è be certo se si rifà al comunismo...
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Con un nazional-comunista dubito che si possa parlare di "destra" e "sinistra". Lui è per definizione al di là, oltre una dicotomia che non riconosce. Del resto il neo-fascismo non si è mai dichiarato di destra. Comunque l'assunto nazional-comunista è che il comunismo o meglio, il bolscevismo, è per sua natura nazionale e in antitesi al liberal-capitalismo fondato su una ricerca del profitto che non conosce confini. Tuttavia, da quanto ho capito, la nazione "bolscevica" a cui si guarda è la Russia, la cui vocazione geopolitica è imperiale ed eurasiatica. Da segnalare che in questo filone di pensiero, sempre se non vado errato, la geopolitica si nutre di concetti mitologici e metafisici, che permettono di caratterizzare tale ideologia come sintesi oggettivistica in cui Idea e Materia possano fecondarsi e costituire un'alternativa a ogni forma di soggettivismo e individualismo.


Si ma questo discorso è relativo solo al russo Dughin, è un discorso da panslavista, prettamente russo, che con qualche acrobazia cerca di mettere assieme Evola e Marx, ispirando la destra russa verso una nuova sintesi non + anticomunista ma vicina al marxismo.In origine postato da ZENA
Con un nazional-comunista dubito che si possa parlare di "destra" e "sinistra". Lui è per definizione al di là, oltre una dicotomia che non riconosce. Del resto il neo-fascismo non si è mai dichiarato di destra. Comunque l'assunto nazional-comunista è che il comunismo o meglio, il bolscevismo, è per sua natura nazionale e in antitesi al liberal-capitalismo fondato su una ricerca del profitto che non conosce confini. Tuttavia, da quanto ho capito, la nazione "bolscevica" a cui si guarda è la Russia, la cui vocazione geopolitica è imperiale ed eurasiatica. Da segnalare che in questo filone di pensiero, sempre se non vado errato, la geopolitica si nutre di concetti mitologici e metafisici, che permettono di caratterizzare tale ideologia come sintesi oggettivistica in cui Idea e Materia possano fecondarsi e costituire un'alternativa a ogni forma di soggettivismo e individualismo.


E' vero.In origine postato da wilhem
Si ma questo discorso è relativo solo al russo Dughin, è un discorso da panslavista, prettamente russo, che con qualche acrobazia cerca di mettere assieme Evola e Marx, ispirando la destra russa verso una nuova sintesi non + anticomunista ma vicina al marxismo.
In effetti il nazionalbolscevismo non nasce certo con Dughin.
E le sue teorie non so quanta risonanza abbiano al di fuori della Russia.
a mio avviso il nazionalbolscevismo cerca di metabolizzare in un percorso solo l'idea di grandezza e di salvaguardia dell'idea di comunità e di nazione, correndo assieme al principio della lotta sociale e di classe. Diciamo che cerca di fare quello che i marxisti classici non hanno mai voluto fare, loro pensavano che nazionalismo e lotta di classe non potessero mai essere una cosa sola, mentre il nazionalcomunismo pensa l'opposto, non c'è liberazione sociale ed economica se non c'è liberazione nazionale.
I CIRCOLI COMUNITARISTI
Come sopra detto, esiste da sempre a destra la ricerca di radici “rivoluzionarie”, ovvero di “sinistra”, del fascismo e del nazismo che porta alcuni militanti a rompere con il proprio ambiente di appartenenza per approdare su opposta sponda. E’ l’esperienza storica, ormai quasi secolare dei “fascisti rossi” o della “sinistra fascista”.
Le esperienze meno lontane ci riportano alle frange movimentiste di Università Europea, approdate al movimento “comunista rivoluzionario” nel ‘68; all’esperienza di Indipendenza, un gruppo di ex militanti di Terza Posizione passati attraverso l’esperienza della lotta armata degli ultimi N.A.R. e del carcere e approdati a posizioni di sinistra “nazionalitaria”.
Nella maggior parte dei casi - da Lotta di Popolo a Sinergie Europee - finisce per prevalere il senso di appartenenza tribale alle proprie tradizioni ed origini puramente fasciste.
