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Discussione: Democrazie nel...

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    Predefinito Democrazie nel...

    ....dopoguerra

    Proposta dell’Italia al G8 per legare crescita e migranti

    Roma. La ventinovesima sessione anuale del G8 si apre oggi a Sea Island in Georgia sullo sfondo di due scenari positivi, un’incertezza di fondo e una sfida – alla quale lavora direttamente l’Italia – apparentemente meno importante degli altri temi in agenda, tuttavia di rilievo.
    La prima condizione positiva è la congiuntura mondiale. Complessivamente, la ripresa si profila al meglio rispetto agli ultimi 16 anni.
    Nel primo trimestre 2004 la variazione annuale del pil segna un +5 per cento negli Usa, +4,7 in Giappone, +3 per cento in Gran Bretagna. L’eurozona è in coda con il suo +1,3 per cento (Italia +0,8 e Germania +0,7), ma anche qui sia pur timidi miglioramenti finalmente affiorano.
    La seconda condizione positiva è l’avviarsi a soluzione della risoluzione all’Onu per la transizione irachena.
    I grandi paesi arabi come Egitto e Arabia Saudita non parteciperanno, a Sea Island, al confronto su programma
    “Grande medio oriente”.
    Tuttavia le conseguenze positive del voto all’Onu non tarderanno a manifestarsi.
    L’incertezza di fondo riguarda la sostenibilità del traino della ripresa sin qui operante, fondato da una parte sul doppio deficit
    americano – federale e della bilancia delle partite correnti – senza ripresa dell’inflazione grazie all’elevata produttività, e dall’altra dalla disponibilità asiatica a comprare massicciamente dollari e titoli del debito americano. Le incertezze riguardano l’andamento del deficit commerciale Usa – ma bisognerà aspettare il giorno successivo alla chiusura del G8, venerdì, per sapere se in aprile si è davvero contratto di qualche miliardo di dollari, rispetto ai 46 registrati in marzo.
    Mentre per l’inflazione l’attenzione resta alta ai prezzi del petrolio, a nuovi attentati di al Qaida in Arabia Saudita, e a
    eventuali misure assunte dalla Cina per “raffreddare” la sin qui incontenibile sete di materie prime, senza per questo rischiare l’avvitamento di una crescita che maschera bolle – nei prezzi immobiliari delle aree a forte sviluppo – e squilibri bancari.
    A fronte di questo, si potrebbe credere che sia minore il punto in agenda a Sea Island di cui più direttamente si occupa l’Italia, e di cui Silvio Berlusconi ha anticipato a Roma analisi e proposte a George Bush.
    Si tratta delle rimesse degli emigrati per sostenere lo sviluppo dei rispettivi paesi d’origine.
    In realtà, analizzando i dati si comprende che non è affatto così. Il flusso mondiale delle rimesse dei migranti nei paesi più avanzati ha raggiunto circa 150 miliardi di dollari, secondo la Banca mondiale.
    Si tratta di un ammontare di risorse più o meno triplo rispetto alle somme destinate in aiuti allo sviluppo da parte dei paesi ricchi,
    e di gran lunga maggiore rispetto agli investimenti diretti esteri che i mercati realizzano nei paesi poveri.
    Paesi come l’Albania - è questo il modello per il quale l’Italia ha il coordinamento delle proposte in merito – il Salvador, Libano e Filippine dipendono dalle rimesse in maniera fortissima.
    Alle novità proposte al G8 ha lavorato Dilip Ratha, senior economist alla Banca mondiale.
    Due gli obiettivi fondamentali.
    Rendere più sicuri e meno onerosi i canali bancari e finanziari attraverso i quali le rimesse tornano ai paesi d’origine, e solo da questo si renderebbero ulteriormente disponibili 10 miliardi di dollari sul flusso attuale di 150.
    Inoltre, renderne possibile l’utilizzo non solo per soddisfare i bisogni primari delle famiglie dei migranti, ma per finanziare progetti di microimprenditorialità a ritorno differito cui ancorare la prospettiva del ritorno in patria dei migranti, su basi economicamente autoportanti.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Anche Chirac ha le sue Baghdad

