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Discussione: I preti in cattedra

  1. #51
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (51)

    di Luigi Rodelli

    La polemica sul programma scolastico dei liberali e dei popolari si accese allora assai viva anche perché quel programma comprendeva una contrazione della spesa pubblica nel campo dell’istruzione secondaria, a favore dell’iniziativa privata (era la politica del “chiudere scuole anziché caserme” – come osservava Claudio Treves) e la corrispettiva istituzione dell’esame di Stato, cui sottoporre tanto gli alunni delle scuole pubbliche quanto quelli delle scuole private. Il partito socialista riuscì a dilazionare la attuazione del programma Croce, che sarà ripreso ed attuato poi, con altro spirito, dal Gentile nell’ambito della politica filovaticana del fascismo. Ma il principio era posto. Era un principio favorevole alla libertà e alla diffusione dell’istruzione e della cultura in Italia?



    Per rispondere a questa domanda bisogna esaminare il sistema legislativo nel quale si inserisce il principio della “libertà della scuola”. Nel modo in cui i socialisti discussero il programma Croce affiora una distinzione, suggerita dalla polemica antistatalistica dello stesso Marx, che coglie il nocciolo della questione. Accanto alla posizione di Rodolfo Mondolfo, ispirata al concetto dello Stato moderno, ente giuridico superiore alle parte e garanzia di libertà per tutti, v’era quella di coloro che, come il prof. Giuseppe Bonfantini, guardavano al di là dello Stato, alla “società umana che vive di libertà e non di coazione” e si dichiaravano contrari all’esame di Stato e, al contempo, favorevoli alla libertà della scuola. Accogliendo infatti il principio della libertà della scuola si sarebbe dovuto logicamente scartare quello dell’esame di Stato e abolire il valore legale del diploma scolastico. Si sarebbe avuta così la libera concorrenza dei diploma di una buona università o di una scuola specializzata in determinati studi – non importa se statale o privata – avrebbe pesato di più di quello di un’altra meno buona università nella pubblica stima e nell’attribuzione degli impieghi. Luigi Einaudi, facendo astrazione dalle condizioni storiche dei diversi paesi, senza disconoscerne il valore determinante, ha recentemente descritto questo tipo di ordinamento scolastico – definendolo, per comodità, anglosassone – come quello in cui meglio è rispettata la libertà. Questo volevano i cattolici in Italia? – No; neppure don Sturzo, il quale additava l’esempio americano. A questo mirava il programma Croce? – Evidentemente no.



    Il Croce introduceva nell’ordinamento italiano il principio della libertà legalizzata, o del “compromesso di concorrenza” – come fu definito dal gruppo parlamentare socialista. Era quel che volevano i cattolici: la libertà senza i rischi della libertà. I cattolici volevano, cioè, penetrare nel sistema legale esistente per avvantaggiarsene ai propri fini . Contrariamente alle loro dichiarazioni, essi non si battevano per il principio della libertà della scuola – tanto per quello della “libertà nella scuola”, cioè per la libertà del processo educativo – ma per la protezione legale della propria scuola, al dine di immettere nella società civile, senza il rischio della concorrenza, nutrite squadre di diplomati strettamente legati all’autorità ecclesiastica. Aspettarono a creare un istituto di studi superiori – ciò che potevano fare liberamente come privati – fino a quando non furono abbastanza sicuri di poter avere il riconoscimento legale dei titoli che quell’istituto avrebbe rilasciato: in principio si sarebbero accontentati anche di una semplice “equipollenza per determinati fini”. Scriveva infatti Filippo Meda:



    è chiaro che soltanto dopo un periodo di attività, sufficiente a dimostrare il metodo e i risultati della scuola, potranno i pubblici poteri giudicare del valore da attribuirsi, per gli effetti amministrativi, ai titoli corrispondenti, sia ammettendoli a parità con quelli degli Istituti analoghi, sia attribuendo loro una equipollenza per determinati fini.



    Frattanto l’idealismo gentiliano si allevava col fascismo e la riforma Gentile dava giuoco alla Chiesa.



    Tutte le concessioni – scrive il Bernini – che il fascismo fece via via alla scuola privata, cioè alla scuola cattolica, nacquero dalla persuasione, sottintesa e radicata nel fascismo, che la Scuola fascista e la Scuola cattolica avessero in comune la volontà del monopolio della dottrina, per cui la Scuola deve dare una fede ben precisa, dominando le menti e gli spiriti; e che nel campo pratico e politico la fede potesse essere strumento dell’ideologia fascista.



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  2. #52
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    I preti in cattedra (52)

    di Luigi Rodelli

    Non a torto il Gemelli ha sempre tributato larghe lodi al Gentile per quella riforma che permetteva “una libera e onesta concorrenza” – com’egli scrisse nel necrologio che dedicò al filosofo che aveva messo la sua filosofia a servizio del manganello e poi tutto il peso del suo nome e della sua parola a favore della barbarie nazi-fascista, e che perciò dagli antifascisti era stato ucciso. In base alla legge Gentile del 20 settembre 1923 sulla riforma universitaria, l’Università cattolica del Sacro Cuore ottenne, il 2 ottobre 1924, dopo tre anni dalla fondazione, il riconoscimento giuridico come università libera, avente diritti e doveri pari alle università statali. Il liberale Alessandro Casati, allora ministro della Pubblica Istruzione con Mussolini, aveva accompagnato il parere favorevole del Consiglio superiore della pubblica istruzione con queste parole:



    Questo caso tanto raro di cospicua iniziativa interamente privata nel campo dell’istruzione superiore, il fervore mobilissimo da cui i suoi propugnatori sono in molte regioni d’Italia animati, l’entusiasmo che muove numerosissime persone della piccola borghesia e delle classi operaie e campagnole a dare periodicamente il loro obolo al nuovo istituto, sono parsi al Consiglio indizi di un movimento disinteressato e ideale, la cui esistenza fra gli umili torna ad onore del nostro Paese.



