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Da Küng, che non può più definirsi “teologo cattolico”, ai teologi della liberazione. Lo scontro con Lefebvre, il suo scisma e i tentativi di riavvicinamento. Il gesuita belga Jacques Dupuis e il redentorista spagnolo Mariano Vidal. Le posizioni molto liberal del vescovo di San Francisco John Quin.
I teologi, come servitori della verità divina, dedicando i loro studi e lavori a una sempre più penetrante comprensione di essa, non possono mai perdere di vista il significato del loro servizio nella Chiesa, racchiuso nel concetto dell’intellectus fidei.
Questo concetto funziona, per così dire, a ritmo bilaterale, secondo l’espressione di S. Agostino ‘intellege, ut credas; crede, ut intellegas’, e funziona in modo corretto allorché essi cercano di servire il Magistero, affidato nella Chiesa ai Vescovi, uniti col vincolo della comunione gerarchica col Successore di Pietro”. Giovanni Paolo II, nella sua prima enciclica (Redemptor Hominis, 1979) non poteva essere più chiaro sulla funzione ecclesiale della ricerca teologica.
E pure in questo campo i nemici non gli sono mancati, anche se tradizionalmente per un Papa nessuno è nemico, ma vi sono soltanto errori da condannare ed erranti da recuperare.
E’ lunga la processione di oppositori dal punto di vista dottrinale di questo lungo pontificato – nonostante il tono trionfale del diluvio di scritti, in gran parte effimeri e per il momento ancora quasi sempre contraddistinti da toni spiccatamente celebrativi –che in questi venticinque anni hanno dato, e danno, abbastanza da fare all’organismo succeduto al Sant’Uffizio, alla fine del 1965 trasformato da Paolo VI in Congregazione per la dottrina della fede.
Il primo nome è quello di Hans Küng, il sacerdote e teologo svizzero che anche mercoledì scorso, vigilia dell’anniversario dell’elezione papale, ha tenuto a ribadire in un’intervista al Corriere della Sera il suo ruolo di oppositore frontale di questo pontificato da posizioni che grossolanamente si possono definire liberal.
Rimpiangendo Giovanni XXIII, Küng ha detto che Giovanni Paolo II – pur “schierato su posizioni che sono anche quelle mie” in “politica estera” per quanto riguarda la “politica interna” ha orientato la Chiesa “alla restaurazione dello status quo ante Concilium e al rifiuto del dialogo interno”. Critico negli anni Settanta del dogma dell’infallibilità pontificia sancito nel 1870, per queste sue posizioni il brillante e popolare teologo fu nel 1979 sanzionato dalla Congregazione per la dottrina della fede, che dichiarò di non poterlo considerare un “teologo cattolico”, al termine d’un procedimento iniziato negli ultimi anni di Paolo VI, quando l’organismo dottrinale della Curia era ancora diretto dal cardinale croato Franjo Seper.
A questi nel 1981 subentrò il tedesco Joseph Ratzinger, dopo ventidue anni tuttora in carica, la mente teologicamente più acuta e preparata dell’odierno collegio cardinalizio.
Al teologo tedesco il Papa polacco ha affidato per intero la politica dottrinale, sicuro d’averla messa in buone mani.
E la prima grande questione esaminata da Ratzinger, nella prima metà degli anni Ottanta,fu quella della “teologia della liberazione”, nata in America Latina nel decennio precedente,
e dell’influsso esercitato su alcuni suoi esponenti dal marxismo. Giovanni Paolo II affrontò subito il problema nel suo primo viaggio (1979 Messico) e poi nel 1983 in quello che lo vide scontrarsi in Nicaragua con il governo sandinista, nel quale figuravano alcuni ecclesiastici (tra cui il poeta Ernesto Cardenal) vicini ai teologi della liberazione.
