57).



    Questi episodi stanno ad indicare un costume. Essi fatto da spia di un fenomeno assai più vasto, che diviene impalpabile come l’aria a causa di colpevoli reticenze e di ingiustificate paure: sono tra i pochi che, essendo stati portati dagli interessati sul terreno delle garanzie legali e avendo mosso la macchina della giustizia amministrativa (“Il y a des juges à Berlin!”) sono sfuggiti alla prassi gesuitica del “sopire, troncare…troncare, sopire”, così ben appresa dai nostri piccoli ras, i quali leggono il Manzoni a lettere rovesciate.



    Resta tuttavia il fatto che le più recenti disposizioni ministeriali hanno un carattere illiberale. Nelle scuole elementari, in virtù dei programmi Ermini, tutte le materie di insegnamento sono dominate e permeate dalla dottrina cattolica. La dispensa dall’assistere alla lezione di religione non sottrae gli alunni dal ricevere la particolare formazione intellettuale e morale che deriva dall’impostazione dottrinaria e catechistica di tutto l’insegnamento. Come gli alunni, anche i maestri sono chiusi entro i cancelli del dogma e della precettistica cattolica. I maestri possono fruire di una libertà puramente didattica nell’ambito dei programmi completamente confessionalizzati; il principio della libertà di insegnamento è, per i maestri, negato alla radice. Ostacoli e minacce di danni alla carriera vengono spesso frapposti a coloro che intendono valersi del diritto di non assumere l’insegnamento della religione cattolica, sia perché appartenenti ad altre religioni sia perché liberi pensatori o liberi religiosi. Esistono sacerdoti “ispettori di religione” che ispezionino i maestri per incarico del ministero della Pubblica Istruzione. Il frate Leone, direttore generale degli ispettori di religione, in una riunione di maestri, indetta con “obbligo d’intervento” dal provveditore agli studi di La Spezia nell’aprile 1953, ha ribadito che tutto l’insegnamento deve essere permeato dalla religione cattolica, che non si può educare fuori della religione cattolica, che la religione cattolica insegnata nelle due ore settimanali come un’altra materia non vale nulla, che per insegnare religione occorre conoscenza e fervore religioso cattolico. Il maestro che si vale del suo diritto di non insegnare religione non sarebbe dunque – secondo il ragionamento di quel frate – un educatore e, a rigore, neppure un maestro! I maestri cristiano-evangelici di La Spezia non hanno mancato di protestare con una “Lettera aperta a Frate Leone”.



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I PRETI IN CATTEDRA (46)

    di Luigi Rodelli

    Nel progetto di stato giuridico, consegnato dal ministro Rossi il 10 gennaio 1957 ai rappresentanti sindacali della scuola elementare, si dice all’art. 2: “L’insegnante ha la piena libertà didattica nell’ambito dei programmi”. Poiché i programmi consentono la libertà didattica solo in quanto sia indirizzata a un fine confessionale, è questo un bel modo di giocare a mosca cieca con la libertà.



    La Repubblica italiana, nonostante i Patti del Laterano, non è uno Stato confessionale cattolico. Ma il decreto presidenziale che ha sanzionato i programmi del ministro Ermini costituisce un formidabile strumento di confessionalizzazione. Su di esso si va già formando una prassi amministrativa. E’ accaduto ad esempio che un parroco abbia fatto firmare da alcune parrocchiane, madri di alunni della scuola del villaggio, una lettera, a lui diretta, contenente un giudizio negativo sull’educazione data dalla maestra “specie nel campo religioso” e abbia denunciato la maestra riferendo di aver avuto dai genitori le seguenti informazioni: a) non fa pregare gli alunni come è prescritto dai nuovi programmi all’inizio di ogni giornata scolastica; b) in occasione delle feste natalizie trovò modo di svelare ai bambini della 2° classe che i regali consuetudinari non provenivano da Gesù Bambino, ma erano acquistati dai genitori; c) nel corso delle lezioni e delle conversazioni accennò a pensieri filosofici non cristiani mettendo in dubbio la divinità di Cristo”. Le parrocchiane saprebbero dunque dove sta di casa la filosofia! “Il rev. Parroco”, ha riferito l’ispettore scolastico, “preparando i bambini alla 1° comunione notò che i piccoli avevano crisi di coscienza in materia dei Misteri religiosi in quanto chiedevano a lui particolari chiarimenti e spiegazioni rilevando che quanto egli spiegava non era conforme al contenuto delle conversazioni tenute in classe dall’insegnante”. L’accertamento del fatto, che avrebbe dovuto avvenire nella scuola, risulta compiuto dal parroco nell’oratorio.



