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    [mid]http://www.fmboschetto.it/musica/Attenti_al_lupo.mid[/mid]

    "Idi di Marzo: memoria di ogni Repubblica"

    di Emanuele Vaccaro

    Il 15 marzo del 44 a.C. il generale Caio Giulio Cesare entrato per l’ultima volta nel Senato della Repubblica di Roma veniva accoltellato da un piccolo gruppo di senatori guidati dal suo giovane figlioccio Marco Giunio Bruto. Assassini oppure eroi? Difensori degli interessi di oligarchici senatori oppure salvatori della Repubblica?
    Domande che da quel giorno hanno attraversato millenni di Storia e che hanno sempre visto la contrapposizione di queste due interpretazioni senza mai un risultato definitivo. Per quanto mi riguarda la Storia è così affascinante proprio perché è una serie di fatti; se, come è vero, il “fatto” è qualcosa che è già accaduto e se esistono documenti e testimonianze sufficienti per leggere un fatto, allora una sola interpretazione dovrebbe essere quella vera. Ma come tanti episodi storici hanno diverse letture, la morte di Cesare continua ancora oggi a dividere l’opinione degli appassionati.

    Nel corso dei secoli la figura di Bruto ebbe da subito la fama del traditore, dell’assassino del paladino, ma questo perché Roma divenne un impero ed i monarchi, i cesari per l’appunto, che si susseguivano consideravano Cesare come il primo imperatore, un nuovo dio di Roma. La lettura cristiana non differisce da quella imperiale romana, infatti, Dante pose Bruto all’inferno nel girone dei traditori proprio accanto a quel Giuda Iscariota colpevole di aver consegnato il Cristo ai romani.

    L’evoluzione delle idee occidentali raggiunse il suo apice nell’illuminismo. Nuovi ideali come democrazia ed uguaglianza ispiravano i più grandi pensatori. La figura di Bruto venne diffusamente rivalutata e la lettura delle idi di marzo fu da molti totalmente capovolta. Le generazioni di area liberal-democratica che dalla rivoluzione francese al risorgimento infiammavano il cuore dell’Europa moderna innalzarono Marco Giunio Bruto a simbolo della ribellione ai tiranni.

    Personalmente considero Bruto l’eroe della Repubblica e Cesare il tiranno che voleva sopprimerla per cui giudico con favore l’omicidio politico che si consumò nella sala del Senato quel mitico giorno delle idi di marzo.

    Prima di esporre i motivi di questa mia presa di posizione vorrei ricordare che proprio Giuseppe Mazzini aveva questo stesso parere sull’episodio. Il nostro caro mentore politico non era un “monarcomaco” e non sosteneva il regicidio, anzi considerava l’assassinio quasi sempre un’assurdità morale ed inutile; ammetteva però che vi fossero momenti nella Storia in cui un Marco Bruto potesse pensare che uccidere il tiranno fosse un male minore. L’eliminazione fisica del tiranno può far cadere del tutto una dittatura o comunque può spegnere le nefaste speranze dei suoi sostenitori. Se la minaccia incombe il tirannicidio può esserne la cura: per esempio la fucilazione di Mussolini ebbe questo scopo; invece l’impiccagione di Saddam Hussein non può essere accolta con favore proprio perché il pericolo del ritorno dei fedelissimi non era incombente. Ma a ben vedere le morti di Mussolini e Saddam Hussein hanno una differenza notevole con quella di Cesare. Essi erano già sconfitti mentre il divo julio non si era ancora neanche ufficialmente incoronato. In più Mussolini e Saddam erano rei di crimini feroci contro l’umanità agli occhi degli stessi connazionali mentre Cesare era amato dal popolo ed aveva reso Roma ancora più grande e potente.

    Ma allora perché Bruto può essere considerato lo stesso un eroe? Perché Shakespeare lo descrisse come il più nobile dei romani? Vediamo i fatti.

    Dopo che Cesare sfidò il Senato scoppiò una guerra civile fra pompeiani (fra i quali Bruto, Catone e Cicerone) e cesariani che si concluse con la vittoria definitiva del generale nel 48 a.C.. Rientrato a Roma trionfante ed acclamato venne nominato dittatore a vita da un Senato molto ridotto ed accondiscendente.

