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  1. #21
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    Predefinito

    In origine postato da Curioso
    Interessante il tuo modo di postare Mustang: nessuna replica ai post di chi interviene nel tuo thread e continuo inserimento di articoli, commenti, ecc,, fino ad esaurimento (degli articoli e/o della pazienza dei tuoi eventuali interlocutori).

    Interessante ma un poco autolesionista.
    -------------------
    Se mi leggi è perchè sei "curioso".
    Che gusto c'è a rispondere alle "faccine" di bamboccetto yurj?

  2. #22
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    Predefinito 11 settembre, il.....

    .....contrattacco è debole

    Secondo il professore gli americani si sono fatti sorprendere dall’11 settembre, hanno reagito co eroismo ma erano in difesa e il contrattacco è debole.
    Non riescono sciogliere il compromesso saudita, fatto d’interessi, di grotteschi incroci familiari, di stabilizzazioni andate a male, di doppie verità dei Saud, che sono i veri romotori del terrorismo internazionale con i loro soldi e le loro madrasat.
    “Come si fa a proclamare la guerra al terrorismo avendo al proprio fianco Bandar ibn Sultan, il figlioccio dei Saud che da venticinque anni è ambasciatore a Washington e grande mediatore di tutto? E’ come bandire una crociata contro la prostituzione avendo al fianco il proprietario dei bordelli”.
    Gli Usa sono un grande potere militare e tecnologico ed economico ma senza una base culturale e psicologica adeguata per questo tipo di combattimento. E purtroppo questo si paga.
    Il consigliere di Bill Clinton per la sicurezza nazionale era Sandy Berger, un avvocato d’affari. E questo dice tutto sulle basi di politica estera da social worker, tutte quelle scemenze sulla Somalia, i ponti da costruire, i missilucci sparati a casaccio.
    E Condy Rice, che pure è brava, è esperta di Russia, fu messa lì con l’appoggio di Richard Pipes, il venerato storico del comunismo: pensavano alla coda della Guerra Fredda, non a questa guerra.
    E la sindrome del Vietnam non è affatto finita, per nostra sfortuna.

    L’opzione peggiore: un imperialismo inetto
    I professori maneggiano sempre pericolosamente la politica, e non bisogna mai esagerare con i paradossi, visti che questi (come diceva Alberto Ronchey al tempo del Vietnam) sono gli unici americani che abbiamo. Ma se vogliamo continuare a parlare delle cose che vanno male, perché quelle cose che sono andate e vanno bene ci consolano ma non ci rassicurano per il futuro, tutto sommato questa è una diagnosi.
    Forse ha ragione Lewis:”Un imperialismo inetto, incerto, è la peggiore delle opzioni, con la sola eccezione di assoggettare l’Iraq alle arruffate e ciniche politiche delle Nazioni Unite”.
    Abbiamo ceduto alla fola secondo la quale i G.I. sono cattivi.
    Forse è vero il contrario: non sono abbastanza cattivi, nasty.

    Ferrara sul foglio

    saluti

  3. #23
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    Predefinito Come essere più....

    ....cattivi

    Non fatevi fregare, cari lettori. L’Onu va anche bene, al posto suo; ma la retorica onusiana è l’ultimo rifugio delle buone canaglie. Ve lo ricordate come hanno fatto Bill Clinton e i suoi
    colonnelli della terza via che cantavano in coro “all you need is love” alla vigilia dei bombardamenti sulla Serbia?
    Primo, hanno fatto a meno dell’Onu e hanno ingaggiato la Nato, che è un’altra cosa anche come ombrello. Secondo, gli americani sotto comando americano hanno bombardato la Serbia e
    Belgrado per settanta lunghi giorni, infrastrutture Danubio tv e ambasciata cinese comprese. Terzo, hanno minacciato un’invasione di terra (soltanto Massimo D’Alema ne era all’oscuro, o fingeva di esserlo, nelle sue memorie churchilliane). Quarto, hanno comprato la democrazia prendendo la politica serba per la gola. Quinto, hanno portato Slobodan Milosevic in tribunale dopo averlo sequestrato nottetempo. Sesto, hanno smembrato i resti della Jugoslavia senza tanti problemi, e pacificato in qualche modo il Kosovo e i Balcani dopo dieci anni di sterminii, di pulizie etniche, di fosse comuni.
    Sì, tutto questo è molto scorretto, politicamente, ed è anche vero che Saddam non è Milosevic e la guerra con l’Islam politico fondamentalista è un affare ben più serio, ma lì la cattiveria rivestita di bontà ha funzionato. E’ la leggerezza tecnologica rivestita di cattiveria verbale che invece non funziona in Iraq.

