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Risultati da 21 a 30 di 39

Discussione: Occhio a Rutelli

  1. #21
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    Per come la vedo io che Rutelli fondi un partito di quel tipo è impossibile.
    Nel Congresso del PD si stanno confrontando due visioni del PD e del mondo differenti, ma ideologicamente, "on the issues", non ci sono differenze sostanziali e forse nemmeno marginali. Io non penso che Rutelli se ne voglia andare dal PD, è il partito che ha costruito e che probabilmente da tempo vede come sua casa naturale, certamente prima della sua fondazione.
    Nel caso lo facesse andrebbe nell'UdC ma spero davvero di no.
    In ogni caso la Cosa Rutelli-Veltroni (e Franceschini evidentemente) è fantapolitica.
    E, fermo restando che è fantapolitica, e fermo restando che se nascesse davvero io ci sarei, non sarebbe una Margherita bis, i popolari, anche quelli che stanno con Franceschini (e Franceschini stesso) hanno rotto il legame con Rutelli, in quanto è diventato un legame inutile.
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



  2. #22
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    Citazione Originariamente Scritto da Tipo Destro Visualizza Messaggio
    non credo che Prodi volesse i PD a guida bersaniana,che poi significa dalemiana...è il primo deluso secondo me.
    Non è così. Purtroppo Prodi anche se non lo dice apertamente è dato da tutti come sostenitore di Bersani.
    Io sto con Franceschini ma, anche se non mi fa comodo dirlo, in verità se vincesse Bersani non ci sarebbe la svolta "socialdemocratica" paventata in modo semplicistico. Il punto principale della campagna di Bersani è il richiamo alla tradizione dell'Ulivo...
    La contrapposizione è più tra l'anima più "sognatrice" e post-ideologica che guarda ai Kennedy, a Obama, a pensatori come David Maria Turoldo, Maritain, Giddens e chi è attaccato alle vecchie tradizioni, viste come solide e di buona amministrazione, Prodi ma anche Visco, Bassolino, Iervolino.
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



  3. #23
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    Torti e ragioni di Rutelli più anima e ciccia del perché lo odiano

    di Stefano Menichini

    Il Foglio.it - [ Edizione online ]

    romadomani Blog Archive Torti e ragioni di Rutelli più anima e ciccia del perché lo odiano, di Stefano Menichini

    Al direttore - “Francesco ha torto, però ha anche ragione”, dicono. Fossi Bersani, comincerei a preoccuparmi. Proprio adesso, a un passo dal risultato. Perché da Bindi a Marini, da Letta a Fioroni, ex popolari di tutte le correnti e di tutte le mozioni pensano di avere in mano la chiave per entrare nel futuro Pd. E di riprendere lì il gioco del condizionamento del segretario. Per paradosso e per astuzia (non solo della storia), la chiave l’hanno trovata nel libro di Francesco Rutelli. Di cui non avranno apprezzato neanche una delle cose che sono piaciute a Christian Rocca - la linea liberal, l’emancipazione dalla coppia dc-pci, l’eco degli anni radicali - ma di cui hanno subito colto il punto fondamentale: lo scivolamento a sinistra dell’eventuale Pd di Bersani esigerà un pronto riequilibrio. E se Rutelli medita se andare a fare questo lavoro fuori dalla casa comune, loro saranno invece lì, dentro casa, pronti dal 26 ottobre a discutere sulla distribuzione delle stanze. La frase chiave era ieri nell’intervista di Franco Marini all’Unità: “Un’area che prende il 40 per cento non deve aver paura, sennò vuol dire che non ha il senso della convivenza in un partito, e della forza che dà il 40 per cento”. Più chiaro di così. Il che ci riporta a Francesco Rutelli, sulle cui prospettive il Foglio mi chiede gentilmente un’opinione: davvero non accetterà come gli altri di stare dentro a quel 40 per cento, nel partito di cui è cofondatore, sicuramente risparmiato da improbabili purghe socialdemocratiche (cosa che non diremmo con la stessa sicurezza di Veltroni e veltroniani)? Difficile. Molto più no che sì. E non solo per motivi politici, altrimenti faremmo torto a quelli così simili a lui che non hanno dubbi sul restare: Gentiloni, Realacci, Giachetti… Ma per motivi esistenziali, quindi più forti. C’è quel fenomeno di cui scrive Rocca: “L’odio belluino di certi elettori e sostenitori del centrosinistra” nei confronti di Rutelli. “Certi elettori”? Dai Rocca, non siamo timidi. Diciamo pure la stragrande maggioranza. Togliamo il belluino, togliamo l’odio, e ammettiamo che Rutelli sta sulle scatole a un discreto 90 per cento del popolo delle feste (”Vieni alla Festa dell’Unità del 2010?” è di questi tempi la molestia telefonica preferita del simpatico Ugo Sposetti, l’uomo delle casse diessine). Quest’estate Rutelli di feste ne ha fatte poche, forse solo Genova. Ma era citato in tutte le altre, e non mancava mai l’urlo dalla platea: “Se ne vada”. Del resto lo si sa dalla sera della sconfitta per il Campidoglio: voti di sinistra, Rutelli, non ne avrà più.