    La figura del dittatore nell’antichità non era la stessa che noi conosciamo nel mondo moderno. Spesso in periodi di crisi ne veniva nominato uno che dopo un anno o poco più, risolta la crisi, tornava a casa sua; si veda Cincinnato che torna alla sua modesta vita di agricoltore. Cesare no; dittatore a vita. E dopo? Avrebbe riconsegnato la Repubblica al Senato od avrebbe dato Roma al suo successore dando così inizio alla monarchia? Le sue intenzioni non le sapremo mai ma possiamo desumerle, oltre che dalle sue azioni sovversive, se ne guardiamo le conseguenze: dopo la sua morte i cesaricidi non riuscirono ad ottenere l’appoggio del popolo e soprattutto dell’esercito; furono sconfitti dai cesariani fra cui spiccava Ottaviano Augusto nipote di Cesare. Lui sì che fece la prima vera marcia su Roma, distrusse definitivamente il sistema repubblicano ed abilmente si proclamò imperator. Augusto che tutta la vita affermò di impegnarsi a portare a termine quello che Cesare aveva cominciato volle instaurare la monarchia per cui si puo’ intuire che questo fosse lo stesso progetto anche di suo zio.

    Al di là di tutto la Repubblica era già sull’orlo del collasso. La corruzione, l’oligarchia della classe senatoria e le prepotenze dilagavano da tempo in quella Roma repubblicana che durava da 500 anni. Cesare sicuramente era un grande patriota e voleva restituire ordine e prosperità soprattutto al popolo romano. In effetti prese provvedimenti utili, dall’edilizia all’economia; si mostrò magnanimo con i suoi ex avversari promuovendone l’amnistia; il popolo era di nuovo rispettato. In definitiva fu un grande statista.

    Ma allora perché Marco Bruto lo volle uccidere? Perché Caio Giulio Cesare doveva morire? Perché Cesare volle quel quid in più, volle ergersi al di sopra della Repubblica.

    La regola fondamentale del pensiero repubblicano è l’umiltà. “Res publica” significa letteralmente “cosa di tutti”. Una repubblica funziona solo quando tutti sono uguali ed ognuno lavora mettendo il proprio mattone per costruire una casa solida e sempre più grande. Questa casa è la Patria. Quando un uomo solo tenta di superare gli altri ha tradito non la legge scritta ma il cuore stesso dello Stato e quindi ha tradito il cuore di tutti i cittadini. Certo può esistere, e ne sono esistiti, un principe illuminato ma il successore potrebbe non esserlo ed essendo superiore a tutti potrebbe essere pericolosissimo. Se Augusto fu magnus Nerone bruciò Roma e Caligola era pazzo.

    Cesare stava per cancellare la Repubblica e Bruto, Cassio e gli altri non potevano permetterlo. Una democrazia per quanto imperfetta ed in mano a delle oligarchie può progredire nel tempo; un singolo uomo che ha le possibilità, ha la capacità ed il coraggio di migliorare la società sarà sempre ben voluto in una repubblica democratica, diverrà eroe nazionale e sarà onorato per sempre nella memoria del suo popolo. Se questo singolo uomo volesse però qualcosa di più, quel quid in più, allora da eroe diventerebbe traditore, ed il girone dantesco dovrebbe ospitarlo per sempre. Garibaldi come Cincinnato morì umilmente ma noi oggi lo ricordiamo ancora come il più grande eroe italiano.

    Cesare con la sua vita dimostrò le sue intenzioni, non era mai accaduto; la sua morte doveva essere un monito per i secoli successivi.

    Ecco perché il 15 marzo è il simbolo universale contro ogni tiranno. Lo si capisce proprio dal luogo in cui Bruto e gli altri decisero di uccidere Cesare: il Senato, l’anima della Repubblica dove i rappresentanti del popolo amministravano lo Stato. Cesare non morì in un agguato notturno oppure soffocato nel sonno oppure avvelenato, egli morì in Senato alla luce del sole, davanti a tutti, per mezzo dei pugnali di pochi uomini che volevano difendere la sopravvivenza della Repubblica.