    Chalabi e McCain
    La guerra guerreggiata è durata tre settimane, è stata negoziata informalmente la ritirata strategica dei saddamiti, la fine dei combattimenti è stata dichiarata in tutta fretta, siriani e wahabiti sauditi sono stati rassicurati dopo un giro peloso di ammonimenti, poi ci si è gettati avidamente nell’aureo discorso pubblico della ricostruzione, del nation building, del più rapido passaggio possibile alla democrazia con l’aiuto del valoroso popolo iracheno liberato dall’internazionalismo democratico.
    E in Israele si è ripartiti dalla road map, dal famoso quartetto, dai vecchi balletti intorno ad Arafat e a Mahmoud Abbas o Abu Mazen, dimenticando un piccolo particolare: Hamas.
    Intendiamoci bene. Anche noi generali in poltrona abbiamo condiviso alcune di queste illusioni, ma alle illusioni seguono le delusioni, e prenderne atto non è così improvvido come potrebbe sembrare a prima vista. Scriveva nel ’55 Walter Lippmann, uno bravo ma che di illusioni se ne intendeva:
    “Quando cose distanti, non familiari e in sé complicate vengono comunicate a grandi masse, la verità soffre di una distorsione considerevole e spesso radicale. Il complesso diventa semplice, l’ipotetico si trasforma in dogmatico, e il relativo in assoluto” (The Public Philosophy).
    Ci siamo un po’ cascati, in questa sciarada di errori, magari con qualcuno dei nostri amici neoconservative e di vari liberal della specie non ridicola e peacenik come quella coltivata nella serra italiana (per esempio, l’Economist).
    Abbiamo senza batter ciglio dato retta a chi diceva che qui non era più roba da Vietnam, da Libano, da Somalia, e che dopo l’11 settembre l’unico paragone possibile era con la Seconda guerra mondiale, il “caso Giappone”.
    Ma qui non si vede un Douglas McArthur, un governatore militare che scrive in inglese la nuova costituzione del Sol Levante e destituisce dal diritto divino l’Imperatore celeste. Qui c’è il generale John Abizaid che parla arabo per ingraziarsi i cuori e gli spiriti del popolo iracheno, il quale ha conosciuto per trent’anni solo il linguaggio della paura del cuore e del fanatismo dello spirito, e L. Paul Bremer III, amministratore civile uscito da Harvard, che fa jogging alla mattina e va in vacanza in Vermont: ottime persone, ma è un altro paio di maniche. (A proposito, Gianni Riotta diceva sul Corriere di domenica che in Giappone si poté fare quel che si è fatto perché gli Stati Uniti erano più ricchi: ne è sicuro? Non pensa, magari tragicamente e con dolore, che alle origini del moderno Giappone stanno i destini di due città come Hiroshima e Nagasaki?).