    Perché, che cosa ha fatto di male? Innanzitutto, ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita ha scommesso (per convinzione) su un’opzione che era maggioritaria nel paese ma totalmente minoritaria nel Pd, allora in gestazione, e a sinistra. Aver avuto ragione ha solo peggiorato le cose per lui: l’anticlericalismo di sinistra non sopporta le sconfitte, le eleva a ingiustizia cosmica, deve individuare un colpevole, un traditore, una quinta colonna. Rutelli è diventato la quinta colonna, e da quel momento si è avvitato in una spirale davvero minoritaria, ben oltre il necessario. Non che i cattolici ex Margherita l’abbiano aiutato: la sinistra dc non gli ha mai perdonato di aver invaso un terreno - le relazioni con gerarchie e associazionismo - che doveva rimanere monopolio; i teodem gli sono sfuggiti di mano, e del resto bisognava saperlo che nel Pd si sentono in missione solo per conto di Dio.

    Chi ha dato un’occhiata a “La svolta” avrà notato che di tutta quell’epopea rimane ben poco a parte una rivendicazione di fede personale: i conti col minoritarismo sono stati fatti. Ma non c’è solo la biopolitica, che fa balenare separazioni. Né solo la subalternità europea alla socialdemocrazia, un cedimento che Rutelli in realtà addebita tutto a Franceschini. L’abbiamo letto proprio sul Foglio giorni fa: Bersani - scriveva un commentatore dalemiano - dovrebbe restituire l’onore a quelli di Unipol. Ecco. Dopo l’anima, la ciccia. Perché c’è del vero quando si dice che il Pd è nato nell’estate dei furbetti del quartierino, sull’umiliazione delle ambizioni bancarie delle coop. E’ stata una lotta fra poteri in gran parte extra-politica, ma stracciare il disegno finanziario dei diessini era precondizione per poterci scendere a patti. Coi comunisti vai d’accordo se prima gli hai menato: evocava più Craxi che Moro, ma questa è stata la via rutelliana alla fusione. Umiliazione mai perdonata, mai dimenticata. E non solo da D’Alema e Bersani. Le coop sono un popolo, sono le feste, sono un mondo. Anche per questo la scelta di Fassino per Franceschini è suonata blasfema (ma Franceschini non avrebbe mai gestito così Bnl-Unipol). Anche per questo Rutelli non può che guardare con dispetto al gruppo di comando che sta scalando il “suo” Partito democratico.

    Che ne sarà di lui allora? Intanto Franceschini può ancora vincere, e allora sarebbe un’altra storia. Se toccasse a Bersani, al posto suo cercherei di tenermi stretto il co-fondatore, però so che la storia personale fra i due non è un granché: dopo Unipol, la competition interministeriale sulle liberalizzazioni ha lasciato strascichi. Se invece fossi uno di sinistra nel Pd (a modo mio lo sono), mi farei passare la viscerale antipatia. Perché s’è capito che il Pd dovrà tornare a cercare fuori da sé il candidato per Palazzo Chigi, e allora chi può escludere che domani o dopodomani un nuovo centrino - rimpannucciato, ammodernato e spruzzato di verde - non ti ripresenti da fuori il Rutelli che non hai saputo tenere dentro? Pensa la beffa, povero popolo di sinistra.

