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Discussione: I preti in cattedra

  1. #61
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (61)

    di Luigi Rodelli

    A questa argomentazione i rappresentanti dei due partiti socialisti e del comunista risposero dichiarando che essi erano assolutamente contrari al principio delle sovvenzioni statali alle scuole private e che la questione degli aiuti alle scuole professionali era risolubile soltanto nel senso che queste ultime assumessero il carattere di enti pubblici o parastatali. Due costituenti di parte laica dichiararono – sempre in riferimento alla questione posta dall’on.Gronchi – che non si intendeva impedire qualsiasi aiuto dello Stato, ma solo stabilire che non esiste un diritto costituzionale a chiedere tale aiuto. Oggi le “ombre immaginarie di scuole confessionali” si fanno avanti, non già per “mendicare”, ma per pretendere. La scelta di valore storico e morale fatta dall’Assemblea Costituente ha un significato preciso: l’atteggiamento stesso dei democristiani, i quali si opposero strenuamente all’emendamento Corbino, sottolinea il significato di quella scelta e contribuisce – com’è stato osservato – all’interpretazione legittima dell’emendamento.



    Spudoratamente farisaica è l’interpretazione di quei gesuiti che sostengono che se le scuole non statali non hanno diritto “per il fatto stesso che sorgono” – oh…questo no! – a chiedere le sovvenzioni statali, debbono poterle ricevere in un secondo momento per il fatto che esistono! Come ha ben osservato Mario Ghiozzi, la “libertà di scelta” della scuola non va confusa con l’“esercizio della scelta”: la Costituzione italiana garantisce la libertà di pensiero, di associazione, di stampa, non il denaro necessario all’esercizio di quei diritti di libertà. Tuttavia lo Stato non è perciò impedito dall’assegnare sussidi, ove lo ritenga opportuno. Nel caso della libertà d’insegnamento, invece, tali sussidi sono espressamente vietati dalla Costituzione. L’aggiunta “senza oneri per lo Stato” non avrebbe alcun senso (né avrebbe avuto alcun senso la battaglia svoltasi a favore e contro di essa in seno alla Costituente) se non prescrivesse nulla di diverso da quello che è già prescritto in tutti gli altri casi analoghi. Dietro questa norma della Costituzione c’è una ragione storica. Nel campo dell’educazione e della istruzione la Chiesa, col suo conformismo snervante, è stata infatti in Italia, dalla Controriforma in poi, una palla al piede del progresso intellettuale e morale degli italiani. Nell’aggiunta “senza oneri per lo Stato” risuona la voce dell’Italia dei vivi che dice di no all’Italia dei morti.



    Ciononostante, non bisogna credere che le istituzioni cattoliche non attingano surrettiziamente alle casse dello Stato. La Chiesa usufruisce dei beni patrimoniali dell’ex-GIL, in virtù di una gestione commissariale la quale ha indebitamente ceduto, a scadenze successive, tutto quel patrimonio appartenente allo Stato (340 palestre, 310 colonie, 290 “case della GIL”, 52 cinema e teatri, 68 campi sportivi, 154 terreni) alla “Pontificia Opera di Assistenza”, ente dipendente da uno Stato estero, qual è il Vaticano; e, da tredici anni, divora patrimoni e contributi eccezionali ed ordinari dello Stato, il quale versa alla medesima “opera pontificia” 600 lire al giorno per ogni bambino ospitato.



    Gli istituti religiosi hanno ottenuto e continuano ad ottenere dal governo larghissimi e spesso ingiustificati risarcimenti per danni di guerra, godono il vantaggio di vendite privilegiate di aree pubbliche, ricevono borse di studio statali per alunni delle loro scuole, sovvenzioni per costruire palestre , oltre alle sovvenzioni, difficilmente precisabili, che le direzioni generali del ministero della pubblica istruzione elargiscono con criteri discrezionali – come lo stesso ministro Paolo Rossi ha confermato.



    I gesuiti sono andati a prendere negli Stati Uniti un motto che dice che il cattolico paga due volte l’istruzione dei figli: una volta allo Stato come contribuente, una seconda volta alla scuola cattolica come genitore cattolico. Questo motto i gesuiti lo adoperano in senso opposto a quello americano, inteso a garantire la base comune dell’educazione di tutti i cittadini. Come già osservava il Fornelli, negli Stati Uniti le spese della scuole si tengono distinte da quelle di ogni altra funzione pubblica, quasi per far sentire ai contribuenti che se essi, sapendo perché pagano, non volessero profittare della scuola pubblica farebbero solo il proprio danno, in quanto pagherebbero due volte le spese dell’istruzione. Non si tratta, come si vede, di un principio di scienza delle finanze, ma di un richiamo, in termini di convenienza economica, ad un superiore interesse civico; l’educazione in comune di tutti i giovani nelle scuole pubbliche.



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  2. #62
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (62)

    di Luigi Rodelli

    La gerarchia cattolica in questi ultimi anni ha organizzato negli Stati Uniti una campagna per addossare a tutti i contribuenti le spese di trasporto in autobus degli alunni delle scuole parrocchiali, ha ottenuto in Francia per via indiretta l’afflusso di denaro pubblico alle scuole cattoliche (leggi Marie e Barangé), conduce in Belgio una lotta spietata per conservare i privilegi che il partito cristiano-sociale assicurò alle scuole cattoliche quando disponeva del potere, e tenta di avere in Italia il sovvenzionamento delle scuole, nonostante il divieto costituzionale.



    Negli Stati Uniti dove vige il separatismo fra Stato e Chiesa, la gerarchia cattolica per spillare quattrini si appella ai poteri degli Stati in materia di assistenza (autobus); da noi, dove il giurisdizionalismo è applicato alla rovescia, chiede con un motto americano quella sovvenzione proporzionale scolastica, adottata da alcuni paesi a religione mista (Olanda), che non ha alcun senso in Italia, dove le comunità religiose non cattoliche sono esigue e dove l’agnosticismo e l’incredulità sfuggono alle statistiche dei censimenti. In quei paesi, infine, dove manca l’opposizione di una forte opinione laica e protestante, come in Colombia, tutte le scuole protestanti vengono chiuse per ordine del governo cattolico, i protestanti aggrediti e ucisi e le loro chiese incendiate.



