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Discussione: Non c'è pace tra....

  1. #11
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    Predefinito Due partiti, due falci, due....

    ....martelli. Sopra tutto due antipatie

    Roma. In mattinata, Armando Cossutta sull’Unità: “Le posizioni di Fausto non infastidiscono il governo: sono posizioni di tutto rispetto, ma non incidono, sono soprattutto propaganda”.
    Nel pomeriggio, di fronte alla platea riminese del congresso nazionale del Pdci, Oliviero Diliberto spiega che quelli di Rifondazione rimangono “ancora ancorati esclusivamente alla propria incerta identità”, e meno male che la proposta sarebbe quella di una confederazione unitaria a sinistra della lista prodiana.
    Ma qui non c’entra tanto la politica, quanto probabilmente quel rancore che ogni comunista porta al comunista da cui si è separato, che ogni compagno ha per il compagno che se n’è andato.
    E fa niente se un partito si chiama Rifondazione comunista e l’altro ha il più arcaico nome di Partito dei Comunisti Italiani, insomma sempre comunismo (dunque il Cav. ha ragione), e come dice Cossutta “il comunismo è all’ordine del giorno più di prima”.
    I comunisti (a volte) si separano e (sempre) si sorvegliano;
    difficilmente elaborano il lutto, più facilmente preservano il rancore.
    Lo ha spiegato lo stesso Bertinotti: “Veniamo da una storia comunista che attribuiva un valore simbolico alla cattedra, un po’ come i cattolici con il Papa…”.
    E dai giorni della rottura del 1998 che i due – Cossutta e Bertinotti – danzano intorno all’antica Cattedra.
    Quando si ruppe quello strano sodalizio tra il primo, celebrante di vecchio rito, e il secondo, officiante mobile e ciarliero.
    E sono stati anni di soffusa antipatia e di aperte accuse, tra il dogma che vacilla e l’incerta custodia della Cattedra.
    Pochi giorni fa hanno fatto notare a Cossutta che Bertinotti ha fatto un convegno sulle foibe, e per tutta risposta: “Che cosa ha a che fare lui con il comunismo? Bertinotti non è mai stato comunista”.
    E’ qui, in fondo, la differenza, e davvero non è poca: tra Cossutta che racconta che ai suoi nipotini parla “sempre bene” di Lenin, e Bertinotti che si limita ad ammettere che “sono pronto anche a rendere omaggio al mausoleo di Lenin”, ma intanto preferisce la tomba di Rosa Luxemburg.
    Non è abbastanza grande, il comunismo italico, per tenere insieme due comunisti tanto diversi.
    E avevano certo ragione quei militanti di Rifondazione che durante le settimane della rottura di sei anni fa invocavano:
    “Se ne usciamo vivi è la prova che Dio esiste ed è comunista”.
    E il rancore di quei giorni si è conservato praticamente intatto, e un rivolo appunto scivola ancora nella sala del congresso nazionale del Pdci, dove del resto Bertinotti ha accuratamente evitato di farsi vedere, spendendo una delegazione capitanata dal non notissimo Gennaro Migliore.
    Il grido che nel ’98 lanciava il segretario agli uomini del presidente (“Chi esce perde tutto: la sede, il giornale, il patrimonio, tutto”) continua a risuonare nelle orecchie di Cossutta, nemmeno mitigato dagli appelli di Sabrina Ferilli e dalla frustate morettiane al compagno ora nemico.
    Due partiti, due falci, due martelli, due comunismi, due antipatie. Bertinotti fa l’eretico, Cossutta l’ortodosso.
    E poco tempo fa, il secondo diceva del primo che “arde dal desiderio di avere dieci collegi sicuri”; e il primo a replicare di “non avere nessuna voglia di fare polemica con qualcuno che vive della polemica con noi”.
    Intima l’Ortodosso: “Fausto deve abbassare la cresta”; sostengono quelli dell’Eretico che ha “una subalternità psicologica non risolta”.