    * Stefano Menichini è direttore di Europa
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  4. #24
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    L'ipotesi di una scissione nel Pd si fa sempre più reale. E il primo a ventilarla, all'indomani del successo di Pierluigi Bersani alle primarie, è Francesco Rutelli. In un'intervista rilasciata a Bruno Vespa per il nuovo libro del giornalista Donne di cuori - Duemila anni di amore e potere da Cleopatra a Carla Bruni, da Giulio Cesare a Berlusconi (in uscita da Rai Eri Mondadori il 6 novembre prossimo), il presidente del Copasir ammette di voler lasciare il Pd per unirsi a Pierferdinando Casini: «Ma non subito e non da solo» sottolinea l'ex vicepremier.

    «IN 2 ANNI NON È CAMBIATO NIENTE» - Domenica, mentre si votava per la segreteria del Pd, Rutelli aveva detto a Vespa di prevedere la vittoria di Bersani e una forte quantità di voti in favore di Ignazio Marino. «In questi due anni il Pd ha sprecato un patrimonio, anziché costruirne uno nuovo. Avremmo dovuto cambiare terreno di gioco, allenatore, squadra, pallone, modulo tattico, perfino i tifosi. Dopo quindici anni era evidente che lo schema dell’Unione era finito. Bisognava cambiare tutto. E invece non è cambiato niente. Il Pd è senza ceti produttivi. Vota per noi soltanto il 13-14 per cento dei piccoli imprenditori. Ne votavano di più per il vecchio Partito comunista. Siamo senza operai, senza ceto popolare. Il discorso che Veltroni fece nel 2007 al Lingotto e una conduzione battagliera della campagna elettorale del 2008 hanno portato il Pd a conquistare un terzo dei voti. Da allora lo stesso Veltroni si è affidato a un eclettismo senza baricentro politico, non è mai più arrivata una proposta chiara».

    «SERVE UNA FORZA NUOVA» - Secondo l'ex vicepremier «deve formarsi una forza nuova per favorire aggregazioni che nascano da questa crisi, un confronto tra moderati del centrodestra e democratico-riformisti del centrosinistra». «Gli elettori - spiega Rutelli - hanno percepito soltanto un rumore di fondo remoto e confuso. Così, mentre Berlusconi detta l’agenda al paese, nel nostro campo da un lato i moderati sono sempre più attratti da Casini e dall’altro guardano a Di Pietro, che batte solo su un punto - Berlusconi è un mascalzone - e, se incontra sulla propria strada il presidente della Repubblica, non risparmia neppure lui. Nemmeno il Pci si era mai sognato di oscillare tra un laicismo fondamentalista minoritario e un giustizialismo caudillista. Abbiamo subìto - osserva - una perdita strategica di rappresentanza, tanto più grave quanto più sono cominciate le difficoltà del presidente del Consiglio. Per riparare, il Pd si sbilancia a sinistra, e così peggiora la situazione, si isola. Una scelta ancora più assurda nel momento in cui il centrodestra si sbilancia a destra a favore di Bossi, Fini è in grandissima difficoltà e il terreno competitivo diventa quello moderato».

    Per Bersani subito la grana Rutelli «Andrò con Casini, ma non da solo» - Corriere della Sera

  5. #25
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    In caso faccia il suo partito liberal obamiamo uno che potrebbe seguirlo è il Sindaco di Firenze Renzi...

  6. #26
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    Rutelli-Casini-Fini-Montezemolo vogliono formare una terza forza di "centro" per abbattere l'attuale Governo a maggioranza di centrodestra+Lega.
    Contro il federalismo (basta vedere i voti alla Camera dell'Udc), il controllo dell'immigrazione e la difesa dell'identità nazionale (Fini), e, secondo Guzzanti, la politica filo-russa del Premier.

