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La rabbia giusta del Fondatore contro chi non vuole dargli in dote la laurea honoris causa
Diciotto lauree ce l’ha Giulio Andreotti. L’ultima, in diritto, l’ha avuta alla Pontificia Università del Laterano. Giustamente l’ha avuta in diritto per coronare la fatica del processo di Palermo, per competenza. Sei ne aveva Bettino Craxi, una invece – perché certo non ha più senso farsi un cavalierato adesso che c’è il Cavaliere, non fa fine – una laurea se l’è presa anche il nostro Mirello Crisafulli. Ad Harvard nientemeno, un più che tocco questo. C’è la gara delle lauree si dirà, ma quelle propriamente “honoris causa” sono ciò che una volta erano le dotazioni date alle ragazze da marito.
Vengono date in dote, come la coperta di Cantù. Anche Enzo Biagi le ha avute le sue lauree, e se Eugenio Scalfari ha fatto fare la finestrella su Repubblica, “E’ polemica”, è segno che s’è arrabbiato.
Se dunque lui ha fatto mettere la notizia della discussione sollevatasi a Lecce sulla sua laurea honoris causa, vuol dire che
qualcuno ha passato il segno.
La laurea è quella che dovrebbero conferirgli – ne danno un’altra anche a Kofi Annan – e però senza l’unanimità del senato accademico, e Scalfari che ha un cursus honorum degno del divo Plato (ha, infatti, anche la barba), non ha digerito che un professore, il preside di Economia, abbia detto no. Questi, Nicola di Cagno – ex liberale, ma prontamente descritto dalla comunicazione data da Repubblica come “vicino al centrodestra, in
passato coinvolto in inchieste giudiziarie” – ha detto no.
Dalla descrizione in quanto tale, la traduzione è scontata: si è opposto – si capisce – perché è un poco di buono. Non è, infatti, un delinquente perché si oppone, si oppone perché è delinquente, uno che non può capire la pasta morale dell’immacolato fondatore.
Questa la morale della laurea contestata.
Nicola di Cagno, in verità, ha fatto una dichiarazione loffia, ha detto di non condividere “né la procedura, né il merito”. Ha detto appunto le solite cose, “non ho nulla contro Scalfari, che resta un grande uomo di cultura”, non meriterebbe perciò il poveretto la volgare annotazione sulle inchieste giudiziarie, ma resta il fatto che si attende il placet del ministero. Si farà pazienza per sapere se, infine, l’autore de “Le rughe”, anzi no (quello era Giovanni Leone, sulla Cassia), l’autore de “L’uomo senza rughe” – neppure, no, non è questo il titolo (e poi, è Berlusconi quello senza rughe) – insomma, si attende l’ultima parola per sapere se l’autore de “La fruga della ruga” o forse “L’uomo con la ruga in bocca”, oppure “La ruga sulla fronte” – citiamo a mente sperando di indovinare il titolo esatto del libro edito da Rizzoli – possa avere il meritato tocco.
L’indimenticabile libro su via Veneto
Trattasi di laurea honoris causa in lettere e ci mancherebbe altro che qualcuno si ostini a far distinguo, dicendo no a Scalfari “che resta un grande uomo di cultura” nonché letterato di provata esperienza. Ci premuriamo di sollecitare chi di dovere affinché l’autore di uno dei più ficcanti saggi sull’Illuminismo, l’autore dei più alti confronti con Diderot, autore peraltro dell’indimenticabile libro su via Veneto, sia restituito agli allori dell’onore e della causa. Ha fatto bene ad arrabbiarsi.
Non si fa così. Nell’onore e nella causa gli spetta perché se l’Università di Lecce ha deciso di darsi lustro accogliendo questa veneranda autorità indiscussa qual è Scalfari, è bene che lo laurei, che se ne abbeveri di prestigio aprendo gli annali dell’ateneo all’evento. E tanto peggio per chi “in passato è stato coinvolto in inchieste giudiziarie”. Saranno gli unici a non capire tanto onore e tanta causa.
su il Foglio
saluti




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