    La sessuofobia è solo a Cuba (ma per poco)
    Pure ora, che il momento chiama e la lotta al Cav. s’impone, resta piuttosto il gusto forte e irresistibile lotta tra Com.(pagni) Com.(unisti).
    Il congresso nel felliniano inverno riminese di un partito fratello disertato da un altro partito fratello, dice molto di più di ciò che l’imminenza elettorale fa tacere.
    Mentre Bertinotti insegue il movimento e il Grande Antagonismo europeo, il partito di Cossutta arruola Gianni Vattimo e la leader dei transessuali, Marcella Di Folco, in uscita dai Verdi (sempre a proposito della confederazione della sinistra), che ha assicurato di non temere la tradizione “sessuofobica” dell’antico comunismo.
    “Quello al massimo c’è ancora a Cuba, ma durerà poco”, ed è stata comunque una notevole dichiarazione per chi è appena arrivata nel partito più castrista d’Italia.
    Intanto il segretario Diliberto ha officiato per Prodi: “I mediani siamo noi, tu sarai il premier”.
    I “togliattiani” italiani non saranno più milioni, come auspica Cossutta, ma qualcuno c’è.
    E certo Bertinotti non è.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito Re: Ai bamboccetti che scodinzolano...

    In origine postato da mustang
    ....anche davanti allo straniero, purchè costui parli male del loro Presidente del governo: dovrebbero sapere che il francese che teme l'italiano ne parla male.
    E' una regola antica come la politica.
    La stessa regola vale per chi teme la giustizia.

    Solo che non tutti hanno la possibilità di allevarsi un elettorato a forza di televisioni e giornali e farsi eleggere per confezionarsi leggi a misura.

  3. #13
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    Predefinito Re: Re: Ai bamboccetti che scodinzolano...

    In origine postato da MrBojangles
    La stessa regola vale per chi teme la giustizia.

    Solo che non tutti hanno la possibilità di allevarsi un elettorato a forza di televisioni e giornali e farsi eleggere per confezionarsi leggi a misura.
    ------------------
    Da questa parte i magistrati non sono temuti, ma si pretende che stiano al loro posto, e che facciano il loro lavoro senza buttarlo in politica.
    Facciamo, noi da questa parte, molta fatica a comprendere che tipo di lavoro sia far eseguire circa 500 ispezioni alle aziende di Berlusconi e nessuna alla Parmalat e alla Cirio.
    Entrambe fallite miseramente (con i soldini degli investitori spariti chissà dove).
    Solo dei bamboccetti possono credere che coloro che votano la CdL lo facciano per le televisioni o i giornali.
    Noi, i pollisti, non capiamo come si possa votare per un grande comis di stato come Prodi, l'uomo dell'Iri e del calcio nel sederone beccato da D'Alema.
    Se non perchè "bamboccetti".

  4. #14
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    Predefinito Re: Re: Re: Ai bamboccetti che scodinzolano...

    In origine postato da mustang
    ------------------
    Da questa parte i magistrati non sono temuti, ma si pretende che stiano al loro posto, e che facciano il loro lavoro senza buttarlo in politica.
    Facciamo, noi da questa parte, molta fatica a comprendere che tipo di lavoro sia far eseguire circa 500 ispezioni alle aziende di Berlusconi e nessuna alla Parmalat e alla Cirio.
    Entrambe fallite miseramente (con i soldini degli investitori spariti chissà dove).
    Solo dei bamboccetti possono credere che coloro che votano la CdL lo facciano per le televisioni o i giornali.
    Noi, i pollisti, non capiamo come si possa votare per un grande comis di stato come Prodi, l'uomo dell'Iri e del calcio nel sederone beccato da D'Alema.
    Se non perchè "bamboccetti".
    E' incensurato...

  5. #15
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    Predefinito

    Roma. Quesito: può il segretario del più grande partito della sinistra andare a una manifestazione?
    Non è detto che possa.
    Ieri mattina Piero Fassino ha fatto sapere che al corteo pacifista del 20 marzo, a Roma, lui ci sarà. “Siccome siamo in un paese libero, fondato su una Costituzione democratica, quella Costituzione prevede che ogni cittadino va dove vuole e non c’è nessun altro che glielo impedisce”, ha detto il segretario dei Ds a Radio24. “Ci mancherebbe che qualcuno stabilisca dove devo andare” (Persino alla domenica sportiva ndr).
    Poi, una replica piccata a Gino Strada e soci, che hanno avvertito di non partecipare al corteo i parlamentari che non hanno votato no al rifinanziamento della missione in Iraq: “Io non pretendo di decidere dove va Gino Strada e Gino Strada non deve pretendere di decidere dove vado io”(Pure alla domenica sportiva, ndr).
    Ma il problema, e a via Nazionale lo sanno bene, non è il medico di Emergency. E’ da giorni e giorni che risuona un minaccioso tam tam: guai ai parlamentari riformisti che saranno alla manifestazione pacifista.
    Come minimo, fischi a volontà, ha preannunciato il verde Paolo Cento.
    Ma c’è di peggio. Ieri Luca Casarini, il leader dei disobbedienti,
    ha replicato a Fassino a modo suo: “Stia a casa”. E ha minacciato, con maniera piuttosto contorta: “Io sarò tra quelli che proporranno di non astenersi dall’allontanare dal corteo chi si astiene in Parlamento… Il 20 marzo è anche un momento di espressione di quella resistenza globale che guerrafondai e politicanti vorrebbero imprigionare o ammansire”.
    Si è fatto sotto pure Vittorio Agnoletto: “Chi è in Parlamento ha una sola possibilità: votare contro la guerra. Altrimenti, ripeto, è meglio che stia a casa”.
    Sfuma il tono, appena un po’ la sostanza, nelle parole del presidente dell’Arci, Tom Benetollo: “Non impediremo a nessuno di venire in piazza, ma si interroghino loro su quanto coerente possa essere la scelta di partecipare”.
    Insomma, il segnale è lanciato: se Fassino si farà vedere il 20 marzo, gli ultrà del movimento pacifista lo accoglieranno poco pacificamente.

