Allo stato attuale del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla propria natura. Ciò si vuole esprimere dicendo che le caste non esistono più, poiché la casta, intesa nel suo senso vero e tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con l'insieme delle attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni uomo all'adempimento di una data funzione e non di un'altra.
Quando l'accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato. La funzione che egli avrà
nella società sarà determinata, se non dal caso, giacché in realtà il caso non esiste, da qualcosa che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di ogni specie. L'ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini.
La causa di siffatto disordine è la denegazione di una tale differenza, denegazione che implica quella di una gerarchia sociale. E una tale negazione, che forse a tutta prima può essere stata appena cosciente e più pratica che teorica,perché la confusione delle caste ha preceduto la loro completa soppressione, o , in altre parole, perché si è disconosciuta la natura dei singoli prima di finire col non tenere conto di essa – una tale negazione, diciamo, è stata
costituita dai moderni in uno pseudo-principio sotto il nome di "eguaglianza". Ora, sarebbe troppo facile mostrare che l'eguaglianza non può esistere in nessun caso, per la semplice ragione che è impossibile che due esseri siano realmente distinti eppure simili sotto ogni riguardo. Non meno facile sarebbe mettere in rilievo tutte le conseguenze assurde che derivano da questa idea chimerica, in nome della quale si è preteso di imporre dappertutto un completo uniformismo, ad esempio impartendo a tutti un identico insegnamento, come se tutti fossero egualmente capaci di capire le stesse cose e come se, per farle comprendere, gli stessi metodi fossero adatti per tutti indistintamente. Naturalmente, quando noi ci troviamo di fronte ad una idea, come quella dell'"eguaglianza", o del "progresso", o di fronte ad altri dogmi laici che quasi tutti i nostri contemporanei hanno accettato ciecamente e la maggior parte dei quali han cominciato già a formularsi nettamente durante il XVIII secolo, non ci è possibile ammettere che tali idee siano nate spontaneamente. Si tratta, in fondo, di autentiche suggestioni, nel senso più stretto della parola, che peraltro poterono produrre un effetto solo in un ambiente già preparato a riceverle. Se queste suggestioni venissero meno, la mentalità generale sarebbe assai vicina a cambiar d'orientamento: per questo esse vengono così accuratamente favorite da tutti coloro che hanno un qualche interesse, e tale è anche la ragione per cui in tempi, nei quali si pretende di tutto sottoporre alla discussione, queste suggestioni sono le sole cose che non si debbono mai discutere. Del resto è difficile determinare esattamente il grado di sincerità di coloro che si fanno i propagandisti di tali idee, e sapere in che misura certe persone finiscono con l'essere prese dalle loro stesse menzogne e col
suggestionarsi all'atto di voler suggestionare gli altri. Spesso in una propaganda del genere gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi portano una convinzione che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che è facilmente contagiosa. Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre che vi sia stata un’azione assai più cosciente, una direzione assai più cosciente, una direzione che può venire soltanto da uomini sapienti perfettamente il
fatto loro in ordine alle idee fatte circolare in tal guisa. L'argomento più decisivo contro la "democrazia" si riduce a poche parole: il superiore non può promanare dall'inferiore, perché il più non può trarsi dal meno. E' fin troppo evidente che il popolo non può conferire un potere che esso non possiede. Il vero potere può solo venire dall'alto, ed è per questo che esso può divenire legittimo solo attraverso la sanzione di qualcosa di superiore all'ordine sociale, cioè di una autorità spirituale: altrimenti è solo una contraffazione di potere, uno stato di fatto ingiustificato perché
