Mai creare ostacoli artificiali all'acqua
Era tutto previsto
e per colpa nostra


Non occorreva essere indovini per prevedere quello che sarebbe successo quando si fosse spostata la «cappa» di calore che è gravata sull'Italia per oltre due mesi, questa estate. La anomala situazione è stata il risultato di lenti continui mutamenti climatici derivanti dalle modificazioni della composizione chimica dell'atmosfera, a loro volta conseguenti i crescenti consumi di energia e gli interventi umani sul territorio. In questa lunga estate si è accumulata una grande quantità di calore negli strati superficiali dei mari che circondano la nostra penisola; la diminuzione della temperatura dell'aria ha provocato rapide intense evaporazioni dell'acqua e conseguenti piogge intense.
E così, per quanto ci riguarda, pochi giorni fa nel Foggiano un torrentucolo, Vulgano, è stato occupato da un'ondata di acqua che ha spazzato via un bambino; pochi giorni dopo si scopre che nell'Ofanto qualcuno ha occupato l'alveo del fiume e anche ha portato via l'acqua; ieri l'altro è stata alluvionata la zona del torrente Lato e di altre «lame» vicino Taranto e sono state interrotte le strade per la Basilicata e la Calabria. Gli incendi estivi hanno lasciato migliaia di ettari di terreno privi di vegetazione, esposti all'erosione, in preparazione delle future alluvioni e frane. E, infine, guardate come sono state asfaltate le strade urbane, con la pendenza verso il centro e con i tombini intasati, in modo da bloccare le automobili entro laghetti di acqua e fango.
Le piogge intense non sorprendono ed era facile prevedere che l'acqua avrebbe cercato la sua strada verso il mare scendendo lungo i fianchi delle colline e sul fondo valle e nei torrenti, fiumi e lame, travolgendo terra, sassi e vegetazione, quello che avrebbe trovato sulla sua strada. E che quando avesse trovato ostacoli, l'acqua si sarebbe fatta strada nei campi, nei paesi, avrebbe eroso la massicciata di strade e ferrovie.
Molti paesi e abitazioni sono stati invasi dalle acque e dal fango perché l'alveo dei fiumi e dei torrenti vicini era stato stretto da strade o edifici o perché si era intasato con detriti, pietre, ramaglie strappate dalle montagne e colline, quando addirittura non era invaso da rifiuti, elettrodomestici abbandonati, rottami e plastica. Eppure il responsabile della protezione civile, alcune settimane fa, aveva avvertito gli amministratori locali di «approfittare» della lunga siccità per intervenire e far sgombrare e pulire il letto dei fiumi e dei torrenti, in modo da lasciare libero il corso alle acque delle piogge imminenti.

Mi rendo ben conto che il fondo delle valli, gli spazi vicino al greto dei torrenti e fiumi, rappresentano le zone più comode per stendere strade e ferrovie e più «appetitose» per costruire villaggi, campi sportivi, quartieri abitativi, ma purtroppo questa comodità si paga perché si privano le acque - che prima o poi arrivano nei torrenti e nei fiumi - della possibilità di scorrere liberamente, se ne fa aumentare la velocità e la forza distruttiva. E quando le acque non trovano spazio libero, se lo conquistano allagando proprio quelle opere «comode» che vengono distrutte, provocando morti e dolori e anche costi che si possono ben stimare, fra frane, alluvioni e incendi, in 10 miliardi di euro all'anno.
Tanti anni fa un colto e illuminato ministro, Giuseppe Galasso, aveva emanato un decreto, divenuto poi legge 431 del 1985, che poneva dei vincoli «paesaggistici» - ma di fatto dei vincoli all'occupazione e all'edificazione - sul territorio che si estende per alcune centinaia di metri intorno ai fiumi, torrenti, laghi, alle coste e alle spiagge. Un principio di buon governo: gli errori nell'occupazione del territorio costano soldi non solo per gli allagati e alluvionati, ma per l'intera comunità. E sono soldi nostri sottratti ad altri impieghi, alla scuola, alla sanità, ai servizi agli anziani. Soldi che potrebbero essere risparmiati se fossero dedicati alla difesa del suolo, alla pulizia dei fiumi, se le amministrazioni vincolassero le licenze edilizie e le opere pubbliche all'unica ineluttabile legge, quella del moto delle acque.

La legge «Galasso» è rimasta sulla carta, come anche la legge sulla difesa del suolo, di 14 anni fa, che aveva imposto la creazione di unità di pianificazione, le «autorità di bacino idrografico», che avrebbero dovuto in primo luogo effettuare la ricognizione dello stato del territorio, delle pianure e delle valli, delle colline e delle montagne e dei fiumi, per poter decidere, su tali conoscenze, interventi e vincoli per evitare frane e alluvioni.
Difesa del suolo, rimboschimento, lotta agli incendi, pulizia dei fiumi, divieti di edificare quando le costruzioni ostacolano il moto delle acque, sono le poche ricette per la salvezza del Paese. Lo aveva capito Roosevelt, quando fu eletto, proprio settant'anni fa, presidente degli Stati Uniti, un Paese con le terre erose dalle piogge e dal vento e dallo sfruttamento agricolo intensivo. Come primo atto del suo «Nuovo corso» dispose che due milioni di ragazzi disoccupati, dai 18 ai 25 anni, fossero impiegati in opere di rimboschimento e difesa contro gli incendi.
I giovani piantarono 200 milioni di alberi, ripulirono il greto dei torrenti, prepararono laghetti artificiali, costruirono dighe, scavarono canali per l'irrigazione, costruirono ponti e torri antincendio, combatterono le malattie dei pini, ripulirono spiagge e terreni adatti a fini turistici. Roosevelt fece pagare un affitto a chi usava tali terre per pascoli, per scavare miniere e pozzi petroliferi. E se, in questo 2003, che, ironicamente, è l'anno mondiale dell'acqua, anche noi partissimo proprio dalle acque, investendo oggi denaro e lavoro per evitare gli inevitabili costi che ci aspettano, nei prossimi anni, se continuiamo a non fare niente ?

Giorgio Nebbia