    carlomartello

  7. #27
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    Il piano Usa per fare cadere Berlusconi

    di PAOLO GUZZANTI


    L’ordine è arrivato dagli Stati Uniti: Berlusconi va eliminato. Motivo: i contratti energetici che legano non solo l’Italia alla Russia, ma tutta quella parte di Europa che Berlusconi è deciso a portarsi con sé. A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Non siamo certo noi americani che vogliamo vendere energia all’Italia, ma vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”. Da allora un fatto nuovo di enorme gravità si è aggiunto: l’Italia ha silurato il gasdotto Nabucco (che eliminava la fornitura russa passando per Georgia e Turchia) facendo trionfare South Stream, cioè l’oro di Putin. Contemporaneamente Berlusconi organizzava la triangolazione Roma-Tripoli-Mosca associando Gheddafi nell’affare. E’ opinione diffusa Oltreoceano (per esempio all’Istituto Aspen, Colorado) e anche di fonti georgiane che Berlusconi abbia interessi non soltanto di Stato.
    L’operazione è stata preparata con cura attraverso una campagna mediatica di lavoro al corpo di Berlusconi basato sulle vicende sessuali, sulle inchieste di mafia e sulla formazione, nell’area moderata, di una alternativa politica a tre punte: Luca Cordero di Montezemolo, Perferdinando Casini e Gianfranco Fini, ciascuno a suo modo e con le sue vie, ma in una sintonia trasparente.
    Il partito di Montezemolo, non ancora ufficiale, aprirà la sua convention sotto forma di manifestazione culturale il 7 Ottobre, lo stesso giorno in cui la Consulta dovrebbe decidere sul lodo Alfano.
    Che cosa farà la Consulta è il nodo da sciogliere perché il risultato è incerto, ma se il lodo dovesse essere bocciato, Berlusconi si troverebbe dal giorno stesso imputato per gravi reati connessi con l’affare Mills.
    Berlusconi tutto questo lo sa perfettamente, sostiene che dietro Fini ci sarebbe Paolo Mieli e altri intellettuali laici, e fa sapere che lui a dimettersi non ci pensa per niente e che, se mai lo costringessero, negherebbe con il PDL qualsiasi maggioranza a qualsiasi altro governo - Fini, si suppone - costringendo Napolitano a constatare la mancanza di una maggioranza e a convocare elezioni anticipate da accorpare a quelle regionali stabilite con enorme anticipo a marzo.
    In questo caso ci troveremmo di fronte a una crisi virtuale e poi formale subito dopo la prima metà d’ottobre, già affollata per il congresso del PD. Lo scioglimento anticipato delle Camere dovrebbe precedere di 60 giorni la data delle elezioni e quindi il decreto dovrebbe arrivare subito dopo Natale.
    Questa sarebbe, secondo lo scenario peggiore, l’ultima chance di Berlusconi pronto a sfidare i nemici sul piano elettorale, forte del massimo momento di popolarità nei sondaggi, malgrado gli scandali.
    Ma - domanda - davvero Berlusconi avrebbe il potere di controllare tutti i deputati e senatori del PDL affinché neghino la fiducia ad un suo successore? E come si regolerebbe il Pd? Probabilmente sosterrebbe, ma in che condizioni? E’ infatti molto probabile che, in caso di vittoria ormai scontata di Bersani, i cattolici del Pd se ne andranno. Scissione a sinistra, dunque, e scissione anche a destra. Grande rivoluzione parlamentare e politica. Con Berlusconi deciso a resistere, sfidare, e se proprio deve morire, portarsi dietro tutti quanti.
    Ma i suoi deputati sanno che se lui li mandasse a casa, poi sarebbero tutti sostituiti dalla nuova leva di giovanissimi già selezionati. Sarebbero allora i tacchini di Natale: davvero i tacchini di Natale accompagnerebbero il disegno natalizio? Appare improbabile.
    Ma chi tiene le fila del gioco che punta al ricambio tutto questo lo sa e si è fatto i conti. Anche Berlusconi si fa i conti. Lo scontro è ravvicinato e mortale. Se Berlusconi riuscisse ad evitare la bocciatura del Lodo Alfano, alla fine uscirebbe rafforzato. Per ora si mostra sicurissimo di sé e ieri ha fatto il gradasso con i giornalisti spagnoli, si è confrontato a De Gasperi e ha detto di essere il primo ministro migliore di tutta la storia d’Italia. La grande manovra è cominciata, le artiglierie già battono il campo. La guerra arriverà, se arriverà, entro un mese.