    Per rendersi conto del favore che il governo fascista accordava alla Università cattolica del Sacro Cuore basti ricordare quel che ha scritto lo stesso Gemelli. Ancora nel 1919 i membri del comitato promotore – ad eccezione dello stesso Gemelli e della signorina Barelli – non erano convinti della possibilità di iniziare una università cattolica.



    Quando alla seduta fu proposto il nome, vi fu una sollevazione contraria. Vi fu chi disse che tale denominazione poteva andar bene per un asilo infantile, non per una università…La battaglia fu vinta esclusivamente per il coraggio e la fede della signorina Barelli.



    Se poi si va a vedere quali fossero i criteri culturali del Gemelli e il programma dell’università, bisogna convenire con l’Olgiati che “il programma dell’Università Cattolica non è mai stato un ‘problema’”. Col suo articolo “Medioevalismo” che cosa aveva fatto il Gemelli se non una grossolana parodia del metodo, universalmente seguito, della libera ricerca? Per il Gemelli la discordanza delle dottrine e la diversità dei punti di vista era…lo scandalo dell’università moderna. Che cosa vi contrapponeva? La concezione medioevale dell’università, quando “un’idea sola dominava…E per i professori le varie cattedre e le lezioni aspiravano ad essere una cattedra sola, una sola lezione, un solo maestro, un solo pensiero”. Non importa domandarsi se questa visione delle università medioevali sia storicamente esatta: importa sapere che questa era la volontà del Gemelli.



    D’altra parte, lo stesso statuto dell’Università cattolica del Sacro Cuore rivela chiaramente che le finalità pratiche (apostolato professionale) hanno una netta preminenza rispetto alle finalità disinteressate degli studi.



    L’Università Cattolica del Sacro Cuore ha lo scopo di contribuire allo sviluppo degli studi e di preparare i giovani alle ricerche scientifiche, agli uffici pubblici e alle professioni libere con una istruzione superiore adeguata e una educazione morale informata ai principi del cattolicesimo (art.1)”.



    In un ordinamento scolastico di tipo anglosassone – nel senso che a questa espressione ha dato Luigi Einaudi – cioè in un regime scolastico di libera concorrenza non vi sarebbe nulla da eccepire. Ogni scuola farebbe il suo giuoco a suo rischio e nessuno potrebbe scandalizzarsi del fatto che la nomina dei professori e degli assistenti di un’università cattolica sia subordinata al “nulla osta” della S.Sede, o che gli studenti siano guidati da assistenti ecclesiastici e siano tenuti a determinati esercizi e pratiche religiose. Ma coloro che, come il Lanzillo e il Prezzolini, salutarono con piacere il sorgere di una università cattolica in Italia e ne presero le difese sulla stampa italiana sperando che l’esperimento cattolico eccitasse la concorrenza culturale delle altre scuole, trascurarono di osservare che quella concorrenza può essere effettiva e vitale solo nei paesi in cui le università private siano totalmente private, non esista il valore legale del diploma scolastico, e vi sia la netta separazione dello Stato dalla Chiesa, come negli Stati Uniti d’America.



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  3. #53
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (53)

    di Luigi Rodelli

    Nei paesi in cui il valore del diploma scolastico è garantito dallo Stato non ha alcun senso parlare di libera concorrenza o di università “libere”, perché il riconoscimento giuridico cui aspirano le scuole private copre qualsiasi merce: lo Stato che ha assunto su di sé di garantire i diplomi, deve esercitare direttamente la funzione esaminatrice, né può delegarla ad altri enti o persone senza infirmare tutto il sistema.



    Mentre in un ordinamento di tipo anglosassone, quale ha potuto affermarsi in paesi a religione mista, il difetto di libertà che si riscontri all’interno delle scuole private, e in particolare in quelle a carattere confessionale, può essere corretto dalla reciproca concorrenza di tutte le scuole, sia dello Stato, sia private, sia di altra confessione religiosa; in un ordinamento di tipo latino, quale per ragioni storiche si è avuto in Italia, dove la Chiesa cattolica occupa quasi tutto il campo dell’iniziativa privata e aspira a riavere il monopolio che aveva nel medioevo o il predominio che ebbe sotto l’assolutismo degli antichi Stati prerisorgimentali, la libertà di insegnamento non può essere garantita che dallo Stato, il quale dà l’insegnamento pubblico con le garanzie necessarie all’intrinseca libertà del processo educativo e formativo ed esamina gli alunni che abbiano fatto i loro studi in istituti privati. Il compromesso di concorrenza, proposto dal Croce, prima, e attuato dal Gentile, poi, snatura i due diversi sistemi, non garantisce la libertà, ma permette che ci si serva della bandiera della libertà per coprire qualsiasi dogmatismo. Può avvenire così che, in luogo della concorrenza nel meglio, si abbia la concorrenza nel peggio e la moneta cattiva scacci la moneta buona.



    Vogliono i cattolici la libertà della scuola nei fatti, ossia la libera iniziativa scolastica senza sussidi dello Stato, senza controlli dello Stato, senza diplomi dello Stato? – Comincino col creare per tutte le scuole, cattoliche e non cattoliche, la parità delle condizioni di partenza. A tal fine il primo atto da compiere è l’abolizione del Concordato e di tutte le sovvenzioni, privilegi ed esenzioni fiscali di cui godono attualmente gli enti ecclesiastici.



    L’Università cattolica del Sacro Cuore deve invece la sua fortuna ad un ente illiberale, cioè al fascismo. Il ventennio dalla fondazione fu commemorato nel 1941 dal Gemelli con queste parole:



    Sarebbe ingiusto se, anche leggendo un discorso in una chiesa, durante una cerimonia religiosa, io dimenticassi l’azione politica del Fascismo a favore dell’Università. Il riconoscimento giuridico venne dato al nostro Ateneo dal Fascismo ben presto, ossia nel 1924. Con questo atto venne conferita alla nostra Università una condizione di perfetta parità con gli altri atenei. Il vantaggio proveniente dall’essere l’Università un ente parastatale che, sotto il controllo vigile e assiduo dello Stato, conferisce i gradi accademici, è perciò un merito non piccolo del Fascismo; è stato un atto di saggia azione politica compiuto nella direzione della politica ecclesiastica seguita dal Duce e culminata nel Concordato. Senza questo riconoscimento, la vita della nostra Università sarebbe la vita angusta e priva di influenza di alcuni atenei cattolici di altri paesi; non entrerebbe in vivo contatto con la vita nazionale. Basta questo a dimostrare che cosa rappresenti il riconoscimento dello Stato. E di questo riconoscimento dobbiamo essere grati al Fascismo ed ad esso dobbiamo corrispondere educando i giovani studenti nostri ad essere tra i primi nel servire con fedeltà l’Italia.