    …l’hanno spinto alla svolta

    Parigi. Il disgelo tra Parigi e Washington, siglato con la visita del presidente americano in Francia per celebrare i 60 anni dallo sbarco in Normandia, non si limita a un’intesa tra George W. Bush e Jacques Chirac sull’Iraq.
    L’assenso del capo dell’Eliseo alla bozza Onu sul futuro iracheno è solo l’inizio di una nuova forma di collaborazione tra i due paesi. La svolta di Chirac, che recupera l’alleanza con gli Stati Uniti, mira anche a stabilire una stretta collaborazione con Bush su altri fronti “caldi” per Parigi.
    Dopo l’Iraq, il presidente pensa ad alcuni paesi ex-satelliti in cui “l’imperialismo” francese si trova in difficoltà, bisognoso di un sostegno più forte come quello americano: dal Congo alla Costa d’Avorio ad Haiti.
    In Congo, un paese di 300 etnie allo stremo dopo un decennio di guerre e disordini interni, il presidente Joseph Kabila, voluto al potere dalla Francia, ha visto cadere quattro città in mano ai ribelli, fallire un tentativo di colpo di Stato organizzato da uomini dell’ex dittatore Joseph Désiré Mobutu, assaltare una sede Onu, e assiste a sconfinamenti di militari del Ruanda.
    Il governo Chirac, nel 2003, ha versato 1,1 milioni di dollari all’esercito del paese africano, al quale fornisce assistenza nella formazione di paracadutisti, soldati e poliziotti. Posizione che è vista dagli oppositori del presidente Kabila come un sostegno di fatto al regime dittatoriale del paese in fermento. La situazione in Congo continua inoltre a gravare su Parigi. Proprio in Francia, dove è inquisito per crimini contro l’umanità, è stato da poco arrestato il capo della polizia del Congo, Jean-François Ndenguet, successivamente liberato in tutta fretta dal tribunale, che si è riunito in piena notte, in nome di un’immunità diplomatica definita scandalosa dai difensori delle famiglie delle vittime.

    In Costa d’Avorio la situazione è ancor più difficile per il capo dello Stato francese, a causa dei tesi rapporti diplomatici con il presidente Laurent Gbagbo. L’ultimo episodio che ha complicato le relazioni tra Francia e Costa d’Avorio è stata la sparizione del giornalista francese Guy-André Kieffer, corrispondente dal paese africano spesso critico nei confronti del governo poco tollerante delle opposizioni. Addirittura è stata bloccata l’inchiesta dei giudici francesi sul coinvolgimento di persone vicine alla moglie del presidente nella scomparsa del giornalista. Questo mentre l’Onu, in un rapporto dettagliato, denuncia il governo di aver spento nel sangue una manifestazione di avversari politici a marzo.

    Anche ad Haiti Chirac ritiene importante un supporto degli Stati Uniti. Dopo l’uscita di scena del presidente Jean-Bertrand Aristide, sacerdote cattolico accusato dai rivali politici di corruzione, brogli elettorali e di aver trascinato il paese alla fame, la forza di sicurezza multinazionale dell’Onu è stata dispiegata nel paese. Il disarmo delle milizie e l’aiuto economico internazionale sono molto importanti per risollevare la piccola Repubblica, da poco flagellata da violente inondazioni che hanno fatto quasi duemila morti. Come ricordava Aristide prima di fuggire, Haiti ha già sofferto 32 colpi di Stato. E la situazione è ancora molto calda anche dopo l’istituzione del governo provvisorio del presidente Boniface Alexandre.
    La grandeur francese in questi tre casi si è rivelata poco autosufficiente e bisognosa di un alleato forte come gli Stati Uniti. Il disgelo tra Chirac e Bush ha anche questi presupposti.
    E il presidente parigino ne è perfettamente consapevole.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito La coperta dell'eurodifesa...

    ...è troppo corta

    Bruxelles. Pare difficile che, pur nella fase di relativa riappacificazione fra le due sponde dell’Atlantico cui stiamo assistendo in questi giorni, i 26 membri della Nato che si riuniranno a fine mese a Istanbul possano mettersi d’accordo su un ruolo diretto dell’Alleanza in Iraq. Non si può escludere che, a breve o medio termine, la Nato possa di fatto rilevare il comando polacco sul terreno, sulla falsariga di quanto avvenuto in Afghanistan con le forze tedesche: lo chiede, del resto, la stessa Varsavia. Ma non sembrano ancora esserci le condizioni politiche per questo, anche perché proprio la complicata esperienza in corso in Afghanistan costituisce un avvertimento a non compiere il passo più lungo della gamba, mettendo a rischio la credibilità della Nato.
    Inoltre anche a Bruxelles crescono le voci relative a un possibile ruolo militare dell’Ue proprio in Iraq.
    Ritenuto impensabile ancora poche settimane fa, soprattutto a causa della situazione sul terreno e dell’assenza di un mandato in
    tal senso dell’Onu, questo ruolo sarebbe stato prospettato nei giorni scorsi nell’ipotesi di una forza di protezione per la nuova missione Onu che dovrà accompagnare, sorvegliare e sostenere il graduale passaggio della sovranità agli iracheni.
    E’ in questo contesto e soltanto in questo – distinto cioè da quello della forza multinazionale a guida americana, che dovrebbe invece continuare a occuparsi della sicurezza e dell’ordine nel paese – che anche paesi come la Francia e alcuni dei neutrali potrebbero concepire un ruolo militare dell’Europa a Baghdad.
    La questione non è stata ancora discussa in sedi ufficiali, ma lo stretto legame con la missione dell’Onu, piuttosto che con le forze americane, potrebbe far superare una serie di riserve politiche che ancora sussistono all’interno dell’Unione. D’altronde, è proprio in riferimento a possibili richieste dell’Onu che l’Ue sta sviluppando il progetto di dare vita ad almeno nove “gruppi di combattimento” (“battlegroups”) di 1.500 uomini ciascuno, pronti a essere impiegati a brevissimo termine in situazioni di alto rischio militare in qualsiasi parte del mondo.