    PAOLO GUZZANTI

    Esclusivo. Il piano Usa per fare cadere Berlusconi di P. Guzzanti : il Politico.it


    carlomartello

  8. #28
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    L’ ASSE BERLUSCONI – ENI - PUTIN NEL MIRINO DI OBAMA

    DI FAUSTO CARIOTI
    DA "LIBERO"


    L’ipotesi del “complotto” internazionale ai danni del presidente del Consiglio inizia a farsi largo anche tra chi non ha grandi simpatie per Silvio Berlusconi. Tipo Lucia Annunziata, che ieri sulla Stampa ha parlato del possibile “complotto Bilderberg”: un club dei potenti della terra che si riunisce ogni anno sotto la guida spirituale di Henry Kissinger e traccia l’indirizzo che dovrà prendere il mondo nei dodici mesi seguenti. Inutile dire che l’impronta del circolo è spiccatamente anglosassone. Tanto più lo è stata quest’anno (l’incontro è avvenuto a cavallo della metà di maggio), grazie alla presenza di numerosi plenipotenziari della diplomazia statunitense. E dato che il governo italiano è visto a Washington come la testa di ponte mediterranea della Russia di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev, la quale oggi è ai ferri corti con gli Stati Uniti tanto quanto lo era ai tempi di George W. Bush, la voglia di tirare le somme e dire che per la Casa Bianca (e per il “circolo Bilderberg”) Berlusconi è un ostacolo da rimuovere è forte.

    I fedelissimi del premier, che pure sentono l’aria farsi pesante attorno al capo, per ora preferiscono puntare l’indice altrove. Tipo Niccolò Ghedini, che dice di vedere in atto «una forma di strategia di isolamento dell’Italia» e la imputa alla voglia di certi “poteri economici” di bloccare la Fiat nel momento in cui sta cercando di diventare una multinazionale dell’automobile. Ma è una lettura che rischia di peccare di ingenuità. Ciò che sta creando problemi agli Stati Uniti, infatti, non è la Fiat, ma la politica estera ed energetica italiana. In particolare, l’asse tra Berlusconi e Putin, cementato dalle intese tra Eni e Gazprom.

    Questo quotidiano per primo aveva scritto, sei mesi fa, che Berlusconi era riuscito a «portare l’Italia nella sfera d’influenza del Cremlino e allontanarla dall’orbita americana». Oggi lo stesso concetto appare tra le righe dei commentatori di sinistra. La situazione, da allora, si è persino fatta più complicata. Perché all’epoca alla scrivania dello studio ovale della Casa Bianca sedeva Bush, un amico del nostro presidente del consiglio. Con il quale i rapporti politici erano stati molto meno idilliaci di quanto destra e sinistra volessero far credere (lo scorso settembre il vicepresidente americano Dick Cheney era venuto a Roma per criticare l’appoggio dato da Berlusconi all’operazione militare russa in Georgia), ma il feeling personale era sempre rimasto solido. Con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca il governo italiano ha dovuto ricominciare da zero, e non è impresa facile. Anche perché Obama è personaggio freddo, calcolatore, che alla politica dei rapporti personali preferisce di gran lunga la realpolitik degli interessi. Così l’Italia, che più di tanto non ha da dare agli Stati Uniti, è stata messa nella “seconda fascia” degli alleati europei, quelli meno importanti. Stessa sorte toccata alla Spagna di José Luis Zapatero, a dimostrazione del fatto che con Obama non conta essere di destra o di sinistra, ma solo quello che puoi dare alla causa statunitense.

    E l’Italia, in questo momento, sta dando soprattutto rogne. L’ultima è di pochi giorni fa. Al dipartimento di Stato americano, dove le mosse dell’Eni sono seguite con attenzione - e non certo da oggi - non è passato inosservato l’accordo siglato il 15 maggio (proprio mentre in un hotel di Atene era in corso il summit del “club Bilderberg”) tra Eni e Gazprom, ultima grande intesa strategica tra le due aziende che fanno capo al governo italiano e quello russo. L’accordo prevede che la portata del gasdotto South Stream, attraverso il quale nel 2015 il gas russo arriverà copioso in Europa e soprattutto in Italia, aumenti da 31 miliardi di metri cubi l’anno a 63 miliardi. Quanto basta, in teoria, per fornire all’Italia i quattro quinti del suo fabbisogno di metano. L’enorme infrastruttura minaccia di uccidere il gasdotto rivale, Nabucco, quando questo è ancora in fase di progettazione. E Nabucco è fortemente voluto dall’amministrazione statunitense, perché farebbe arrivare in Europa il gas di Turkmenistan, Kazakistan e Paesi vicini, sottraendolo al controllo russo. La Ue sarebbe meno dipendente dal gas del Cremlino, la Russia perderebbe potere politico nei confronti dell’Europa (oltre a una quantità di soldi difficile da quantificare) e gli Stati Uniti incasserebbero una bella vittoria nello scacchiere della geopolitica.