    Il provveditore agli studi di Milano ha trasferito la maestra ad altra sede della provincia e l’ha denunciata al consiglio di disciplina. Il trasferimento per servizio è stato decretato con la seguente motivazione: “La maestra con un persistente atteggiamento anticattolico ha contravvenuto alle norme didattiche sull’insegnamento della religione”.



    L’“atteggiamento anticattolico” è dunque divenuto un motivo , non già – si badi – per togliere alla maestra il diritto di insegnare religione, ma per erogare una punizione disciplinare, qual è appunto – nella prassi vigente – il trasferimento per servizio.



    Un’altra tipica motivazione di trasferimento di un maestro elementare è quella adottata a carico del maestro Michele Misto dal Consiglio Scolastico provinciale di Venezia l’8 luglio 1953 e riferita da “La Voce della scuola democratica”, 1 gennaio 1954: “Il predetto maestro ostenta idee materialistiche e ne (sic!) informa il suo insegnamento”.



    Per cercare di far quadrare la formula illiberale e autoritaria dell’art. 36 del Concordato con i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica si è fatto ricorso a una formula che suona “tutela della libertà d’insegnamento con riguardo ai singoli gradi dell’istruzione” formula che è stata introdotta nell’art. 7 della legge delega. Bisogna “ridimensionare la libertà” nella scuola – ha detto al Senato il senatore democristiano Lamberti il 14 luglio 1954, nella sua dichiarazione di voto a favore dell’art. 7 della legge delega!



    Come al solito i democristiani per difendere la morale (la morale cattolica s’intende!) uccidono la libertà. Nei vari gradi della istruzione, diversa è infatti la responsabilità dell’insegnante, ma uguale deve essere la tutela della libertà. Invece di graduare la responsabilità, i democristiani graduano la libertà. Invece di porre nelle leggi idonee garanzie per il libero esercizio della funzione educativa, privano completamente della libertà d’insegnamento gli insegnanti elementari, cercano di eliminarla dalle scuole medie e di isolarla nelle facoltà universitarie, là dove non riescono a far arrivare professori di stretta osservanza cattolica o conformisti. I professori universitari cattolici, infatti, sono impegnati ad eleggere professori cattolici o preti – se vi sono professori preti – come commissari dei concorsi per cattedre universitarie, e a far vincere altri cattolici o preti – se vi sono preti fra i concorrenti. Gli ecclesiastici – com’è noto – serbano un legame disciplinare con un’autorità che può chiedere loro di derogare dal giudizio critico e scientifico della loro coscienza.



    Per le mene di un professore gesuita, nel 1953, è stato revocato dal Consiglio della Facoltà di lettere e filosofia dell’università di Messina l’incarico di storia del Cristianesimo al prof. Gonnet perché “di credenza palesemente non cattolica”.



    Sul punto della libertà d’insegnamento il progetto di nuovo stato giuridico degli insegnanti medi dice (art. 2): “I docenti sono tenuti al rispetto della coscienza religiosa e morale e della personalità degli alunni”. In questa dizione – se ben si guarda – la coscienza religiosa e morale e la personalità degli alunni sono date come qualcosa di preformato e di intoccabile. Ora è chiaro che se il docente dovesse fermarsi all’esterno della personalità giovanile – sulla quale opererebbero soltanto la famiglia, l’ambiente sociale, la propaganda politica e confessionale – si troverebbe nell’impossibilità di assolvere qualsiasi compito educativo. Educare infatti non si può senza suscitare energie morali, interessi intellettuali e libere discussioni, dalle quali appunto può uscire formata la personalità dell’alunno. Altro è rispettare la libertà interiore dell’alunno nel suo sviluppo e nel processo educativo, altro è rispettare un quid che si dà per immutabile. Ben diversamente suona (istruttivo è il confronto!) il corrispondente articolo 2 della “Carta mondiale degli educatori” approvata a Edimburgo nel 1954 dal Comitato d’intesa delle federazioni internazionali del personale insegnante:



    “I diritti dell’educatore sono indipendenti dalle credenze e dalle opinioni, nel limite in cui l’educatore rispetta nello stesso fanciullo la libertà di credenza e di opinione”.



