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Discussione: Questioni di rito

  1. #151
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    Ma che noia la messa

    «Perché le comunità valorizzino sempre di più la stampa di ispirazione cristiana e per il quotidiano Avvenire, perché possa sempre meglio interpretare gli avvenimenti alla luce del Vangelo ed essere maggiormente diffuso. Preghiamo». Proprio così: nelle chiese della diocesi di Milano, la «Preghiera dei fedeli» sconfina nei consigli per gli acquisti. Uno era andato alla Messa della domenica per ritrovare il senso dell’esistenza smarrito nella frenesia quotidiana e, invece, si trova a implorare «Vieni, Signore Gesù» per aumentare le vendite di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana a cui provvede già con l’otto per mille della sua dichiarazione dei redditi.

    Ma questo è solo un dettaglio, c’è ben altro. A volte le «Preghiere dei fedeli» pullulano di intenzioni politicamente corrette ispirate alla bandiera della pace più che al Vangelo. Tanto che la persona comune scampata alle ubriacature ideologiche di questi decenni, quando le sente, pensa di aver sbagliato porta e di essere entrata in una sezione della Cgil. Non a caso, certo clero e certi fedeli sostituiscono la parola Messa con assemblea.

    Nulla di strano, dunque, se qualche volta va forte l’impegno sociale a scapito della testimonianza di Gesù Cristo. Domenica 14 gennaio si è pregato «per la nostra società, perché si converta alla solidarietà e sia sempre attenta ai membri più deboli», come si farebbe in un qualsiasi patronato d’assistenza. Giovedì 18 gennaio la sensibilità per il sociale è divenuta mistica fonte d’unione tra quelle che molti chiamano «diverse denominazioni cristiane» e quindi si è pregato «perché nella solidarietà con chi è più sofferente, con chi è debole, con chi è piccolo ritrovino la via dell’unità». Una via terrena, naturalmente, che faccia lo slalom fra principi troppo ingombranti. Una via larga su cui possa viaggiare comodamente qualsiasi gioiosa macchina di pace. Del resto anche l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, nella celebre omelia (26 pagine) pronunciata per la festa di Sant’Ambrogio del 2004, pronunciò sessanta volte la parola solidarietà e mai Gesù Cristo.

    Ma questo pensare più alla solidarietà, più alle «cose terrene» che a quelle del cielo, è da tempo piuttosto diffuso in molte diocesi. Il 14 gennaio La domenica, sussidio per la Messa distribuito in tutta Italia, proponeva la seguente invocazione: «Le famiglie dei migranti siano aiutate nel loro inserimento nel nostro Paese; non hanno bisogno solo del vino che disseta e del pane che sfama, ma anche dell’olio della speranza nel domani. Preghiamo». Per carità: giustissimo avere a cuore le sorti degli immigrati e dei più deboli, è un preciso dovere per ogni cristiano. Però si presume che chi entri in una chiesa sia desideroso anche e soprattutto di «parole di vita eterna», di concetti che altrove non sente pronunciare: e invece sempre più spesso sente riecheggiare discorsi uguali a quelli dei politici o dei sociologi.