    Durante tutto il ventennio fascista il rettore francescano dell’Università cattolica fu uno dei più ferventi esaltatori del “duce” e del “regime”. Il disprezzo per i principi fondamentali della civiltà moderna, l’antidemocrazia, lo spirito gerarchico e corporativo, trovarono piena rispondenza nel cattolicesimo del frate.



    Nel mondo politico, il trionfo in Italia del Fascismo e in Germania dell’Hitlerismo – dichiarava – nonché il progressivo affermarsi di consimili movimenti in altre nazioni, e frutto soprattutto di un riconoscimento deciso e vigoroso dei doveri sociali di fronte all’atomistico trionfo dell’individuo.



    Il principio autoritario dell’ “unità nell’educazione”, cattolicamente professato dal Gemelli, giuocava un brutto tiro allo stesso Gemelli, il quale sotto il titolo “L’Unità nell’educazione” scriveva:



    …dobbiamo formare l’italiano nuovo, l’Italiano nel tempo di Mussolini, quei “ragazzi di Mussolini” come sono stati chiamati, capaci di deporre il libro per impugnare il moschetto e servire la Patria da soldati, e che, tornati dall’Africa o dalla Spagna, riprendono gli studi per mostrare che lo stesso ideale si serve con uguale sacrificio tanto nelle biblioteche e nei laboratori quanto nelle trincee.



    Assai più grave di un’accettazione del regime fascista come regime politico, è quest’uso che l’Università cattolica ha fatto della vagheggiata “libertà” proprio nel campo dell’educazione, del quale i cattolici mostrano di essere tanto gelosi.



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  4. #54
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (54)

    di Luigi Rodelli

    Che cos’è oggi l’Università cattolica? Assolve al compito della disinteressata ricerca scientifica e, muovendo dalle posizioni cattoliche, dà al progresso degli studi un contributo positivo? – Nei suoi primi anni di vita l’Università cattolica attirava a sé con più alti stipendi i professori delle università statali per poter vantarsi di quale nome illustre e attrarre così gli studenti. Ora ha messo sulla cattedra uomini suoi, formatisi nella stessa università scegliendoli tra i più devoti alla gerarchia ecclesiastica. In ogni disciplina essi s’industriano di far trionfare le vedute e gli insegnamenti della Chiesa. Chi è entrato da studente nell’Università cattolica deve infatti aver accettato una determinata soluzione di tutti i problemi che possono affacciarsi alla sua mente:



    Tu devi conoscere – dice il rettore, frate Agostino Gemelli allo studente – chi è l’Uomo, chi è Dio, quali i loro rapporti, che significato ha la vita dell’uomo sulla terra e via dicendo. S. Tommaso ti guiderà a rispondere a questi quesiti con sufficiente chiarezza, e tu, conoscendo queste risposte, sarai in possesso di un sistema completo, unitario, organico, che potrai sempre accrescere con nuove nozioni. Altra cosa è se tu studi filosofia; allora sarà necessario che tu ti affidi ai tuoi maestri (principio di autorità), e necessario pure che tu abbia a studiare i pensatori moderni, le dottrine di coloro che hanno la responsabilità degli errori sui quali poggia il mondo moderno (finalismo apostolico). Ma se la filosofia non è il tuo oggetto di studio, puoi, sereno, procedere quando avrai conquistato il patrimonio delle conoscenze che la religione e la Scolastica ti hanno offerto (“state contenti umana gente al quia).



    Lo studente, infine, non potrà laurearsi se non avrà firmato la “professione di fede” e se non avrà firmato il “giuramento antimodernista”. Con la “professione di fede” lo studente condanna “tutti gli errori e le eresie condannate, rigettate e anatomizzate dalla Chiesa”; e giura solennemente di conservare e professare la genuina fede cattolica e di far sì che “sia conservata e insegnata e predicata dai suoi sudditi (sic!) e da quelli che gli saranno affidati nel suo ufficio”. Con “giuramento antimodernista” condanna tutti gli errori che derivano dal sostituire alla verità della Chiesa “il ritrovato filosofico oppure la creazione della mente umana via via forgiata dagli sforzi degli uomini e suscettibile di perfezionamento successivo senza limiti”; e fa solenne promessa di non allontanarsi mai dalle verità “dichiarate dall’infallibile magistero della Chiesa” sia nell’insegnamento, sia con parola o con scritti. L’obbligo del giuramento è stato introdotto nel 1949. La libertà di coscienza è totalmente denegata. Questa delegazione oltrepassa i limiti della libertà individuale e, per le implicazioni che essa comporta nella attività professionale del singolo, acquista una spiccata rilevanza sociale. Leggiamo tuttavia:



    L’obiettivo di dare allo studio delle varie discipline una unità di impostazione derivante dalla concezione cristiana dell’universo, che è fondamento dell’Università Cattolica, viene raggiunto senza ledere minimamente la libertà di coscienza degli studenti, i quali si iscrivono all’Ateneo con atto libero e spontaneo, perfettamente consci degli impegni che si assumono, dei doveri che tale iscrizione comporta e dell’indirizzo di studio che verrà loro impartito.