    Lasciando ai soliti cretini pensare che stiamo proponendo l’atomica su Tikrit, torniamo al nostro ragionamento.
    Magari con l’aiuto di un paio di persone persone che conoscono Saddam, l’Iraq, l’esilio, l’America e la guerra. Parliamo di Ahmed Chalabi, il capo dell’Iraqi National Congress, e di John McCain, senatore repubblicano dell’Arizona, personalità coriacea e indipendente, buon soldato e buon politico.
    Ha scritto Chalabi domenica sul Washington Post, in una lettera agli americani il cui scopo dichiarato è tirare fuori l’Occidente e l’Iraq dal caos segnalato dalla guerriglia quotidiana, dagli attentati all’Onu e soprattutto al santuario sciita di Najaf:
    primo, dateci più potere e armi e soldi e insomma costruite una leadership irachena credibile in fretta (che altro poteva dire l’antisaddamita che fa parte del per ora inutile Consiglio rappresentativo ad interim?). Ma poi ha aggiunto consigli che hanno del surreale, perché si tratta di cose abbastanza ordinarie che evidentemente non sono ancora state fatte. Primo: bisogna reprimere i saddamiti in tutto il paese, bisogna arrestare e interrogare migliaia di persone (“baathisti, fedayn di Saddam, ex
    agenti dei servizi di sicurezza, e con loro i loro fratelli, figli, nipoti e cugini”), e agli interrogatori dobbiamo partecipare anche noi, che siamo anche in grado di darvi le liste di proscrizione.
    Sembra duro, il concetto? Sì, lo è, ma è inutile fare una guerra in un paese dove ha regnato per trentaquattro anni un tipaccio come Saddam, e poi andarci con le molle quando si tratta di rastrellare la rete su cui si appoggia il partito del terrore che affonda la lama nell’occupazione militare come fosse burro. Il popolo iracheno sarà anche stato liberato, ma la sua vera liberazione comincerà quando sarà chiaro che l’Iraq di Saddam, con i cugini e i nipoti e i suoi clan, è stato sconfitto davvero e rende conto ai vincitori.
    Non sarà politicamente corretto, ma allora è meglio starsene a casa e aspettare l’atomica sporca. Inoltre Chalabi, che molti liberal considerano un losco quisling del Pentagono (ma l’articolo è
    nel Washington Post), propone di accerchiare e poi rastrellare le città ribelli alla caccia degli arsenali, con ultimatum di 48 ore, e di arrestare tutti i maschi tra i 15 e i 50 anni che abbiano
    responsabilità nella copertura dei depositi scoperti dopo il rastrellamento.
    Sembrano azioni di guerra, e infatti lo sono. Ma l’impressione è che gli americani in campo abbiano finora pensato di cavarsela con il mazzo delle carte e qualche taglia da nuova frontiera dell’ovest.
    Forse non basta, visti i risultati. Perché è vero che ricostruzione, infrastrutture, prospettiva politica nazionale e consenso sono decisivi, ma dopo aver vinto la guerra e aver creato una sicurezza di ferro, non prima.

    Il nemico esiste, la guerra continua
    Il parere del senatore McCain è più sfumato nelle soluzioni, e risente giustamente di una cultura meno aspra e di un linguaggio meno sanguigno. Ma le sue indicazioni politiche sono altrettanto
    chiare, altrettanto cattive, e invocano la traduzione in fatti politici e militari di una dichiarazione di guerra al terrore che vale come “compito di una generazione” (Condi Rice).
    McCain ha il senso del nemico, e lo cita per nome indicandone la forza, la ramificazione, la pericolosità: i killer baathisti, gli sponsor del terrorismo in Siria e in Iran, i suoi finanziatori in Arabia Saudita, i radicali sciiti e wahabiti, i terroristi di Al Qaida, Ansar al Islam, Hamas e Hezbollah.
    Si deve partire dal fatto che la guerra continua, e il nemico esiste. Sono stato in Iraq, scrive Mc- Cain, e sono convinto che abbiamo fatto bene a fare la guerra, un Iraq libero e sicuro può cambiare il Medio Oriente, ma se perdiamo nella regione che ha prodotto Saddam, i Talebani e Al Qaida abbiamo perso tutto. Aggiunge che a Washington non si capisce l’urgenza e la portata sul campo di questo compito e, quanto all’Onu, dice di essere colpito dalla sfiducia di molti iracheni nei suoi confronti e di dubitare che il bollo delle Nazioni Unite sulla transizione ne rafforzerebbe la legittimità.
    Il senatore McCain non è una testa calda, ma è diverso da John Kerry, il candidato democratico del Massachusetts che domenica predicava agli elettori: bisogna proteggere le nostre truppe.
    Ma le truppe non sono lì per proteggere il mondo dal terrore? Il problema dell’Iraq oggi è uno solo: non cercare alibi e diversivi, cercare e annientare i terroristi.