    Il problema, appunto, è costituito da governo italiano ed Eni. Che a parole appoggiano ambedue i progetti, ma in realtà hanno a cuore soprattutto quello che li lega alla Russia e a Gazprom. Paolo Scaroni, amministratore delegato del cane a sei zampe, ormai dice apertamente di non credere più al progetto sponsorizzato dagli Stati Uniti. «Nabucco decollerà solo quando avrà il gas di Turkmenistan, Kazakistan e forse dell’Iran. Da quanto ho letto, questo non accadrà», ha detto Scaroni dopo l’accordo con Gazprom. Lui stesso, pochi giorni prima, siglando la maxi-intesa con i russi, aveva detto che dietro all’ampliamento della capacità di trasporto del gasdotto c’è «un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare dal territorio dell’Ucraina». Troppo dipendenti dal gas russo? Affatto: in quelle stesse ore, Berlusconi commentava che «dovremmo essere felici che un paese amico ci dia la possibilità di avere l’energia di cui abbiamo bisogno». L’Unione europea (e gli Stati Uniti) avrebbero preferito invece mantenere in gioco l’Ucraina. A marzo, proprio per questo motivo, la Ue aveva siglato un’intesa con il governo di Kiev per ammodernare i gasdotti ucraini. «Una perdita di tempo e di mezzi finanziari», aveva commentato Scaroni, perché quell’intesa escludeva «chi il gas lo produce, cioè la Russia».

    Insomma, le certezze sono che il patto tra Roma e Mosca è davvero d’acciaio, e che l’intesa non è solo economica, ma - per ammissione dei protagonisti - politica. Questo per Washington è un problema. Fino a che punto l’amministrazione Obama intenda spingersi e fin dove possa arrivare, è tutto da vedere. Ma alla Casa Bianca non sono mai andati troppo per il sottile quando si tratta di avere il controllo degli idrocarburi. E credere che certe abitudini siano tramontate solo perché adesso comanda un afroamericano democratico rischia di rivelarsi un errore fatale.

    Fausto Carioti

    A Conservative Mind: L'asse Berlusconi-Eni-Putin nel mirino di Obama


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 28-10-09 alle 14:56

  9. #29
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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    7 dicembre 2007

    Montezemolo sonda Casini e Fini. Prove di “Cosa grigia”
    RIFORME ■ LUCA CORDERO AVEVA GIÀ VISTO IL LEADER DI AN, CASINI È DI CASA. IERI IL PRANZO-SHOW A TRE ANTI-BERLUSCONI