Due “istruzioni” della Congregazione per la dottrina della fede, nel 1984 e nel 1986, delinearono dapprima una severa critica a queste dottrine considerate troppo tributarie di teorie marxiste e quindi il profilo positivo di una nuova teologia della liberazione. Vicenda emblematica tra le tante che segnarono
questo duro confronto tra Roma e le correnti più avanzate della Chiesa latinoamericana fu quella di un altro teologo, il francescano brasiliano Leonardo Boff, più volte convocato dal suo antico professore Ratzinger, difeso da prestigiosi cardinali brasiliani suoi confratelli, e che alla fine lasciò l’ordine e il sacerdozio.
Il richiamo all’ordine dei settori più avanzati e l’indubbio rigore dottrinale caratteristici del pontificato non impedirono il montare di una critica sempre più aspra, espressa soprattutto dall’opposizione tradizionalista dell’arcivescovo francese Marcel
Lefebvre, già irriducibile contestatore del Concilio Vaticano II e sospeso a divinis da Paolo VI nel 1976.
Il battagliero presule nel 1988 arrivò a consumare lo scisma, separandosi da Roma, ordinando vescovi e creando in questo modo una piccola Chiesa, solo in parte riassorbita negli anni Novanta grazie a continui e fin troppo generosi sforzi da parte vaticana.
Oltre a motivazioni culturali e politiche, all’origine dell’opposizione
genericamente conservatrice a Giovanni Paolo II – molto più ampia e meno radicale del solo movimento scismatico lefebvriano
furono, e sono, cause diverse. Tra queste spiccano il disordine successivo al periodo conciliare, in gran parte fisiologico ma lampante soprattutto in abusi e nella decadenza in ambito liturgico, lo smarrimento di fronte alla secolarizzazione dilagante e lo sconcerto davanti alla crisi di vocazioni tra il clero e gli ordini religiosi, mentre appare in caduta libera la formazione culturale in ambito ecclesiastico, persino in ambienti una volta attenti e rigorosi come quelli dei gesuiti.
Punti scottanti su cui si sono pronunciati, e si pronunciano, molti oppositori di Giovanni Paolo II – conservatori da una parte e progressisti dall’altra – riguardano poi nodi centrali, sia nel rapporto della Chiesa cattolica con le altre confessioni cristiane, con l’ebraismo, con l’islam e le altre religioni, sia per quanto riguarda l’atteggiamento di fronte alla questione femminile e a punti cruciali sul piano della morale.
Una novità venne nel 1994, in vista del giubileo a cui il Papa pensava fin dalla sua prima enciclica. Il pontefice pose infatti nella lettera apostolica “Tertio Millennio Adveniente” la questione dei perdoni per colpe di membri della Chiesa, sulla scia di alcuni pronunciamenti di Paolo VI, ma a partire dal 1996 enfatizzandola al punto da suscitare perplessità e critiche tra molti storici e persino all’interno del collegio cardinalizio.
Franche come sempre furono quelle del cardinale arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi, che certo non può essere annoverato
tra gli oppositori di Giovanni Paolo II, finché si arrivò nel 2000 alla pubblicazione di una messa a punto da parte della Commissione
teologica internazionale presieduta dallo stesso Ratzinger, nel documento “Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”, alla vigilia della simbolica celebrazione penitenziale giubilare.
Volta per volta, il pontefice ha riproposto di fronte alle altre Chiese e comunità cristiane il problema del primato romano, disposto a trovarne nuove forme di esercizio, come ha affermato nell’enciclica “Ut unum sint” del 1995, ma sembrando ad alcuni
critici – tra questi naturalmente Küng, e in Italia lo storico Giuseppe Alberigo – contraddirsi con la pubblicazione nel 1998
della lettera apostolica “Apostolos Suos” limitativa delle conferenze episcopali e quindi della collegialità promossa dal Concilio (anche se al contrario si è molto intensificata la celebrazione di sinodi e assemblee episcopali). Più in generale, a proposito del governo centrale della Chiesa – che non sembra effettivamente essere una delle preoccupazioni prioritarie di Giovanni Paolo II – la critica al pontificato imputa un’accentuazione delle tendenze accentratrici e un appesantimento del rigore dottrinale alle strutture curiali, come tra gli altri ha sostenuto l’arcivescovo emerito di San Francisco John Quinn proponendo di queste una radicale riforma.
