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"Idi di Marzo: memoria di ogni Repubblica"
di Emanuele Vaccaro
Il 15 marzo del 44 a.C. il generale Caio Giulio Cesare entrato per l’ultima volta nel Senato della Repubblica di Roma veniva accoltellato da un piccolo gruppo di senatori guidati dal suo giovane figlioccio Marco Giunio Bruto. Assassini oppure eroi? Difensori degli interessi di oligarchici senatori oppure salvatori della Repubblica?
Domande che da quel giorno hanno attraversato millenni di Storia e che hanno sempre visto la contrapposizione di queste due interpretazioni senza mai un risultato definitivo. Per quanto mi riguarda la Storia è così affascinante proprio perché è una serie di fatti; se, come è vero, il “fatto” è qualcosa che è già accaduto e se esistono documenti e testimonianze sufficienti per leggere un fatto, allora una sola interpretazione dovrebbe essere quella vera. Ma come tanti episodi storici hanno diverse letture, la morte di Cesare continua ancora oggi a dividere l’opinione degli appassionati.
Nel corso dei secoli la figura di Bruto ebbe da subito la fama del traditore, dell’assassino del paladino, ma questo perché Roma divenne un impero ed i monarchi, i cesari per l’appunto, che si susseguivano consideravano Cesare come il primo imperatore, un nuovo dio di Roma. La lettura cristiana non differisce da quella imperiale romana, infatti, Dante pose Bruto all’inferno nel girone dei traditori proprio accanto a quel Giuda Iscariota colpevole di aver consegnato il Cristo ai romani.
L’evoluzione delle idee occidentali raggiunse il suo apice nell’illuminismo. Nuovi ideali come democrazia ed uguaglianza ispiravano i più grandi pensatori. La figura di Bruto venne diffusamente rivalutata e la lettura delle idi di marzo fu da molti totalmente capovolta. Le generazioni di area liberal-democratica che dalla rivoluzione francese al risorgimento infiammavano il cuore dell’Europa moderna innalzarono Marco Giunio Bruto a simbolo della ribellione ai tiranni.
Personalmente considero Bruto l’eroe della Repubblica e Cesare il tiranno che voleva sopprimerla per cui giudico con favore l’omicidio politico che si consumò nella sala del Senato quel mitico giorno delle idi di marzo.
Prima di esporre i motivi di questa mia presa di posizione vorrei ricordare che proprio Giuseppe Mazzini aveva questo stesso parere sull’episodio. Il nostro caro mentore politico non era un “monarcomaco” e non sosteneva il regicidio, anzi considerava l’assassinio quasi sempre un’assurdità morale ed inutile; ammetteva però che vi fossero momenti nella Storia in cui un Marco Bruto potesse pensare che uccidere il tiranno fosse un male minore. L’eliminazione fisica del tiranno può far cadere del tutto una dittatura o comunque può spegnere le nefaste speranze dei suoi sostenitori. Se la minaccia incombe il tirannicidio può esserne la cura: per esempio la fucilazione di Mussolini ebbe questo scopo; invece l’impiccagione di Saddam Hussein non può essere accolta con favore proprio perché il pericolo del ritorno dei fedelissimi non era incombente. Ma a ben vedere le morti di Mussolini e Saddam Hussein hanno una differenza notevole con quella di Cesare. Essi erano già sconfitti mentre il divo julio non si era ancora neanche ufficialmente incoronato. In più Mussolini e Saddam erano rei di crimini feroci contro l’umanità agli occhi degli stessi connazionali mentre Cesare era amato dal popolo ed aveva reso Roma ancora più grande e potente.
Ma allora perché Bruto può essere considerato lo stesso un eroe? Perché Shakespeare lo descrisse come il più nobile dei romani? Vediamo i fatti.
Dopo che Cesare sfidò il Senato scoppiò una guerra civile fra pompeiani (fra i quali Bruto, Catone e Cicerone) e cesariani che si concluse con la vittoria definitiva del generale nel 48 a.C.. Rientrato a Roma trionfante ed acclamato venne nominato dittatore a vita da un Senato molto ridotto ed accondiscendente.
La figura del dittatore nell’antichità non era la stessa che noi conosciamo nel mondo moderno. Spesso in periodi di crisi ne veniva nominato uno che dopo un anno o poco più, risolta la crisi, tornava a casa sua; si veda Cincinnato che torna alla sua modesta vita di agricoltore. Cesare no; dittatore a vita. E dopo? Avrebbe riconsegnato la Repubblica al Senato od avrebbe dato Roma al suo successore dando così inizio alla monarchia? Le sue intenzioni non le sapremo mai ma possiamo desumerle, oltre che dalle sue azioni sovversive, se ne guardiamo le conseguenze: dopo la sua morte i cesaricidi non riuscirono ad ottenere l’appoggio del popolo e soprattutto dell’esercito; furono sconfitti dai cesariani fra cui spiccava Ottaviano Augusto nipote di Cesare. Lui sì che fece la prima vera marcia su Roma, distrusse definitivamente il sistema repubblicano ed abilmente si proclamò imperator. Augusto che tutta la vita affermò di impegnarsi a portare a termine quello che Cesare aveva cominciato volle instaurare la monarchia per cui si puo’ intuire che questo fosse lo stesso progetto anche di suo zio.
