di Giulietto Chiesa
C’è qualcosa dietro la fuga di notizie che ha portato allo scandalo delle torture degli iracheni prigionieri da parte dei loro carcerieri americani? Credo di si. Ma credo sia una cosa semplice, quanto ovvia, se la si sfronda di quella sterminata sequela di scemenze ideologiche sotto la quale è stata sepolta. Si chiama lotta politica ed è un fatto universale. Si chiama materiale compromettente. In russo: “Kompromat”. Compromettenti per chi? Per chi deve o dovrebbe dare spiegazioni. Nel caso specifico George Bush. Dunque un’operazione, un colpo basso, un colpo duro, in piena campagna elettorale, contro il candidato-presidente Bush, con l’obiettivo di screditarlo. L’operazione è riuscita e probabilmente non sarà l’ultimo colpo di scena da qui alle elezioni di novembre. Aspettiamocene altri, da una parte e dall’altra.
Questa America in crisi sta diventando sempre meno bipartisan. Ma torniamo alla questione iniziale. Quelle fotografie (non si dimentichi che noi abbiamo visto solo le minuzie, i guinzagli, i finti elettrodi, qualche cane che azzanna, cumuli di uomini nudi ma vivi. C’è dell’altro, molto altro, che non vedremo: lo ha riconosciuto Donald ‘Polpot’ Rumsfeld) circolavano da almeno tre mesi negli uffici del governo di Washington. Lo ha rivelato Richard Armitage alla commissione di inchiesta. Colin Powell ha testimoniato di avere trasmesso un dossier a Bush in persona fin dal febbraio di quest’anno.
L’ipotesi che qualcuno, che non vuole bene a Bush, qualche infiltrato democratico, qualche agente della CIA con il dente avvelenato per le accuse di inefficienza subite dopo l’11 Settembre, abbia deciso di consegnarla prima nelle mani della CBS e poi in quelle di quel volpone di Seymour Hersh, per fare dispetto al Grande Bugiardo, è tutt’altro che peregrina. E va a braccetto con la constatazione che la politica di questi repubblicani “neocoglioni” ormai da tempo ha cominciato a preoccupare una parte – solo una parte, ma significativa – dell’establishment statunitense.
Anche da lì può essere partita l’offensiva demolitoria contro l’Amministrazione in carica. E non c’è motivo per stupirsene, vista la gravità della situazione e visti i rischi che gli Stati Uniti corrono se questa politica repubblicana avrà la possibilità di andare alle sue estreme conseguenze. Certo chi ha portato o mandato quelle foto alla CBS e al New Yorker - dopo quelle altre, già scandalose, delle bare ricoperte con la bandiera a stelle e strisce, pubblicate anche dal New York Times – era consapevole che avrebbero fatto il giro del mondo coprendo di vergogna, oltre alla squadra bushiana, gli Stati Uniti d’America e tutti i loro amici e alleati. E, certo, qualche giornalista ha fatto il suo mestiere (anche se pare che la CBS abbia tenuto quelle foto in un cassetto per settimane, prima di decidersi a renderle note. E pare che lo abbia fatto dopo che quelle foto arrivarono anche a un’altra catena tv, segno evidente che chi voleva che uscissero temeva che la CBS fosse troppo leale verso il governo americano).
Ma, come si suol dire - in questo caso molto appropriatamente - , “á la guerre comme á la guerre” . Non è la prima volta che la lotta politica interna agli Stati Uniti, sempre in momenti di grave crisi morale, tracima fuori dei loro confini e travolge tutto, mettendo in forse prestigio e tradizione, orgoglio, ambizioni di supremazia, illusioni di superiorità morale nei confronti del resto dell’Occidente, per non parlare del resto del pianeta.
Avvenne nel corso della guerra contro il Vietnam, e conoscemmo, per fortuna, un’America che si opponeva alla menzogna. Avvenne anche nel caso Watergate, quando si trattò di togliere di mezzo un presidente ormai divenuto impresentabile. Bob Woodward e… , gli eroi di quella defenestrazione, furono certo abili e fortunati, ma non fu solo farina del loro sacco giornalistico. Furono aiutati e Nixon venne rosolato. Gli Stati Uniti ne uscirono benissimo, anche se non subito. Alla fine la macchina del consenso riuscì, anche in quel caso, a produrre un lieto fine classico: la società americana è quasi perfetta perché sa individuare le sue (piccole) magagne e le espelle senza esitazione. Nel caso delle torture il danno è molto maggiore e tracce profonde rimarranno nonostante la macchina mediatica (attraverso cui il danno è stato fatto) stia procedendo a tappe forzate alla sua riparazione. Ecco, vedete – dicono gli esegeti – l’America è riuscita ancora una volta ad individuare le mele marce. Torturiamo, ma siamo i meglio, e abbiamo il miglior sistema mediatico che si possa immaginare.
Falso, naturalmente, perché non è dal sistema mediatico che è emersa la notizia. Al contrario tutta la vicenda getta ombre scure sulla democrazia americana, sulla salute del suo “quarto potere”, sul livello intellettuale e morale delle sue truppe, cioè dei suoi cittadini della sperduta provincia. Secondo ogni evidenza (vedi lo scandalo delle bare) il cittadino medio americano è tra i meno informati del mondo a proposito della guerra che, come contribuente, paga. Se abbiamo saputo delle torture è perché, nella crisi davvero drammatica in cui si trovano le élites statunitensi, qualcuno – nella più grande confusione – ha cercato di colpire il guidatore ubriaco per togliergli il volante dalle mani.
Giulietto Chiesa
Fonte:Settimanale Avvenimenti 25 maggio 2004




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