    L’episodio storico è in realtà quasi mitico, sembra una tragedia greca, o meglio shakespeariana. Ecco perché per Shakespeare Bruto è il più nobile dei romani, il suo è un animo nobile. La sua identità particolare è molto significativa: egli era figlio adottivo di Cesare e gli voleva veramente bene, ma Marco Bruto era anche il discendente di quel Lucio Giunio Bruto fondatore della Repubblica nel 509 a.C.. Sul giovane gravava la responsabilità simbolica della difesa della Repubblica ed egli, proprio per quello spirito repubblicano in cui anche noi crediamo, anteponendo la causa nazionale al legame personale decise di compiere quell’atto finale.

    Purtroppo i buoni nella realtà non vincono sempre: i cesaricidi non ottennero né l’appoggio del popolo né quello di tutto l’esercito; furono sconfitti in un’altra guerra civile e Bruto si volle suicidare proprio con quello stesso pugnale con cui aveva ucciso Cesare. Evidentemente la Repubblica era già fallita da tempo. A Roma il potere politico passò in mano ai generali dell’esercito e così cominciò l’Impero che si basava proprio sulla sua forza militare. Roma più si ingrandiva più si sgretolava, pian piano fino alla completa dissoluzione. Quasi ogni imperatore morì di morte violenta.

    Quindi Bruto non riuscì a salvare la Repubblica ma comunque seppe impedire al tiranno Cesare di portare a termine la sua dittatura.

    Le idi di marzo devono ricordarci che ogni repubblica democratica, proprio come ogni cosa terrena, non è immortale di per sé. Essa vive solo se i cittadini la portano avanti e la difendono da ogni minaccia. Possono presentarsi periodi di crisi e governanti corrotti ma l’equlibrio della democrazia deve essere inseguito anche quando sembra tutto perduto; è nella sua essenza che esistono i presupposti per migliorarsi continuamente. Essa funziona solo se i cittadini la rispettano. Il pessimismo, l’anarchia, l’egoismo, la legge del più forte: non si può essere un buon cittadino di una democrazia se si hanno queste convinzioni.

    Per questo il 15 marzo deve rimanere nella memoria di ogni Repubblica!

    tratto da http://www.fgr-italia.it/

  2. #32
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    dibattito alle Giornate Repubblicane
    Giacalone, le Municipalizzate, ed i furbacchioni



    OSPEDALETTO (Forli') - 6 settembre 2007 - “Imbecilli o delinquenti”. Fra questi due aggettivi, sicuramente possono scegliere. Ecco la condizione dei politici italiani secondo Davide Giacalone, che mercoledì 5 settembre ha partecipato ad un dibattito tenutosi nel corso delle Giornate Repubblicane di Ospedaletto. Si parte dalla vecchia questione Telecom Italia. Venduta dallo Stato a prezzo di favore, la società passa addirittura per il Lussemburgo, controllata da Bell. Questo fondo è a sua volta controllato per buona parte dalle Isole Cayman, da una società chiamata “Oak Found” (Fondo Quercia). Imbecilli e delinquenti, appunto. Ma mai quanto l'eroe Tomaso Tommasi di Vignano dirigente di Telecom all'epoca. Prima di tutto, millanta conoscenze con partners americani ignari della sua esistenza. E poi, non pago di questo, fa sedere in Consiglio di Amministrazione Telecom due manager di AT&T, concorrente dell'impresa italiana, che non ha mai acquisito una sola azione sul mercato. Per non parlare poi di Telecom Serbia, comprata da Milosevic e poi allegramente bombardata dopo pochi mesi.

    “Vedrete che tra poco riusciremo nella grande impresa di rendere Telecom Italia come Alitalia.” Commenta Giacalone.

    Tommasi, per quell'errore, fu promosso direttore generale della municipalizzata Hera. Imbecilli, delinquenti. Hera è ciò che più si avvicina ad una bestemmia bulgara al libero mercato. E' un'impresa pubblica. Un monopolio quotato in borsa, ed i suoi maggiori azionisti sono i Comuni. In un altro paese dell'occidente una manovra simile sarebbe stata condannata alla stregua di una strage di massa. Se non altro per la violenza morale esercitata nei confronti dei cittadini. Questi pagano le tasse dei rifiuti, pagano Hera, pagano le partecipazioni azionarie, pagano i comuni. Pagano tutto. Ed Hera non smaltisce i rifiuti.