Più di recente è da segnalare l’esperienza di alcuni militanti dei Circoli Comunitaristi provenienti dallo sviluppo della “Linea comunitarista”, componente organizzata del Fronte Nazionale di Adriano Tilgher. Questi ultimi cominciano con il promuovere un Bollettino del Fronte Olista scegliendo come titolo Rosso è Nero, con un evidente richiamo ai “fascisti rossi”, la componente “socialistica” propria del “diciannovismo”, poi riemersa nella Repubblica Sociale Italiana.
Il riferimento al nazional-bolscevismo tedesco degli anni ‘20 e ‘30 traspare nella scelta dei primi simboli: l’aquila prussiana con la spada, la falce e il martello.
Il primo numero del novembre ‘98 espone la posizione “nazional-comunitaria”, partendo dal consueto superamento dei concetti di destra e sinistra: “Il fascista cattivo e nostalgico non mette paura a nessuno, anzi è utile e funzionale al sistema. Quello che mette veramente paura è il rivoluzionario. Questo non significa certo diventare di sinistra, perché questa sinistra ci disgusta quanto la destra. Significa oltrepassare i limiti imposti dalla cultura borghese e creare una nuova concezione della politica”.
Fin qui niente di nuovo: siamo alla semplice riproposizione delle tesi, allora innovative, di Costruiamo l’azione. Il leader della componente è infatti un quadro storico dello spontaneismo armato, quel Maurizio Neri, dal cui arresto dopo la strage di Bologna (insieme, tra gli altri, alla Mambro, a Fioravanti, a Fiore e Morsello) è scaturita la prima inchiesta giudiziaria contro la rivista ed il gruppo diretto da Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini.
La spaccatura si consuma nell’estate del 1999, nel momento di massimo avvicinamento del Fronte Nazionale di Tilgher all’accordo elettorale con la Fiamma Tricolore di Rauti ed il Polo delle Libertà. A questo punto “l’area nazional-rivoluzionaria e nazional-comunista può e deve intraprendere una necessaria revisione dottrinaria ed ideologica (...) per trovare una sua strada del tutto autonoma”.
Il primo sbocco è un convegno (Febbraio 2000) che si svolge in occasione del primo anniversario dell’attacco della NATO alla Jugoslavia. All’iniziativa partecipa Luc Michel, presidente del Partito Comunitarista Nazionaleuropeo. Molti i relatori “nazional-comunisti”: oltre a Carlo Terracciano, della più volte citata rivista Rosso è Nero, Yves Bataille, Dragos Kalajic, Chicco Galmozzi (ex di Prima Linea), ma anche un ex missino doc come Tommaso Staiti di Cuddia.
Parte forse da qui (aprile-settembre 2000) il breve feeling politico dei Circoli Comunitaristi con il Partito Comunitarista Nazionaleuropeo, attivo soprattutto in Belgio, Francia e Germania. Si tratta di un gruppo transnazionale che rivendica la diretta filiazione dall’esperienza organizzata della Giovane Europa di Jean Thiriart. Il gruppo, dissoltosi alla fine degli anni ‘60, era stato rifondato come Parti Communautaire Européen in Belgio negli anni ‘80, ma il suo rilancio internazionale è collegato all’auspicio di un’alleanza in Russia tra nazionalisti e comunisti che hanno fatto tornare Thiriart alla politica attiva sino alla sua morte, avvenuta alla fine del ‘92.
Ed è proprio sulla base della critica dottrinaria al thriartismo ed al “comunitarismo europeo” che avviene la rottura dei Circoli Comunitaristi con Il PCN. Da questo momento i primi affermano con forza che il loro scopo è quello di perseguire una collocazione “in seno alla sinistra anticapitalista ed antimperialista”. A ottobre 2000 nasce la Rete Italiana dei Circoli Comunitaristi che trasforma la testata in Comunitarismo con il sottotitolo Democrazia diretta - Socialismo liberazione, e dichiara consumata la rottura con gli ambienti nazional-rivoluzionari.