    Fallito il tentativo di licenziamento diretto della scuola privata, ne è stato portato avanti un altro di finanziamento indiretto dei collegi, per mezzo di borse di studio da attribuire per concorso “agli alunni capaci e privi di mezzi, residenti in comuni dove non esistono le scuole che essi intendono frequentare”. La proposta di legge Fanfani del 21 luglio 1956 è decaduta con la fine della legislatura; ma vale la pena di esaminarla, perché potrebbe essere ripresentata sotto altra forma e con altro nome.



    Col titolo “Provvedimenti per consentire ai capaci e meritevoli di raggiungere i gradi più alti degli studi”, la proposta di Fanfani avrebbe voluto essere una prima applicazione dell’art.34 della Costituzione, che dice:



    La scuola è aperta a tutti.

    L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni è obbligatoria e gratuita.

    I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

    La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.



    La Costituzione fa dunque obbligo allo Stato di provvedere all’istruzione gratuita dei ragazzi dagli 11 ai 14 anni. Circa i due terzi dei ragazzi di quell’età non frequenta oggi alcuna scuola; nella maggior parte dei casi non la frequenta per il semplice motivo, che non la trova nella località di sua residenza. Le borse di studio proposte dall’on. Fanfani, non solo non risolvono il problema ed eludono il dovere dello Stato di fornire la scuola obbligatoria a tutti i ragazzi dagli 11 ai 14 anni, ma –come è stato osservato – creano una ingiusta ed odiosa discriminazione fra i ragazzi di campagna e i ragazzi di città. Agli 11 miliardi e 880 milioni annui, che la proposta di Fanfani riservava ai primi, fanno riscontro solo i 500 milioni annui riservati ai secondo dalle borse Martino (legge 9 agosto 1954 n.645), alle quali possono aspirare tanto gli alunni delle scuole statali quanto quelli delle scuole private.



    Le ragioni di questa curiosa parzialità per i figli dei campagnoli – per i quali invece il governo dovrebbe costruire comode scuole – appaiono subito chiare se si esamina la situazione dei collegi in Italia. Le statistiche pubblicate dal prof. Ghiozzi sono molto eloquenti:



    Dove volete che vada un ragazzo o una ragazza di 11 o di 14 anni che abbia vinto una borsa di studio? A casa sua è ben difficile che possa rimanere; andrà in collegio. I collegi statali maschili sono il 7 per cento del totale, e si direbbe che siano saturi di collegiali, se lo Stato sente il bisogno di mandare i propri borsisti nei collegi privati; i collegi statali femminili non arrivano all’1 per cento: non è difficile capire che ad andare nei collegi privati, in gran parte nei collegi tenuti da enti religiosi. Il progetto Fanfani mira certo a “coltivare i talenti”, cioè gli ingegni campagnoli, ma non dimentica di “coltivare i talenti” delle casse dello Stato a favore dei collegi privati, e coi talenti coltiva anche gli interessi elettorali della democrazia cristiana.

    Col collegio è scelta anche la scuola da frequentare, perché a quasi tutti i collegi è annessa la scuola legalmente riconosciuta, equiparata alla scuola statale anche ai fini del godimento della borsa. E cadiamo qui in un’aperta, in verità ormai usuale, violazione del quarto comma dell’articolo 33 della Costituzione che prevede un’apposita legge, ancora di là da venire, per le scuole paritarie. Equiparare alla scuola statale la scuola legalmente riconosciuta, generosa dispensatrice di diplomi e di voti, praticamente sottratta a tutti gli obblighi che la Costituzione impone alla futura scuola paritaria, non è soltanto una violazione costituzionale, ma un’ingiustizia e una mortificazione per gli alunni delle scuole statali, che meritamente si conquistano i loro voti col loro ingegno e col loro impegno.



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  3. #63
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (63)

    di Luigi Rodelli

    Attraverso un groviglio di assurdità, di riserve mentali, di contorsioni verbali, la proposta dell’on. Fanfani conferma infine il principio di politica scolastica costantemente seguito dal ministero dell’istruzione, anche con i ministri Martino e Rossi, di non istituire scuole statali nelle località dove esistono scuole legalmente riconosciute, cioè, in massima parte, scuole di enti religiosi.



    Da chi sarebbero assegnate le borse Fanfani? A chi sarebbe affidata l’erogazione dei miliardi dello Stato? – A commissioni provinciali nominate dal ministro della pubblica istruzione, naturalmente! Ma non necessariamente presiedute e composte da professori e funzionari dello Stato – non necessariamente! Dopo aver ingiustamente equiparato le scuole legalmente riconosciute alla scuola di Stato, dopo avere a questa tolto il passo a vantaggio di quelle, la proposta Fanfani riserva al governo il compito di umiliarla nuovamente scegliendo a preferenza i commissari fra gli incaricati (a questa categoria appartengono i catechisti) nelle scuole statali o fra gli insegnanti delle stesse scuole private, cioè fra un personale dipendente dai gestori delle scuole private, interessati alla assegnazione delle borse, o comunque estraneo all’amministrazione dello Stato!



    Non meno importante del divieto di sovvenzionamento statale è la definizione della posizione giuridica delle scuole cattoliche e “non statali” in genere. L’istituto della “parità”, previsto dalla Costituzione, non è stato ancora creato. I democristiani danno per acquisita la equivalenza dell’istituto del “riconoscimento legale” (legge 19 gennaio 1942) con quello della “parità” previsto dalla Costituzione; e intanto cercano di far passare attraverso la inesistente “parità” qualche cosa di più consistente: il finanziamento. Anche la espressione “trattamento scolastico equipollente” viene distorta a questo fine, nonostante che risulti ben chiaro dagli atti della Assemblea Costituente che quella espressione non allude affatto al trattamento economico, ma alla qualità dell’insegnamento economico, ma alla qualità dell’insegnamento ricevuto dagli alunni delle scuole che chiedono la “parità”, il quale non dev’essere inferiore a quello impartito nelle scuole statali.