    A via Nazionale gli uomini del segretario hanno poco gradito il silenzio quasi totale del correntone – i Ds più vicini ai pacifisti – sulle minacce rivolte al leader del partito.
    Dice Peppino Caldarola: “Fassino al corteo non andrà da solo: lo accompagneremo tutti noi, per ribadire il diritto di stare dove siamo sempre stati. Il problema non è nostro, ma della violenza verbale di certi settori che si definiscono pacifisti. In due anni non ci hanno buttato fuori dai movimenti di massa, non ce la faranno neanche nei prossimi due secoli”.

    Gli imbarazzi del correntone diessino
    Interrogati, replicano alcuni esponenti del correntone.
    Gloria Buffo: “Certo che Fassino può venire. Ognuno risponde della coerenza delle proprie posizioni alla propria coscienza, davanti agli elettori e ai movimenti”. E dunque? “Meglio avere un corteo grande contro la guerra che uno piccolo che fa l’esame del Dna ai partecipanti”.
    E Walter Bielli: “Magari la presenza di Fassino può significare un ripensamento dentro la maggioranza dei Ds. E comunque non condivido chi dice: tu vieni, tu non vieni…”.
    Marco Rizzo, capogruppo del Pdci a Montecitorio, decisamente schierato per il no alla missione militare: “Credo non ci sia nessuno che abbia i gradi per dire: tu alla manifestazione vieni, tu no.Non diciamo stupidaggini. Poi c’è una critica serrata alla posizione dei Ds, ma questa è un’altra cosa”. Ma ormai il tema dell’intolleranza dell’ultrapacifismo ha messo radici. Ne hanno preso atto da qualche tempo anche alcuni dei movimenti cattolici che pure il mese prossimo saranno in piazza.
    Come le Acli. Dice il suo presidente, Luigi Bobba: “Questa iniziativa del 20 marzo non può essere strabica, non può vedere il conflitto iracheno come se fosse l’unico al mondo. C’è il Congo, la Cecenia… Non possiamo stare sotto l’onda antiamericana, e il richiamo alla resistenza irachena non convince”. E l’appello di Strada? “Non lo conosco, ero all’estero”. E su Fassino: “Un movimento che lancia scomuniche o decide chi può e chi non può partecipare, diventa un fenomeno di nicchia”.

    Pure su Indymedia, il sito dei movimenti, si discute del segretario dei Ds in piazza.
    Scrive un assatanato: “Se Fassino si fa vedere sarà solo un piacere spaccargli il cranio”.
    Replica caustica (con titolo chiarissimo: “Coglione”) di uno più meditativo: “Sì certo: le hai mai viste le guardie del corpo di Fassino? Mi piacerebbe leggere il 21 sui giornali: testa di cazzo tenta di assaltare Fassino, ora è evirato. Sarebbe un bel modo di cominciare la primavera…”.

    Tra un testa di cazzo e l'altro gridiamo tutti assieme: W Saddam, W Hitler, W Stalin, W il Duce.

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Chiacchierate....