    I problemi di ruolo, mandato e potere
    Contemporaneamente, il ministro degli Esteri belga, Louis Michel, volato a Kinshasa nei giorni scorsi per verificare la gravità della situazione in Congo, ha fatto capire che a Bruxelles si sta discutendo anche dell’eventualità di organizzare un’operazione di pace dell’Ue per aiutare il governo a sedare i focolai di guerra civile nel paese e a calmare i rapporti con il vicino Ruanda, accusato di fomentarli.
    Nulla è stato deciso, ma paesi come il Belgio e la stessa Francia sarebbero pronti a mobilitarsi, soprattutto se sostenuti dai partner europei.
    Era già successo nell’estate scorsa quando, su una richiesta esplicita di Kofi Annan, l’Unione aveva messo in piedi un’operazione – circa 2.000 uomini delle forze speciali, prevalentemente francesi e svedesi, con appoggio aereo canadese – per dare respiro alle forze dell’Onu nella regione dell’Ituri, nel Congo nord-orientale, e bloccare il conflitto in corso attorno alla capitale Bunia.
    E’ sicuramente positivo che si parli di un ruolo sempre più attivo delle forze militari europee in operazioni di pacificazione e ricostruzione post bellica.
    E’ anche comprensibile che, in alcuni casi, ciò avvenga nel contesto di coalizioni di volontari (Iraq), in altri nel quadro della Nato (Balcani e ora Afghanistan), e in altri ancora della stessa Ue (Congo e Balcani, a cominciare dalla Bosnia l’anno prossimo).
    Esistono anche diverse propensioni fra i 25: c’è chi vorrebbe seguire gli americani, chi preferirebbe un quadro Nato (con gli americani ma in un contesto istituzionalizzato), e anche chi vorrebbe investire quasi soltanto sull’Europa come attore internazionale.
    Al di là delle inclinazioni politiche di partner e alleati, non è detto che più flessibilità e più opzioni siano, in sé, un male.
    Nell’Africa subsahariana la Nato non ha alcun interesse o mandato a intervenire mentre americani, francesi e britannici dialogano più di quanto non s’immagini, fra Liberia, Costa d’Avorio, Sierra Leone, e ora Sudan e Congo.
    Nei Balcani è in corso un processo consensuale di “devoluzione” dalla Nato all’Ue.
    Altrove ci sono più problemi: di ruolo, di mandato e di potere.
    Per gli europei la questione si pone anche in termini di compatibilità: politiche e operative. Su circa un milione e mezzo di uomini in armi nell’insieme dell’Ue, solo un 10 per cento è in grado di condurre missioni di pace del tipo di quelle citate. Già oggi, circa la metà di quel 10 per cento è dispiegato nel mondo. C’è un rischio di overstretch evidente: di capacità, di risorse e di ambizioni.

    il Foglio del 9 giugno

  4. #4
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    Predefinito Cambiare....

