I preti in cattedra (61)
di Luigi Rodelli
A questa argomentazione i rappresentanti dei due partiti socialisti e del comunista risposero dichiarando che essi erano assolutamente contrari al principio delle sovvenzioni statali alle scuole private e che la questione degli aiuti alle scuole professionali era risolubile soltanto nel senso che queste ultime assumessero il carattere di enti pubblici o parastatali. Due costituenti di parte laica dichiararono – sempre in riferimento alla questione posta dall’on.Gronchi – che non si intendeva impedire qualsiasi aiuto dello Stato, ma solo stabilire che non esiste un diritto costituzionale a chiedere tale aiuto. Oggi le “ombre immaginarie di scuole confessionali” si fanno avanti, non già per “mendicare”, ma per pretendere. La scelta di valore storico e morale fatta dall’Assemblea Costituente ha un significato preciso: l’atteggiamento stesso dei democristiani, i quali si opposero strenuamente all’emendamento Corbino, sottolinea il significato di quella scelta e contribuisce – com’è stato osservato – all’interpretazione legittima dell’emendamento.
Spudoratamente farisaica è l’interpretazione di quei gesuiti che sostengono che se le scuole non statali non hanno diritto “per il fatto stesso che sorgono” – oh…questo no! – a chiedere le sovvenzioni statali, debbono poterle ricevere in un secondo momento per il fatto che esistono! Come ha ben osservato Mario Ghiozzi, la “libertà di scelta” della scuola non va confusa con l’“esercizio della scelta”: la Costituzione italiana garantisce la libertà di pensiero, di associazione, di stampa, non il denaro necessario all’esercizio di quei diritti di libertà. Tuttavia lo Stato non è perciò impedito dall’assegnare sussidi, ove lo ritenga opportuno. Nel caso della libertà d’insegnamento, invece, tali sussidi sono espressamente vietati dalla Costituzione. L’aggiunta “senza oneri per lo Stato” non avrebbe alcun senso (né avrebbe avuto alcun senso la battaglia svoltasi a favore e contro di essa in seno alla Costituente) se non prescrivesse nulla di diverso da quello che è già prescritto in tutti gli altri casi analoghi. Dietro questa norma della Costituzione c’è una ragione storica. Nel campo dell’educazione e della istruzione la Chiesa, col suo conformismo snervante, è stata infatti in Italia, dalla Controriforma in poi, una palla al piede del progresso intellettuale e morale degli italiani. Nell’aggiunta “senza oneri per lo Stato” risuona la voce dell’Italia dei vivi che dice di no all’Italia dei morti.
Ciononostante, non bisogna credere che le istituzioni cattoliche non attingano surrettiziamente alle casse dello Stato. La Chiesa usufruisce dei beni patrimoniali dell’ex-GIL, in virtù di una gestione commissariale la quale ha indebitamente ceduto, a scadenze successive, tutto quel patrimonio appartenente allo Stato (340 palestre, 310 colonie, 290 “case della GIL”, 52 cinema e teatri, 68 campi sportivi, 154 terreni) alla “Pontificia Opera di Assistenza”, ente dipendente da uno Stato estero, qual è il Vaticano; e, da tredici anni, divora patrimoni e contributi eccezionali ed ordinari dello Stato, il quale versa alla medesima “opera pontificia” 600 lire al giorno per ogni bambino ospitato.
Gli istituti religiosi hanno ottenuto e continuano ad ottenere dal governo larghissimi e spesso ingiustificati risarcimenti per danni di guerra, godono il vantaggio di vendite privilegiate di aree pubbliche, ricevono borse di studio statali per alunni delle loro scuole, sovvenzioni per costruire palestre , oltre alle sovvenzioni, difficilmente precisabili, che le direzioni generali del ministero della pubblica istruzione elargiscono con criteri discrezionali – come lo stesso ministro Paolo Rossi ha confermato.
I gesuiti sono andati a prendere negli Stati Uniti un motto che dice che il cattolico paga due volte l’istruzione dei figli: una volta allo Stato come contribuente, una seconda volta alla scuola cattolica come genitore cattolico. Questo motto i gesuiti lo adoperano in senso opposto a quello americano, inteso a garantire la base comune dell’educazione di tutti i cittadini. Come già osservava il Fornelli, negli Stati Uniti le spese della scuole si tengono distinte da quelle di ogni altra funzione pubblica, quasi per far sentire ai contribuenti che se essi, sapendo perché pagano, non volessero profittare della scuola pubblica farebbero solo il proprio danno, in quanto pagherebbero due volte le spese dell’istruzione. Non si tratta, come si vede, di un principio di scienza delle finanze, ma di un richiamo, in termini di convenienza economica, ad un superiore interesse civico; l’educazione in comune di tutti i giovani nelle scuole pubbliche.
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