    Speriamo di sbagliarci, ma temiamo che forse qualche predicatore abbia paura che, parlando più di Cristo che di solidarietà, si rientri nella categoria di «fanatico cattolico». È la categoria coniata il 7 gennaio proprio su La domenica. In un breve ritratto del cardinale croato Alojzije Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II, il sussidio liturgico di quel giorno illustrava gli anni in cui la Croazia fu governata da Ante Pàvelic, fondatore del movimento Ustascia: «Il “duce” croato, Ante Pàvelic, un fanatico cattolico, impose al neonato Stato non solo le leggi razziali presenti in Germania e Italia, ma anche la conversione forzata al cattolicesimo di tutti i cittadini, pena la morte». Qui conta poco il giudizio su Pàvelic. Conta che le efferatezze attribuite al suo regime vengano ricondotte al concetto di «fanatismo cattolico». Ma, ancora di più, conta che siano dei cattolici a concepire un concetto, che, almeno nelle loro teste, dovrebbe essere formato da termini contraddittori. Un concetto in forza del quale crociati, martiri, missionari, confessori e vergini potrebbero essere messi sul banco degli imputati come «estremisti della verità». Si potrà obiettare che nel mondo c’è di peggio. Per esempio, la celebrazione della festa di Halloween in chiesa, come è avvenuto nella parrocchia di Aliso Viejo, diocesi americana di Orange, con tanto di zucche sull’altare e donna mascherata da diavolo a distribuire Comunione. Oppure, il reverendo messicano Sergio Gutierrez Benitez che celebra la Messa indossando una maschera da wrestling. O gli esilaranti sermoni del cardinale Karl Lehmann, punta di diamante della teologia progressista, tenuti al ricevimento dell’associazione del carnevale di Aquisgrana, dove si è presentato vestito da pecoraio ed è stato insignito del titolo di Gran Cavaliere dell’Ordine contro il Bestial Rigore. Ma questo non consola, lascia solo intendere dove si può andare a finire se qualcuno non ci pone rimedio. Ormai, è venuto il momento di pensare seriamente ai fedeli costretti a ingoiare rospi sempre più grossi.

    Intanto, ci si arrangia come si può chiudendo un occhio, o magari due. O provando a seguire i consigli della «Preghiera dei fedeli». Così uno esce di chiesa, compra Avvenire e ci trova una doppia pagina di Vittorino Andreoli, psichiatra dichiaratamente non credente, che spiega il senso della vita. Il 7 gennaio scorso, nella puntata conclusiva di un anno, il professor Andreoli ha definito Gesù Cristo «un semplice uomo, (...) forse il più grande»: da ammirare, ma non certo Dio fattosi uomo. E questo perché sulla croce «nella sua disperazione (mi scuso per l’interpretazione che i miei amici potranno trovare errata e blasfema) trova anche la forza di promettere al ladrone (...) che quel giorno sarà in paradiso». Il Figlio di Dio ridotto a povero mentitore, anche se, bontà di Andreoli, a fin di bene.

    Si dirà che ciò risponde a raffinate strategie di marketing e che i frutti si vedranno più avanti. Ma la Chiesa di Cristo può cambiare ragione sociale, e mettersi a piazzare di volta in volta il prodotto più gradito al pubblico? Chi lo pensa dovrebbe riflettere sul fatto che certe scelte di marketing non funzionano troppo bene, visto il calo di fedeli nelle chiese, di studenti nei seminari e di sacerdoti nelle canoniche. Ma vale la pena di riflettere anche su un altro dato: le presenze all’Angelus e alle udienze generali di Benedetto XVI sono più che raddoppiate rispetto a quelle dei tempi di Giovanni Paolo II. Eppure Papa Ratzinger è considerato rigoroso e inflessibile. Evidentemente, è proprio questo - la certezza, e non il dubbio - ciò che va mendicando l’uomo di oggi.

    Mario Palmaro

    Fonte: Il Giornale, 21.1.2007

  2. #152
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    e il motu proprio arriverà?

  3. #153
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    Citazione Originariamente Scritto da uva bianca Visualizza Messaggio
    e il motu proprio arriverà?
    Solo Dio lo sa ...
    I modernisti hanno paura della "concorrenza". E devo dire: a ragione.
    E fanno bene a preoccuparsene. E' tutto un altro stile. Altro che le pagliacciate (o, secondo alcuni, "goliardate") alla Lehmann circondato da peripatetiche






