Fonte: Fazi Editore
Pietrangelo Buttafuoco
Entusiasmante quel decennio. Gli anni 70 visti dagli altri, i fasci,
Il Foglio,
16/4/2004
Fu entusiasmante l’età detta degli “anni 70”. Piazze, cortei, comizi. Lo fu dal punto di vista degli altri, i fasci, perché il Msi in Sicilia faceva un capolavoro di cappotto elettorale, 400 mila voti, si aggiudicava il voto del 13 giugno 1971 e, ancora a inizio mese, sarà stato giorno sei, 20 mila ragazzi della “gioventù nazionale”, radunati da Guido Virzì, sfilavano in corteo con una fiaccolata al grido: “Pescara, Reggio, qui ancora peggio!”. Era successo che a Pescara i camerati avevano messo a ferro e fuoco il municipio, a Reggio, si sa, c’erano stati i famosi “fatti” su cui c'è leggenda, in tutto il Sud montava la rivolta, a Roma il partito della fiamma totalizzava il 14 per cento, più di quanto non faccia oggi An ed erano i sindacalisti della Cisnal quelli che accendevano i centri sociali: “Avola, Battipaglia, continua la battaglia”.
Fu entusiasmante l’età detta degli “anni 70”. Sesso, droga e alalà. Lo fu dal punto di vista degli altri, i fasci, perché in quel tempo buono oggi per farci i romanzi – due per esempio, anzi tre: ovviamente “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi (Mondadori), quindi “Io non scordo” di Gabriele Marconi (già Settimo Sigillo, di prossima ripubblicazione per le edizioni Fazi) e “Avene selvatiche” di Alessandro Preiser (Marsilio), pseudonimo di uno ormai redento, dedito alle corrispondenze con Claudio Magris – fecero giovinezza la migliore razza di camerati, quelli tipo: “Che razza di camerata sei se sei matto o cosa?”. Bisogna avere idea di cosa fosse quel mondo delle sezioni, delle scampagnate, dei tirapugni, dei lunghi viaggi in automobile magari per arrivare a un bar di piazza San Babila a Milano e inghiottire un bicchiere raso di whisky, poi un altro, dunque tutta una bottiglia, il resto di scolatura di un’intera fornitura di Jack Daniel’s – per non parlare di cocaina e di altra droga recuperata a Brera, presso gli anarchici – per poi magari andare al comizio di Alfredo Covelli, un galantuomo monarchico arrivato nel bel mezzo dell’operazione strategica “destra nazionale” e proprio a lui, incolpevole, intontirlo di slogan tipo: “Adolfo, Benito, Hi-ro-hito!”.
Fu entusiasmante quella computa degli anni con il 70 per la “piazza di destra”, era questa una categoria della geopolitica urbana indicata in un comizio a Firenze da Giorgio Almirante, e non c’erano solo i signori educati come Giovanni Artieri, storico liberale napoletano, come Gino Birindelli, l’ammiraglio, capo militare dell’intero Mediterraneo per la Nato, o come Giovanni De Lorenzo, il generale col monocolo; per la fortuna dei narratori c’erano anche i militanti della seconda stagione degli anni 70, c’erano quelli di avanguardia nazionale, quelli del Fronte per la gioventù, quelli di Terza posizione, quelli dei Campi Hobbit (il primo è del 1977), e infine quelli tipo: “Che razza di camerata sei sei matto o cosa?”. Stanno tutti dentro i tre romanzi sopra citati, ovviamente con diverse connotazioni. In quello di Pennacchi, malgrado sia un combattente bolscevico, non c’è la redenzione ideologica che invece sugella il racconto di Preiser; Pennacchi è ancora un fascio di Littoria, lo affidiamo alla letteratura alta tanto è vero scrittore. Preiser da quello che si sa – anche attraverso la nota di Magris dove declina i gustosi fatti di sesso e il “fondaccio movimentista d’estrema destra” – è alla prova della scrittura, è tuttora detenuto, fa il Bildungsroman 70: sesso, droga e alalà. È il Bildungsroman dal punto di vista di Milano sanbabilina che è una città con le scarpe a punta, i Ray-Ban, la sfumatura alta, i capelli tirati a riga, la giacca blu su jeans tubolari, fa insomma il suo resoconto esistenziale con i dovuti nichilismi fasci, dove, vestiti con jeans, occhiali e Lacoste, si ruba una Rolls-Royce, si va al mare per ritrovare una ragazza, si va col macchinone sulla sabbia, sull’arenile dove c’è lei mogia mogia e si aspetta: si sale sul cofano e si attende che lei, possa infine accorgersi della sorpresa, e c’è l’ultima novità dei Pink Floyd che esce dalla portiera lasciata aperta apposta, per lei. È “The Dark Side of the Moon”. Lei sente la musica e si gira, lo vede, gli va incontro e gli dice: “L’albergo dove alloggio è molto lussuoso e c’è una cassaforte piena di soldi, potremmo prenderli perché ci servono proprio”. In quella Milano svettava quel capolavoro di ardito che è Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, era “Staiti, il terrore dei mariti”. Ed era anche la Milano di Max Spaggiari, il parà francese, autore di una rocambolesca evasione dopo aver violato i caveau della Banca di Francia a Nizza.
“Che razza di camerata sei se sei matto o cosa?”, era questa la formula della destra “legge e ordine”, come nell’autoritratto di Gabriele Marconi, l’autore di questo romanzo così fortunato da nascere due volte, la prima con Enzo Cipriano e il suo Settimo Sigillo, la seconda (a fine aprile) con un editore “democratico”, Fazi appunto, ma senza obblighi di redenzione. È la storia di un militante di destra rifugiatosi a Londra che si inventa una nuova vita da punk, mescolato alle nuove derive della modernità senza più vincoli di nostalgia e rituali eccetto che per un incidente, una fuga, messa in opera proprio ritornando in Italia. È inseguito dalla polizia dentro i buchi della metropolitana di Roma e proprio qui, tra i vagoni e le gallerie, giusto nel sottosuolo della città trova una stanza inzeppata di carte. È un archivio, è il cervello cartaceo dei servizi segreti, è il deposito occulto, è il racconto deviato dei misteri italiani dal Dopoguerra a oggi in una stanza. Fatto tesoro della scoperta, il protagonista di questa “autobiografia di tutto un mondo”, ritorna alla sua giovinezza tra i “camerati”, li cerca e li coinvolge ed è con loro che mette in piedi un’operazione per ritornare dentro la stanza e così recuperare il faldone dedicato alla strage di Bologna, anche per sollevare dall’incubo dell’accusa i “neri”, per rimettere infine sul ring, in piedi, tutta una tribù da troppo tempo costretta al ko della delegittimazione esistenziale. È un personaggio tutto particolare Marconi: non è solo un fior di scrittore, o un semplice giornalista (è con Marcello De Angelis una delle menti di Area, la rivista della “destra sociale”), è un artista, uno che compone e canta le sue canzoni applaudite negli affollati concerti della “musica alternativa”. Incolla sulle buste della sua corrispondenza i francobolli della città di Fiume, “reggenza italiana del Carnaro”. È giusto quel tipo: “Che razza di camerata sei se sei matto o cosa?”.




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