    L’apporto che la scuola cattolica può dare, in casi fortunati, alla cultura non dipende dalla sua posizione legale, ma dalla posizione di conflitto in cui il cristianesimo si pone di fronte al “mondo”; e, quando, nell’età moderna, la scuola cattolica ha dato quell’apporto, lo ha dato in qualità di scuola puramente privata. Ponendosi sullo stesso terreno della scuola pubblica, la scuola cattolica si “mondanizza”, pur continuando ad avere il suo ubi consistam in un sopramondo, pel quale è indifferente o secondario ciò che è primario ed essenziale alla società civile. Questa, che si è data una impostazione autonoma dei suoi problemi, mira a trasmettere alle nuove generazioni il valore di quella autonomia e il senso di quell’impostazione. La scuola cattolica opera invece lo slittamento sul piano dell’eteronomia dei valori, della svalutazione delle istituzioni civili e dell’affidamento alla guida sacerdotale. Un’esperienza secolare, contro la quale ha reagito lo spirito del Risorgimento e dell’Italia moderna, non può essere facilmente dimenticata. Ecco il giudizio di un cattolico-liberale, il professor Raffaello Morghen:



    La scuola degli enti ecclesiastici è la diretta erede della scuola di tipo gesuitico della Controriforma, che, nei paesi cattolici, ha educato, per circa tre secoli, le giovani generazioni nel culto di un umanesimo coltivato prevalentemente a fini di pura istituzione retorica, e di una formazione morale dell’individuo basata essenzialmente sul rispetto formale dell’autorità, e sull’ossequio più profondo nei riguardi del trono e dell’altare.

    …anche la prassi devozionale alla quale sono costretti gli alunni delle scuole ecclesiastiche finisce per divenire essenzialmente una scuola di conformismo e non ha l’efficacia che tutte le forme di profonda religiosità possono conferire alla educazione dei giovani, in quanto in funzione di una catechesi dottrinale che non parla né alla mente né al cuore di essi:



    Attraverso lo spiraglio che ci offre una cartolina-circolare, inviata dal direttore spirituale di un collegio di Mondovì ai convittori, in vacanza prolungata per l’ “asiatica”, possiamo cogliere sul vivo i tratti di una precettistica che accoppia la passività dell’obbedienza formale alla più cinica spregiudicatezza:



    Carissimo, in questo mese, la data del 1 venerdì e del 1 sabato cadono rispettivamente il giorno dei Santi e dei Morti. Sarebbe troppo comodo se tu ti limitassi a fare personalmente la S.Comunione. Bisogna che tu persuada i tuoi genitori (che farai il piacere di ossequiare a mio nome nelle debite forme) a fare anch’essi la S.Comunione con te, in ricordo e unione con i nostri cari defunti, e, se è possibile, a iniziare così quella santa catena che attraverso la devozione dei primi venerdì del mese ci lega al Cuore di Gesù, fonte del perdono e della salvezza per tutti. Sono sicuro che saprai essere persuasivo specialmente se ti dimostrerai capace, in caso di inadempienza da parte loro, di non studiare più con quella diligenza che è la tua caratteristica.



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  4. #64
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (64)

    di Luigi Rodelli

    I clericali reclamano l’educazione religiosa in nome dei diritti della famiglia, ma sono pronti a sovvertire anche le basi della famiglia se questa non si presta al ricatto del clero.



    Elementi di inferiorità culturale – oltre a quelli inevitabilmente connessi all’indegno sfruttamento economico degli insegnanti esterni e al loro asservimento al rettore o alla suora superiora – derivano dai privilegi stessi di cui godono gli ecclesiastici. Per le suore destinate a diventare insegnanti nelle scuole medie l’Università cattolica di Milano ha creato una sezione a Castelnuovo Fogliani elusivamente per le suore. I professori universitari che vi si recano ad insegnare e a conferire lauree, debbono svolgere corsi appositamente preparati per le pure orecchie delle suore, evitando tutti quegli argomenti culturali che debbono essere considerati inadatti per le religiose. Segregate dal mondo del pensiero e dell’esperienza altrui e perciò ignare del significato e del valore della cultura, queste suore laureate insegnano la letteratura, la storia, la filosofia, la pedagogia negli istituti magistrali e nei licei tenuti da ordini religiosi femminili e preparano così le maestre e le professoresse delle future generazioni di cittadine e di cittadini italiani. Negli istituti tenuti da ordini religiosi laureati in teologia o in diritto canonico insegnano le lettere, la filosofia e la storia in virtù di una abilitazione (privilegiata) all’insegnamento di quelle discipline che ha valore soltanto – almeno per ora! – negli istituti dipendenti dalla autorità ecclesiastica (art.31 della legge 19 gennaio 1942). Si tratta di privilegi legali: ma privilegi e “parità” sono inconciliabili!



