Prima le scritte sul muro di casa contro il Gay Pride, poi le ripetute minacce, anche di morte, e infine una violenta aggressione. Una di quelle che rimanda al Ventennio. Nel primo pomeriggio di venerdì Michele Bellomo, membro della segreteria nazionale dell’Arcigay e portavoce del Gay Pride nazionale 2003, svoltosi lo scorso 7 giugno a Bari, è stato brutalmente picchiato da due balordi che gli hanno sbattuto ripetutamente la testa su una delle scrivanie mentre si trovava a lavoro nella sede della sua associazione.
Erano circa le 14,30 quando i due energumeni si sono introdotti nei locali dell’Arcigay, ospitati nella sezione “25 aprile” dei Ds baresi in via Zara, colpendo Bellomo prima sul volto con un corpo contundente e poi scaraventandolo più volte sul tavolo. Tutto si è consumato in pochi minuti, giusto il tempo per la violenza e per mettere a soqquadro le stanze della sezione. Bellomo ha avuto a malapena la forza di allertare un suo amico su quello che era accaduto e poi si è accasciato esanime a terra. Trasportato al reparto di neurochirurgia al Policlinico è stato sottoposto ad una una serie di accertamenti clinici che hanno constatato un forte trauma cranico per il quale è stato necessario il ricovero.
Al presidente dell’Arcigay barese, proprio venerdì, gli era stata tolta la scorta, contro la sua volontà, dopo essergli stata assegnata all’inizio dell’anno per le minacce di morte ricevute da parte di alcuni gruppi neo-nazisti. Proprio mercoledì scorso i parlamentari diesse Franco Grillini, Giuseppe Caldarola e Alba Sasso avevano sollecitato con una lettera il ministro degli Interni Pisanu di prolungare il periodo di tutela al presidente dell’Arcigay barese anche in virtù di alcuni “inquietanti” fatti di ordinario razzismo che lo avevano visto coinvolto.
Verso la metà di luglio, ad esempio, era stato minacciato da alcuni “camerati” aderenti a Forza Nuova mentre si trovava a cena con alcuni amici in una pizzeria di Bari. E minacce analoghe, nell’ultimo anno, Bellomo ne aveva ricevute a iosa. Indignazione e preoccupazione è stata espressa dal presidente del gruppo Ds alla Camera Luciano Violante: «Questa aggressione - ha commentato Violante - dimostra le condizioni di insicurezza in cui è stata lasciata una persona già bersaglio di intimazioni e violenze» e riservandosi di accettare alla riapertura della Camera «le ragioni che hanno portato alla cessazione della tutela» Violante ha chiesto che sia immediatamente garantita la sicurezza di Michele Bellomo e che siano individuati e denunciati i responsabili dell’aggressione. E proprio la mancanza della scorta ha suscitato ampie polemiche tanto da far chiedere addirittura le dimissioni del prefetto e del questore del capoluogo pugliese. «Oggi è un brutto giorno per la democrazia - tuona Sergio Lo Giudice, presidente nazionale dell’Arcigay - e non è tollerabile che una persona che si è esposta pubblicamente sfidando le esplicite minacce dei neofascisti venga lasciata senza alcuna forma di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine. E’ consapevole il prefetto di Bari - si chiede Lo Giudice - che, negando la scorta a Bellomo, si è assunto la grave responsabilità di una colpevole sottovalutazione del pericolo dell’estrema destra barese?».
Ma il presidente nazionale dell’Arcigay pone anche un altro quesito, questa volta al questore: «Come è stato possibile che, nonostante i proclamati controlli sugli ambienti estremisti, gli aggressori abbiano potuto agire indisturbati, in pieno giorno e in pieno centro della città?». Gli aggressori conoscevano con esattezza la data della revoca della scorta e per tali motivi Lo Giudice chiede le «immediate dimissioni dei responsabili di questa decisione avventata e pericolosa».
Solidarietà a Bellomo è stata espressa anche dalla Cgil pugliese. Il sindacato ha denunciato «l’estrema gravità dell’episodio e la protervia di stampo fascista con cui pochi facinorosi tentano ancora di ostacolare l’affermazione del diritto di ciascuno alla liberrtà di orientamento sessuale, nonostante l’intera città abbia testimoniato con la serena partecipazione al Pride il totale isolamento della loro posizione e la più ferma condanna dei loro metodi». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Andrea Benedino, del Coordinamento omosessuali dei Ds, secondo il quale «gli aggressori hanno atteso che le autorità di pubblica sicurezza togliessero la scorta a Bellomo per portare a compimento la loro violenza fascita» e chiede al ministro Pisanu «che vengano accertate le responsabilità di chi ha sottovalutato le minacce».
A Bari si contano qualche decina di estremisti di destra, pochi fanatici che fanno il coro a qualche parlamentare che sostiene che «i gay sono tutti ricchioni», come ebbe a dire in occasione del Pride di giugno il senatore di An Ettore Bucciero. Voci fuori dal coro, ovviamente, che sprigionano le loro paure lungo i vicoli di un territorio in cui si annodano complicità e disabitudine atavica alle regole elementari della legalità. E poi c’è l’omertà, che anche a Bari è stata ed è innanzitutto un esercizio di potere, del Potere: tanto invasivo da uccidere persino la parola. Una città, comunque, dove neanche il silenzio riesce ad avere un respiro pulito




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