    ...idea. Solo gli onesti possono

    Roma. Ai premi dev’esserci abituato Mario Vargas Llosa, ma il Grinzane Cavour alla carriera che riceverà domani nelle Langhe aggiunge forse qualcosa di nuovo al suo palmarès.
    Viene a premiare la propensione all’autocritica dello scrittore peruviano, oltre alla vocazione affabulatoria dell’inventore di tante storie fantastiche, dalla “Zia Julia” alla “Festa del Caprone”, ultimo romanzo visionario sull’ex tiranno di Santo Domingo, assassinato nel 1961, Rafael Leonidas Trujillo.
    Certo, Vargas Llosa resta una figura sui generis nel panorama latinoamericano.
    Privo di compiacenza terzomondista o antimperialista è un liberale che da ex comunista ha sempre amato spendersi per l’impegno politico e civile. Candidato alla presidenza della repubblica nel 1997, anche al rischio di venir accusato di essere al soldo della Cia, non ha mai avuto peli sulla lingua nei confronti della corporazione, criticando la “discrezione” del Nobel Gabriel García Márquez in fatto di Cuba e di castrismo e aborrendo l’idea che esista una visione “corretta” delle cose del mondo, sinonimo per lui di dogmatismo e intolleranza.
    E’ a tal punto privo di indulgenza nei confronti di se stesso da accettare non solo di aver dovuto cambiare idea sulla guerra in Iraq, ma anche di raccontare perché.
    All’inizio, infatti, era contrario. Poi però, l’agosto scorso, tre mesi dopo la caduta di Saddam Hussein, è andato in Iraq.
    Ha fatto un sopralluogo di dodici giorni, con la figlia Morgana al seguito che scattava fotografie con la macchina nascosta sotto il chador. Ha visto luoghi, facce, persone e tanto gli è bastato per toccare con mano “la dimensione di brutalità e di mostruosità” della dittatura di Saddam e ripensare senza pregiudizi i danni provocati da un regime che per 24 anni ha tenuto la popolazione “in ostaggio” col terrore e la violenza.
    Il risultato del ravvedimento è il “Diario dall’Iraq”, reportage apparso a puntate sul Pais e su altri quotidiani europei, che Einaudi sta per mandare in libreria nella collana degli Struzzi (120 pagine, 12,50 euro).
    Vargas Llosa ha girato in lungo e in largo “il paese più libero e più pericoloso del mondo”, dove si vive senza acqua e senza luce, dove il caldo è talmente asfissiante che la notte la si passa insonne sui materassi in giardino; dove non esistono vigili, poliziotti, giudici, commissariati, e dove l’unica autorità sono i soldati americani, che a vederli da vicino sono giovanotti imberbi che sembrano avere la stessa aria atterrita e indifesa degli iracheni.
    A Baghdad, racconta Vargas Llosa, la gente gira per le strade trascinandosi dietro enormi valigie di banconote perché tutto si paga in contanti, e tutto si baratta. Per le strade l’ossessione antisraeliana arriva al punto che, appena un signore in giacca, cravatta e pochette entra in un caffè della via Al-Mutanabi circondato da guardie del corpo, viene scambiato subito per “l’inviato di Israele”.
    L’indomani gli imam sciiti di Mosul lanciano una fatwa contro chi fa affari con gli israeliani, ignari che l’identità del signore era quella dell’ambasciatore d’Italia.

    Lezione in un’aula senza banchi
    All’Università, dove il romanziere è invitato per un ciclo di conferenze, il clima è surreale.
    Il rettore, Dia Nafi Hjassan, fa lezione su Turgenev e il romanzo russo in un’aula senza sedie e senza banchi, fra vetri rotti e muri scrostati. Sono i postumi dei bombardamenti, certo.
    Ma gli accademici, il cui stipendio è passato da 5 dollari a 250, sognano un paese libero e democratico come la Francia e l’Inghilterra.
    A Najaf – città disastrata a due ore di macchina dalla capitale – mentre la figlia fotografa riesce a schivare un alterco nella moschea, Vargas Llosa incontra l’ayatollah Mohgammed bakr al-Hakim, presidente dello Sciri. “La liberazione da Saddam è stata solo un pretesto. Le truppe della coalizione si sono trasformate in forze d’occupazione”, dice fissando il vuoto l’imam dagli occhi freddi, che “tuona come i profeti e gli dei dell’Olimpo“.
    Il viaggiatore avverte un malessere invincibile.
    Non sa che a quell’imam resta poco da vivere: verrà assassinato un mese dopo il loro incontro.
    A Kerbala, altra città santa per gli sciiti, il sudamericano edonista felice, cantore delle natiche di donna Lucrezia e delle prodezze di don Rigoberto, scopre “la fede allo stato puro, integra, estrema, disinteressata”.
    E’ un salto nel Medioevo.
    Di fede però si parla anche riguardo all’americano Paul Bremer, che mostra “la convinzione di un missionario” e dice: “Non aver saputo evitare i saccheggi è stato uno dei più gravi errori da parte nostra”.
    Mentre è il nunzio apostolico Fernando Filoni a dirgli quanti sono stati i delinquenti comuni rimessi in libertà dal rais sei mesi prima dell’intervento americano: dai 30 ai 100 mila, per festeggiare la rielezione alla presidenza col 100 per cento dei consensi. Racconta di aver visto una popolazione offesa, umiliata, preoccupata, ma aggiunge di non aver “mai incontrato un solo iracheno che rimpiangesse il tiranno”.

    Marina Valensise su il Foglio
    saluti

 

 

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