    ....romane

    In molti, nella Margherita come nei Ds, hanno interpretato le sortite di Arturo Parisi (a favore di Luciano Violante, contro la confederazione della sinistra) come una mossa tutta interna al partito, dal momento che su entrambi i punti esprimeva opinioni opposte a quelle di Francesco Rutelli.
    Il fatto è che il mese prossimo si aprirà il congresso della Margherita e anche se, all’apparenza, i giochi sono fatti, c’è ancora chi spera in un cambiamento.
    Rutelli si considera intoccabile ed è convinto che manterrà il posto di numero uno del partito, tanto più che Romano Prodi assumerà la leadership della coalizione e che, quindi, non potrà mettere un suo uomo anche a capo della Margherita (l’ex sindaco di Roma è confortato in questo convincimento da Franco Marini, che non ha intenzione di affidare il partito al presidente della Commissione europea).
    Ma Enrico Letta scalpita. Tra l’altro, alcuni esponenti della Margherita puntano ancora su di lui per conquistare la leadership. E’ il caso di Pierluigi Castagnetti.
    Il capogruppo della Margherita alla Camera soffia sul fuoco.
    Ma pare che su questo punto il più prudente sia proprio Romano Prodi. E’ vero, infatti, che Letta è uno degli uomini considerati vicini al presidente della Commissione, ma è anche vero che Prodi non ha voglia di creare terremoti nella Margherita proprio prima delle europee. Per questa ragione Prodi starebbe invitando Parisi a contenere la sua voglia di rivincita nei confronti di Rutelli, e Letta ad aspettare tempi migliori per dare la scalata alla Margherita.

    Si racconta che Romano Prodi sia molto arrabbiato per l’uscita di Luciano Violante sui morti di Nassiriyah e che sia rimasto spiazzato dall’esternazione dello stesso Arturo Parisi (che ha dato il suo plauso alla sortita del capogruppo dei Ds).
    Prodi teme che le uscite di Parisi gli vengano attribuite e che in sede europea si riapra una querelle contro il suo ruolo di presidente della Commissione e di leader di una lista che fa politica in Italia.

    Qualcuno, nell’entourage prodiano, è rimasto
    stupito nel leggere l’intervista rilasciata da Francesco Rutelli sul Corriere della Sera. Lo stupore non si riferiva alle posizioni assunte in materia di politica estera dall’ex primo cittadino della capitale. In quell’intervista il leader della Margherita si è lasciato sfuggire la frase: “Se fossi io a palazzo Chigi”. Un’affermazione che ha lasciato interdetti i prodiani. Come mai Rutelli ragiona in questi termini?, si sono detti. Eccesso di dietrologia, senz’altro.

    Nei Ds gli occhi sono puntati su D’Alema.
    La maggior parte dei deputati della Quercia che spinge per votare “no” al decreto che rifinanzia la missione italiana in Iraq è infatti dalemiana. Più di uno ha confessato di aver parlato delle proprie intenzioni al presidente del partito prima che questi si recasse in Cina. Siccome tutti sanno che D’Alema è contrario a esprimersi per un “no” (è quello che ha sempre lasciato capire) Fassino spera che il presidente convinca i deputati a tornare sui propri passi. Operazione difficile anche per lo stesso D’Alema, ma certamente non impossibile.

    Tutti, nei Ds, si interrogano sullo strano atteggiamento che ha assunto il numero due del partito Pierluigi Bersani. L’ex presidente dell’Emilia Romagna sembra essere defilato rispetto alla linea del partito. Rilascia dichiarazioni e ogni tanto anche qualche intervista ma appare intenzionato a non farsi troppo coinvolgere nelle ultime scelte della Quercia.
    Del resto Bersani non era troppo favorevole all’ipotesi di una lista unitaria. In tempi più recenti il numero due dei Ds si è espresso per il no alla guerra.
    I più maliziosi, nella Quercia, sono convinti che Bersani stia aspettando di vedere le mosse di Fassino, di capire quale sarà l’esito elettorale della lista unitaria e quali risultati avrà il partito alle amministrative, dopodiché potrebbe anche proporsi come l’anti Fassino al congresso dei Ds del prossimo novembre.

    su il Foglio

    saluti

  7. #17
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    Volpe...

  8. #18
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    In origine postato da MrBojangles
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    .....il faccendiere attivissimo durante i governi ulivisti?

  9. #19
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    Predefinito Marciare divisi per non...