    Per tutto questo Giacalone non accusa un solo governo, ma tutta la politica italiana. “Il problema non è il centro-sinistra, è che in Italia non esiste più la politica.”. In sostanza, non si riesce a trovare il bandolo della matassa. Le coincidenze tra politica e capitale sono enormi, quasi mafiose. E gli errori sono infiniti, madornali, surreali. La casta è un insieme di imbecilli e delinquenti. Dirigenti raccapriccianti che si spostano da partito a partito. “Politica è lavorare ad un'idea di società. Questo è stato completamente dimenticato”. Ecco l'idea di Giacalone: ritornare al contenuto, e solo dopo valutare lo schieramento. Sarà leader chi riuscirà a portare un programma convincente agli italiani.

    E proprio per questo, Giacalone lascia un pensiero al partito repubblicano. Basta con la voglia di ritornare al passato, la storia va avanti. Basta con i “io sono il vero repubblicano” o “i repubblicani sono di sinistra”. “Bisogna far crescere nel partito intellettualità nuove. Si può fare politica senza parlamentari, come morire politicamente seduti alla Camera. Dobbiamo tornare ad essere leaders del Paese, dobbiamo tornare dentro la politica.” “Per le idee repubblicane oggi c'è più spazio di quanto ne avesse trovato Spadolini.”

    di Alberto Ridolfi - Resp. Programma FGR

    tratto da http://www.fgr-fc.it/Home.htm

  3. #33
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    Laici a San Pietro
    Un'ostinata concezione critica del potere ai confini dell'eresia

    Gli amici repubblicani, che si incontreranno nella tradizionale festa dell'Uva di S. Pietro in Vincoli, a molti nostri concittadini potrebbero apparire come un'ultima riserva indiana. Nel ravennate, infatti, alcuni indossano ancora il nero fiocco al colletto del lutto mazziniano per la patria, quando magari milioni di persone sognano di comprare case immaginarie su Second Life in internet. Parlando chiaramente, oggi, la stessa appartenenza al partito repubblicano appare un'originalità.



    Tutti i partiti politici con i quali i repubblicani hanno collaborato o si sono confrontati nel dopoguerra, di fatto non esistono più. E non solo: domani potrebbero non esistere gli stessi partiti che ancora ci sono oggi. Perché mai i repubblicani, a costo di una resistenza estrema, e magari di ulteriori sacrifici, dovrebbero restare attaccati alle loro tradizioni? Perché mai non partecipare ad un processo di confluenza in un soggetto più grande e più rappresentativo del nostro? Non sono argomenti tabù, badate.

    Un movimento politico con una tradizione come la nostra è bene che si ponga tutte le necessarie domande. La prima è legata al perché di tanta tenacia. Ma la risposta è semplice: perché il nostro è un partito laico, il cui valore principale ed insopprimibile è la laicità. Non ignoriamo come anche il cattolicissimo De Gasperi si ritenesse un laico; come in generale tutti i democristiani che non aderivano ad un ordine religioso dovevano essere considerati laici. Ma la laicità non è una definizione da vocabolario. La laicità è la principale tradizione storico - politica del nostro paese, senza la quale non ci sarebbe mai stata nemmeno l'idea di un'entità nazionale sovrana come l'Italia.

    Come potevano i cattolici, sudditi dello Stato della Chiesa, pensare di fare l'Italia? O i sabaudi, servitori della monarchia piemontese * per quante personalità prestigiose avessero al loro interno - creare qualcosa di diverso dall'espansione dei confini della real casa? La laicità non è dunque un semplice costume civile: la laicità è una condizione dello spirito, molto prossima all'eresia, o per lo meno che si è sviluppata sotto l'influenza del pensiero eretico, diventando eresia anch'essa. Giordano Bruno, che ci è molto caro, non era certo un laico, era un monaco praticante. E' stata la sua eresia nei confronti della Chiesa ed il suo martirio che ce lo hanno reso vicino. Il mazzinianesimo è l'eresia di Giordano Bruno nella modernità: una dottrina coraggiosa ed indipendente che si oppone al conformismo dettato dal potere assoluto dell'epoca.

