Dall'inizio dell'era industriale a oggi, la concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera terrestre è passata da 280 a 370 parti per milione. L'immissione in atmosfera di CO2 dovuta alla combustione di combustibili fossili è pari a circa 6,3 miliardi di tonnellate di carbonio l'anno e ciò rappresenta senza dubbio la principale causa dell'incremento dell'anidride carbonica nell'atmosfera.
La comunità scientifica internazionale è pressoché concorde nel ritenere che l'aumento di CO2, insieme a quello di altri gas-serra, contribuisca in maniera determinante ai cambiamenti climatici e che questa alterazione dell'atmosfera abbia determinato, nel corso del secolo appena finito, un riscaldamento globale di circa 0,75 °C. Mentre il 2003 è sulla strada giusta per diventare l'anno più caldo da quando si dispone del termometro.
L'UNEP, l'organismo ambientale dell'ONU ritiene che i cambiamenti climatici siano il principale problema ambientale che l'umanità si trova ad affrontare. Un problema che, secondo l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), ha già prodotto i suoi effetti. Ma altri, di maggiore impatto, potrà avere sulla salute umana, sulla sicurezza alimentare, sullo sviluppo socio-economico, sulle risorse idriche e sulle infrastrutture. E altri potrà avere nei prossimi anni se non verranno adottate azioni di risposta immediate.
La prima risposta della comunità internazionale alla sfida posta dai cambiamenti climatici è stata l'United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), siglata ormai 10 anni fa a Rio. La Convenzione riconosce che i cambiamenti climatici sono una minaccia per l'umanità e stabilisce un quadro operativo all'interno del quale avviare azioni per stabilizzare la concentrazione atmosferica dei gas-serra a un livello tale da impedire «interferenze pericolose» con il sistema climatico.
Nel dicembre 1997, l'Unfccc fu integrata da un accordo, vincolante per i paesi firmatari e basato su impegni chiaramente definiti, per ridurre le emissioni di gas-serra: il Protocollo di Kyoto. Il Protocollo di Kyoto impegna i paesi industrializzati a ridurre le emissioni complessive di sei principali gas-serra (CO2, CH4, N2O e altri tre gas di origine industriale) del 5,2% rispetto a quelle del 1990. Un impegno di riduzione che deve essere raggiunto tra il 2008 e il 2012.
Sono passati cinque anni da Kyoto. E da domani fino al 12 dicembre, l'Italia ospiterà, a Milano, la nona sessione della Conferenza dei Paesi firmatari della Convenzione sul clima, nel tentativo di procedere alla definizione delle regole per rendere finalmente definitivo il Protocollo. Un impegno notevole per il nostro Paese, che coincide con il semestre di presidenza italiana dell'Unione europea, che nel corso di questo ormai decennale processo negoziale ha avuto un ruolo deciso nel sostenere il Protocollo di Kyoto.
Si discuterà di molte cose: dalle risorse all'energia, dall'alimentazione ai gas serra. Ma, soprattutto, si lavorerà nel tentativo di rendere finalmente operativo il Protocollo di Kyoto. Diversi sono i temi negoziali sul tappeto. Uno di questi riguarda la definizione delle regole dei cosiddetti meccanismi di flessibilità, vale a dire di quegli strumenti che devono servire innanzi tutto a dare ai paesi industrializzati con impegni di riduzione una qualche flessibilità nelle strategie di contenimento delle emissioni di gas-serra. E, in secondo luogo, per stimolare la realizzazione di investimenti all'estero e la creazione di un mercato internazionale dei diritti di emissione dei gas-serra.
Il Protocollo di Kyoto ha previsto tre meccanismi flessibili e di mercato: l'Emissions Trading (ET), ovvero lo scambio di crediti di emissione tra paesi industrializzati capaci di mantenere le emissioni al di sotto dei limiti stabiliti nel Protocollo e i paesi che ne avessero bisogno per rispettare i limiti stabiliti; la Joint Implementation (JI), ovvero l'acquizione di crediti di emissione, ottenuti grazie a investimenti in paesi industrializzati per progetti di mitigazione dei cambiamenti climatici; il Clean Development Mechanism (CDM), ovvero l'acquizione di crediti di emissione, realizzati grazie a investimenti in paesi in via di sviluppo per progetti di mitigazione dei cambiamenti climatici e di sviluppo sostenibile.
I progetti considerati nella JI e nel CDM devono portare a dei benefici climatici reali, misurabili e di lungo periodo; inoltre si richiede che la riduzione delle emissioni o l'assorbimento di carbonio siano supplementari rispetto a quelle che si sarebbero avute in assenza del progetto.
Ciò significa che un paese che fosse in grado, all'interno del periodo d'impegno, di stare al di sotto del tetto massimo di emissioni di gas-serra assegnatogli dagli accordi di Kyoto potrà vendere i propri «crediti» ad un altro paese meno virtuoso (ET). Oppure, un paese potrà realizzare un progetto di contenimento delle emissioni (per esempio, la realizzazione d'un impianto eolico o d'una centrale termo-elettrica più efficiente nella produzione d'energia e meno inquinante; il trasferimento di tecnologie meno inquinanti, quali la consegna di un numero di lampade a basso consumo).
Tali progetti possono essere ospitati sia in un paese con impegni di riduzioni (nel qual caso siamo in presenza di un progetto JI) sia in un paese senza impegni di riduzione (CDM) e il paese investitore potrà servirsi delle quantità di emissioni evitate per raggiungere gli impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra.
Ma gli occhi sono puntati sulla Federazione Russia, da cui, dopo il forfait degli USA, dipende la possibilità di raggiungere un numero minimo di paesi per far entrare in vigore il Protocollo di Kyoto. E non mancano segnali positivi.

Lorenzo Ciccarese
La Gazzetta del Mezzogiorno
30 11 03