    Se modello tedesco sarà ognun per sè. Ma se Veltroni e Berlusconi avranno la forza di spingere per l’ispanico-tedesco Vassallum loro tre – Fini, Casini e Montezemolo – potrebbero accettare la sfida dei due partiti più grossi. È solo un bluff per spaventare Berlusconi? È solo uno spauracchio di un possibile nuovo aggregato di centrodestra con tanto di leader incorporato (cioè Luca Cordero) per agitare i sonni del Cavaliere? Per ora sì.
    Un pranzo di due ore, tra tutti e tre, strombazzato ai quattro venti e svoltosi dopo aver richiamato giornalisti, fotografi e televisioni può ben servire all’uopo: ed è esattamente quel che è avvenuto ieri a Roma, nella strada della Dolce vita, tra la curiosità di comitive di ignari turisti. Gli incontri di Montezemolo con Casini, si sa, non sono una novità. Incontri frequentissimi quando Casini era presidente della camera e Berlusconi premier: frequentazioni che hanno sempre irritato il Cavaliere, sostenitore della teoria che la sconfitta elettorale sia da addebitarsi prevalentemente all’Udc e all’agitarsi dei “poteri forti” raccolti attorno al “Corsera”.
    Ma occhio. Come ha detto Fini dopo il pranzo e il caffè con Luca e Pier Ferdinando «qui tutto è in movimento». E in effetti, dalla “svolta del predellino” di Berlusconi in poi, non sono una novità neppure i faccia-a-faccia di Luca Cordero con Fini: l’ultimo tra il presidente di Confindustria e il leader di An è stato mercoledì scorso, due ore, sempre nella foresteria confindustriale di via Veneto. Pochi credono che i due abbiano discusso di class action. Quel Fini-Montezemolo è arrivato subito dopo il vertice Fini- Casini del 23 novembre e nella settimana clou degli incontri sulle riforme tra i leader di An e Udc e Veltroni: e ha segnato il disgelo tra Fini e Montezemolo, in “freddo” da sempre. Il capo di Confindustria è stato frequente bersaglio di un Fini allineatissimo a Berlusconi: il quale detesta cordialmente Montezemolo ed è da questi sinceramente ricambiato.
    Luca Cordero sonda anche An, essendo prossimo alla discesa in politica dopo che avrà lasciato, in maggio, la leadership di Confindustria? Certo il suo iperattivismo autorizza ogni sospetto, sebbene egli parli di se stesso come la Pizia: «Non cado a destra nè a sinistra, cado in alto».
    Intanto però ieri s’è voluto levare lo sfizio e, felici complici Fini e Casini, ha tirato un altro calcio sugli stinchi del Cavaliere, dopo averlo svillaneggiato recentemente per l’annuncio della svolta di san Babila da bordo di una “straniera” Mercedes: «Ha umiliato la Fiat e il nostro paese ». Per quel che se ne sa, Casini e Fini ieri hanno discusso con Luca Cordero dello stato dell’arte dopo gli incontri con Veltroni.
    Quanto è bastato a far circolare la voce di una strana “Cosa grigia” che, se mai prendesse piede il Vassallum avversato da An e Udc, potrebbe creare più d’un problema al Cavaliere. La Cosa bianca che “guarda” al centrosinistra qui non c’entra: è quella che Casini sta frenando e che sta per fargli esplodere l’Udc. La fuga in avanti di Tabacci e Baccini (con Pezzotta) è cominciata e può trascinarsi dietro anche i buttiglioniani. Perciò Casini cerca di trattenere Montezemolo nel centrodestra. Quanto a Fini, la Cosa bianca lo fa rabbrividire.
    An non è più una Cosa nera: «È una destra moderna che lavora a una destra più moderna e vuole entrare nel Ppe». L’idea di una Cosa grigia, magari cromata e montezemolianamente rombante, potrebbe fargli comodo.
    Tanto, per ora, è solo un’idea.
    Francesco Lo Sardo

    Montezemolo sonda Casini e Fini. Prove di ?Cosa grigia?<BR> - Europa


    carlomartello

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    Predefinito Rif: Occhio a Rutelli

    Fini battezza ItaliaFutura, Montezemolo:Governo cerchi convergenze
    21:40 - POLITICA- 07 OTT 2009
    Nessun complotto, né grande coalizione. Stop a derby perenne