    Quindi la laicità è anche e soprattutto una concezione critica del potere. Ed i repubblicani mazziniani sono quella forza politica che diffida tradizionalmente del potere costituito, quale esso sia. In Romagna tutti ricordano il dibattito tra Ugo La Malfa e Ingrao, e molti lo hanno interpretato come il segno della simpatia politica esistente fra repubblicani e comunisti. Non c'era nessuna simpatia politica fra repubblicani e comunisti, e meno che mai fra Ingrao e La Malfa. Rileggetelo bene, quel dibattito. C'era il senso di diffidenza nei confronti del potere democristiano, che La Malfa conosceva bene, e la necessità di esplorare le possibilità politiche di una forza di opposizione, per quanto questa, nella sua ortodossia sovietica, risultasse più asservita ideologicamente di quanto lo fosse la stessa Democrazia cristiana alla Chiesa. Anzi, per la verità di laici autentici nella Dc ne abbiamo anche visti, nel Pci molti meno.

    Un grande partito come quello comunista non si è mai davvero posto il problema della laicità, che avrebbe significato in pratica comprendere le ragioni del dissenso all'Est. Il Pci era semmai preoccupato di fare blocco con la tradizione cattolica, non di curare le sue deficienze ideali. Di questo il paese ha pagato le conseguenze. Quindi, noi cultori della laicità, siamo una minoranza e tali restiamo. E lo dovremo restare se non saremo in grado di aprire una svolta politica e culturale nel paese.

    Per orientarvi, guardate anche il dibattito odierno. In Inghilterra gli scienziati stanno cercando di curare delle malattie mortali attraverso l'uso delle cellule animali: e qui da noi, invece di capire le ragioni della scienza, tutti ad urlare che si vogliono creare dei mostri. La laicità serve anche a comprendere il significato della ricerca.

    Cosa dice la nostra Costituzione, all'articolo 9: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica". Non vorremmo che, senza i laici, ce lo scordassimo.

    Roma, 20 settembre 2007

    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4302

  4. #34
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    Riceviamo da Renato Traquandi