Al di là di tutto la Repubblica era già sull’orlo del collasso. La corruzione, l’oligarchia della classe senatoria e le prepotenze dilagavano da tempo in quella Roma repubblicana che durava da 500 anni. Cesare sicuramente era un grande patriota e voleva restituire ordine e prosperità soprattutto al popolo romano. In effetti prese provvedimenti utili, dall’edilizia all’economia; si mostrò magnanimo con i suoi ex avversari promuovendone l’amnistia; il popolo era di nuovo rispettato. In definitiva fu un grande statista.
Ma allora perché Marco Bruto lo volle uccidere? Perché Caio Giulio Cesare doveva morire? Perché Cesare volle quel quid in più, volle ergersi al di sopra della Repubblica.
La regola fondamentale del pensiero repubblicano è l’umiltà. “Res publica” significa letteralmente “cosa di tutti”. Una repubblica funziona solo quando tutti sono uguali ed ognuno lavora mettendo il proprio mattone per costruire una casa solida e sempre più grande. Questa casa è la Patria. Quando un uomo solo tenta di superare gli altri ha tradito non la legge scritta ma il cuore stesso dello Stato e quindi ha tradito il cuore di tutti i cittadini. Certo può esistere, e ne sono esistiti, un principe illuminato ma il successore potrebbe non esserlo ed essendo superiore a tutti potrebbe essere pericolosissimo. Se Augusto fu magnus Nerone bruciò Roma e Caligola era pazzo.
Cesare stava per cancellare la Repubblica e Bruto, Cassio e gli altri non potevano permetterlo. Una democrazia per quanto imperfetta ed in mano a delle oligarchie può progredire nel tempo; un singolo uomo che ha le possibilità, ha la capacità ed il coraggio di migliorare la società sarà sempre ben voluto in una repubblica democratica, diverrà eroe nazionale e sarà onorato per sempre nella memoria del suo popolo. Se questo singolo uomo volesse però qualcosa di più, quel quid in più, allora da eroe diventerebbe traditore, ed il girone dantesco dovrebbe ospitarlo per sempre. Garibaldi come Cincinnato morì umilmente ma noi oggi lo ricordiamo ancora come il più grande eroe italiano.
Cesare con la sua vita dimostrò le sue intenzioni, non era mai accaduto; la sua morte doveva essere un monito per i secoli successivi.
Ecco perché il 15 marzo è il simbolo universale contro ogni tiranno. Lo si capisce proprio dal luogo in cui Bruto e gli altri decisero di uccidere Cesare: il Senato, l’anima della Repubblica dove i rappresentanti del popolo amministravano lo Stato. Cesare non morì in un agguato notturno oppure soffocato nel sonno oppure avvelenato, egli morì in Senato alla luce del sole, davanti a tutti, per mezzo dei pugnali di pochi uomini che volevano difendere la sopravvivenza della Repubblica.
L’episodio storico è in realtà quasi mitico, sembra una tragedia greca, o meglio shakespeariana. Ecco perché per Shakespeare Bruto è il più nobile dei romani, il suo è un animo nobile. La sua identità particolare è molto significativa: egli era figlio adottivo di Cesare e gli voleva veramente bene, ma Marco Bruto era anche il discendente di quel Lucio Giunio Bruto fondatore della Repubblica nel 509 a.C.. Sul giovane gravava la responsabilità simbolica della difesa della Repubblica ed egli, proprio per quello spirito repubblicano in cui anche noi crediamo, anteponendo la causa nazionale al legame personale decise di compiere quell’atto finale.
Purtroppo i buoni nella realtà non vincono sempre: i cesaricidi non ottennero né l’appoggio del popolo né quello di tutto l’esercito; furono sconfitti in un’altra guerra civile e Bruto si volle suicidare proprio con quello stesso pugnale con cui aveva ucciso Cesare. Evidentemente la Repubblica era già fallita da tempo. A Roma il potere politico passò in mano ai generali dell’esercito e così cominciò l’Impero che si basava proprio sulla sua forza militare. Roma più si ingrandiva più si sgretolava, pian piano fino alla completa dissoluzione. Quasi ogni imperatore morì di morte violenta.
Quindi Bruto non riuscì a salvare la Repubblica ma comunque seppe impedire al tiranno Cesare di portare a termine la sua dittatura.
Le idi di marzo devono ricordarci che ogni repubblica democratica, proprio come ogni cosa terrena, non è immortale di per sé. Essa vive solo se i cittadini la portano avanti e la difendono da ogni minaccia. Possono presentarsi periodi di crisi e governanti corrotti ma l’equlibrio della democrazia deve essere inseguito anche quando sembra tutto perduto; è nella sua essenza che esistono i presupposti per migliorarsi continuamente. Essa funziona solo se i cittadini la rispettano. Il pessimismo, l’anarchia, l’egoismo, la legge del più forte: non si può essere un buon cittadino di una democrazia se si hanno queste convinzioni.
Per questo il 15 marzo deve rimanere nella memoria di ogni Repubblica!
tratto da http://www.fgr-italia.it/




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