    Di fronte al concetto della “parità” si ripresenta il conflitto tra il principio laico e il principio clericale dell’insegnamento, tra la scuola statale e la scuola ecclesiastica. Conflitto superato? Secondo la relazione Franceschini “l’eterno di dibattito resta nei suoi termini anacronistici e in intelligenti”. – Attuale e intelligente sarebbe dunque “l’antica fame” dei clericali? Nel “fissare i diritti e gli obblighi” delle scuole non statali che chiedono la parità, il legislatore italiano, se vorrà che dalla “piena libertà” delle “scuole paritarie” risulti “ai loro alunni – come vuole la Costituzione – un trattamento equipollente a quello degli alunni delle scuole statali” non potrà non porre tra gli obblighi le garanzie di un equo trattamento economico degli insegnanti e della loro libertà d’insegnamento, sì che agli alunni sia data un’informazione piena ed esatta – libera restandone la interpretazione – dei fatti storici e delle opere letterarie e filosofiche, anche se condannate dalla Chiesa. Il termine di confronto posto dalla Costituzione è infatti la scuola statale. Occorrerà tuttavia una maggioranza parlamentare ben decisa e un governo senza debolezze verso i clericali per approvare e poi applicare una legge sulla “parità” atta ad estirpare privilegi ed abusi e instaurare un serio controllo delle scuole “paritarie”, lasciando a tutte le altre che non vogliano essere “parificate” la libertà di insegnare quel che vogliono, come vogliono, per opera di insegnanti cui eventualmente si neghi il diritto alla libertà d’insegnamento. Da un punto di vista religioso si può ben riconoscere che le scuole della Chiesa – fatte salve le norme del diritto comune e della morale pubblica – debbano avere la loro libertà; e in Italia l’hanno sempre avuta. Ma quando esse chiedono, come scuole cattoliche (anche se sotto il velo dell’espressione “non statali”) il riconoscimento legale e la “parità” con le scuole statali, cercano un mezzo di pressione ideologica – e ciò le rende meno degne della funzione educativa.



    Strettamente legato con l’indirizzo generale della politica ecclesiastica è il sistema di accertamento della qualità degli studi compiuti. Prima della riforma Gentile il giudizio sulla maturità degli alunni delle scuole statali era dato dagli stessi loro insegnanti. Per favorire le scuole cattoliche la riforma Gentile istituì l’esame di Stato, richiesto dai cattolici e già proposto dal Croce, il quale vi vedeva uno strumento di reciproco controllo tra gli insegnanti pubblici. Istituendo commissioni statali quanto per quelli delle scuole statali, la riforma Gentile ha però aperto la via al rilassamento del controllo dello Stato sulla scuola privata e alla trasformazione di questo esame in uno strumento per la conquista di privilegi da parte degli istituti confessionali. Richiamato dall’art.35 della Concordato, il principio dell’esame di Stato è stato accolto dall’art.33 della Costituzione. Come ha osservato il Borghi, l’attuale intangibilità del sistema degli esami costituisce un ostacolo al libero sviluppo dell’educazione e della scuola, essendo la concezione e la pratica dell’educazione strettamente connesse al sistema degli esami. Ogni sistema di controllo estrinseco conferisce infatti un carattere strumentale alla educazione; la stessa indagine critica sui fini e sui metodi d’insegnamento non può abbracciare tutto il ciclo se ne esclude il momento dell’esame o se ne limita lo studio a questioni di applicazione de principi, senza risalire ai principi medesimi.



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (65)

    di Luigi Rodelli

    Qualunque sia il giudizio che si voglia dare sull’esame di Stato dal punto di vista pedagogico e sociale, una legge intesa a darne una migliore disciplina dovrà garantire soprattutto la efficienza del sistema, eliminando gli abusi del potere esecutivo (favoritismi e discriminazioni nella scelta degli esaminatori, istruzioni ministeriali tendenti a stornare la vigilanza dei commissari da ciò che avviene nelle scuole private), ridare fiducia nella serietà e utilità delle prove e non offrire nuovi incentivi al ribasso degli studi e alla speculazione delle scuole private.



    I diritti della famiglia sono il leit motif della pubblicistica cattolica. Nei diritti della famiglia i cattolici cercano il punto d’appoggio di cui aveva bisogno Archimede per sollevare il mondo. Dice la Costituzione:



    La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio (articolo 29,1).



    Se questo riconoscimento scalfisse la poziorità della legge costituzionale e significasse prevalenza sull’ordinamento giuridico dello Stato di diritti anteriori al sorgere di questo medesimo ordinamento giuridico, i cattolici potrebbero tranquillamente sovvertire la Costituzione e tutto il sistema del diritto pubblico italiano. Ma i diritti della famiglia trovano i loro limiti invalicabili nell’interesse generale della collettività. In vista di questo interesse generale la Costituzione dice:



    E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti (art.30, 1-2)



    Gli articoli 29 e 30 vanno interpretati con l’art.3 che fissa il concetto kantiano dello Stato, ente che sorge a tutela dell’individuo al di sopra di ogni “distinzione di religione” e di condizioni personali e sociali, e con l’art. 33, che attribuisce alla Repubblica il compito di dettare le norme generali sull’istruzione e di istituire scuole statali di ogni ordine e grado. Nella società moderna la sfera della vita della famiglia tende ad accogliere ed assimilare quei fattori ambientali che provengono dal rapido trasformarsi delle condizioni generali della vita sociale. Il diritto-dovere dei genitori a mantenere, istruire ed educare i figli tende ad integrarsi sempre più col diritto-dovere della collettività ad assolvere nel modo migliore alla funzione vitale di immettere, con preparazione adeguata le nuove generazioni nel circolo del lavoro, dell’economia e del progresso sociale.



    Ma quando i principi generali e le conquiste del pensiero e della storia non garbano, si ricorre agli argomenti spiccioli e si chiede aiuto alla scienza dell’amministrazione. Si dà allora per dimostrato – come fa l’on.Resta – che i diritti della famiglia e le finalità etico-giuridiche dello Stato coincidano senz’altro con i “valori etici di cui la Chiesa è portatrice” e si scopre che la Costituzione non avrebbe fatto altro che adottare il principio della “coesistenza competitiva” delle scuole, per arrivare a sostenere che l’istituto della “parità” equivale alla “licenza per l’esercizio di vendita al pubblico”! Applicando con troppo candore il criterio dell’analogia, là dove la diversa natura dei campi non lo consente, l’on.Resta ha fabbricato il grimaldello di cui avevano bisogno i gesuiti per scassinare la Costituzione e sovvertire le basi della nostra tradizione scolastica, da essi tacciata di “totalitarismo”. Scrive il gesuita Giampietro:



    …il 1 gennaio 1948 è entrata in vigore la nuova Costituzione italiana; il che significa che fino al 31 dicembre 1947 lo Stato italiano aveva il monopolio sulla scuola e l’educazione; a stento la famiglia era riuscita a ottenere scarsissimi riconoscimenti dei suoi, pur sacrosanti diritti; più a stento ancora la Chiesa, con il Concordato, e le relative leggi di applicazione di esso, aveva ottenuto alcune eccezioni all’imperante totalitarismo, in difesa dei diritti della stragrande maggioranza dei cattolici italiani.