    Ferrara sul Foglio

    saluti

  4. #24
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    Predefinito

    In origine postato da mustang
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    Se mi leggi è perchè sei "curioso".
    Che gusto c'è a rispondere alle "faccine" di bamboccetto yurj?
    La curiosità ha un limite: posti troppi articoli, con poche notizie e un mare di supposizioni, coomenti, insinuazioni, congetture, e chi più ne ha più ne metta. Nessuno ti può resistere, dopo un po' fai scappare tutti.
    Contento tu.....

  5. #25
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    Predefinito Cerco di proporre "argomenti"....

    ...sui quali discutere.
    Le sterili polemiche a base di insulti e di battute insulse le lascio agli altri.
    Forse credi che "apprezzi" risposte inutili come questa tua ultima?
    Scusa la presunzione se ti dico che annoi.

  6. #26
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    Predefinito Cia e...

    ...Kgb....OK

    il regno saudita traballa

    Dopo un mese di vacanza nel suo ranch dell’amato Texas, il presidente George W. Bush è rientrato alla Casa Bianca. E ha trovato sulla sua scrivania tre dossier incandescenti:
    l’Iraq, il Medio Oriente, il bilancio federale.
    Politica estera e questioni interne (dall’assistenza medica al pacchetto energia) vitali per la sua rielezione. Il 63 per cento degli americani (sondaggio Usa Today- Cnn) pensa che la guerra in Iraq sia stata giusta e il 57 per cento appoggia Bush sulla politica estera. Nel dossier internazionale preparato per Bush da Condi Rice, Cia e Pentagono, non manca una consistente analisi sull’Arabia Saudita. Proprio da Foggy Bottom il regno wahabita è considerato il grande malato del Medio Oriente. La malattia è grave, anche se l’Europa ha concesso a Riad il visto d’ingresso per la Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. E anche se la Russia, paese un tempo lontano anni luce dai sacri deserti d’Arabia, ha firmato un accordo quinquennale per la cooperazione nel settore energetico che prevede attività incrociate nei rispettivi paesi e iniziative congiunte in nazioni terze e sui mercati mondiali.
    L’intesa saudo-russa coincide con la visita a Mosca del principe ereditario Abdullah ibn Abdul al-Saud, il primo grande dignitario che Vladimir Putin incontra dopo le vacanze di lavoro a casa Berlusconi in Sardegna. Nei colloqui telefonici avuti in questi giorni con George W. Bush (temi principali Onu e Iraq, Cina e Corea del Nord) Putin ha parlato anche dell’Arabia Saudita.
    Anche dai russi il principe Abdullah è considerato un’anatra zoppa. Tanto alla Cia quanto al Kgb (oggi il dipartimento internazionale di spionaggio si chiama Svr) circolano le stesse notizie sul regno: “Il regime è in pericolo e la casa reale traballa”. Il re Fahd è sempre più malato, ma nessuno sa chi potrebbe succedergli.
    Logica vuole che Abdullah, principe ereditario, prenda il suo posto. Ma fra i 5.000 principi della famiglia reale non v’è intesa su Abdullah. In più l’Arabia Saudita è oggi il centro di gravità di al Qaida. E nel vuoto di potere che potrebbe crearsi dopo la morte di Fahd, Osama bin Laden e i suoi complici dentro l’establishment religioso, economico, militare e dell’intelligence, potrebbero avere un facile gioco.