Nel bilancio politico di “un anno di lotta” si sottolinea la centralità della proposta portata all’interno del movimento anti-globalizzazione e tra le forze antimperialiste “per la costruzione di un fronte di sinistra europea antagonista che si batte per il socialismo e che considera il dato nazionale un fattore imprescindibile”. Nel maggio 2001 – per loro stessa ammissione – l’esperienza dei Circoli Comunitaristi si esaurisce definitivamente. Essi si sciolgono e dichiarano la più totale rottura con gli ambienti della destra estrema per passare a quello che loro chiamano il “comunismo nazionalitario”.
L’ultima ridefinizione identitaria, è dell’estate del 2001: “per rafforzare la comunicazione con le altre realtà della sinistra anticapitalistica e antimperialista: autoscioglimento…per dare vita alla formazione dell’Unione dei Comunisti Nazionalitari, cambiamento del nome della rivista…in Resistere!, cambiamento del vecchio simbolo (falce, martello e spada incrociati ), apertura di un nuovo sito-internet”.
Il “comunismo” ed il “marxismo” sembrerebbero dunque essere l’ultimo approdo, con la nascita della Unione dei Comunisti Nazionalitari (dai quali si è allontanato Terracciano), che vanta alcuni circoli sparsi sull’intero territorio nazionale ed un sito internet. La Unione dei Comunisti Nazionalitari rivendica un’identità di sinistra radicale e, di fronte all’ostilità di gran parte del movimento di classe, adduce, a motivo di “legittimazione”, l’adesione ad alcuni campi antimperialisti.
La loro rivista Comunitarismo viene definita “punto di riferimento di una corrente di pensiero Comunista Nazionalitaria, punto di arrivo di una lunga elaborazione teorica il cui approdo irrevocabile è la totale collocazione all’interno dell’area di sinistra antifascista, anticapitalistica, antimperialista e marxista”.
A quei settori della sinistra antagonista che restano però convinti (a nostro avviso giustamente) che si tratti di un tentativo di infiltrazione, la Unione dei Comunisti Nazionalitari così risponde: “se alcuni settori della sinistra ancora dubitano di noi è anche per motivi legati alle analisi sull’imperialismo e sulle lotte di liberazione nazionale nel mondo. Siamo fiduciosi, comunque, che il tempo farà sfumare anche le ultime diffidenze”.
Ma anche quest’esperienza non ha fatto “breccia” negli ambiti sinceramente anticapitalisti ed antimperialisti ed ora è stata riciclata nell’esperienza di Socialismo e Liberazione (dal sottotitolo della vecchia rivista). Così il medesimo gruppo cambia gattopardescamente nome rilanciando il medesimo progetto: “l’UCN (Unione Comunisti Nazionalitari) si è sciolta un anno fa (marzo 2002) proprio allo scopo di facilitare il dialogo con le altre componenti comuniste, antimperialiste ed anticapitaliste e di eliminare ostacoli alla mutua comprensione con altre realtà politiche antagoniste; l’associazione "Socialismo e Liberazione" non è in nessun modo un organizzazione centralizzata e gerarchizzata, bensì è un associazione culturale aperta a tutte le libere individualità che intendono diffondere idee e tesi anticapitaliste ed antiimperialiste; l’associazione "Socialismo e Liberazione" per queste sue caratteristiche è composta da diverse anime, tra cui quella comunista e nazionalitaria e utilizza strumenti di diffusione come la Rivista, siti internet e forum di discussione”.
La fenice “nazional-comunista” traccia questa linea nel suo primo editoriale sul nuovo sito: “L’editoriale di questo numero lo vorremmo dedicare ad una spiegazione chiara e definitiva sulla linea politico - culturale che anima la Rivista ed il gruppo umano che la promuove. In questi ultimi mesi, abbiamo cercato di stabilire con altre realtà di compagni un dialogo costruttivo che ponesse le basi per una fattiva unione delle forze, posto che il settarismo e le granitiche certezze non hanno mai costituito, per fortuna, un problema per noi. L’esito, è bene dirlo apertamente, non è stato dei più felici, perché come spesso accade ci scontriamo con visioni vecchie quanto il cucco, come l’economicismo o il vetero-marxismo più pervicace, che ostacolano oggettivamente la nostra ricerca di un “pensiero nuovo” che si alimenti del contributo scientifico marxista, ma che, nel contempo, contenga in sé il fattore nazionalitario”.
