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Roma. Ieri Silvio Berlusconi ha fatto due scelte in materia di “poteri forti”. Poco prima che iniziasse il voto in Assolombarda, ha sottolineato che la sua “stima e apprezzamento per Luca Cordero di Montezemolo sono trentennali”.
Volgendosi poi alla Banca d’Italia, ha gettato un secchio d’acqua diaccia sul partito anti-Fazio. “La Banca d’Italia va preservata e in questo momento di tutto c’è bisogno tranne che di destabilizzare il mondo del credito”.
A scorno di chi dice che non è un grande, il Cav., e che non conosce la versatile arte del buon viso al cattivo gioco, mettendo innanzi a tutto il senso delle istituzioni.
Montezemolo verrà anche eletto perché D’Amato è accusato di essersi troppo appiattito sul governo, e pesa la rivincita dei poteri sconfitti dalla rivolta damatiana quattro anni fa.
Ma in ogni caso Montezemolo è amico mio, rivendica il Cav.
E quanto a Fazio, so distinguere le regole delle istituzioni dalla conta degli amici.
Gli va a triplo onore. Perché al più classico dei giochi politici italiani, la costruzione tramite nomine o pressioni del governo
di una corte di fidati moschettieri del premier, Berlusconi non ha
proprio brigato.
All’avvento di Montezemolo e alla difesa di Fazio lavorano non solo convenienti ragioni legate all’intreccio siamese e oggi asmatico tra banca e impresa, ma anche un vasto, trasversale e
compattissimo fronte di spregiatori del Cav.
Lui lo sa, ma evita falli di reazione. Anche se la conta è impressionante.
Della Corte costituzionale, e della sua maggioranza 11 a 4 antigoverno, si sa.
La Corte dei conti, sotto il procuratore generale Vincenzo Apicella al governo non lesina legnate.
Alle Authority, Lamberto Cardia alla Consob ha reso il rapporto meno spinoso che con Luigi Spaventa, ma Cardia se aveva trascorsi erano diniani.
Alla Difesa, il nuovo capo di stato maggiore, ammiraglio Giampaolo Di Paola, è stato scelto per competenza, malgrado il forte legame con Sergio Mattarella.
I carabinieri, sotto il generale Guido Bellini, hanno col premier un rapporto corretto, ma è all’Ulivo che devono l’elevazione ad Arma autonoma ed è al Polo che rimproverano d’esser tenuti ancora sotto schiaffo dall’esercito, ed è al Cav. che presenteranno il conto se non nominerà comandante uno dei loro.
Con l’avvento del generale Roberto Speciale alla guida della guardia di finanza i rapporti sono migliorati, ma storicamente pesano le 553 ispezioni eseguite nelle aziende del Cav. su ordine dei magistrati.
Confindustria, da “Parma1” a Parmalat
Quanto all’impresa, il quadro è frastagliato ma in netto peggioramento. Gli applausi delle convention damatiane
“Parma1” e “Parma2” sono finiti nell’acidognolo Parmalat.
Fan come il leader di Assolombarda Michele Perini abbassano la testa.
Con Marco Tronchetti Provera il rapporto è corretto ma amore non è.
Coi Benetton non ce ne può essere, il governo invece di alzare le tariffe di Autostrade, come faceva l’Ulivo, li ha tenuti a stecchetto. Tra i veri “grandi” le eccezioni sono poche.
Tipo Fabio Bertarelli ma non fa testo, la sua Serono è in Svizzera. O la famiglia Drago-De Bortoli della De Agostini.
I cementieri con cui i rapporti erano calorosi, i Buzzi di Unicem e i Pesenti di Italcementi, hanno giovani rampolli che hanno collaborato all’espugnazione di Mediobanca, quando Vincenzo Maranghi tentò l’arrocco guardando al Cavaliere e alla Mediolanum di Ennio Doris.
Umberto Agnelli ha per il Cav. un giudizio meno frivolo del fratello, ma non è idillio.
Cesare Romiti dal Cav. è deluso e lo dice.
Nei cda delle banche, per molti versi si annida la vera resistenza antiCav.
Achille Maramotti nel cda Unicredito dà più retta ad Alessandro Profumo che alle antiche simpatie politiche.
Così Roberto Bertazzoni del gruppo Smeg.
Al San Paolo erano buoni i rapporti col presidente Rainer Masera, che è però sulla via del trasferimento, come già Davide Croff dalla Bnl dell’accoppiata Abete-Della Valle.
Benito Benedini resiste nel cda di Intesa, ma anche lui a Giovanni Bazoli confessa delusioni.
Del Montepaschi non parliamo, ha finito di allontanare dal Cav. Francesco Gaetano Caltagirone e l’intero arcipelago Hopa di Chicco Gnutti, avvinto nelle maglie delle partecipazioni nella finanza “rosa” tra Unipol, Antonveneta (Gilberto Benetton), Popolare di Lodi (Giampiero Fiorani, Luca Barilla).
Gli industriali intorno a Capitalia fan discorso a sé, ma Roberto Colaninno per chi simpatizzi è noto, mentre i vari Federici, Angelucci, Colaiacono e Marchini hanno rapporti con pezzi di Polo locale, ma del Cav. diffidano.
Eccezioni, la Popolare di Verona e Novara, con Alberto Bauli e Marco Boroli, e le Popolari Unite con Mario Mazzoleni ed Emilio Riva.
“Io stesso sono il mio potere e per esso sono la mia proprietà”, diceva Max Stirner.
Al Cav. si adatta come un guanto, perciò dei poteri forti poco si cura.
su il Foglio di venerdì 27 febbraio
saluti




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