Il saggio della Verdugo fornisce nuove prove sulle responsabilità americane nel colpo di Stato
Allende, tutte le carte del complotto
Un mitra, quasi un pezzo da museo regalatogli molti anni prima da Fidel Castro: è il simbolo della parabola tragica di Salvador Allende. La celebre fotografia scattata nei suoi ultimi istanti lo immortala mentre lo imbraccia, l’elmetto allacciato, lo sguardo di chi sta per combattere senza speranza. E realmente in quell’ora fatale di trent’anni fa (era l’una e mezzo di pomeriggio dell’11 settembre 1973) la sua partita contro i golpisti si poteva considerare già perduta. Poco dopo, quello stesso mitra Allende se lo sarebbe puntato addosso, pur di non cadere vivo nelle mani di chi voleva abbattere la democrazia. Da allora, l’infamia per quel golpe e per il massacro degli oppositori (i «desaparecidos») sarebbe caduto su Pinochet e i suoi seguaci, mentre il ruolo dell’America rimaneva sullo sfondo. Oggi tuttavia, con l’uscita del vigoroso saggio-pamphlet di Patricia Verdugo, Anatomia di un complotto , un nuovo gruppo di accusati viene chiamato alla sbarra: la Cia e la sua gemella Dia, creatura del Pentagono, nonché Henry Kissinger, allora segretario di stato del presidente Nixon, in qualità di anima nera e regista di tutta l’operazione.
Autorevole, senza dubbio, l’accusatrice: la Verdugo, figlia di un sindacalista democristiano assassinato, ha scritto vari libri di grande impatto e ricevuto pubblici riconoscimenti anche negli Stati Uniti. Ma soprattutto probanti appaiono le fonti cui ha attinto: i documenti della commissione Church, costituita in America proprio per accertare le responsabilità della zio Sam nella organizzazione del putsch sanguinoso (e in parte liberate dal segreto per volontà del presidente Clinton). Dalle carte risulta che Kissinger e i suoi collaboratori si diedero da fare per facilitare il golpe, approfondendo la crisi economica del Cile e creando una clima di panico per una possibile deriva marxista; pagando poi quei settori dell’esercito che si dichiaravano disposti a intervenire militarmente contro il presidente. In un crescendo drammatico di sicuro effetto, la Verdugo ricostruisce i colloqui top secret fra Kissinger e i «nostri agenti a Santiago», in un clima di spionaggio vagamente alla Graham Green. E la scena finale dell’assalto con aerei, elicotteri e cannoni al palazzo della Moneda è di quelle che non possono essere facilmente dimenticate.
Tuttavia, anche a voler prendere con beneficio d’inventario le tesi difensive di Kissinger (che ha sempre negato un ruolo attivo nel golpe ottenendo in seguito il premio Nobel per la pace) resta un dubbio riguardo ai toni apologetici del pamphlet. Opinionisti come Sergio Romano sostengono che la complessa anima politica di Allende (per metà socialdemocratica, per l’altra metà radicale e terzomondista) fu alla base della sua fragilità. Prigioniero di un massimalismo che lo portò a nazionalizzare le industrie e aumentare sproporzionatamente i salari, fu vittima di un clima politico esasperato, in cui spesso in Sud America ci si trovava a scegliere fra squadroni della morte e guerriglieri in stile tupamaro. Insomma, a giudizio di Romano, Allende andò incontro a un «autentico fallimento politico»: del resto anche in Italia Berlinguer ne prese atto, elaborando la teoria del compromesso storico a partire dall’esperienza cilena.
E il ruolo dell’America? Dopo la Verdugo, e con l’approssimarsi delle commemorazioni nel tragico trentennale, si aspettano nuove messe a punto storiche. Segno che la ferita di Santiago è ancora aperta, e il simbolo del golpe cileno parla ancora al cuore dell’Occidente.
Il libro di Patricia Verdugo su Allende, «Anatomia di un complotto», Baldini Castoldi, p. 205, 12,90




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