    Ideario Repubblicano

    Ho aspettato due settimane dal convegno di Milano della Voce Repubblicana, egregiamente tenuto alla fine del mese di ottobre del corrente anno, con lusinghieri risultati, prima di mettermi al computer e buttar giù quanto nei miei pensieri si andava arroccando da mesi.
    In altri ambienti e in circostanze analoghe, persone alquanto a noi affini sovente si interrogano sui quesiti dell’esistenza, fornendo, ciascuno a suo modo, risposte variegate sul “ chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare?”
    In questo tempo il Partito Repubblicano Italiano, pur mai stato un partito così detto “ di massa”, è pressoché ridotto ai minimi termini, e non soltanto rispetto al consenso elettorale, ma per le esigue risorse e la scarsa presa che ancora riesce ad ottenere sul fronte della agorà culturale, nazionale e non solo.
    Sono passati oltre dodici decadi dai patti di fratellanza, dalla scapigliatura repubblicana, dall’economia associazionista, ed oggi ancora il nostro Partito può fregiarsi, senza peraltro essere smentito da chicchessia, di essere il più antico tra le formazioni politiche italiane.
    Certo che si, dal 1885 ad oggi, la società italiana è profondamente mutata, ed anche il P.R.I. non è più quello che aveva posto al primo punto del suo programma la forma repubblicana dello Stato.
    Nato come partito formato da piccoli coltivatori, mezzadri, artigiani e piccoli funzionari statali, in alcune regioni particolarmente ostili al potere papale e regio, come la Romagna, le Marche, il Lazio e la Sicilia, presto divenne un partito di respiro nazionale, in cui militavano anche operai, impiegati, imprenditori ed intellettuali, assieme a qualche, se pur minima, presenza di militari di carriera.
    La crescita delle attenzioni verso le tematiche mazziniane e risorgimentali è sempre stata vivace e penetrante, nelle variegate categorie che nel corso dei decenni si sono andate formando nella società italiana. Se, dal 1831 al 1848, l’esigenza primaria era l’Italia una, libera, repubblicana, dalla prima guerra di indipendenza alla prima guerra mondiale l’impegno dei molti “progressisti” si incentrò sullo stato sociale delle classi e sulle rivendicazioni operaie, le quali, sì, erano state ben messe in evidenza da Giuseppe Mazzini, ma che non avevano ne il tempo ne la voglia di evolversi attraverso la cultura e le buone azioni prospettate dalla democrazia.
    Questo determinò situazioni di autentico disagio tra militanti formatisi al repubblicanesimo per eredità familiare o frequentazioni di ambienti a loro compatibili e i nuovi aderenti, attratti da generica simpatia o solidarietà per gli atteggiamenti di attenzione ai problemi politici, economici e sociali, ma privi di maturazione ideologica.
    Durante tutto il periodo dello stato monarchico, pervicacemente tenuto dalla famiglia francese dei Savoia, poco amata dalla quasi totalità degli italiani, capitava spesso di sentire militanti del partito repubblicano che sostenevano tesi classiste o liberiste, alcuni si dichiaravano libertari, incentrando la principale ed accanita loro lotta sul problema dei rapporti stato – chiesa.
    E’ in quei decenni che nascono gli antagonismi e le contraddizioni; i sudditi giustamente reclamano diritti, riconoscendo alla dinastia sovrana il tributo dei doveri cui si assoggettano, e quasi non si accorgono di assumere posizioni in netto contrasto con la dottrina storica del P.R.I. , che non ha dogma univoci, come la presa del potere da parte delle masse operaiste predicata dal marxismo, ne la fede necessaria a credere in redenzioni ultraterrene, come il clero asserisce.. Il P.R.I. non ha schemi prefissati, manifesti da divulgare, testi sacri da esporre a laudazione, non presuppone schemi prefissati, regolamentazioni utopistiche, meccanicismi deterministici: sotto questo aspetto il P.R.I. è il vero erede della grande polemica tra Mazzini e Bakunin e prende le distanze dai tanti seguaci di Marx e Engels.
    Ovviamente il P.R.I. una sua dottrina ce l’ha, eccome! Non si tratta comunque di utopia solitaria e agguerrita come quella social comunista, ne tanto meno della rassegnata vocazione al martirio di chi crede che la sofferenza terrena sia il viatico per il futuro celestiale della post mortem, bensì del maturato convincimento che una preparazione culturale, impermeata sulla conoscenza ed il progresso scientifico, costituisca la base, in un ambito storico geografico quale quello italiano, per il benessere di una comunità integrata.
    E’ divenuto luogo comune tra gli storici definire la prima guerra mondiale combattuta sul fronte del Carso, sull’Isonzo e sul Piave, come “ quarta guerra di indipendenza”, tagliando corto, con questa lapidaria definizione, ai disagi delle popolazioni della Corsica, dell’Istria, e delle altre numerose zone dove forte è l’identità italiana.