    La libertà di coscienza è certamente anche libertà di rinunciarvi spontaneamente, ma è soprattutto libertà di affermarla in qualsiasi momento per sé e per gli altri; è un diritto pubblico soggettivo. Questa libertà lo Stato garantisce in tutte le università perché è un principio fondamentale del diritto pubblico. Non ha l’Università cattolica del S.Cuore doveri pari alle università statali? Perché dunque il governo italiano non reclama il rispetto di questa “parità” come condizione per il godimento del riconoscimento legale? Se l’Università cattolica vuol essere “libera” di non essere libera, essa ha certamente questo diritto; ma allora la sua veste dev’essere quella di un’istituzione privata.



    L’Università cattolica del Sacro Cuore consta oggi di cinque facoltà in Milano, appartenenti al ramo delle scienze morali. A queste si aggiungono l’Apostolico Istituto del S.Cuore in Castelnuovo Fogliari (per suore) e la Facoltà di Agraria, istituita in Piacenza nel 1951. L’Università è affiancata in Milano da un pensionato femminile (Marianum) e da uno maschile (Augustinianum), in Piacenza dal Collegio di S.Isidoro. Vi è poi l’associazione degli ex allievi “Ludovico Necchi” (Ludovicianum), che pubblica un periodico, e l’associazione degli “Amici” con relativa rivista mensile. Nel 1954-55, l’Università cattolica disponeva di 90 posti gratuiti e di opere assistenziali (borse di studio, dispense dalle tasse scolastiche, contributi ai collegi, alla mensa, ecc.), per un totale di 80.880.200 lire. Il numero degli studenti, all’inizio dell’anno accademico 1957-58, supera le diecimila unità. Scuole e corsi speciali allargano il raggio d’azione dell’Università nelle diverse direzioni della vita sociale.



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  5. #55
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (55)

    di Luigi Rodelli

    I corsi serali della facoltà di economia e commercio sono un mezzo, offerto agli impiegati, per migliorare la loro posizione, facendosi, nel contempo, zelatori del cattolicesimo. “L’università – ha detto il relatore Gemelli – deve essere intesa come uno strumento per la formazione cristiana dell’uomo e per la sua preparazione alla vita”. Le finalità pratiche – la formazione dei dirigenti cattolici della vita italiana – la propaganda e la pressione confessionale sono sempre in primo piano. Esse ricevono l’appoggio del governo.



    La facoltà di agraria di Piacenza ha a sua disposizione la grande e moderna tenuta “la Colombina”, fornita di stazioni sperimentali, della quale è affittuaria la “federazione dei consorzi agrari”, organismo pubblico, che, col denaro pubblico, paga le spese per conto della Università cattolica del S.Cuore. Essa vive e prospera, dunque, col denaro del contribuente italiano.



    L’Università cattolica è, nel suo complesso, una fabbrica di laureati da collocare nei posti-chiave dell’amministrazione dello Stato, nelle funzioni della magistratura e della scuola, nelle libere professioni. E’ inoltre una incubatrice di professori cattolici da insediare nelle università statali, perché compiano anche in quelle “l’operazione” della Chiesa, allevandovi discepoli fedeli.



    Se infatti nei primi anni l’Università cattolica faceva da pompa aspirante dei professori delle altre università, oggi fa da pompa premente. In quest’azione trova un aiuto nella cabala universitaria. Fra i molti mali di cui soffre l’università italiana – i più gravi e vistosi dei quali sono legati alla spaventosa povertà di mezzi in cui il governo la lascia languire – la cabala universitaria occupa un posto a sé. E’ uno dei mali meno appariscenti e più sottili. Il fenomeno non è di oggi, anche se oggi si è aggravato di molto. Accanto ai veri maestri che considerano l’insegnamento e la ricerca scientifica come la loro stessa vita ed ascoltano senza dar segni di impazienza i problemi di ogni studente che bussa alla loro porta, vi sono professori che considerano la cattedra universitaria come la più beata ed inviolabile sinecura, come l’impiego di Stato meno controllato e meno controllabile che si possa immaginare, virtualmente – specie in alcuni campi – il più lucroso ed ancora, nonostante tutto, il più venerato da parte dei profani. Per una cattedra si svolge spesso una lotta senza esclusione di colpi, solo tenuta in freno dai rigori del codice. La fase finale di questa lotta – il concorso – raramente offre delle sorprese, perché tutte le armi e tutti i mercanteggiamenti sono stati precedentemente usati.



    Vince chi ha saputo accaparrarsi l’appoggio del personaggio più potente o ha profittato del giuoco del do ut des. Il fenomeno si ripete nelle “chiamate” dalle sedi minori alle sedi maggiori. Nello scatenarsi degli appetiti e nell’invenzione delle cabale si crea una particolare mentalità universitaria che può definirsi col motto “tutto sia personale, nulla sia funzionale”. L’ammonimento di Condorcet suona ancora opportuno:



    Bisogna che né i maestri di una divisione del territorio né quelli di un solo istituto formino un’associazione; bisogna che essi non possano né governare alcunché in comune, né influire sulla nomina ai posti che si rendono vacanti in mezzo a loro. Ognuno deve esistere a parte ed è il solo modo di mantenere tra loro un’emulazione che non degeneri né in ambizione né in intrigo; di preservare l’insegnamento da uno spirito di routine; infine di impedire che l’istruzione che è istituita per gli allievi sia regolata secondo ciò che conviene agli interessi dei maestri.



    I preti tessono le loro fila, entrano nel giuoco delle influenze e cercano di infilare in ogni terna di vincitori di concorso almeno uno dei loro. Così l’università può essere fagocitata a poco a poco, senza far molto rumore.



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (56)

    di Luigi Rodelli

    IL TITOLO SOPRANNATURALE



    A voler immaginare l’ordinamento costituzionale

    come un organismo vivo, si direbbe che il sistema

    scolastico equivalga al sistema ematopoietico:

    il sangue vitale che rigenera ogni giorno la democrazia

    parte dalla scuola, seminarium reipublicae.