    Nelle ultime settimane la questione Arabia Saudita è, subito dopo l’Iraq, in testa alle preoccupazioni americane. Le forze armate, anche dopo l’abbandono della base Sultan, hanno ancora uomini (e obiettivi per terroristi) nel regno. Rapporti provenienti da Riad raccontano che il governo reale, a causa dei dissidi interni, riesce a decidere molto poco, peggiorando la situazione, anche in settori vitali come acqua, energia, educazione, assistenza medica. E tale peggioramento favorisce al Qaida e la sua propaganda.
    Gran parte della popolazione dell’Arabia Saudita, di assoluta e rigorosa fede islamica wahabita, è convinta che la casa di Saud sia una succursale americana e faccia il male dell’Islam. E’ quel che si sente dire ogni venerdì in molte moschee. Circola ai piani alti della Cia proprio un dossier sulle prediche nei luoghi di culto dell’Arabia Saudita.
    Chi l’ha letto dice che è agghiacciante.
    L’erosione di potere del regime è evidente in tutti i settori. Si teme il caos (fitna in arabo) provocato dalla disgregazione e dai conflitti interni al regime. Si fa strada l’idea che sia meglio affidarsi a qualcuno, a qualcosa di diverso. Ed è su questo stato d’animo che fa presa la propaganda degli Jahidis di bin Laden. Le idee dello sceicco hanno fatto una seria base di reclutamento.
    E nel maggio scorso 2.000 insegnanti sono stati epurati da seminari e moschee. Tre di loro sono molto famosi: Ali Al Khudair, Ahmad Ali Khalidi e Nasser Al-Fahd, tutti ex studenti del celebre Hammoud bin Uqla Al Shuyabi, ex capo del dipartimento di Teologia della università islamica Iman Muhammad bin Said.
    Al Shuyabi, come si usa, ha giustificato l’attacco dell’11 settembre 2001 all’America. Re Fahd ha ordinato ieri ai religiosi di combattere le ideologie estremiste. Il messaggio però ha avuto scarsa eco. Viene da un mondo malato, che comanda sempre meno.
    E’ la prima preoccupazione americana, dopo l’Iraq.

    Da il Foglio

    saluti

  7. #27
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    Predefinito Re: Cerco di proporre "argomenti"....

    In origine postato da mustang
    ...sui quali discutere.
    Le sterili polemiche a base di insulti e di battute insulse le lascio agli altri.
    Forse credi che "apprezzi" risposte inutili come questa tua ultima?
    Scusa la presunzione se ti dico che annoi.
    Non pretendo tu le apprezzi, soprattutto dopo che ti ho "mazzulato" più di una volta
    Oh, scusa se ti ho annoiato.
    Torna pure al tuo giochino.
    Buon divertimento, postatore folle.

  8. #28
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    Predefinito

    Il grande confronto tra realismo e idealismo, tra il ricorso in Iraq alla mano pesante della repressione “nasty” oppure l’apertura all’Onu e al multilateralismo, è più aperto che mai.
    Il via libera venuto ieri da Colin Powell alla nuova risoluzione Onu dopo due giorni di colloqui telefonici con Parigi, Londra, Tokyo e Berlino, colloqui di cui l’apertura di Putin patrocinata da Berlusconi d’intesa con Bush lo scorso fine settimana è stata la premessa (e Frattini oggi incontra Powell e Annan all’Onu), spostano il pendolo verso il multilateralismo.
    In più, si lavora alla Conferenza internazionale che tra qualche settimana chiamerà a raccolta Usa, Europa, Giappone, Onu e Banca mondiale al sostegno finanziario del nuovo Iraq.
    La Casa Bianca ha il suo daffare a smentire si tratti di una correzione di rotta, come sottolineano i leader democratici sulla scia di vecchie volpi clintoniane come Madeleine Albright e James Rubin. Ma anche conservatori a tutto tondo come Alexander Haig da qualche settimana invocavano una “chiara strategia per evitare fallimenti”, che suonava come critica sia pur implicita.
    Le riassicurazioni di Paul Wolfowitz, “il terrorismo non ci piegherà”, sono parse a molti eludere il problema cui Bush ha preso a lavorare con Powell.
    Alle richieste dei neocon più convinti, come Robert Kagan che sul Washington Post ha scritto che bisogna rassegnarsi e inviare più truppe americane in Iraq, l’Amministrazione non è in grado di dare corso. Come provano due “avvertimenti”.
    Il rapporto del Congressional Budget Office che martedì ha condizionato la discesa sotto i 4 miliardi di dollari mensili di spesa americana in Iraq a un massiccio intervento di forze alleate. E il “leak” con cui i capi di Stato maggiore hanno allungato al Washington Times un rapporto riservato in cui accusano il Pentagono di non averli messi in condizione di svolgere bene le funzioni cui sono chiamati ora, dalla ricerca degli arsenali vietati alla stabilizzazione etnica alla transizione democratica. Anche i militari avvertono che si apre la forbice dell’opinione pubblica e della campagna elettorale.