  4. #154
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    Mi sembra giusto liberalizzare il Rito antico. E' una ricchezza della Chiesa che non deve essere perduta. Possono benissimo coesitere nello stesso tempo Rito antico e Rito riformato.
    Quello che non dovrebbe esistere è il considerare il Rito riformato invalido, di minor valore, di minor bontà o santita del Rito antico.
    Se ci sono degli abusi la colpa non sta nel Messale, ma nel Celebrante.
    Bisgogna sempre tenere presente che il Papa esercita sempre il carisma dell'Infallibilità nell'approvare un Messale. Per cui non è possibile che un Messale approvato dal Papa sia invalido, eretico, fuoriero di eresia, di minor valore, bontà o santità.
    Cristo è lo stesso ed è sempre presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità.
    Oltre a questo non sono per nulla accettabili insulti, odio e critiche nei confronti della Gerarchia post-Vaticano II che si leggono in molti siti tradizionalisti.
    Il Concilio Vaticano II va interpretato in linea secondo la Tradizione, rigettando totalmente l'eremeneutica della discontinuità affermata da modernisti e qualche tradizionalista.
    Il Magistero va accettato tutto senza se e senza ma, quello di prima come quello dopo il Concilio Vaticano II.
    In fondo detto Concilio non ha fatto altro che riproporre la Dottrina cattolica con un linguaggio diverso più vicino a quello moderno. E' bene rimarcare che la Dottrina non può mai, mai, mai cambiare. La Chiesa custodice fedelmente la Rivelazione di Cristo contenuta nella Sacra Scrittura e Sacra Tradizione.
    Detto questo ben venga l'indulto. Si tratta del lodevole tentativo del Papa di preservare una grandissima ricchezza liturgica e dottrinale.

    CIAO

  5. #155
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    IUl tuo post è ottimo e consivisibile, caro Eugenisu, ma è proprio perchè condivido quel che dici che la mia idea è l'opposta della tua: sono contrario alla liberalizzazione del rito piàno sic et simpliciter.

    Ritengo invece che un sano impegno per la correzione minimale del rito esistente darebbe migliori frutti.

  6. #156
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    Personalmente credo che una cosa non escluda l'altra; anzi, forsr diffondendo di più la S.Messa celebrata con il messale antico la gente potrà farsi di più un'idea di quello che è la storia della liturgia e il suo valore e da lì impegnarsi per evitare storture o innovazioni aberranti nel rito.

  7. #157
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    Non so.

    Secondo me c'è il rischio di una spaccatura stile anglicanesimo, chiesa alta vs chiesa bassa; si finirà che alcuni celebreranno col rito antico e altri con quello nuovo.

    e questo contringerà quelli come me, cui il rito nuovo piace ma che ne desiderano solo alcuni correttivi, a dover optare per due forme di rito che non lo soddisfano pienamente, perchè il rito antico diverrà sempre più high mentre quello nuovo sempre più low.

  8. #158
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    Citazione Originariamente Scritto da Dreyer Visualizza Messaggio
    Secondo me c'è il rischio di una spaccatura stile anglicanesimo, chiesa alta vs chiesa bassa; si finirà che alcuni celebreranno col rito antico e altri con quello nuovo.
    Questo aspetto non l'avevo valutato e, a dire il vero, mi incute un pò di timore in quanto, in seno alla chiesa anglicana si è passati da una separazione "di rito" a una separazione "di dottrina" tra high e low church, i cui effetti sono esplosi prepotentemente nell'ultimo periodo.
    Spero dunque che ciò non possa mai accadere nella Chiesa Cattolica.

  9. #159
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    Anch'io spero di no, tuttavia le premesse ci sono se i riti diventano bandiere di due teologie contrapposte...

  10. #160
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    Il papa è pronto a liberalizzare l'antico rito

    di Paolo Rodari


    Oramai nella curia romana, all'interno cioè dei "ministeri" che hanno in mano l'organizzazione della Santa Sede, se ne parla senza che nessuno sappia dare risposte certe.

    L'oggetto è l'attesissimo "Motu proprio" con il quale Benedetto XVI dovrebbe concedere, ai sacerdoti che lo desiderano, di celebrare - senza il previo consenso del vescovo - la messa con l'antico rito, quello di san Pio V, quello insomma che prevede l'uso della lingua latina e nel quale il prete è chiamato a celebrare sull'altare tenendo le spalle al popolo.

    Un rito, di per sé, mai abolito, seppure dopo il Concilio Vaticano II i sacerdoti che desideravano avvalersene nelle proprie celebrazioni eucaristiche potevano farlo chiedendone però espressamente il permesso al proprio vescovo.