    Piero Calamandrei



    Uno dei più grossi equivoci del cattolicesimo è quello racchiuso nella espressione “libertà di insegnamento”. I papi non ne parlano che per condannarla; la condanna il “Sillabo”. Leone XIII nell’enciclica Libertas la definisce “al tutto contraria alla ragione e nata tutta a pervertire totalmente le intelligenze”. I partiti cattolici mettono sul loro vessillo la rivendicazione della “libertà d’insegnamento”. Si deve credere ai papi o ai partiti cattolici?



    Per rispondere a questa domanda bisogna fare una piccola inchiesta sul significato delle parole. L’enciclica di Leone XIII, che comincia con la parola libertà, libertas, contiene la condanna in linea di principio, in “tesi”, della libertà d’insegnamento, ne ammette l’esistenza solo in via provvisoria, in “ipotesi”, e ad essa contrappone il diritto che ha la Chiesa alla “libertà sua”. Se qualcuno osservasse che questo modo di concepire la libertà è quello dei prepotenti e dei tiranni avrebbe subito torto: i teologi gli ricorderebbero che per libertà la Chiesa intende la libertà dal peccato, l’emancipazione dall’errore in virtù dell’accoglimento della parola divina. Siamo dunque di fronte a un significato teologico della parola libertà. Esso permette la seguente argomentazione: libertà è verità, verità è Dio, Dio è il suo vicario, il vicario di Dio è il papa, la libertà è il papa. E’ un esempio di quel che in retorica si chiama un sorte o falso sillogismo.



    Nel linguaggio politico dei partiti cattolici il significato della parola “libertà” è invece quello del vocabolario. Però lo spirito con cui la parola viene usata dai cattolici nell’espressione “libertà d’insegnamento” è diverso da quello che sta a fondamento di un regime di libertà: rimanda a un principio eteronomo. Se si fa astrazione da particolari stati d’animo, quel principio eteronomo si riduce alla chiassosa proposizione di Veuillot: “ti chiedo la libertà in nome dei tuoi principi per poi negartela in nome dei miei”.



    La rivista cattolico-liberale francese “Esprit” ha cercato di analizzare criticamente gli stati d’animo legati alla tradizione. Le origini vanno cercato nella cosiddetta “epopea del 1831”.



    Il 9 maggio 1831 i signori De Coux, Lacordaire, e Montalembert, aprivano una scuola cattolica senza l’autorizzazione dell’Università a Parigi, in via delle Belle Arti 5.

    In presenza di un notevole numero di spettatori e di una dozzina di fanciulli – scrive padre Lecanuet – Lacordaire prese la parola:

    “Noi siamo riuniti, disse, per prendere possesso della prima libertà del mondo, di quella che è madre di tutte le altre, senza la quale non esiste né libertà domestica, né libertà di coscienza, né libertà di opinione; ma, presto o tardi, la schiavitù, l’asservimento di tutte le anime al pensiero di un sol uomo”.

    La polizia non comparve quella mattina; ma il giorno dopo un commissario e tre agenti:

    “In nome della legge, disse, dichiaro chiusa la scuola e avverto i fanciulli che non vi si presentino pù fino alla decisione della giustizia”.

    Allora, senza neppure rispondere al commissario sbalordito, Lacordaire disse ai fanciulli di inginocchiarsi, recitò il Sub tuum e aggiunse:

    “Fanciulli miei, voi siete qui per ordine dei vostri genitori: noi li sostituiremo, noi siamo i vostri padri e le vostre madri: voi siete nelle nostre braccia come nelle loro: nessun potere oltre quello della giustizia può separarci. Voi sarete qui domani alle 8”.

    Questa pagina della storia della Chiesa, che è anche una pagina della storia delle libertà civiche sotto la monarchia di Luglio, resta viva nella tradizione cattolica.



    La pretesa di Napoleone di servirsi della religione come instrumentum regni per crearsi dei sudditi fedeli, “ne troppo bigotti, né troppo increduli” (il fenomeno si ripeterà goffamente con Mussolini), aveva messo la Chiesa in condizione di vantaggio di fronte a quei principi dell’89 che la Chiesa detesta, deride ed avversa. Il compromesso napoleonico aveva dato alla Chiesa la forza di combattere lo Stato con una indipendenza che essa non aveva avuto nei conflitti con i principi assoluti del ‘700, quando la religione era a fondamento dell’antico assetto sociale, rafforzato dall’alleanza fra trono e altare. Lacordaire alleava invece, romanticamente, il cristianesimo con i principi dell’89, la religione con la libertà e la democrazia. La Chiesa non lo seguirà per questa strada; ma il suo gesto, le sue filippiche contro il monopolio dello Stato resteranno nella tradizione cattolica come una leva del sentimento, come un appello alle forze di riscossa cattolica contro lo Stato in quanto Stato, perché nato dai principi dell’89. Come si vide in Francia sotto Luigi Filippo (legge Guizot del 1833) e poi in regime di repubblica e di democrazia (legge Falloux del 1850), l’espressione “libertà d’insegnamento” diviene per i capi cattolici un cavallo di Troia per espugnare dall’interno lo Stato democratico e liberale.



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (57)

    di Luigi Rodelli

    Già nelle parole di Lacordaire c’era un equivoco sottile. La libertà di insegnamento è innalzata a “prima libertà del mondo, madre di tutte le altre”. Contiene questa affermazione una verità storica? – Le libertà civili, politiche e religiose sono nate l’una dall’altra – o prima l’una poi le altre – a seconda dei climi, delle diverse inclinazioni degli uomini e delle circostanze storiche. In alcuni paesi protestanti è nata prima la libertà di coscienza, poi le altre libertà civili e politiche – queste da quella. Nei paesi cattolici la libertà delle diverse confessioni religiose è nata per ultima e non ha ancora un’esistenza sicura e tranquilla, e scarsa è la tutela della libertà di coscienza del cittadino. Le libertà si avvantaggiano reciprocamente del loro fiorire e tutte son minacciate se una è insidiata e violata. Nel sistema delle libertà, anche la libertà di insegnamento giova a tutte le altre libertà e a se medesima; slegata dalle altre libertà – dalla libertà di coscienza, di pensiero, di opinione, d’informazione e di stampa – e concepita come prerogativa di un solo ente, sia esso la Chiesa o il partito o l’uomo che è al governo della cosa pubblica, si converte in monopolio e si annulla.