    ...beccare schiaffoni


    Roma. Niente ceffoni umanitari, pare, però una bella squadrata dall’alto in basso sì, e che Fassino non s’azzardi a salire sul palco, altrimenti Gino Strada si rifiuta di parlare.
    In ogni caso mai più nessun voto a chi non dirà no alla missione in Iraq, e corteo con le mollette al naso, da entrambe le parti.
    Il 20 marzo dei “pacifisti” rischia di essere così, marcia unitaria per pensieri diversi, e gli astenuti dal voto occhieggiati con sospetto, ospiti sgraditi dei movimenti che chiedono “il ritiro delle truppe dall’Iraq”.
    E chi non è d’accordo con la parola d’ordine? “Se ci sono contraddizioni vanno lasciate a chi le porta” ha detto Fausto Bertinotti, e ha detto tutto.
    Ma allora a che pro ostinarsi, perché starci per forza anche se non ci si vuole sgolare al ritmo di “no blood for oil”, anche se non si tifa per la “resistenza irachena” e non si pensa che in Iraq sia in corso un’occupazione imperialista: se lo chiedono un po’ tutti e lo dicono un po’ in pochi (D’Alema si è defilato con la scusa dell’Internazionale socialista), Umberto Ranieri però è sicuro che “gli eccessi alla Casarini e alla Caruso renderanno inevitabile il venire avanti di un diverso movimento per la pace, e in questo senso qualcosa si muove”.
    Ma la manifestazione, che senso ha marciare uniti per colpire divisi? Sarebbe forse meglio il contrario. “Infatti io a quella non ci sarò” dice Ranieri. Il riformismo cova sotto la cenere, e anzi Salvatore Buglio sbotta: “A Fassino vorrei dire: lascia perdere, facciamo un’altra manifestazione di partito, aperta a tutti; troviamo finalmente la forza di dire no, quella piattaforma non ci va, e quindi noi con questa manifestazione non ci stiamo”. Perché, spiega, un conto era manifestare allora, dopo il no alla guerra, quando il movimento pacifista era sì eterogeneo ma formidabile, ma adesso… “Adesso siamo alla seconda fase, col movimento impoverito, occupato dai fondamentalisti, cementato dai tre comandamenti, antiamericanismo, antiberlusconismo, antilista unitaria: io parlo per me, ma con questa gente non ho niente a che fare, e penso che fanno bene a seguire la loro strada, noi dovremmo seguire la nostra”.
    Secondo Buglio pagare il ticket per partecipare alla manifestazione “significa appannare la linea riformista, una grande forza politica invece dovrebbe avere il coraggio di dire: fate la vostra che noi facciamo la nostra”.

    Gli imbucati alle manifestazioni altrui
    Una specie di “battesimo del fuoco”, dice Antonio Polito, riformista tout-court, “è quel che serve: una leadership veramente riformista dovrebbe avere il coraggio di non andare a quella manifestazione spiegando il perché: non è la nostra piattaforma, non è quello che realmente vogliamo, immaginiamo, auspichiamo per l’Iraq. Semplicemente sono due idee completamente differenti, e non ha senso tenere in piedi artificialmente qualcosa che non esiste più”.
    Scurdammoce ’o passato, secondo Polito, e quindi quell’unione sul giudizio iniziale, il no alla guerra prima della guerra, “che già era contestabile”, non conta più:
    “Però qui gioca il ricatto politico, cioè stare nel movimento anche quando il movimento sbaglia, e invece bisognerebbe avere il coraggio di dire: questa manifestazione non è la mia manifestazione, anche se la migliore manifestazione sarebbe votare sì al rifinanziamento delle truppe in Iraq”.
    Questa manifestazione non è la mia manifestazione non è male come slogan, e lo ha ripetuto anche Emanuele Macaluso, al quale non va granché di far la parte dell’imbucato alle feste altrui. “Fassino pensa di dover scendere a compromessi con questa gente e mescolarsi: io penso che non ci vogliano, legittimamente, e che è giusto che facciano la loro manifestazione, mentre noi ci facciamo la nostra, con la nostra impostazione e con i nostri slogan, invece di fingere ipocritamente, per una marcia unitaria che anche politicamente suona strana”.
    Suonerà strana, però Fassino vuole andarci a tutti i costi:
    “E infatti io da un lato mi sento vincolato dal fatto che devo tutelare il segretario del mio partito che ci va – dice Giuseppe Caldarola – dall’altro non ci andrò se quegli elementi violenti che militano tra i co-organizzatori non verranno allontanati, perché posta così la manifestazione è molto meno attraente”.
    “Il fatto è che i diessini non sono d’accordo con la parola d’ordine ‘ritiro delle truppe’ però si sentono affini alle ragioni del popolo della pace – spiega Franca Chiaromonte – io già da tempo ho deciso che non andrò, è un mio parere personale, ma chi non condivide lo spirito non dovrebbe andare. Però la minaccia degli schiaffoni è allettante”.
    Ieri sera, alla riunione della maggioranza dei Ds, bisognava mettersi d’accordo, e Buglio ha sospirato:
    “Fosse per me voterei sì, ma mi adeguerò, però alla fine, a furia di dare ragione a tutti, gli unici ad avere torto saremo noi”.

    saluti

  10. #20
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