Non dimenticando il passato polacco e la sua drammatica storia personale, il Papa ha poi dato un impulso così forte ai rapporti
con l’ebraismo da suscitare al suo stesso interno (ma anche nella Chiesa cattolica) per la prima volta approfondite riflessioni, importanti per il futuro del cristianesimo e della sua radice, che secondo san Paolo è “santa” (Romani, 11, 16).
Ma Giovanni Paolo II ha anche affrontato la questione del pluralismo delle religioni, proponendo con insistenza forme di collaborazione e dialogo della Chiesa cattolica con le maggiori tradizioni religiose, convocando spettacolari giornate di preghiera comuni (ad Assisi nel 1986 e quindi nel 2002), ma ribadendo anche l’irrinunciabilità di una “nuova evangelizzazione” in tutto il mondo con l’enciclica “Redemptoris missio” del 1990 e ripetendo
nella contestatissima dichiarazione “Dominus Iesus” del 2000 l’unicità della salvezza portata da Cristo.
E ancora, il Papa ha voluto porre ripetutamente il problema delle
dottrine morali e del loro fondamento teologico con la “Veritatis splendor” del 1993 e la “Evangelium vitae” del 1995 (contro aborto, eutanasia e pena di morte), mentre nel 1998 con la lettera apostolica “Ad Tuendam Fidem” ha fatto inserire nei nuovi codici di diritto canonico alcune norme per imporre “il dovere di osservare le verità proposte in modo definitivo” dalla Chiesa, tra cui le dottrine sull’ordinazione sacerdotale riservata
agli uomini e sull’illiceità dell’eutanasia.
Il no cattolico all’ammissione delle donne all’ordinazione ministeriale – decisa nel 1992 dalla Chiesa d’Inghilterra – era stato espresso “in modo definitivo” nel 1994 dalla lettera
apostolica “Ordinatio Sacerdotalis”, provocando una levata di scudi da parte delle femministe, cattoliche e non.
Su questi temi, dibattiti e contrasti sono stati suscitati verso la fine degli anni 90 dalle posizioni di due religiosi contestate dalla Congregazione per la dottrina della fede, il gesuita belga Jacques Dupuis sul pluralismo religioso (soprattutto sul delicato punto del suo rapporto con la salvezza portata da Cristo) e il redentorista spagnolo Marciano Vidal su alcune questioni etiche (tra l’altro, l’aborto, l’eutanasia e la procreazione artificiale). Dopo l’esame delle pubblicazioni dei due teologi e le conseguenti trattative, due “notificazioni” della Congregazione per la dottrina della fede,
accettate da Dupuis e Vidal, hanno sottolineato il relativismo intollerabile di alcune loro tesi. Nella circostanza Dupuis venne difeso tra gli altri dal cardinale Franz König – ora novantottenne, ultimo porporato fra quelli creati da Giovanni XXIII e considerato uno dei grandi elettori di Giovanni Paolo II – e il chiarimento coincise significativamente con la pubblicazione della “Dominus Iesus”.
Il Papa non cessa di richiamarsi al Vaticano II, del quale ha auspicato una conoscenza e un’assimilazione “all’interno della Tradizione della Chiesa”. Dopo sei anni di preparazione, un voluminoso condensato della dottrina cattolica alla luce del Concilio era confluito nel 1992 nel “Catéchisme de l’Eglise Catholique”. Tradotto in numerose lingue, nel 1997 fu pubblicata l’editio typica latina, cioè il testo normativo, con correzioni e miglioramenti rispetto all’originale francese. Del grande catechismo, venduto bene ma poco utilizzato e soprattutto difficilmente memorizzabile dai fedeli, si sta ora preparando un breve compendio. Questo vedrà la luce, ma dopo una serie attenta di revisioni, rappresentando di fatto l’eredità dottrinale che Giovanni Paolo II lascerà al suo successore.
E nemmeno allora mancheranno opposizioni.
Gian Maria Vian
docente di Filologia Patristica
Università di Roma La Sapienza
saluti




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