"LA QUESTIONE non è se, ma quando, il prossimo grande collasso
elettrico colpirà" (North American Electric Reliability Council,
2001). Chiunque creda in Italia d'aver subìto ieri una calamità
eccezionale, s'illude: ha solo vissuto una prova generale di quel che
sarà il nostro futuro "normale". Il mondo intero corre ciecamente verso
la catastrofe energetico-ambientale, foriera a sua volta d'inaudite
tensioni geopolitiche, conflitti sociali e avventure militari. L'Italia
corre nella stessa direzione, a modo suo: cioè mescolando eccessi
postmoderni e debolezze premoderne, con in più quel sovraccarico di
malafede e sguaiata rissosità interna che rende ancora più difficile al
paese capire e affrontare una terribile emergenza. È questo il problema
centrale dell'epoca contemporanea.
Continuando a sottovalutarlo, le nostre generazioni e le classi
dirigenti che ci governano si macchiano di colpe incancellabili verso
l'umanità futura.
Per chi ha vissuto i blackout americani degli ultimi quattro anni,
innanzitutto balzano agli occhi le sconcertanti anomalie di quello
italiano. Primo. Queste crisi altrove esplodono di giorno perché
coincidono con punte massime di consumi energetici (sia industriali che
domestici), spesso in circostanze meteorologiche anomale (per esempio
ondate di caldo che spingono al massimo l'uso dei condizionatori). È
raro invece che un blackout inizi a notte fonda e con consumi bassi
com'è avvenuto ieri in Italia, e ciò rivela una fragilità inquietante
del sistema elettrico nazionale. Secondo. Il fatto che l'origine di
questa crisi sia da cercarsi nelle nostre reti di importazione - dalla
Svizzera o dalla Francia non importa - ricorda l'ulteriore vulnerabilità
di una nazione non autosufficiente. Non solo, come altri paesi, dobbiamo
importare petrolio e gas per far funzionare le centrali elettriche sul
nostro territorio; ma poiché l'energia generata nelle centrali italiane
è largamente al di sotto dei nostri consumi, abbiamo un bisogno vitale
di importare grandi quantità di corrente da Francia, Svizzera, Austria.
E di importarla ogni giorno, a ogni ora del giorno e della notte: perché
l'energia elettrica non si può depositare in magazzini, è un flusso
permanente dal produttore al consumatore. La terza anomalia italiana è
che il blackout ha paralizzato l'intero paese, una nazione di 57 milioni
di abitanti che si ritiene sia la settima potenza industriale del
pianeta: non era mai accaduto prima. Nella teoria matematica del caos,
il battito d'ali di una farfalla in Giappone può provocare un ciclone
dall'altra parte del mondo; abbiamo assistito alla variante in cui un
albero che cade in Svizzera può gettare nell'orrore la Sicilia. Viviamo
in un mondo dominato da una crescente interconnettività dei sistemi, le
grandi infrastrutture di distribuzione elettrica non sono diverse dalla
rete Internet.
Un tempo la corrente veniva prodotta e consumata localmente: era una
soluzione inefficiente, perché se una centrale elettrica romana alimenta
Roma, e una milanese alimenta Milano, queste centrali devono essere
sovradimensionate per poter rispondere alle punte dei consumi, e il
resto del tempo sono sottoutilizzate (quindi troppo costose). Il
guadagno di efficienza che si è avuto costruendo dei mercati energetici
sempre più integrati, a livello addirittura sovranazionale, si è
tradotto in altrettanta vulnerabilità: il batter d'ali della farfalla,
un incidente in una periferia remota del sistema, si propaga a velocità
incontrollabile fino all'infarto mortale.
In un sistema altamente complesso e sofisticato l'Italia è l'anello
debole: iperdipendente dalla modernità degli altri, premoderno per la
sua rete distributiva che l'Enel ha mantenuto deliberatamente
sottosviluppata (il Mezzogiorno convive da sempre con blackout a
scacchiera che sono la maledizione per le sue imprese; le strozzature ai
confini con Francia e Svizzera sono funzionali per mantenere la
posizione dominante del monopolista).
L'estrema patologia italiana non deve occultare però la dimensione
mondiale del fenomeno. Estati del 2000 e 2001 in California, 14 agosto
2003 sulla East Coast americana (New York e Detroit, Cleveland e
Toronto), 28 agosto 2003 a Londra, 23 settembre 2003 in Danimarca: il
bollettino delle emergenze-blackout segna un'accelerazione
impressionante. Ovunque, le reti di distribuzione sono le prime a
saltare: essendo infrastrutture di interesse collettivo, sono state le
più trascurate da chi (monopoli pubblici, monopoli privatizzati,
oligopoli privati) sul mercato cerca redditività a breve termine. Ma
anche la decrepitudine delle infrastrutture di trasporto è solo la punta
dell'iceberg.
Dietro c'è un problema ben più drammatico: la crescita esponenziale dei
nostri consumi d'energia, e il modo dissennato con cui soddisfiamo i
bisogni. Altro che dare la colpa agli ambientalisti "che non ci lasciano
costruire le centrali" (menzogna usata sia da Marzano che da Bush).
Dimenticando quel tremendo segnale premonitore che fu la crisi
energetica degli anni Settanta, i paesi industrializzati hanno
rapidamente girato le spalle alle energie pulite e rinnovabili (sole,
vento, maree, biomasse) e sono tornati a privilegiare gli idrocarburi:
petrolio, carbone e gas sono le fonti di gran lunga prevalenti
dell'energia elettrica generata dalle nostre centrali.
Anche quando infiliamo la spina del computer nella presa della corrente,
il più delle volte è come se mettessimo in moto l'automobile: alla fine
andiamo sempre a pescare nei giacimenti di petrolio, gas e carbone.
Risorse che un giorno si esauriranno.
Risorse inquinanti; avvelenano l'aria che respiriamo; attraverso
l'effetto serra surriscaldano il clima del pianeta (generando in un
circolo vizioso ulteriori consumi d'energia: dopo i 15.000 anziani morti
quest'anno, entro l'estate prossima tutta Parigi avrà i condizionatori
d'aria).
Risorse che hanno concentrato in un angolo del pianeta - il Medio
Oriente e il Golfo Persico - un deposito inesauribile di rendite
opulente, diseguaglianze sociali, dittature medievali, fanatismi
religiosi, odio antioccidentale, terrorismi e interventi militari
americani. Gli scienziati del progetto Redefining Progress hanno
organizzato sul sito earthday. net un geniale questionario, Ecological
Footprint Quiz: con poche semplici domande sul nostro stile di vita e di
consumi, misurano immediatamente l'impatto energetico-ambientale di
ciascuno di noi. La risposta nel mio caso è questa: se i due miliardi e
mezzo di cinesi e indiani e tutti gli altri abitanti del mondo
s'adoperano per raggiungere il tenore di vita che ho io, rappresentante
medio della civiltà occidentale, ci occorrono sette pianeti-terra da
sfruttare.
Nonostante consumi energetici ancora esigui rispetto ai nostri, a
Pechino e a Città del Messico l'aria è ormai una densa nube tossica, in
India i blackout sono un evento quotidiano. Quel che è accaduto ieri in
Italia indica da che parte sta il nostro futuro.

Federico Rampini
La Repubblica
29 settembre 2003