Ormai smascherato, il gruppo (guidato sempre da Maurizio Neri che firma gli articoli principali) si trincera dietro una posizione da “incompresi” in un mondo marxista che sarebbe legato a “vecchi schemi” e dove la provenienza politica “differente” è sinonimo di “emarginazione”.
Una certa legittimazione politica gli viene dai contributi dell’unico filosofo “marxista” da loro considerato “moderno”, ovvero che da leggittimità alle tesi del “comunismo nazionalitario”: Costanzo Preve.
I suoi articoli ed i suoi contributi sono posti, infatti, in grande evidenza sul sito e sulla rivista del gruppo.
In particolar modo quelli su Comunitarismo e Comunismo dove Preve spiega le sue ragioni circa la legittimità ed il “diritto di cittadinanza” dell’idea di “comunismo nazionalitario” e della sua “collaborazione” coi gruppi che se ne fanno portatori. “Per queste ragioni, e per molte altre di questo tipo, ho personalmente deciso fin dal 1997 di collaborare con la rivista romana Indipendenza, che sostiene una versione democratica della questione nazionale cui ha dato il nome di nazionalitaria”.
Uno degli assi portanti a sostegno della teoria è, dichiaratamente, il pensiero delle correnti “neo-comunitariste” di Etzioni (“fulminato” dalla vita comunitaria nei Kibbutz israeliani) e Mac Intyre, idee di cui ci si può “nutrire” nelle riviste e nelle associazioni culturali legate al pensiero neo-fascista “celtico” come Ideazione e Diorama (di Marco Tarchi, altro personaggio della destra che ha cercato di accreditarsi negli ambienti, questa volta, no-global) o nei manifesti delle “Comunità Giovanili” (come, ad esempio, quella di Parma).
Ovviamente l’altro piatto forte di Preve, servito sulla tavola ben imbandita dai moderni seguaci del “nazional-comunismo”, è quello del superamento storico della dicotomia “destra-sinistra” che ci pone in termini “limitanti” di fronte agli sbocchi politici necessari per affrontare il moderno imperialismo e di fronte agli strumenti del marxismo “ortodosso” inadatti a leggere il fallimento del “comunismo novecentesco”.
Un superamento della “pregiudiziale” nei confronti della possibilità di uno spostamento di posizioni politiche “da destra a sinistra” che Preve auspica seppure, ammette, “…ne siamo ancora lontani. Fino a quel momento, non vedo come si possa negare a priori, senza neppure esaminarla e verificarla, la buona fede politica e filosofica di chi si sposta da sinistra a destra (come ad esempio Adriano Sofri) o di chi si sposta da destra a sinistra.”


In origine postato da Otto Rahn
E' vero.
In effetti il nazionalbolscevismo non nasce certo con Dughin.
E le sue teorie non so quanta risonanza abbiano al di fuori della Russia.
credo che il nazionalbolscevismo sia filiazione del panslavismo di Caadev e Kireevskj, roba del primo '800


per il nazionalbolscevismo russo è + o - così, con qualche aggiunta misticheggiante e mitologica, rimane un fenomeno circoscritto cmqIn origine postato da enrique lister
credo che il nazionalbolscevismo sia filiazione del panslavismo di Caadev e Kireevskj, roba del primo '800
per me resta una cosa di "destra".


"definirsi di destra o di sinistra oggi è un modo come un altro per definirsi imbecilli"- cito a memoria Ortega y Gasset.In origine postato da Emiliano
per me resta una cosa di "destra".
e basta destra di qua sinistra di là.
P.s. L'unica destra vera in giro è quella di Affus, il resto sono imitazioni sbiadite delle sue idee
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