    Credere però che Bush stia sbaraccando le proprie idee e il ruolo leader dell’America sarebbe una colossale stupidaggine. L’America tratta, ma forte del suo successo sul campo.
    Solo cooperando e tenendo i nervi a posto l’Europa può evitare di tornare a infilarsi nel cul di sacco in cui l’avevano spinta Chirac e de Villepin.


    saluti

  9. #29
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito

    i pacifinti dell'Onu. Ora bush vorrebbe affidargli qualcosa... il conto?

  10. #30
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    Predefinito Cosa sucede nella retrovia...

    .....politica della guerra al terrorismo?

    Di nuovo all’Onu, a discutere con francesi e tedeschi che cosa fare in Iraq. Si parla soltanto, o quasi, dei costi della guerra, materiali e umani. Dell’insostenibilità dello sforzo per gli Stati Uniti. Della necessità per la Casa Bianca di dare risposte più solide al pubblico americano nel corso della lunga campagna presidenziale ormai pienamente avviata.
    Della indispensabilità delle alleanze: multilateralismo contro unilateralismo.
    Gli squali bianchi della diplomazia internazionale riaprono l’immensa bocca chiusa dalle decisioni belliche della primavera scorsa. La destra americana di governo si sfilaccia un po’, cede alle recriminazioni e si approntano trappole. Washington è seconda solo a Roma, quanto alla corruttela politica e ai bizantinismi dell’inimicizia tra amici e alleati. Risultato: gli improvvidi e i tiepidi e i faziosi dicono che George W. Bush ha perduto la sua partita rivoluzionaria, fare sul serio la guerra al terrorismo introducendo elementi di regime rappresentativo e qualche libertà nel calderone tirannico del Medio Oriente e del mondo islamico.
    Ma non è proprio così. Anzi, non è affatto così.
    La svolta onusiana gestita da Colin Powell, una colomba che sa tirare fuori gli artigli e lo ha dimostrato al momento giusto, porta con sé un alone di ambiguità, come sempre in diplomazia. Ma
    non è ancora la controrivoluzione vittoriosa guidata da quel vasto establishment (Dipartimento di Stato, Congresso, media e militari) che nel recente passato ha sofferto sotto la sferza di tipacci come
    W., Rumsfeld, Cheney e compagnia.
    Il problema non è la sconfitta strategica della Casa Bianca e di chi ha pensato la sua politica dopo l’11 settembre (perché la pensava così anche prima), casomai è la gestione di una prima significativa vittoria come la liberazione dell’Iraq. Le vittorie, si sa, sono difficili da governare almeno come le sconfitte, anche se sono alla fine più gratificanti, e preferibili in linea generale.

    Come abbiamo scritto, e confermiamo, le cose che vanno bene in Iraq non consolano e non rassicurano abbastanza rispetto a quelle che vanno male. L’amministrazione civile del Pentagono
    ha pensato, secondo i neoconservatori che la consigliano e ora prendono le distanze, di avere il tempo dalla sua parte. Non hanno costruito in tempo un vero potere iracheno né un forte e intimidatorio comando americano, dopo la frettolosa dichiarazione della fine dei combattimenti. Hanno creduto troppo a lungo in alcune previsioni sbagliate sulla sicurezza, formulate nell’epoca tragica in cui la battaglia per la libertà da Saddam si doveva fare a colpi di propaganda nella grande platea mediatica e politicamente corretta delle Nazioni Unite.
    Così un’alleanza di diplomatici, militari, parlamentari e media ha convinto Bush a rifare un giro nel club di Kofi Annan, per vedere le carte degli europei riluttanti e verificare se sia possibile ottenere la botte piena e la moglie ubriaca: un comando americano che garantisca la continuazione dell’impresa e anche rinforzi in truppe e denari per alleviare le inquietudini dei soldati, degli
    ambasciatori, dei politici in campagna elettorale e dei giornalisti politicamente corretti.
    Di qui a una ritirata americana dalle responsabilità storiche che il paese si è assunto ce ne corre. Aspettare e vedere.

    da il Foglio

    Intanto oggi la G.B. ha deciso di inviare in Iraq altre forze militari

    saluti

 

 
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