    I partiti cattolici, nei paesi in cui non hanno ancora conquistato il potere assoluto, predicano la “libertà d’insegnamento” per venire al compromesso di concorrenza e assicurare così la prevalenza della Chiesa. Tra il loro linguaggio e quello del papa c’è questa differenza: il papa, quando parla di libertà d’insegnamento – e la condanna – intende la libertà di insegnare secondo scienza e coscienza, coincida o no la scienza e la coscienza col cosiddetto magistero della Chiesa; i partiti cattolici, quando parlano di libertà d’insegnamento – e ne fanno un cardine della loro politica – intendono la libertà di organizzare scuole nelle quali si insegni solo in conformità al magistero della Chiesa, e vogliono che queste scuole, in cui non entra il soffio della libertà, siano legalmente riconosciute e sovvenzionate dallo Stato. Perché i partiti cattolici si servono della libertà come mezzo per poi negarla come fine? Perché non dicono chiaro e tondo ciò che il papa dice chiaro e tondo, cioè che la libertà di insegnamento non ci dev’essere?



    Chi si lamentasse di questa ambiguità e pretendesse inchiodare i cattolici sulle loro posizioni dogmatiche e illiberali dimostrerebbe di non aver capito nulla del cattolicesimo e di gran parte del cristianesimo come fenomeno storico. L’ambiguità è una conseguenza della mondanizzazione e della storicizzazione dell’annuncio mistico – e quindi estrastorico – dell’avvento imminente del “regno di Dio. Nel cristianesimo storico “il regno di Dio” a somiglianza dei regni del mondo, si tramuta in ordinamento giuridico. Confuso ed elastico è rimasto però nel pensiero cristiano, a cominciare da S.Agostino, il confine tra “città celeste” e “città terrena”, la chiesa invisibile ha inizio dalla chiesa visibile. Nei rapporti tra Chiesa e Stato il cattolico è tendenzialmente portato a vedere riprodotta la contrapposizione tra “regno dei cieli” e “mondo” e a risolverla a vantaggio del regno dei cieli, della Chiesa visibile, della sua organizzazione terrena e della casta sacerdotale che la dirige. Libertà, diritto, giustizia sono parole che possono avere sempre un doppio significato per un uomo politico cattolico e devoto alla gerarchia ecclesiastica, a seconda che egli le intenda in senso giuridico o in senso teologico: le stesse leggi che egli, come legislatore, concorre a creare perdono ai suoi occhi ogni valore quando incorrano nella disapprovazione della gerarchia ecclesiastica.



    Questo aspetto del cattolicesimo è assai più attuale e pericoloso di quello schiettamente autoritario e assolutistico alla De Maistre, anche perché più aderente all’intima contraddizione, insita nello stesso cristianesimo storico, tra la fuga del mondo e la vita del mondo, tra il regno dei cieli e la morale e la legge del mondo. In questa piega interiore declina e vacilla l’autonomia di tutti i valori umani, libertà, giustizia, diritto. L’uomo si umilia nell’ineffabile e si smarrisce nella charitas, considera “eroismo” la rinuncia alle proprie idee, accetta la guida di un pastore d’anime, del sacerdote, e ad esso rimette le decisioni più gravi. A partire da questo momento l’illecito può diventare lecito, la legge civile può cedere il passo alla legge canonica, il diritto umano al cosiddetto diritto divino, la libertà può coincidere con l’obbedienza e l’obbedienza può essere sentita come la “vera libertà”.



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  8. #58
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (58)

    di Luigi Rodelli

    Nell’educazione dei giovani questa ambivalenza del sentimento, questa instabilità della psiche, questa “doppia cittadinanza”, questa confusione di idee è più deleteria dello stesso insegnamento catechistico. L’indottrinamento autoritario può suscitare nei giovani migliori una reazione o una ripulsa, che apra la via all’indagine critica e al libero atteggiarsi del sentimento religioso; ma l’ambiguità diviene una seconda natura. L’educazione data in nome di una libertà-non libertà è un’educazione inefficiente per la vita democratica del Paese.



    La democrazia viene snaturata, a sua volta, con una formula meno chiassosa di quella di Veuillot e certamente più insidiosa: “la democrazia è la volontà della maggioranza”. Vediamo. Se la maggioranza volesse togliere alle minoranze il pieno godimento dei diritti civili e politici, la volontà della maggioranza sarebbe dunque democrazia? Evidentemente no. Se la maggioranza si credesse in possesso della verità, la verità della maggioranza sarebbe la democrazia? Evidentemente no. Senza il pieno riconoscimento delle libertà civili, politiche e religiose delle minoranze non può dirsi democrazia. La democrazia consiste nella possibilità costante di verificare e di discutere qualsiasi verità; racchiude una volontà morale che è capace di accogliere in se tutti gli ideali di progresso e di libertà. Per meglio chiarire questo punto prendiamo in esame il seguente passo sulla “libertà della scuola”, tratto da una rivista didattica:



    Altro che libertà indiscriminata, signori! Se un docente sente di non poter, almeno nel campo del pubblico insegnamento, accantonare le proprie ideologie apertamente contrastanti con le finalità che la Scuola, in quel “dato momento” deve raggiungere in armonia cogli indirizzi generali vigenti nello Stato democratico, non ha altra via che quella dignitosa di cambiar professione. Lo Stato in questo campo ha non solo il diritto ma il preciso dovere di controllo e di sindacato fino a giungere, nei casi di assoluta incompatibilità, alla dispensa dal servizio del docente recalcitrante. Perché sono i cittadini che danno i soldi allo Stato e che pagano, in definitiva, anche il docente. La minoranza che volesse l’educazione dei figli diversamente “indirizzata” può sempre farlo, ma in via privata e non servendosi degli organi e dei mezzi pubblici che, in democrazia, debbono seguire il volere della maggioranza.