    La “Carta mondiale degli educatori” pone il limite della libertà dell’insegnamento nel rispetto della “libertà” di credenza e di opinione dell’alunno: si ispira al principio della uguale libertà. Il testo italiano impone invece all’insegnante il rispetto di una astrazione che istituzionalizza la coscienza religiosa e morale e perfino la personalità degli alunni: si ispira al principio della priorità e della inalienabilità dei diritti della Chiesa in fatto di istruzione e di educazione.



    46) Segue
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  7. #47
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (47)

    di Luigi Rodelli

    IL CRISTO – CATTEDRA



    Se il cervello dell’umanità fosse là,

    aperto ai vostri occhi, a vostra discrezione,

    aperto come la pagina di un libro,

    voi vi fareste cancellature.

    Victor Hugo



    Il 4 novembre 1950 l’Unione cattolica italiana insegnanti medi offriva al papa Pio XII, nella chiesta di S. Pietro, una cattedra scolpita. Il papa, “assiso sulla stessa cattedra, si degnava accogliere l’omaggio” pronunciando queste parole:



    …Una cattedra! Una cattedra di Maestro: Cathedra docentis! Non è forse il Magistero il primo ufficio della Nostra Sede Apostolica? Voi Ci offrite una cattedra, facendone rilevare il significato simbolico con le figure – personaggi storici allegorici – che vi ha intagliate lo scalpello dell’artista. Su questa cattedra pontificale, sulla Cattedra di Pietro. Noi siamo assisi unicamente perché Vicario di Cristo. Noi siamo il Suo rappresentante sulla terra; siamo l’organo a mezzo del quale fa sentire la Sua voce Colui che è il solo Maestro di tutti, il Cristo, il Verbo eterno del Padre, nato dalla Vergine Immacolata, trono, cattedra della Divina Sapienza…



    Le definizioni di Cristo come “solo Maestro di tutti”, “trono, cattedra della Divina Sapienza” non stupiscono sulla bocca di un papa. Così parlando, il papa ed è presumibile che, finché vi saranno papi, i papi parleranno press’a poco così. Più significativo è il commento che, a nome degli insegnanti cattolici, ha fatto il prof. Giuseppe Lazzati, in uno studio intitolato “Le cattedre alla Cattedra”:



    Dal giorno nel quale si operò la fondamentale dissociazione dell’uomo da Cristo, la natura dichiarò la propria autosufficienza e sperimentò a sue spese i propri limiti.

    Il mondo contemporaneo è caratterizzato dall’anelito alla composizione in unità dei vari elementi dissociati per questa ribellione della natura alla sopranatura.

    La scuola ha a questo proposito un delicatissimo compito: essa deve ricondurre la moderna cultura antropocentrica e le sue disperse ricchezze alla salvezza costruttrice di una cultura metafisica e teologica presentandola ai giovani non come una realtà sovrapposta, ma come una organica visione del sapere fondata sugli orientamenti teologici e metafisici.

    L’offerta da parte degli insegnanti di una cattedra al Papa è una testimonianza e una supplica: testimonianza di fedeltà, supplica perché alla nostra debolezza soccorra una forza che non conosce l’eguale.



    Il conflitto storico fra libera indagine e dogma, fra umanesimo e divinesimo, viene riproposto come conflitto fra “cultura antropocentrica” e “cultura metafisica e teologica”, allo scopo di ricondurre le “disperse ricchezze” della cultura umanistica alla “salvezza” cristiana, la quale sarebbe “costruttrice di una cultura metafisica e teologica”. Gli insegnanti cattolici si sforzano di “presentare ai giovani” la “cultura metafisica e teologica” del cattolicesimo “non come una realtà sovrapposta”, ma come una “organica visione del sapere”. Non s’accorgono che col loro finalismo metafisico privano la cultura della necessaria autonomia e ne uccidono la linfa vitale. Quando infatti una organica visione del sapere non sia frutto di libera e personale ricerca, condotta innanzi senza preoccupazione alcuna di riuscire disorganica, che altro è se nbon “una realtà sovrapposta”? L’omaggio de “le cattedre della cultura alla Cattedra dello Spirito” comporta la subordinazione della libertà critica al dogma, della cultura alla autorità ecclesiastica, subordinazione che è creativamente e moralmente falsa, sempre che non si confonda la cultura con la propaganda o con l’apostolato. La Chiesa infatti accoglie e rielabora quegli elementi della cultura che possano servire a rafforzare la propria organizzazione: respinge, o piega e distorce tutti gli altri entro il letto di Procuste della dottrina. Se è vero che dal punto di vista cristiano la cultura è frutto del peccato, è anche vero che spremere da quel frutto un ammonimento che suoni condanna della libertà di pensiero e minaccia di sanzioni ecclesiastiche non è cultura. La cultura non si affida ad alcuna definitiva “salvezza” e perciò si arricchisce delle più diverse e varie esigenze umane. Il cristiano, che la svaluta e la ripudia, la rispetta più del cattolico, che la mutila e la degrada a strumento di propaganda. Secondo Pio XII, l’attività intellettuale dei cattolici dev’essere posta infatti “al servizio della Chiesa”. Rivolgendosi ai congressisti di Pax Romana Pio XII ha detto:



