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    Christianity Under Fire
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    Predefinito L'Eroe di Tienamen



    «United we stand». Se l'Europa salvasse il mondo dalla guerra Usa - Cina
    http://www.unita.it/index.asp?SEZION...TOPIC_ID=46277

    C'è un fondo di verità nella fantasia di una guerra tra USA e Cina. La Cina è come le banche svizzere degli anni ottanta: capitali di ogni tipo e per qualunque uso o destinazione "imprenditoriale" sono benvenuti e ben custoditi nella privacy della loro attività. Non si può continuare a tollerare questo paradiso misto di Economia e Diritto che produce un tasso di crescita economica di circa l'8% senza viaggiare diritto contro il muro del collasso dell'Occidente nella forma in cui lo hanno conosciuto e vissuto le generazioni del dopoguerra. La guerra si prospetta prima di tutto come un conflitto di classe tra chi si arrampica al motore del neoliberismo, incarnatosi istituzionalmente nella Cina ed aziende alleate d'Oriente ed Occidente, e chi rimane ancora ad una impostazione giuridica e sociale dell'Occidente nella varie forme e gradi di classi, produzione e scuole di pensiero.
    Di conseguenza già sappiamo chi in politica ed economia rema contro...

    Un conflitto tra USA e Cina è teoricamente probabile solo se la protesta di massa alla "europea" prende corpo negli USA ed inonda il FMI ed il WTO fino a spingere la Casa Bianca a schierarsi dalla parte del popolo.


    Wto, la "Yalta neoliberista" finisce con 900 arresti

    Altrimenti il conflitto verrà sedato in nuove forme di soffocamento metanazionali con l'aiuto di governi integrati e globalmente coesi: vale a dire che si tratterà di pura e semplice lotta di classe internazionale senza la discesa in campo di un governo contro l'altro - parliamo di Occidente Vs Cina e similari.

    L'Europa potrebbe fare da arbitro se prima vince la partita col neoliberismo e ristabilisce il Diritto nei vari livelli ormai a rischio dell'economia e della politica.

    Allora da dove può arrivare una più effettiva forma di arbitraggio, ridimensionamento ed "armonizzazione" dell'attività imprenditoriale di Cina ed affini?

    La Cina non è quel granitico opificio di produzione che ai nostri occhi appare. I fermenti culturali si stanno animando grazie a forme di spiritualità derivate dall'Occidente. Se il Giudeocristianesimo recupera terreno in Cina compensando le perdite in Occidente, il bilancio può restare perlomeno pari e forse potremo assistere a rivoluzioni culturali e politiche impensabili e sorprendenti, fino alla compensazione del trasferimento dei principi costituzionali già perduti od a rischio in Occidente.

    Il simbolo di questo fenomeno potrebbe essere rappresentato dall'eroe di Tienamen diventato pastore in America. Se il "Ricostruzionismo" del Diritto in Cina determinerà un tasso di crescita compatibile con quello occidentale, allora i nostri imprenditori ruspanti dovranno tornare a reinvestire nelle "Tre Venezie" e fare di nuovo i conti con i sindacati. Altrettanto accadrebbe negli USA e la deregulation coi suoi "amminstratori straordinari" (governi aziendali) potrebbero ritirarsi su posizioni più tipiche degli anni ottanta.

    Questa volta l'esito dell'impatto non somiglia a quello del Cristianesimo con la Roma Imperiale, in quanto la tecnologia e la degenerazione in campo sono tali da rafforzare la polarità in favore del vizio e del dominio dell'uomo sull'uomo. Alla fine però, tra alterne "battaglie" la vittoria epocale sarà similare alla precedente.

    L'eroe di Tienanmen pastore in America

    A poche ore dal massacro di Tienanmen, verso il tramonto di quel 4 giugno del 1989 trascritto nei libri di storia col sangue degli studenti dell'università di Pechino, le autorità cinesi avevano già iniziato la caccia all'uomo. Sulla lista nera della Guardia Rossa c'erano i nomi di 21 studenti: gli organizzatori dello sciopero della fame che era stato schiacciato, nella piazza cinese, dall'avanzata dei carrarmati comunisti. Decine di manifesti con le loro fotografie erano già stati affissi agli angoli delle strade, a ogni cinese, di provincia in provincia, era stato spiegato tra le righe che il dovere di ogni buon cittadino era di stanarli e consegnarli alle autorità.