    Dunque un professore dovrebbe cambiar mestiere se cambia la maggioranza! Come se un professore giurasse fedeltà alla maggioranza, non allo Stato democratico e alle sue istituzioni, le quali contemplano la costante possibilità di alternativa nell’ambito della legge costituzionale! Il sofisma dell’argomentazione è nell’identificazione antidemocratica di Stato e di Governo. Le finalità della scuola in uno Stato democratico sono le finalità stesse della democrazia e della libertà e non devono essere piegate agli “indirizzi generali vigenti”, cioè alla volontà del governo in carica. Non sempre “gli indirizzi generali vigenti coincidono con le finalità universali dell’educazione e dell’insegnamento, la volontà politica con la volontà morale. In Italia se n’è avuto un esempio col fascismo. Né oggi mancano esempi di clerico-fascismo offerti dallo stesso ministero della pubblica istruzione. La scuola pubblica non è neppure – non deve essere – espressione di interessi di classe. Essa ha per fine di rendere possibile la comprensione e la collaborazione tra tutti i cittadini.



    La scuola pubblica – scrive Lamberto Borghi – è la scuola di tutti, scuola di libere e aperte comunicazioni: non la scuola che trasmette certezze, ma quella che educa al comune discorso e alla ricerca collaborante, all’intesa e all’orchestrazione dei diversi, la scuola che fa leva sul bisogno sociale dell’uomo e sul potere dell’intelligenza creativa.



    Una scuola che escludesse dal suo segno gli insegnanti che non condividono le idee – vere o presunte – della maggioranza e sentono i problemi della cultura in modo diverso da come li pone la Chiesa o il partito dominante non sarebbe più una scuola “pubblica”: sarebbe una scuola “privata” della maggioranza. La scuola pubblica è tale (publicus, in latino, da populus) in quanto è scuola di tutto il popolo, res populi, senza discriminazioni di sorta. Quando, come ammonisce Tacito, la res publica diviene res privata del princeps – o, aggiungiamo noi (ma la sostanza non cambia), di un qualsiasi maggioranza – finita è la repubblica e la democrazia.



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  9. #59
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (59)

    di Luigi Rodelli

    In un trattamento intitolato “La libertà della scuola”, scritto da un sacerdote e pubblicato dalla casa editrice dell’Università cattolica del S.Cuore, si legge:



    Quanto al diritto del maestro di non poter essere obbligato dallo Stato, in forza del principio della libertà di coscienza, ad insegnare e a praticare una religione qualsiasi, che egli forse ritiene falsa, è facile rispondere che il maestro è libero di non essere maestro, di non accettare l’insegnamento o di dimettersi ogni volta che la sua coscienza non gli consente di tenere l’ufficio di educatore pubblico. Chi non si sente di fare il maestro, favvia altra cosa. Nessuno obbliga l’ateo, l’incredulo, il libero pensatore, ecc. ad arruolarsi per l’insegnamento pubblico.



    Queste parole hanno il merito di essere chiare e non v’è dubbio che rispecchino fedelmente il pensiero della Chiesa. I gruppi cattolico-liberali che ne dissentano sono tenuti in sospetto dalla Chiesa e, all’occorrenza, condannati. Lo sforzo compiuto dalla rivista francese “Esprit” con le sue “Propositions de paix scolaire” è uno dei contributi più intelligenti ed aperti dati dai cattolici di sinistra alla soluzione del problema della scuola in un paese latino. Ecco le proposte relative alla libertà dei maestri:



    Si tratta di conciliare il rispetto della libertà dei fanciulli, vale a dire la laicità stessa, con il dovere del maestro di esprimersi pienamente nel suo insegnamento e di trasmettere una cultura viva. Tra queste due esigenze può esservi forse un’antinomia sul piano teorico. In pratica la vita della scuola pubblica ha mostrato che le difficoltà non sono così grandi. L’insegnamento non mette in gioco le scelte ultime se non nella misura in cui ci si eleva nei suoi diversi gradi. Contemporaneamente però anche il fanciullo cresce, la sua personalità si sviluppa ed egli ha delle reazioni. Tutti saranno d’accordo nel riconoscere che la laicità non può avere e non ha le stesse esigenze nella scuola primaria e in una Facoltà. Il maestro, soprattutto nei gradi inferiori, non corre il rischio di abusare della sua libertà se non quando abbandona il terreno del suo insegnamento per delle considerazioni che ad esso sono estrinseche e che si addicono alla predica o al comizio più che all’opera formativa della scuola. Le istituzioni universitarie devono essere competenti per punire questi abusi della libertà.



    La garanzia della funzione educativa della scuola non sta nell’inquisizione delle idee, ma nella libertà di coscienza degli insegnanti, e nella piena espressione della loro personalità. Allo Stato spetta il compito di esercitare un pubblico controllo sull’efficienza dell’insegnamento, non già di imporre ad esso una direzione. Nessuna maggioranza può decidere che i battezzati debbano essere educati al cattolicesimo o al protestantesimo, così come nessuna maggioranza può decidere che tutti i cittadini debbano essere educati all’ateismo. Se un patto fosse stipulato ad uno di questi fini sarebbe un patto delittuoso, un pactum sceleris. Lo Stato che vi soggiacesse non sarebbe più uno Stato democratico, ma una tirannide di quella maggioranza che avesse preteso di stampare in fronte ad ogni cittadino un marchio – per esempio, quello della religione in cui è nato.



    Di ritorno da un viaggio in Olanda, Luigi Gedda, presidente dell’Azione Cattolica, ha diramato a vari giornali un articolo intonato sul motivo delle dighe:



    I cattolici olandesi costruiscono con pari tenacia la loro diga spirituale con la scuola, conquistandosi il passo in modo lento ma sicuro, grazie alla serietà e alla considerazione in cui sono tenute le scuole parrocchiali cattoliche. Lo Stato dal canto suo offre un grande esempio di civiltà coprendo quasi completamente le spese delle istituzioni che si propongono l’istruzione dei giovani dalle scuole elementari fino all’università.