    Tutte le volte che nella Costituzione e nelle leggi si incontra l’espressione “diritto della famiglia”, i gesuiti leggono come se fosse scritto “diritto divino della famiglia” . Per la Chiesa infatti la famiglia è un istituto di diritto divino e perciò ricade sotto la giurisdizione della Chiesa: non importa se il legislatore civile non lo abbia detto né presupposto, non importa che le finalità etico-sociali dello Stato, di cui parla la Costituzione, non siano subordinate a quelle della Chiesa (né i principi fondamentali della Costituzione agli articoli del Concordato); un interprete cattolico deve interpretare così, con tutte le conseguenze che se ne possono trarre. Estendete questo principio di interpretazione teologica alle discipline giuridiche, storiche e morali e all’ermeneutica dei testi letterari e avrete subito un quadro della serietà scientifica e del valore educativo della scuola cattolica. Il papa ha detto recentemente ai giuristi cattolici che la fonte legislativa statale non basta a creare un vero diritto! Che cosa ne pensano i cattolici che, in qualità di giudici, fanno parte della Corte Costituzionale? Sono prima giudici e poi cattolici o prima cattolici e poi giudici?



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  6. #66
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    I preti in cattedra (66)

    di Luigi Rodelli

    Quando i gesuiti invocano l’applicazione della Costituzione, frutto della civiltà laica, la Costituzione corre pericolo mortale. I gesuiti infatti adoperano il linguaggio dei laici in senso chiesastico e il linguaggio chiesastico in senso laico. Udite:



    Ora questa situazione precedente è mutata giuridicamente in modo notevole dal primo gennaio 1948. Ma quanti hanno saputo quella mattina, alzandosi, che non erano più sudditi, ma cittadini?

    Questa posizione nuovissima nella storia d’Italia, lo fu anche nel campo della scuola; allora il lavoro fatto da tanti organismi (mediante la FIDAE, la ANSI, e altre associazioni), era di avere firme perché durante la Costituente si mettesse un comma, un articolo che riconoscesse il diritto e il dovere dei genitori di educare i loro figlioli.

    Soltanto l’ANSI raccolse un milione e duecentomila firme, senza mezzi, senza appoggi, col solo aiuto di Dio.

    E potemmo avere una Costituzione in cui sono cose molto notevoli che ricorderò brevissimamente. Cose grandi, che però i liberali, i funzionari del Ministero, tutti i tecnici della scuola, cercano ancora di ignorare.

    Vedete, è recente un articolo su “Scuola e l’uomo” contro un Ispettore Centrale del Ministero che ha detto: “Non possiamo stare a vedere la Costituzione! E’ un insieme di tante posizioni contraddittorie, volute da tanti partiti: noi dobbiamo fare la scuola!”. Ma ora questo gioco è finito.

    Proprio S.E. il Cardinale Siri rispondendo a una mia lettera diceva questa frase: “Approvo molto il fatto di ricorrere alla Corte Costituzionale appena sarà possibile” e allora finirà questo gioco e ogni possibilità di proseguirlo; così come un vento che porta via i fogli da un tavolo.

    Attualmente la scuola italiana è tutta retta anticostituzionalmente. E l’abbiamo potuto scrivere apertamente, sia direttamente all’on. Martino quando ci fu bisogno, due anni fa, sia attualmente nelle varie riviste.

    Ora dall’entrata in vigore della Costituzione sono passati dieci anni e molte cose sono maturate anche presso noi cattolici.

    Il gruppetto, che per la nostra inerzia ha governato e governato l’Italia dal punto di vista scolastico ora è molto inquieto e a ragione. Tra i cattolici vi è un vero risveglio. Come è noto nel settembre del 1955 a Trento fu messa all’ordine del giorno della mentalità dei cattolici la scuola…

    Quindi siamo in un momento bellissimo perché si combatte, e permettete di dire che Noi della Compagnia quando si combatte dobbiamo essere particolarmente lieti. La cosa triste è che si combatte prima di tutto per chiarire le idee tra di noi. Avete sentito le frasi forti del Cardinale:: “Padre Giampietro, bisogna superare questa situazione, bisogna agire decisamente per rimediare alla impreparazione dei cattolici italiani! Alla disorganizzazione, alla loro sopravvalutazione del nemico”.

    Questa è la più grande nostra disgrazia: la “sopravvalutazione del nemico”. Occorre stimolare all’unione le forze cattoliche nel settore dei problemi scolastici e per questo si è creato l’Istituto Cattolico per l’Educazione (Ice).



    Le forze cattoliche sono dunque mobilitate. La scuola è stata “messa all’ordine del giorno della mentalità dei cattolici”. I cattolici militanti vedono il “nemico” in chiunque non voglia saperne delle leggi del papa. I gesuiti pongono le premesse e preparano l’atmosfera della guerra civile. Come tutti i generali prima della battaglia, ammoniscono che il nemico non dev’essere “sopravvalutato”. Il “nemico” non sa che ha torto, poveretto: ha torto perché non ha titoli! I titoli contano! Questa volta, poi, si tratta di titoli di ordine soprannaturale! Quando si verrà alla resa dei conti, si dirà: “Fuori i titoli!” e si troverà che il nemico ha solo titoli di ordine naturale, l’infelice! La Chiesa ha invece i suoi bravi “diritti prevalenti” in materia di educazione. Nel messaggio del papa ai congressisti della 28° Settimana sociale, tenutasi a Trento nel settembre 1955, si legge:



    La Chiesa – che rigenera nella famiglia dello spirito gli uomini generati nella famiglia della carne – ha il diritto e il dovere di esplicare verso coloro che sono entrati nella sua società la divina missione di insegnare ad essi le supreme verità e le supreme leggi della vita morale e religiosa; e questo titolo essendo di ordine soprannaturale, è assolutamente superiore “a qualsiasi titolo di ordine naturale” (enc. Divini illius Magisteri).