    I carbonari, gli aderenti alla Giovine Italia, i Martiri di Belfiore, i fratelli Bandiera, Mazzini e il giovane Garibaldi si erano fatti tutti un’idea diversa di come dell’Italia, una, libera e quindi repubblicana e nel 1919 ancora non c’era ne il tempo ne la voglia di prospettare ai più, e quindi raggiungere democraticamente questo obiettivo.
    Scrisse Giuseppe Tramarollo, mitico e ineguagliabile presidente, nel periodo tra il 1970 e il 1980 della Associazione Mazziniana Italiana, che per tal motivo era componente d’onore del Consiglio Nazionale del Partito che quella distinzione faceva del partito fondato da Giuseppe Mazzini “… una formazione che può trovare similarità, ma non identità fuori della penisola. Per il P.R.I. non ci sono possibilità di adesioni dottrinarie e disciplinari come la internazionale socialista o quella liberale o quella cristiana, per non parlare del rapporto internazionalista dei partiti comunisti. Al Parlamento Europeo di Strasburgo i deputati repubblicani, dopo aver aderito, per necessità di collocazione, al partito socialista, hanno potuto benissimo aderire a quello liberale, trovandosi, però, parimenti a disagio.
    Questo fa del P.R.I. una formazione storica, e non storicista, estremamente diffidente delle ricette universali valide per tutti i tempi e per tutti i paesi; viene da qui la critica mazziniana al socialismo utopistico anglo tedesco francese che è ben sintetizzata nell’avvertimento ai delegati del Congresso di Roma del 1871 delle Società Operaie , da cui uscì il celebre Patto di Fratellanza, che è la prima organizzazione nazionale del lavoro italiano:….. ^^ Se l’emancipazione operaia è universale, le diverse condizioni dei popoli fanno diversi i modi e a ciascun popolo appartiene essenzialmente il segreto della scelta di quei modi^^.
    Riconosce però che solo nella fase della trasformazione dei sistemi, utili alla perdita dei poteri monarchici e clericali, con l’avvento della democrazia e della tecnologia, che sono prodotti della cultura e della ricerca scientifica, la pregiudiziale del territorio e della popolazione ivi cresciuta resti valida.
    Bisogna diffonderlo a chiare lettere che fu Giuseppe Mazzini ad intuire che solo per un determinato lasso di tempo la storia umana sarebbe stata determinata dal concetto etico politico delle nazionalità., cioè in volontà politiche definite linguisticamente, etnicamente, territorialmente….
    “ La Patria sacra, oggi, sparirà forse un giorno, quando ogni individuo rispecchierà in se la coscienza dell’umanità”.
    Ancor oggi, in piena globalizzazione, e lo dimostrano le recenti vicende della decolonizzazione e de il sorgere dei paesi denominati “terzo mondo”, la nazionalità dei popoli è ancora viva e vitale, con le sue degenerazioni come nazionalismo, imperialismo, razzismo.
    Nella disgregazione dell’imperialismo sovietico forte è stato il ruolo, quasi sempre vincente, della nazionalità, che mai era stata domata dal bolscevismo russo, che in settant’anni di potere assoluto aveva praticato un vero e proprio genocidio linguistico, oltre che umano.
    Mazzini, dunque, aveva disconosciuto il potere in mano alla chiesa, senza mai rinnegare Dio, cui soleva coniugare i termini Patria e Famiglia, ed ancora non accettava i fermenti internazionalisti, riconoscendo al contempo con l’intuizione della Terza Roma e La Giovine Europa, i cui postulati già presagivano l’abbattimento dei confini.
    Terzo carattere del repubblicanesimo è il “laicismo”, che non significa affatto anti clericalismo, divieto a svolgere e divulgare gli insegnamenti religiosi, ma presa di distanza tra i problemi dello spirito e la gestione della società civile; il Campanile per nutrire l’anima e la Torre Civica per custodire al meglio la persona fisica, secondo la tradizione umanistica classica.
    All’opposto della concezione laica dello stato c’è il modello confessionale.
    Confessionali sono l’attuale stato italiano, come quello spagnolo, confessionali sono gli stati arabi, che fondano la società civile sul diritto cranico, confessionali sono i paesi marxisti, che hanno una pedagogia, una estetica, una morale, prettamente di stato.
    L’ideale repubblicano laico è quello dell’articolo 7 della Costituzione Repubblicana Romana del 1849 che recita: “ Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”.
    Anche il 1° emendamento della Costituzione U.S.A. è per noi positivo: “ Il Congresso mai potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione, tanto meno proibirne il libero culto”.
    Pertanto ribadiamo con fermezza che il laicismo professato dal P.R.I. non è indifferenza di fronte alla esigenza religiosa dello spirito umano; questo atteggiamento nasce invece da una concezione religiosa della vita umana, che rispetta la personalità nei suoi diritti individuali ( libertà civili) e nelle formazioni sociali ( famiglia, partito, associazione, chiesa).
