....confronto.
In Italia si sono spenti gli echi della gazzarra intorno al lodo Maccanico. Per poco, visto che la Consulta sarà chiamata a pronunciarsi sulla sua legittimità, incombenza che probabilmente non la entusiasma.
In compenso in Francia il dibattito è aperto a tutto campo, dopo la presentazione del disegno di legge costituzionale sullo statuto penale del presidente della Repubblica.
Ad agitare le acque interviene un grosso calibro dei socialisti francesi, Robert Badinter, già ministro della Giustizia e presidente del Consiglio costituzionale, nonché scrittore e giurista di chiara fama. A lui il progetto non piace ma non per le ragioni che in parecchi qui da noi si aspetterebbero.
A giudizio di Badinter la soluzione individuata dalla Corte di cassazione nel 2001 bastava e avanzava, sospendendo i procedimenti penali e con essi la prescrizione per la durata del mandato.
Il merito di questo meccanismo era di garantire in misura proporzionata la figura del presidente poiché “in un mondo mediatico all’estremo, un presidente perseguito penalmente viene a essere indebolito, in patria e all’estero”.
Ora il progetto del governo andrebbe ben oltre il necessario, poiché impedirebbe di intentare qualsiasi tipo di azione, civile o amministrativa, per fatti estranei alla funzione, per tutta la durata del mandato. “In base a quale principio costituzionale – si chiede – sarebbe possibile permettere a dei cittadini per ben cinque anni di far valere i loro diritti soggettivi contro un presidente che sia venuto meno alle sue obbligazioni nella sfera del diritto privato?”.
In effetti è arduo dargli torto. L’entourage di Chirac ha ecceduto in zelo nel coprire il capo. Ma dopo avere subito il fastidio di un certo numero di giudici istruttori alle calcagna, come non capirlo. Peraltro le doglianze di Badinter non si esauriscono qui. L’insigne giurista disapprova l’abolizione del reato di alto tradimento che vorrebbe invece mantenere.
E qui è lui che sbaglia perché si tratta di un autentico relitto medievale di poca o nulla utilità. Semmai si possono condividere certe perplessità di fronte al meccanismo di impeachment inventato per l’occasione dagli scaltri consiglieri di place Vendôme. Delle vere volpi per la verità. Badinter si è accorto che in base al progetto sarebbe molto più facile destituire un presidente socialista piuttosto che uno di destra. Perché? Semplice. Occorre allo scopo la mera maggioranza che al Senato, per il suo meccanismo elettorale che privilegia i comuni rurali, è invariabilmente di destra. Ecco quindi che un presidente socialista si troverebbe esposto al ricatto di una maggioranza ostile, allorché uno di destra potrebbe bloccare tutto alla seconda Camera.
E non basta. Non era vero forse che il presidente della Repubblica, secondo la concezione gollista, è “l’uomo della nazione scelto da essa stessa per rispondere del suo destino”?
Ebbene questo uomo del destino, eletto dal popolo, in base alla clausola dell’impeachment per “mancanza ai propri doveri manifestamente incompatibile con l’esercizio del mandato”, verrebbe a dipendere nella sostanza dalla fiducia del Parlamento, che lo potrebbe mandare a casa con i più svariati pretesti.
Immaginate che un presidente rifiuti di firmare le ordinanze, di convocare il Parlamento, di riunire il Consiglio dei ministri: la maggioranza potrebbe essere tentata di sbarazzarsene.
Non proprio quello che mon général avrebbe desiderato. Tanto più che il Consiglio costituzionale è stato accuratamente tenuto fuori dalla procedura, in omaggio alla filosofia dominante di mantenere giudici e tribunali, anche quelli più aulici, alla larga dall’arena politica.
In ultima analisi le riserve di Badinter sono tutt’altro che campate in aria, così come il rimedio da lui proposto che è quello di una maggioranza allargata a due terzi, destinata a dare indubbiamente maggiori garanzie.
Vedremo se il governo Raffarin presterà ascolto. Nel frattempo però qualche osservazione a margine è lecito farla.
La prima è che di questa faccenda in Francia si parla con tanta pacatezza quanta è l’acrimonia del confronto italiano.
La seconda è che la tendenza dominante appare quella di rafforzare e diversificare la responsabilità gli spazi occupati da quella giudiziaria.
Non per avversione allo Stato di diritto, bensì per la consapevolezza che non tutto è giuridificabile o è opportuno che lo sia. La dimensione politica rivendica in pieno e senza falsi pudori la sua autonomia, che è cosa diversa dalla licenza.
A dieci anni dal fatidico 1993, i tempi sarebbero maturi anche per l’Italia.
Stefano Mannoni
Da il Foglio di martedì 15 luglio 2003
saluti




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