    66) Segue.
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  7. #67
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (67)

    di Luigi Rodelli

    La famiglia della carne, oibò! Quanto più sereni sono gli educatori laici, i pagani e gli atei, Socrate, Seneca, Marc’Aurelio, Goethe, Leopardi, Cattaneo, Se Sanctis, Einstein! L’ossessione sessuale vizia nei preti ogni sano principio educativo; e si insinua anche nella famiglia, perché questa cada in balia del confessore. Il gesuita Giampietro cita il comma 3° dell’art.26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo votata dalle Nazioni Unite (1948) e l’art.2 del protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1952). Del primo testo trascura il comma 2°, importantissimo per capire il significato del successivo. Dicono dunque il due ultimi commi dell’art.26:



    2) L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite, per il mantenimento della pace.

    3) I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.



    La Convenzione europea dei diritti dell’uomo, all’art.2 del protocollo addizionale, dice:



    Nessuno, può vedersi rifiutare il diritto all’istruzione. Lo Stato nell’esercizio delle funzioni che assumerà nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, rispetterà il diritto dei genitori di assicurare questa educazione e questo insegnamento conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche.



    Allo spirito dei redattori di quest’ultimo articolo è stata presente l’esperienza dei regimi totalitari, in cui il fanciullo veniva requisito dietro ordine dello Stato e la libertà dei genitori era minacciata nello stesso focolare domestico. Lo Stato democratico, nel garantire il diritto all’istruzione, provvede anche a dare un’educazione intellettuale e morale rispettosa delle diverse convinzioni religiose e filosofiche. Ma se il diritto dei genitori venisse inteso come rifiuto al dialogo e al libero confronto delle opinioni, il senso dell’articolo risulterebbe rovesciato a favore di un altro genere di tirannia e il diritto dei genitori si convertirebbe in una sorta di segregazione intellettuale e morale dei giovani. La Francia ha rifiutato di ratificare la Convenzione nel timore che se ne desse questa ultima interpretazione. Ed è significativo il fatto che la Spagna, dove la Chiesa ha una posizione di dominio, non rivendichi i diritti di libertà dei genitori e non sia stata neppure invitata a firmare la Convenzione.



    Si tratta dunque di carte di libertà da intendere e da applicare in senso…liberale! Ma il gesuita nostrano legge i testi delle convenzioni internazionali, delle leggi e delle costituzioni attraverso la lente deformante dei discorsi papali e, tessendo la sua tela sull’ordino teologico, ragiona così: quando ognuno – ancora infante – riceve il battesimo ed entra nella società della Chiesa, il diritto di precedenza nella scelta dell’educazione dei figli passa dal genitore nella Chiesa, perché i diritti della Chiesa, essendo di ordine soprannaturale, sono “assolutamente superiori” a tutti gli altri, li battono e li sopravanzano.



    Con questi “diritti” (parola ignota al Vangelo) i sacerdoti trafugano bambini di famiglie ebree dopo averli debitamente battezzati, come è avvenuto nel caso Finaly. Con questi “titoli” entrano nelle famiglie attraverso il confessionale – o attraverso la televisione e la stampa cattolica – e dicono all’uno o all’altro genitore: voi siete i genitori della carne; la Chiesa, che è la famiglia dello spirito, reclama i suoi diritti soprannaturali e li farà valere quaggiù, sul piano naturale, per mezzo delle leggi (sovvenzioni statali, parifiche, privilegi alle scuole cattoliche, confessionalizzazione di quelle statali). Voi ci darete i vostri figli! Era scritto in quella parola dello scudo crociato che avete votato: libertas.



    67) Segue
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  8. #68
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    I preti in cattedra (70)

    di Luigi Rodelli

    MONOPOLIO E CORPORAZIONE



    A scuola non ci andavo perché mio

    padre aveva bisogno di me, con tutto che

    ero piccolo: facevo un poco d’erba per

    l’asina, prendevo fumere (letame), e poi

    la sera tornavo a casa. Era questa la vita.

    Matteo di Tappeto, in “Banditi a Partitico”

    Danilo Dolci



    Quando si passa dalle scuole a indirizzo – diciamo così – umanistico a quelle a indirizzo professionale, gli esempi esteri non valgono più. Vi sono organizzazioni scolastico-professionali estere (Stati Uniti, Svizzera, Belgio, Svezia, ecc.) che – come ammette l’on. Franceschini – hanno raggiunto in questi anni, grazie al sistema periferico-centrale del coordinamento e dell’unione dei mezzi, i risultati più soddisfacenti.



    Ma deve osservarsi – aggiunge l’on. Franceschini – che la soluzione del problema dell’educazione professionale e tecnica nel nostro Paese non consiste tanto nell’adottare sistemi e metodi d’altre Nazioni aventi esperienze, economie e strutture assai diverse, quanto nel trovare nella propria stessa ricchissima tradizione la “formula dell’incontro fra libertà e autorità, nell’opera convergente del cittadino e dello Stato”. I due termini non riducibili di una moderna democrazia.