    Dalle cose dette fin qui, allora, il P.R.I. è un partito mazziniano? Solo al Vate si ispirano tutti coloro i quali in questo partito operano?
    Certo, nella cultura repubblicana in alta considerazione sono tenuti gli insegnamenti mazziniani, ma come ben sanno i tanti che in questo partito militano, nel P.R.I. è ben presente l’illuminismo di Cattaneo, così come non sono mai stati cestinati i contributi di Bovio con il suo idealismo, il positivismo di Ghisleri e Conti, il patriottismo militaresco di Pacciardi. Se si riconosce la funzione portante del Mazzini per l’unità d’Italia, e si è laici e democraticamente portati al confronto culturale delle idee, oltre che favorevoli alla divulgazione ed allo sviluppo della ricerca scientifica, si può benissimo essere repubblicani.
    Non è invece possibile essere repubblicani del P.R.I. e marxisti, repubblicani e anarchici, come invece è possibile essere repubblicani e credenti, facendo fare al cervello un sano lavoro di selezione con il sale del ragionamento.
    Un altro concetto respinto dal repubblicanesimo italiano è quello di sovrastruttura: diritto, morale, arte non sono sovrastrutture dell’unica determinazione economica, ma categorie universali e permanenti, anche se i contenuti variano secondo una precisa evoluzione storica. Nell’ambito di questa concezione antimaterialistica, antideterministica, antimeccanicistica c’è ampio spazio per il liberalismo economico di Cattaneo, come per molti postulati del socialismo democratico nord europeo. Contro il concetto totalitario : “Tutto nello stato, tutto per lo stato, nulla contro lo stato”, il repubblicano contrappone il motto mazziniano: “ Tutto per l’associazione nella libertà”.
    Secondo l’etica repubblicana non è l’economia la forza trasformatrice del mondo ma l’educazione e la conoscenza, entrambe incentrate nel sistema scolastico prima e nelle forme associative ( circolo, partito, sindacato) e istituzionali ( enti locali, legislazione statale, pubblica e privata gestione delle risorse. L’educazione scolastica resta fondamentale e spetta allo stato, almeno nella fascia dell’obbligo, per formare i futuri cittadini ed abituarli a capire il mondo che li circonda.
    Possiamo dunque concludere che il P.R.I. è l’opportunità della cultura laica per il senso dello stato e garanzia primordiale, perché senza repubblica non c’è piena democrazia, non c’è piena libertà, non c’è progresso sociale, non si risolvono i disagi civili e le problematiche di sviluppo del mezzogiorno.
    Quale funzione può avere oggi il P.R.I.?
    Esiste una continuità di comportamenti dei partiti politici italiani sul proscenio partitico; tuttora il consenso viene ricercato secondo il principio del voto di scambio. Il cittadino elettore domanda soddisfazioni: la promozione nel posto di lavoro, l’aumento di stipendio, la pensione, l’occupazione dei rampolli, la licenza edilizia, la pratica di condono, il posto al ricovero per l’anziano genitore, e le mille e mille altre soluzioni ai problemi di tutti i giorni. E le segreterie politiche si organizzano e promettono l’interesse e la probabile soluzione.
    Il P.R.I. offre agli elettori la possibilità del “ voto della ragione” come Giovanni Spadolini definiva il consenso che al P.R.I. arrivò nel primo lustro degli anni “80”, quando venne superata la vetta altissima del 5%.
    Già Ghisleri Conti Pacciardi e La Malfa avevano identificato per il P.R.I. una funzione illuministica, contro ogni genere di fanatismo e ogni minaccia all’unità nazionale.
    Ghisleri diceva che “…il P.R.I. è depositario di una dottrina più culturalmente avanzata perciò liberatrice ed antagonista di quella marxista e di quella cattolica”, ponendolo in prima linea contro il male maggiore di oggi, che è quel modo di agire reso celebre dal principe di Lampedusa e dal recente film Il Vicerè. Ricordate? Cambiare tutto per non cambiare nulla.
    Brigare così, parlando di voler procedere a fare riforme, per poi partorire sgangherate soluzioni a vantaggio dei soliti noti, non porterà alcun vantaggio al Paese.
    Dall’una e dall’altra parte delle sponde del bipartitismo si continua a parlare e a discutere dell’aria fritta e del sesso degli angeli.
    Sta al Partito repubblicano Italiano rompere ogni indugio e porre all’elettorato risoluzioni al modello di società, di economia, di organizzazione dello stato per l’energia, l’ambiente, il sociale, il diritto al lavoro e ad una vecchiaia serena.
    Oltre che un patrimonio da salvaguardare abbiamo una reputazione da difendere!

    Renato Traquandi

    Quest'articolo, che Renato Traquandi ci ha inviato, e' stato pubblicato anche sulla Voce Repubblicana di Mercoledi 2 e Giovedi 3 gennaio 2008

  5. #35
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