    Gli esempi che la stampa cattolica suole portare a sostegno della tesi secondo la quale lo Stato italiano dovrebbe sovvenzionare le scuole private sono tolti da paesi protestanti come la Olanda, dove i cattolici sono in minoranza e la democrazia è fiorita sul tronco delle controversie religiose. In quei paesi la pluralità delle confessioni religiose, lo spirito di tolleranza e il rispetto di tutte le opinioni in materia di religione sono elementi formativi della coscienza democratica del paese. In Olanda lo Stato, oltre a mantenere le sue scuole, rimborsa le spese alle scuole protestanti e alle scuole cattoliche, perché tutte sono sorte sul comune terreno del dialogo e dell’autocontrollo. Tuttavia anche in Olanda i cattolici costruirebbero – stando alle parole del Gedda – “dighe spirituali” contro i non cattolici!



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  10. #60
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (60)

    di Luigi Rodelli

    La relazione Franceschini alla Camera muove all’attacco contro la concezione, dominante in Italia, che l’istruzione sia funzione precipua dello Stato e addita l’esempio della Svizzera e degli Stati Uniti, dove “la struttura della scuola, di ogni ordine e grado è bensì sorvegliata, incitata, aiutata dallo Stato, ma gravita saldamente sulle basi democratiche dei “Comitati locali per l’educazione” e lamenta:



    Altrove si dice con orgoglio: “nostri sono i denari, nostri sono i figli, nostra è la scuola”. Da noi invece, tacitamente si ammette che lo Stato, poiché è beneficiario di tutte le imposte, debba gestire per ciò stesso anche tutta la scuola.



    L’on. Franceschini e il prof. Gedda ignorano o fingono di ignorare la storia. Ignorano o fingono di ignorare che l’Olanda, la Svizzera e gli Stati Uniti d’America devono la loro tradizione democratica all’educazione protestante e alla libertà religiosa. Se avessero un minimo di serietà e di pudore non tirerebbero in ballo i paesi protestanti, ma guarderebbero nello specchio della cattolica Spagna; ammetterebbero onestamente che nei paesi cattolici la democrazia non è nata col concorso della gerarchia ecclesiastica; riconoscerebbero che la democrazia è dalla Chiesa cattolica osteggiata perché la democrazia è incompatibile con l’accentramento monarchico e autoritario che la Chiesa stessa si è dato. Nei paesi cattolici il terreno comune per l’educazione dei giovani alla libertà e alla democrazia è costituito dalla scuola statale, aperta alla collaborazione e alla comprensione di diversi apporti culturali, che arricchiscono la comune cultura e umanità “attraverso l’incontro e lo scambio quotidiano degli affetti e dei pensieri”. Nei paesi cattolici il pluralismo culturale di cui parlano i cattolici fiorisce nella scuola di Stato; perciò solo ad essa deve andare il denaro dei contribuenti, libere restando tutte le altre scuole di valersi di mezzi e di iniziative private.



    Dove c’è il pluralismo religioso i partiti cattolici si servono della libertà e delle sovvenzioni statali alle scuole cattoliche per “conquistarsi il passo”; dove il passo, la gamba e il corpo intero l’hanno già, sbandierano il pluralismo per farsi sovvenzionare il cattolicesimo solista; tentano quindi di scalzare la cultura – che è libera pluralità di voci – anche dalla scuola di Stato, unico vivaio della democrazia. “Arrivare al monopolio attraverso la libertà: questa è ovunque la formula che riassume la tattica clericale”.



    Un progetto di sovvenzionamento statale, annunciato dal ministro Paolo Rossi nell’aprile 1957, fu ritirato in seguito alla vivace reazione della stampa delle più diverse correnti non conformiste. Sotto l’apparenza di attuare la Costituzione, il progetto di sovvenzionamento la violava sfacciatamente attraverso una falsa e insidiosa interpretazione dell’espressione “senza oneri per lo Stato”. L’art.33 della Costituzione dice:



    L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

    La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

    Enti e privati hanno diritto di istruire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato.

    La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali.

    E’ prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

    Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.



    L’espressione “senza oneri per lo Stato” (emendamento Corbino) fu approvata dall’Assemblea Costituente nonostante l’opposizione dei democristiani. Il pensiero dei costituenti – scrive il redattore ufficiale dei resoconti parlamentari – fu perennemente fisso alle scuole e ai collegi cattolici”. Dietro la questione finanziaria si nascondeva infatti una scelta di capitale importanza per l’avvenire del paese: doveva lasciare aperta la via al ritorno di quel predominio ecclesiastico che il Risorgimento aveva rovesciato dopo secoli di conformismo, o l’educazione doveva restare in Italia funzione precipuamente pubblica, compito eminente dello Stato democratico, si da permettere il libero, vario e spontaneo riabbracciarsi delle esperienze del passato con le aspirazioni dell’avvenire? La Repubblica democratica avrebbe dovuto spendere il denaro pubblico, di cui tanto abbisognano le scuole dello Stato, per consolidare le fortune economiche delle scuole dei preti e delle monache e far diventare l’Italia un immenso seminario vescovile? La battaglia parlamentare – aggiunge il suddetto redattore – giunse “fino all’ostruzionismo massiccio organizzato” e “fece ricordare quello della Camera dei deputati nel 1899 contro i decreti Pelloux limitativi della libertà di stampa”. I democristiani lo perdettero. Non vi fu dubbio sulla sconfitta, neppure tra loro: le scuole cattoliche non avrebbero avuto il sovvenzionamento dello Stato.



    Ora i democristiani hanno cercato di rimescolare le carte per tentare di risalire la china della loro sconfitta. All’Assemblea Costituente l’on.Gronchi, per combattere l’emendamento Corbino, aveva detto:



    Voglio vedere come e da chi si ritiene ragionevole, per prevenzione contro queste ombre immaginarie di scuole confessionali che vanno mendicando i mezzi della loro sussistenza allo Stato, sostenere che risponda a fini sociali di generale interesse precludere allo Stato di adempiere alla sua funzione integratrice verso istituti ed enti che si propongono, per esempio, l’istruzione professionale.



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