....martelli. Sopra tutto due antipatie
Roma. In mattinata, Armando Cossutta sull’Unità: “Le posizioni di Fausto non infastidiscono il governo: sono posizioni di tutto rispetto, ma non incidono, sono soprattutto propaganda”.
Nel pomeriggio, di fronte alla platea riminese del congresso nazionale del Pdci, Oliviero Diliberto spiega che quelli di Rifondazione rimangono “ancora ancorati esclusivamente alla propria incerta identità”, e meno male che la proposta sarebbe quella di una confederazione unitaria a sinistra della lista prodiana.
Ma qui non c’entra tanto la politica, quanto probabilmente quel rancore che ogni comunista porta al comunista da cui si è separato, che ogni compagno ha per il compagno che se n’è andato.
E fa niente se un partito si chiama Rifondazione comunista e l’altro ha il più arcaico nome di Partito dei Comunisti Italiani, insomma sempre comunismo (dunque il Cav. ha ragione), e come dice Cossutta “il comunismo è all’ordine del giorno più di prima”.
I comunisti (a volte) si separano e (sempre) si sorvegliano;
difficilmente elaborano il lutto, più facilmente preservano il rancore.
Lo ha spiegato lo stesso Bertinotti: “Veniamo da una storia comunista che attribuiva un valore simbolico alla cattedra, un po’ come i cattolici con il Papa…”.
E dai giorni della rottura del 1998 che i due – Cossutta e Bertinotti – danzano intorno all’antica Cattedra.
Quando si ruppe quello strano sodalizio tra il primo, celebrante di vecchio rito, e il secondo, officiante mobile e ciarliero.
E sono stati anni di soffusa antipatia e di aperte accuse, tra il dogma che vacilla e l’incerta custodia della Cattedra.
Pochi giorni fa hanno fatto notare a Cossutta che Bertinotti ha fatto un convegno sulle foibe, e per tutta risposta: “Che cosa ha a che fare lui con il comunismo? Bertinotti non è mai stato comunista”.
E’ qui, in fondo, la differenza, e davvero non è poca: tra Cossutta che racconta che ai suoi nipotini parla “sempre bene” di Lenin, e Bertinotti che si limita ad ammettere che “sono pronto anche a rendere omaggio al mausoleo di Lenin”, ma intanto preferisce la tomba di Rosa Luxemburg.
Non è abbastanza grande, il comunismo italico, per tenere insieme due comunisti tanto diversi.
E avevano certo ragione quei militanti di Rifondazione che durante le settimane della rottura di sei anni fa invocavano:
“Se ne usciamo vivi è la prova che Dio esiste ed è comunista”.
E il rancore di quei giorni si è conservato praticamente intatto, e un rivolo appunto scivola ancora nella sala del congresso nazionale del Pdci, dove del resto Bertinotti ha accuratamente evitato di farsi vedere, spendendo una delegazione capitanata dal non notissimo Gennaro Migliore.
Il grido che nel ’98 lanciava il segretario agli uomini del presidente (“Chi esce perde tutto: la sede, il giornale, il patrimonio, tutto”) continua a risuonare nelle orecchie di Cossutta, nemmeno mitigato dagli appelli di Sabrina Ferilli e dalla frustate morettiane al compagno ora nemico.
Due partiti, due falci, due martelli, due comunismi, due antipatie. Bertinotti fa l’eretico, Cossutta l’ortodosso.
E poco tempo fa, il secondo diceva del primo che “arde dal desiderio di avere dieci collegi sicuri”; e il primo a replicare di “non avere nessuna voglia di fare polemica con qualcuno che vive della polemica con noi”.
Intima l’Ortodosso: “Fausto deve abbassare la cresta”; sostengono quelli dell’Eretico che ha “una subalternità psicologica non risolta”.
La sessuofobia è solo a Cuba (ma per poco)
Pure ora, che il momento chiama e la lotta al Cav. s’impone, resta piuttosto il gusto forte e irresistibile lotta tra Com.(pagni) Com.(unisti).
Il congresso nel felliniano inverno riminese di un partito fratello disertato da un altro partito fratello, dice molto di più di ciò che l’imminenza elettorale fa tacere.
Mentre Bertinotti insegue il movimento e il Grande Antagonismo europeo, il partito di Cossutta arruola Gianni Vattimo e la leader dei transessuali, Marcella Di Folco, in uscita dai Verdi (sempre a proposito della confederazione della sinistra), che ha assicurato di non temere la tradizione “sessuofobica” dell’antico comunismo.
“Quello al massimo c’è ancora a Cuba, ma durerà poco”, ed è stata comunque una notevole dichiarazione per chi è appena arrivata nel partito più castrista d’Italia.
Intanto il segretario Diliberto ha officiato per Prodi: “I mediani siamo noi, tu sarai il premier”.
I “togliattiani” italiani non saranno più milioni, come auspica Cossutta, ma qualcuno c’è.
E certo Bertinotti non è.
saluti




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