    Roma, 7 ott. (Apcom) - Nessun nuovo partito, nessuna grande coalizione, né tantomeno un complotto contro il governo Berlusconi che è ampiamente legittimato dagli elettori e deve continuare a governare cercando convergenze con l'opposizione per sanare gli "antichi mali" del paese e affrontare le "nuove sfide". Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, tiene a battesimo l'associazione Italia Futura, il pensatoio di Luca Cordero di Montezemolo proprio nelle ore cruciali per la decisione della Consulta sul Lodo Alfano e, con il numero uno della Fiat sgombra in tutti i modi il campo da "tutte le dietrologie che avvelenano il clima e rendono impossibile fare uno sforzo in più nel contenuto". La bocciatura del provvedimento che sospendeva i processi per le prime quattro cariche dello Stato arriva pochi minuti dopo che la sontuosa sala di Palazzo Colonna, dove per circa tre ore si è discusso del tema 'L'Italia è un paese bloccato. Muoviamoci', si è svuotata. Fini è già scappato alla Camera per l'incontro con Abu Mazen, Montezemolo braccato dai cronisti non commenta le decisioni della Consulta. Tuttavia, l'incontro si apre quando, secondo i bene informati, aveva acquistato maggior quota in Camera di Consiglio l'ipotesi di scegliere una soluzione netta: legge costituzionale o incostituzionale. Una prospettiva che, nel second caso, quello che poi si è verificato, avrebbe potuto far agitare nuovamente lo spettro delle elezioni anticipate. Una prospettiva che Fini e Montezemolo non vogliono. Lo si capisce dai loro interventi, entrambi incentrati sulle riforme necessarie a far ripartire il paese. "Come immaginiamo l'Italia tra cinque anni?", si chiede Montezemolo aprendo il convegno. 'Italia Futura' è nata proprio "per cercare una risposta a questa domanda" ed è "inaccettabile che si rivolgano accuse di complotto contro chi vuole rendere più ricco e vivace il dibattito di idee: sono state fatte ipotesi davvero fantasiose che identificavano la nostra associazione come il laboratorio segreto di misteriose alchimie partitiche o peggio ancora come espressione di un oscuro complotto di salotti buoni, fortunatamente estinti da tempo". In Italia "è in carica un governo pienamente legittimato da un ampio mandato elettorale, che io auspico completi la legislatura e che deve essere giudicato sulla base dei risultati". Quindi invita a "dimenticarci per un attimo delle polemiche, delle accuse, degli scontri, delle controversie giudiziarie, di tutto quell'assordante rumore di sottofondo che ci impedisce di pensare alle cose veramente importanti per noi e per il nostro Paese". E' "paradossale" che da un lato "alcuni settori della maggioranza gridino al golpe" e dall'altro "un pezzo dell'opposizione denunci il regime. Nel frattempo lo Stato sembra essere ogni giorno più debole". E allora che fare? Smetterla, esorta Fini, con la logica del "derby perenne", della "perenne campagna elettorale" e "cercare convergenza" su scelte "indispensabili" per il Paese, "anche impopolari" come la riforma delle pensioni, il completamento del federalismo fiscale con quello istituzionale. "Ci sono nodi così intrecciati che non possono essere sciolti dal centrodestra o dal centrosinistra", su cui "non si può avere la pretesa dell'autosufficienza. So che dicendo queste cose do il pretesto a qualcuno per dire 'ecco chissà cos'è che ha in mente'. Io non ho in mente nulla: né grandi coalizioni, né un partito con Montezemolo". Al tavolo del dibattito ci sono anche il numero uno della comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, che critica la politica "schizofrenica" di oggi e lancia più di una stoccata alla Lega e alla sua politica legata ai localismi. "L'esaltazione del localismo - afferma - non può rappresentare un rifugio e non sarà una protezione. Abbiamo davanti a noi le sfide della globalizzazione: il vero rifugio è la costruzione del futuro del paese". Riccardi si dice "ottimista" e "convinto che i 150 anni dell'Unità d'Italia possano essere l'occasione non per litigare ancora di più ma per provare a creare un patriottismo delle cose con il gusto della casa comune nazionale, riscoprendo quel legame che ci fa stare meglio insieme, provando a capire come essere italiani di domani è un'occasione positiva, è un privilegio".

    APCom - Fini battezza ItaliaFutura,Montezemolo:Governo cerchi convergenze

    Fini/ No partito con Montezemolo ma servono ponti
    Mercoledi, 7 Ottobre 2009 - 174

    "Non ho in mente ne' di fare grandicoalizioni, ne' di fare un partito con Letta, Montezemolo eRiccardi. Ma auspico che su alcune grandi sfide, sui maliantichi, per l'Italia, fra cinque anni ci sia una politica percui non ci sia nessuno scandalo se si fa una riforma comequella delle pensioni, costruendo quel minimo di pontepossibile, senza scavare ulteriormente tra maggioranza eopposizione". Il presidente della Camera, Gianfranco Fini,interviene alla presentazione del rapporto della fondazioneItalia Futura e spiega che "c'e' un momento in cui si e' tifosie un momento in cui tutti dovrebbero contribuire alladiffusione non del tifo ma della comune passione per l'amoredel Paese".

    Affaritaliani.it - Fini/ No partito con Montezemolo ma servono ponti


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