    Oggi i teologi cattolici debbono poter contare sui Nostri figli, scienziati o tecnici, filosofi o giuristi, storici, sociologi o medici, per fornire ai loro lavori l’assistenza delle conoscenze profane sperimentali. Questa è la vostra missione privilegiata nel seno della Chiesa e in qualità di intellettuali.



    Una volta ragguagliati sulle “conoscenze profane sperimentali” i teologi vi cercano le punte sulle quali inserire la cappa della teologia cattolica: piegano e spuntano tutte le altre. Un papa del XX secolo, qual è Pio XII, messo da parte l’anatema contro l’orgoglio dell’umano sapere, s’incarica di sentenziare che le più diverse scienze vanno perfettamente d’accordo con la dottrina cattolica, o – come egli anche si esprime – con “i diritti sovrani di Dio”. Gli scrittori, i pubblicisti, i professori cattolici di qualsiasi branca dello scibile (dalle matematiche alle scienze giuridiche, dalla filosofia alla gastro-enterologia, dalla genetica all’urologia, dalla statistica all’ingegneria) trovano nei discorsi di Pio XII il codice dei limiti di competenza della loro disciplina e del loro insegnamento. Il “movimento” laureati di Azione Cattolica ha raccolto i discorsi “agli intellettuali” di Pio XII in un volume di una collana che s’intitola “La cattedra”. Nell’introduzione di legge:



    Pio XII ha assunto in Cristo tutto il nostro tempo, tutta la nostra cultura e, condannandone con mano paternamente ferma gli errori, ha sgombrato la strada da ciò che intralcia il retto cammino, rendendo così sicura la continuazione di un’opera di ricerca destinata a concludersi solo quando, giunto il Regno di Dio, gli uomini potranno godere il possesso intero della Verità.



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  8. #48
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    I preti in cattedra (48)

    di Luigi Rodelli

    Anche l’università è chiamata dunque ad entrare a vele spiegate nel porto della Chiesa cattolica per accettare quella “sintesi” che la Chiesa ha sempre in pronto. Tra scienza e fede è sempre possibile un accordo, purché le condizioni dell’accordo siano dettate dalla Chiesa: se divergenze permangono, la colpa va attribuita agli errori degli uomini, mai alla Chiesa, la quale ha sempre ragione:



    Gli è che, fra i risultati certi delle investigazioni scientifiche e i dati essenziali della fede, non vi è e non vi può essere alcuna opposizione irriducibile. Circa le eventuali divergenze bisognerà attribuirle agli errori a cui sono facilmente soggetti i giudizi umani, am non mai possono riferirsi ad un contrasto oggettivo e inconciliabile tra la scienza e la fede.



    Dai tempi di Giordano Bruno, di Campanella, di Cipernico e di Galileo ad oggi l’atteggiamento fondamentale della Chiesa di fronte al libero esame, all’autonomia del pensiero filosofico e alle scoperte scientifiche non è mutato: è sempre un atteggiamento autoritario e dogmatico. Solo le apparenze sono mutate. Come fa osservare Frédéric Hoffet, la Chiesa ha sostituito le visage aimable. La Chiesa ha finito per accettare la teoria copernicana, ma non per questo è divenuta liberale. Ha fatto ricorso ad uno di quegli espedienti di cui si servono gli illusionisti delle camere a specchi: ha spostato il senso delle prospettive. Mentre prima il sistema degli specchi teologici era disposto in modo che l’autorità dogmatica si trovasse riflessa alle spalle degli uomini di pensiero e di scienza, i quali ne venivano colpiti ogni volta che si provavano a fare un passo in avanti; ora il medesimo sistema di specchi teologici è stato adattato in modo che l’autorità dogmatica della Chiesa si trovi riflessa davanti agli occhi degli uomini di pensiero e di scienza, i quali ogni volta che fanno un passo in avanti devono avere l’illusione di avvicinarsi alla verità dogmatica;e la Chiesa non li colpisce più per i passi che fanno avanti, ma li colpisce o si riserva di colpirli per i passi che fanno dicendo di no al dogma che sta in fondo alla prospettiva degli specchi teologici.