    La proposta di legge Franceschini prevede la istituzione di un “consiglio nazionale per la istruzione tecnica e l’educazione professionale”, presieduto da un “alto commissariato autonomo” e composto da 27 p 28 rappresentanti di ministeri e altri enti pubblici, 23 rappresentanti dell’industria, 10 rappresentanti di associazioni riconosciute, nominati dal ministro, e 10 insegnanti, tecnici ed esperti, nominati dal ministro. L’incontro fra libertà e autorità è, anche questa volta, fissato d’autorità; e, dal momento che non vi è traccia di elezione dal basso (cioè di libertà), non si vede neppure di quale incontro si tratti e che cosa abbia a fare con esso la democrazia. Si capisce soltanto che la “ricchissima tradizione” di cui parla l’on. Franceschini non è altro che il gramo corportativismo fascista. Altro che libertà! Altro che democrazia! Gerarchia, gerarchia, gerarchia! Invece di predisporre uno strumento legislativo che unifichi tutti i mezzi finanziari destinati a qualunque fine di istruzione professionale attraverso un’unica amministrazione sottoposta a pubblico controllo (la provincia o il comune, in attesa dell’ente Regione cui la Costituzione espressamente affida tale compito), il progetto Franceschini attribuisce ad un organo corporativo la determinazione dei criteri generali e dei programmi d’istruzione, nonché la ratifica di tutti i provvedimenti che concernono le attività dei consorzi provinciali per l’istruzione tecnica; e mette un’intera fetta del ministero della pubblica istruzione (la direzione generale dell’istruzione tecnica) alle dipendenze dell’organo corporativo e dell’alto commissariato autonomo, a sua volta presieduto dal ministero della pubblica istruzione.



    Mentre nel campo delle scuole a indirizzo un animistico la libertà è tolta a pretesto dai democristiani per arrivare, attraverso il compromesso di concorrenza, al monopolio chiesastico cattolico della formazione della classe dirigente, nel campo delle scuole professionali e tecniche (ivi compresi gli istituti tecnici) la “ricchissima tradizione” – fascista – serve per consegnare, sotto l’etichetta della “libera collaborazione” gli interessi del lavoro e la formazione delle maestranze e dei tecnici nelle mani dei produttori, degli ordini religiosi e del clero



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  9. #69
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (71)

    di Luigi Rodelli

    Secondo l’onorevole Franceschini l’intervento statale creerebbe “sfiducia” e “contribuirebbe ad accrescere la congerie di iniziative disorganiche in un mondo non rassegnato al monopolio statale”. Ma l’on. Franceschini sottace che “la congerie di iniziative disorganiche” che costituisce per 9/10 l’attuale libera iniziativa, è formata da organizzazioni cattoliche e democristiane, sorte e prosperanti solo in quanto possono attingere a piene mani dalle casse dello Stato! L’on. Franceschini vorrebbe fare ancora un passo avanti su questa strada: non solo ricevere i finanziamenti statali che attualmente vengono concessi, ma disporre addirittura di tutti i mezzi e di tutti gli strumenti esistenti. La relazione propone infatti “una vera e propria cassa nazionale che sia amministrata da tutti indistintamente i contribuenti”, pubblici e privati – soprattutto privati, s’intende!



    I cosiddetti “piani organici” per la preparazione professionale predisposti dalla Confederazione generale dell’industria hanno rivelato che, ad esempio, nella provincia di Bergamo, l’80% dei giovani viene addestrato – diciamo così – nei “centri delle associazioni cattoliche (ACLI), “centri” che hanno sicuramente una guida, non propriamente tecnica, nei parroci e sono assai spesso sistemati negli oratori, mentre le attrezzature dovrebbero essere fornite dallo Stato!



    Caratteri negativi dal punto di vista sociale e didattico presentano, d’altra parte, anche i centri di preparazione professionale che le grandi industrie creano nel loro interno. La scuola aziendale è infatti un momento del processo produttivo e alle esigenze di questo processo subordina l’istruzione tecnica e la formazione della personalità del lavoratore. Anche quando, nelle migliori aziende, si raggiunge un efficiente impiego e un miglioramento delle condizioni dei singoli, vi corrisponde un restringimento della libertà dell’individuo e una sempre maggiore limitazione della libertà di tutti, perché più grande è divenuta la possibilità di compiere discriminazioni fra gli uomini.



    Il principio della pubblica iniziativa, essenziale per la prosperità di tutte le istituzioni scolastiche del paese, non lo è meno per l’istruzione professionale, la cui impostazione, programmazione ed attuazione è di estrema importanza per la lotta contro la disoccupazione. Ogni apporto che, nelle diverse situazioni locali, può venire dai privati, dovrebb’essere utilizzato sotto il pubblico controllo, nel quadro degli interessi generali del paese. In Italia, dove su 31.200.000 abitanti in età di lavoro 5.500.000 sono analfabeti, 7.500.000 semianalfabeti, 2 milioni circa disoccupati – e l’80% dei disoccupanti non possiede nemmeno completa istruzione elementare, mentre l’85% degli occupati, cioè 18.000.000 su 21.000.000, possiede solo istruzione elementare o nessuna istruzione e soltanto il 7,3% di essi ha frequentato una scuola media – il problema dell’istruzione professionale è di capitale importanza sociale. La mancanza di qualificazione professionale è la causa della miseria di così gran parte dei cittadini ed essa diviene un peso insopportabile sulle spalle di tutti, anche dei privilegiati. L’iniziativa pubblica deve dunque provvedere a) a creare le condizioni perché tutti i ragazzi dai sei ai quattordici anni vadano a scuola (scuola dell’obbligo); b) a creare, sulla base di un’istruzione obbligatoria e omogenea, una struttura scolastica professionale efficiente e capace di mettere in circolo ogni anno le unità lavorative necessarie all’impiego interno e atte al trasferimento all’estero, soprattutto ai paesi ai quali siamo legati da comunità di mercato.