mancante di un principio, e tale da dar luogo solo a disordine e confusione. Definita come l'autogoverno del popolo, la democrazia è una vera impossibilità, qualcosa che non può nemmeno esistere come un fatto bruto, né nell'epoca nostra, né in un'altra qualsiasi. Non bisogna farsi giocare dalle parole: è contraddittorio ammettere che stessi uomini possano essere ad un tempo governati e governanti. La relazione suppone necessariamente la presenza di due termini: non possono esservi dei governanti se non vi sono anche dei governanti, siano pur essi illegittimi e non aventi altro diritto al potere oltre quello che essi stessi si sono hanno arrogato. Ma la grande abilità dei dirigenti democratici del mondo moderno sta nel far credere al popolo che esso si governi da sé. E il popolo si lascia persuadere volentieri, tanto più che così esso si sente adulato, mentre è incapace di riflettere quanto occorre per accorgersi di una simile impossibilità. Per creare questa illusione, si è inventato il "suffragio universale": è l'opinione della maggioranza come presunto principio della legge. Ciò di cui non ci si accorge, è che l'opinione pubblica è qualcosa che si può facilmente dirigere e modificare. L'errore più visibile è proprio il parere della maggioranza, che non può che essere espressione dell'incompetenza, la quale poi risulta dalla mancanza d'intelletto o dall'ignoranza pura e semplice. Qui si potrebbero fare intervenire alcune osservazioni in fatto di "psicologia collettiva" ricordando soprattutto il fatto ben noto: in una folla l'insieme delle reazioni mentali producentisi negli individui che ne fanno parte forma una risultante che non corrisponde nemmeno al livello medio, bensì a quello degli elementi
più bassi. D'altra parte, vi sarebbe anche da rilevare che certi filosofi moderni hanno voluto trasportare nell'ordine intellettuale la teoria "democratica" che fa prevalere il parere della maggioranza, facendo di quel che essi chiamano il "consenso universale" un preteso "criterio di verità". Anche supponendo che vi siano effettivamente cose su cui tutti gli uomini siano d'accordo, questo accordo, in sé stesso, non proverebbe proprio nulla. Inoltre anche se questa umanità esistesse – cosa dubbia già per il fatto che vi saranno sempre uomini che non hanno opinioni di sorta circa una data questione e che tale questione non se la sono mai posta – sarebbe impossibile verificarla praticamente, per cui quel che si invoca in favore di una opinione come segno della sua verità si riduce ad essere soltanto l'assenso del maggior numero, riferentesi, per di più, ad un ambiente necessariamente limitato nello spazio e nel tempo. In questo dominio appare in modo ancora più chiaro che tale teoria è priva di base, perché qui è più facile isolarla dall'influenza del sentimento, che invece ha quasi inevitabilmente una parte non appena si entri nel campo politico. Proprio questa
influenza è uno dei principali ostacoli per la comprensione di certe cose, perfino in coloro la cui capacità intellettuale sarebbe già più che sufficiente per pervenire senza fatica a tale comprensione. Gli impulsi emotivi inibiscono la riflessione e una delle abilità più volgari della politica demagogica moderna è quella che consiste nel trarre partito da tale incompatibilità. Che cosa è propriamente cotesta legge del maggior numero invocata dai governi moderni più o meno democratici come unica loro giustificazione? E' semplicemente la legge della materia e della forza bruta, la legge stessa in virtù della quale una massa trasportata dal proprio peso schiaccia tutto quello che incontra sulla sua via. Proprio qui si ha il punto d'interferenza fra la concezione "democratica" e il "materialismo" e ciò che fa sì che
quella concezione sia intimamente legata alla mentalità attuale. E' il completo capovolgimento dell'ordine normale, giacché è la proclamazione della supremazia della molteplicità come tale, supremazia che effettivamente esiste soltanto nel mondo materiale. Invece nel mondo spirituale, e ancor più semplicemente nell'ordine universale, l'unità sta al sommo della gerarchia, essendo il principio donde procede ogni molteplicità; ma quando il principio viene negato o viene perduto di vista, non resta più che la molteplicità pura, identificantesi alla stessa materia.
Tratto da "La crisi del mondo moderno"




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