    Nell’esporre il pensiero attuale della Chiesa sulla condanna al rogo di Giordano Bruno, il monsignore Angelo Mercati, in un libro uscito dai torchi della Città del Vaticano, e dedicato al pontefice, ribadisce che “se c’è da registrare una condanna la cagione di essa va cercata non nei giudici, ma nell’imputato”. Anche nel caso di Giordano Bruno, che non volle mutare la sua filosofia per far piacere alla teologia cattolica, non vi sarebbe stato dunque un “contrasto oggettivo” tra la scienza e la fede, ma da un lato “un parto di immaginazione fantastica”, dall’altra la Chiesa “illuminata dalla infallibile verità della fede”. Così “illuminata”, la Chiesa ha creato tuttavia il reato di opinione, ignoto ai romani, cioé ai pagani, tra i quali vigeva il principio che la legge condanna i reati, cioé i “fatti”, e non i pensieri. In odio a Voltaire, il quale si disse disposto a morire per la difesa del diritto del suo avversario di esporre pubblicamente le sue idee, il pensiero della Chiesa in materia di “reati di opinione” non è cambiato. Nel libro stampato in Vaticano e dedicato a Pio XII, mons. Mercati è molto esplicito: “La condanna che colpisce deve farsi sostenere dai rei, pur compassionandoli, facendo tacere i sentimenti del cuore”.



    Anche ora, come allora, il conflitto fra scienza e fede si annulla solo se la scienza si fa ancella della fede, cioé della teologia cattolica. L’equivoco che Giordano Bruno – indipendentemente dal valore intrinseco (tutt’altro che trascurabile) del suo pensiero – volle chiarire affrontando la morte sul rogo è oggi nuovamente sparso a piene mani dal papa, tutte le volte che parla della scienza moderna.



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (49)

    di Luigi Rodelli

    La Chiesa avversa allo stesso modo il pensiero indipendente e il pensiero organizzato in sistemi dottrinali che non siano il sistema dottrinale della Chiesa. Secondo Pio XII, l’università dev’essere “sintesi di tutti gli scopi del sapere” e deve premunire tale sintesi da “due scogli opposti”: il primo sarebbe l’ingerenza indebita dello Stato, il quale “pretenderebbe imporre all’insegnamento, per scopi politici o ideologici, l’unità fittizia di una sola filosofia arbitraria”; il secondo sarebbe “il lasciarsi andare al pluralismo o ad un sincretismo superficiale”. Siamo di fronte ad una di quelle contraddizioni che la Chiesa suole risolvere negando puramente e semplicemente che una contraddizione vi sia. Per evitare il primo scoglio bisognerebbe infatti volere una autonomia delle università maggiore di quella di cui attualmente esse godono; per evitare il secondo scoglio bisognerebbe togliere alle università l’autonomia di attualmente godono e metterle sotto controllo della gerarchia ecclesiastica. La Chiesa vuole le università completamente autonome rispetto allo Stato, le vuole “libere” purché accettino la guida della Chiesa e ad essa si uniformino. Mira ad abolire le garanzie di libertà che dà lo Stato e ad assoggettare le università statali al controllo ecclesiastico.



    Le Università e gli Studi Generali non sono di oggi né di ieri; sono nati nel Medio Evo dal seno e sotto la protezione della Chiesa. Anche allora voi vi trovate talvolta errori, eresie, teoriche antisociali; tuttavia in quei tempi, oggi non di rado tanto denigrati, per le università formatrici e direttrici delle menti, nell’atmosfera generale, aleggiava il pensiero delle concezioni cristiane e splendeva la face di quella fede, che non umilia gli ingegni, e, se li pone in ginocchio, li fa più grandi innanzi alla verità alla veracità di Dio che ha parlato, e nell’accordo mirabile della scienza e della ragione con la scienza divina rende angelico un intelletto umano.