    L’assistenza dev’essere tenuta nettamente distinta dall’istruzione professionale. Questa non dev’essere né opera di carità, né di addestramento ai fini immediati della produzione: non deve coprire sotto la maschera dell’assistenza, della protezione e dell’elevazione spirituale lo sfruttamento di bambini e di giovani – come avviene in molti istituti religiosi – non dev’essere strumento di propaganda di gruppi, di partiti e di chiese, non demagogica elargizione di sussidi. Se la proposta Franceschini divenisse legge non si avrebbe – com’è stato osservato – la creazione di un’organica struttura dell’istruzione professionale, non un autonomo sviluppo dell’istruzione, ma la sanzione legislativa e definitiva delle più assurde e dissennate iniziative, la delegazione del controllo della collettività su un’attività vitale.



    La più volte citata relazione Franceschini alla Camera sul bilancio preventivo 1957-58, cedendo forse alla suggestione dell’argomento in rapporto ai problemi del mercato comune europeo, s’incentra proprio sul “momento della formazione professionale” per cantare le lodi della scuola “libera”. Seguendo la traccia offerta dall’on. Franceschini, e facendo tesoro delle informazioni e dei dati ch’egli fornisce, si possono ripercorrere le linee della politica scolastica democristiana nei vari gradi della pubblica istruzione.



    71) Segue
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  10. #70
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (72)

    di Luigi Rodelli

    SCUOLE MATERNE

    Il numero dei bambini affidati a queste scuole è in continuo aumento. Ciò corrisponde ad un bisogno di assistenza che si fa sempre più acuto nella moderna organizzazione della vita della famiglia. Nel 1952-53 gli iscritti erano 1.012.000. Di essi solo il 25,1% frequentavano le scuole gestite da enti pubblici (Stato, province, comuni), mentre il 48,8% erano iscritti a scuole gestite da religiosi e il 26,1% a scuole gestite da privati. Nel 1956-57 quasi due milioni di bambini sono stati affidati a scuole materne e molti di più lo sarebbero stati se vi provvedesse adeguatamente l’iniziativa pubblica. Al funzionamento delle scuole magistrali governative sono destinati solo 62 milioni, mentre è destinato 1 miliardo e 231 milioni al finanziamento di scuole magistrali governative sono destinati solo 62 milioni, mentre è destinato 1 miliardo e 231 milioni al finanziamento di scuole magistrali dipendenti da enti morali. “Gli enti religiosi si prodigano”, dice la relazione Franceschini; e lamenta che manchi totalmente “una programmazione e un ordine delle sovvenzioni” in modo da “aiutare in maniera concreta tutte le sane iniziative di scuole materne”. Che cosa si deve intendere per “sane” iniziative?



    In tutti i paesi più civili si è giunti negli ultimi decenni a protrarre negli anni della giovinezza, oltre quelli dell’adolescenza, la preparazione professionale dei maestri della scuola materna ed elementare, perché – come avviene per tanti altri professionisti – il momento dell’educazione formatrice della personalità resti distinto e non confuso con quello dell’educazione professionale. In Italia, una formazione il più possibile completa di se medesimo non si ritiene, invece, necessaria per chi debba attendere al gravissimo compito di promuovere una adeguata formazione dei bambini! Questo, che è stato chiamato “lo scandalo” della nostra scuola, va idealmente collegato con la scarsa considerazione tra noi data all’educazione delle classi popolari e coll’arretrata opinione circa la importanza che hanno i primi anni di vita per l’intero esito della vita dell’individuo. Le insegnanti delle scuole materne vengono preparate nelle “scuole magistrali” della durata di tre anni, dopo il corso della scuola media inferiore. Queste scuole magistrali non hanno neppure la intera fisionomia e dignità di scuole medie superiori. La preparazione culturale, psico-pedagogica ed igienico-sanitaria che esse danno è del tutto inadeguata ai compiti dell’insegnante della scuola materna, cui occorre una preparazione non inferiore a quella riconosciuta necessaria per gl’insegnanti della scuola primaria – e sotto certi aspetti più specializzata.



    Su 35 scuole magistrali esistenti in Italia, 27 sono gestite dall’ “Associazione Educatrice Italiana”, legata alla chiesa cattolica, 5 soltanto sono statali. Vi domina l’indottrinamento confessionale. La religione è materia obbligatoria (anche in quelle statali), né vi si può ovviare con la dispensa, contrariamente al diritto (R.D.28-XI-1930, n.289, art.2). Un’evangelica o ebrea o libera religiosa o libera pensatrice non può in Italia né frequentare una “scuola magistrale”, né insegnare in una scuola materna. La libera formazione su basi psico-pedagogiche della personalità del bambino è interdetta dalla finalità stessa delle nostre scuole materne in cui “la formazione unitaria della personalità infantile” viene a coincidere – soprattutto in quelle tenute dalle monache – con la paura dell’inferno e con altre suggestioni dottrinarie psichicamente deformanti. Il governo ha quasi completamente abbandonato il campo all’iniziativa della Chiesa. Il libero intervento dell’università vi è ostacolato. Nella località in cui esiste un asilo tenuto da suore è ormai norma che comuni o province non istituiscano pubblici asili, mentre le suore ricevono l’autorizzazione ad aprirli ovunque, perfino in sostituzione di quelli comunali già esistenti.



    Per assicurare alla Chiesa e alla società – ha detto il papa – un avvenire più sereno nulla può esservi di più risoluto ed efficace che il chinarsi sui teneri germogli delle novelle generazioni fin dalla prima infanzia per indirizzarne lo sviluppo verso il vero e verso il buono.



    E poiché il papa ha aggiunto che bisogna “prevenire, anche nel significato di ‘giungere prima degli altri’, prima cioè dell’errore e della colpa”, la relazione Franceschini auspica provvedimenti intesi a sovvenzionare tutte le “sane” iniziative di scuole materne. Ignora, però le garanzie che lo Stato è chiamato a dare nel campo della libera formazione della personalità infantile, sia attraverso l’iniziativa pubblica sia attraverso il controllo di quella privata. istruzione.



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