    L'argomento, anche nei sacri palazzi, non è dei più semplici da affrontare: parecchi sono i vescovi e i sacerdoti che pensano che una liberalizzazione sia un pericolo per la Chiesa in quanto con essa si darebbe troppo spago alle comunità tradizionaliste.

    Oltre ad alcuni vescovi di curia, è in buona parte dell'episcopato francese che si respira una aria critica e avversa alla liberalizzazione del rito.

    In Francia, infatti, le chiese sono sempre più vuote, i seminari pure, e a "tenere" sembrano essere soltanto quelle comunità tradizionaliste che la leadership della Chiesa d'Oltralpe non vede di buon occhio.

    Eppure, per molti presuli che lavorano in Vaticano, la liberalizzazione non sarebbe un pericolo per la Chiesa.

    È noto, infatti, che sia in Francia come in parecchie diocesi del Nord Europa, il rischio maggiore per la Chiesa viene più che altro da quei sacerdoti - e sono molti - che non solo non guardano di buon occhio la liberalizzazione dell'antico rito ma che, in modo arbitrario e del tutto scorretto, usano non rispettare neppure le norme del messale oggi in vigore, snaturando quindi gravemente la corretta celebrazione della messa così come è prevista nella Chiesa.

    Un problema enorme se si pensa che la liturgia altro non è che il cuore della Chiesa: ciò in cui essa crede (lex credendi) le viene da come prega (lex orandi).

    Benedetto XVI, ancora quando era un semplice cardinale, aveva avuto più volte parole di apprezzamento per l'antico rito e soprattutto in due libri - "Introduzione allo spirito della liturgia" e "Il Dio vicino" - aveva fatto intendere come orientare la celebrazione liturgica verso Oriente - verso Cristo che "avanza" e "viene incontro" - è pratica da recuperare e da valorizzare.

    Recentemente anche Albert Malcolm Ranjith (segretario della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti), aveva spiegato come i due riti (quello attuale e quello di san Pio V) possano «benissimo coesistere» anche perché «i due messali sono messali della Chiesa».

    Così la pensano anche quei tantissimi sacerdoti che in questi giorni hanno ordinato on-line sul sito www.ecclesiacatholica.com, copia della ristampa del "Compendio di liturgia pratica" di Ludovico Trimeloni, testo che si dimostrò parecchio utile ai sacerdoti dopo la grande riforma del beato Giovanni XXIII.

    A quando dunque l'attesa liberalizzazione dell'antico rito? Difficile rispondere. Di certo pare ci sia soltanto che il testo del "Motu proprio" a firma Benedetto XVI sia pronto

    Recentemente, inoltre, sembra che il papa ne abbia parlato in udienza privata anche con Robert Spaemann, docente di filosofia all'università di Monaco, il grande intellettuale cattolico tedesco al quale lo stesso Ratzinger dedicò nel 1987 il libro "Chiesa, Ecumenismo e Politica" (Kirche, Ökumene und Politik).

    Un'udienza, quella che il papa ha concesso a Spaemann, di cui si è saputo poco anche se si dice che il professore tedesco ne sia uscito col convincimento che il "Motu proprio" sarà reso noto presto, forse addirittura entro questo mese.

    Oggi, all'Università Europea di Roma, un congresso internazionale rifletterà su "Cristianesimo e secolarizzazione", le sfide per la Chiesa e per l'Europa. Presente, oltre al segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, al responsabile dei rapporti con gli Stati monsignor Dominique Mamberti e all'arcivescovo di Toledo Antonio Canizares, proprio Robert Spaemann. Tra i temi che si affronteranno non dovrebbe esserci la liturgia ma è evidente che la presenza del cristianesimo in Europa non può essere slegata dall'aspetto liturgico.

    Per far fronte alla secolarizzazione dilagante del vecchio continente, la Chiesa non può che cominciare a praticare correttamente al suo interno le norme liturgiche, cuore della vita di fede.

    Il Riformista, 29 maggio 2007

    FONTE

 

 
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