    E’ inutile chiedersi quale contributo effettivo abbiano dato al pensiero umano e al progresso scientifico gli intelletti “angelici”, dal momento che la Chiesa considerò “diabolici” proprio quegli intelletti che diedero i contributi maggiori: basta dare un’occhiata all’Index librorum prohibitorum. Lo stesso Pio XII appare del tutto disorientato. Si domanda, infatti, continuando:



    Ma col lento lavoro di disgregazione spirituale originata dall’umanesimo paganeggiante, dal libero esame, del filosofismo fumoso del secolo decimottavo, dall’idealismo e dal positivismo del decimonono, contro i quali grida la realtà del mondo e dell’uomo, che cosa è avvenuto? Quali vantaggi e progressi ne hanno raccolti la società, la famiglia, la persona umana? Date uno sguardo alla cultura universitaria, voi che ne frequentate o ne frequentaste le aule. Quanti campi di studi e di ricerche scientifiche si sono svolti e dilatati fuori di ogni contatto col pensiero cattolico, senza tenere in alcun conto il gran fatto della rivelazione soprannaturale, allargandosi in un ambito, se non sempre antireligioso, almeno non curante della religione.



    Verum et factum convertuntur – potremmo dire col Vico. La realtà dell’uomo e del mondo è quella che esce dal pensiero e dalle mani operose dell’uomo. Pio XII vorrebbe che la scienza procedesse “angelicamente” sotto la tutela della Chiesa. Egli infatti qui non condanna questa o quella applicazione pratica del sapere scientifico , ma la natura stessa del moderno sapere, il principio del libero esame, l’emancipazione storica e l’attuale autonomia della scienza. E indica agli studiosi cattolici il dovere di “assicurare la penetrazione mutua dei due mondi del sapere, alta scienza universitaria e lume rivelato da Cristo (leggi: magistero della Chiesa):



    Sia che voi apparteniate alla Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, sia che attendiate alle scienze come studenti o insegnanti nelle altre Università o Scuole Superiore, la vostra vocazione non muta, e voi dovete corrispondervi con una medesima stretta e cordiale fraternità e unione di spirito, di cuore e di azione. La Chiesa, non mai nemica delle scienze e delle arti, a,a e si dà pensiero di avere propri centri di alta cultura ove libera e piena possa esercitare l’operazione sua; ma non per questo è ligia ad accettare che la verità, di cui custodisce il deposito, resti assente e senza influsso e lume negli altri centri, l’ordinamento dei quali più o meno prescinde dallo sguardo cattolico.



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    I preti in cattedra (50)

    di Luigi Rodelli

    La fede è divenuta anch’essa un sapere e l’accordo fra scienza e fede è cercato non già nell’animo dello scienziato, quando questi sia anche credente, ma in una “operazione” cui sovrintende la presuntuosa casta dei teologi. La Chiesa non è stata “mai nemica delle scienze e delle arti” – dice Pio XII, dimenticando “L’Indice” e “L’Inquisizione”. Coloro che hanno memoria anche per queste cose passano per persone di cattivo gusto.



    Quanto alla vita attuale delle università, la posizione della Chiesa è chiara: nell’università cattolica essa è libera di esercitare pienamente “l’operazione sua”, perché l’università è sua; nelle altre, che non sono sue, “l’operazione sua” deve essere ugualmente compiuta dagli insegnanti e dagli studenti cattolici che vi appartengono, perché la Chiesa “custodisce il deposito della verità”. Come il leone della favola d Fedro, questa custode del deposito della verità si attribuisce ciò che è suo e ciò che non è suo: quia sum leo.



    L’Università cattolica del Sacro Cuore fu aperta in Milano nel 1921. Fondare una università cattolica in Italia era stato uno degli obiettivi del movimento politico clericale conservatore dell’Opera dei Congressi”. L’ordine del giorno presentato da don Albertario al XV congresso cattolico italiano, tenutosi a Milano nel 1897, partiva dalla premessa che fino a quando, non fosse “conseguita la libertà d’insegnamento” incombeva ai cattolici “il dovere di preparare con altri mezzi l’istituzione di una università cattolica”. Si facevano voti perché si rendesse popolare “colla stampa e colle conferenze” l’idea di far sorgere tale università in Italia e si spronasse “la generosità dei cattolici ad attuarla”. I “dotti cattolici inclinati all’insegnamento” avrebbero cercato di conseguire la libera decenza. A titolo di preparazione sarebbero stati fondati “corsi speciali” nella città sedi di università o di istituti superiori. Era infine raccomandata la diffusione dell’ “Opera della conservazione della fede nelle scuole d’Italia”.



    Un primo tentativo di organizzazione cattolica sul piano accademico si ebbe con la “Società cattolica italiana si ebbe con la “Società cattolica italiana per gli studi scientifici”, fondata dal Toniolo nel 1899. I principi direttivi erano fissati nel primo articolo dello statuto nel seguente modo:



    La Società convinta che tra la Rivelazione custodita e interpretata dalla Chiesa ed i risultati della scienza non può esistere contraddizione, mentre dichiara di seguire nella trattazione delle singole discipline metodi strettamente scientifici, professa docile dipendenza dalla Santa Sede e in modo speciale si propone di ispirarsi costantemente agli indirizzi contenuti negli Atti della Santa Sede riguardanti gli studi.



    Nel 1908 un giovane medico fattosi frate francescano, il Gemelli, “intuì – scrive l’Olgiati – e fu – aggiunge – una delle ore più feconde per la preparazione dell’avvenire, che “la filosofia è la spina dorsale della cultura e specialmente della cultura cristiana”; e fondò la “Rivista di filosofia neoscolastica”. Nel 1914 lo stesso Gemelli, con l’appoggio del card. Ferrari, varava un’altra rivista, “Vita e pensiero, rassegna italiana di cultura”. L’articolo di presentazione, steso dal Gemelli, era intitolato “Medioevalismo”. Quell’articolo – dice l’Olgiati – “tracciava, sia pure in una forma vibrata, quello che sarebbe stato in avvenire il programma dell’Università”. Eccone il punto centrale:



    Si tratta dei rapporti tra cristianesimo e cultura. E qui noi diciamo che bisogna riallacciarsi al Medioevo, perché allora Cristo e la sua Chiesa erano l’anima vivificatrice della cultura; bisogna riprendere quella nobile tradizione, che sgraziatamente per molteplici cause, dal Rinascimento in poi, venne interrotta…



    Ma la realizzazione di un’università cattolica in Italia appariva ancora assai lontana. L’unico compito che Ludovico Necchi indicava ai cattolici come possibile era ancora quello di “darsi alla conquista delle cattedre negli Atenei statali ed iniziative di larga cultura”.



    Alla fine della prima guerra mondiale, il 6 febbraio 1920, viene istituito a Milano, per suggerimento di Filippo Meda, un istituto di studi superiori, intitolato a Giuseppe Toniolo, che ha per scopo di “fondare corsi di insegnamento superiore per addestrare i giovani nelle discipline filosofiche, giuridiche e sociali”. Il 24 giugno 1920, appena costituitosi il nuovo governo Giolitti, l’Istituto “Toniolo” ottiene l’erezione in ente morale. L’anno dopo, da questo istituto viene fondata l’università. L’industriale Ernesto Lombardo vi contribuisce con un milione di lire.



    Che cosa aveva reso possibile, nel volgere di così breve tempo, la realizzazione di un’impresa ritenuta fin allora tanto difficile? La scelta politica dei liberali. Tra i socialisti e i cattolici del partito popolare, Giolitti, per avere l’appoggio di questi ultimi, aveva promesso a Luigi Sturzo “la libertà della scuola”. Quando Giolitti formò il suo gabinetto del dopoguerra, nel giugno 1920, e fu salutato come il salvatore della classe dirigente italiana, affidò il ministero della istruzione a Benedetto Croce. Come ha osservato Lamberto Borghi, la filosofia idealistica servì a colmare il fossato ideologico che divideva i liberali dai cattolici. Per Benedetto Croce l’introduzione della formula “libertà della scuola” nel programma di governo non era il risultato di una concessione ai cattolici, ma il compimento dell’ideale liberale: “I cattolici – aveva dichiarato – vorranno la stessa cosa anche e soprattutto per ragioni confessionali: E che importa? Si duo faciunt idem, non est idem”. Ma la sottile distinzione, valida in sede teoretica, non valeva in sede pratica, cioè politica. E la formula entrò nel circolo della vita politica italiana con tutta la sua latente ambiguità.



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