    Durante i primi giorni, la caccia agli studenti era sembrata come una performance, esagerata e quasi surreale, del teatro totalitario del regime cinese, ma col passare delle settimane, quando i nomi degli arrestati erano comparsi sulle prime pagine dei giornali, le strade erano state seminate di posti di blocco e, su pullman e treni, circolavano decine di agenti della polizia segreta. I cinesi avevano capito che quella caccia non sarebbe finita finché l'ultimo studente non fosse stato catturato.
    Verso la fine di luglio, solo pochi di loro erano ancora alla macchia. Tra questi spiccava il nome di Zhang Boli, un ventiseienne laureato a pieni voti dall'università «Beida». Scappando, aveva trovato rifugio presso amici e parenti nella provincia natia di Heilongjiang, al confine con la Russia. Aveva fatto la fame, aveva conosciuto la maschera atroce della disperazione, aveva rischiato di morire di gelo nelle notti trascorse all'addiaccio, era stato attaccato dai lupi, si era visto passare davanti i ricordi di una vita privilegiata che non sarebbe mai più tornata.
    Le autorità avevano dato ordine di sparargli a vista, mentre lui, dopo aver abbandonato la giovane moglie e sua figlia, «Piccola neve», a Pechino, viaggiava travestito da contadino in una Cina abitata dalla povertà e dai mangliu: i lavoratori ambulanti, con i loro sogni più esili degli alberi di bambù, le loro speranze più semplici del volo degli aquiloni, con le loro puzzolenti sigarette cinesi, che chiamano «Doppia felicità rossa», con le bottiglie di Laobaigan trangugiate in compagnia, davanti alla sfortuna effimera delle partite di mahjong e a quella immutabile di un marxismo che in Cina era anche una religione.

    Per due anni poi, anzi per settecento giorni, col nome di Wang il vecchio, aveva vissuto in una capanna abbandonata, sotto la neve dei lunghi inverni di quella provincia accarezzata dai venti impietosi della Siberia e dalle estati in cui lui, per sopravvivere, aveva piantato riso, pescando carpe e cacciando cervi, topi e anatre selvatiche.
    Zhang Boli ha descritto quegli anni in una splendida autobiografia quando, dopo essere riuscito a fuggire dalla Cina passando attraverso Hong Kong, prima di ottenere asilo politico presso l'ambasciata statunitense, ed essere accolto dall'università di Princeton. Escape from China era stato pubblicato dalla Washington Square press e tradotto in sette lingue.

    Pubblicato nel 1989, questo diario non racconta però i dettagli più preziosi della sua nuova vita; che Zhang Boli affronta, ogni giorno, in una chiesa battista di Reston, in Virginia, da quando ne è diventato il pastore. Poiché il più eloquente miracolo della sua vita, e di quella fuga, è accaduto una sera, in un piccolo villaggio. Boli vi era arrivato stremato, ma all'interno di quella capanna c'era una vecchia che cuciva alla luce di una lanterna fatta con una lattina di frutta in scatola. Quando si era ripreso, la donna gli aveva chiesto una cortesia. «Sono cristiana - gli aveva detto - Questo è il mio Vangelo, ma non so leggere». Lui aveva aperto le pagine al Vangelo secondo Giovanni.
    «Quando ho letto i capoversi che descrivevano la crocefissione sono scoppiato a piangere», ci ha raccontato Boli in Virginia. «Vivevo alla macchia e pensavo a quanti cinesi avrebbero assistito alla mia condanna a morte tra l'indifferenza e la gioia. Sentii che la vita non aveva alcun significato, che non importava che tu lottassi per la tua vita o quella degli altri. Quello che Gesù aveva detto prima di morire, “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”, mi aveva profondamente scioccato».

    Mentre le vecchia lo curava e lo sfamava, uccidendo il suo unico pollo per riscaldarlo col suo brodo, Zhang Boli cominciò a credere che vi fosse un Dio, a questo mondo. «Pensai: se non esistesse, questo mondo sarebbe in mano ai demoni. Sapete, in Cina abbiamo avuto i nostri demoni. Mao Zedong era un diavolo: per lui la vita non aveva nessun valore. Deng Xiaoping aveva ordinato di aprire il fuoco su migliaia di studenti innocenti. Eppure io, nel momento in cui mi convertii, riuscii finalmente a dormire. Non chiudevo occhi da mesi».
    In quel villaggio di trecento anime i vangeli erano arrivati, un capitolo per volta, copiati a mano da alcuni ragazzini di Henan. Così come la Buona novella continua ad arrivare, ancora scritta a mano, nei paesini più nascosti di una Cina che oggi conta già 80 milioni di fedeli. Un numero che sta crescendo ad una velocità esaltante dal 1979, da quando il governo ha allentato il controllo sulle scelte spirituali.

    La conversione di Zhang Boli è emblematica di una nuova Cina in cui la undergound church dei protestanti americani sta facendo breccia nel cuore di un popolo per il quale il comunismo era l'unica fede. Era stata proprio la vedova di Mao a esclamare, sorridendo: «In Cina il cristianesimo è morto per sempre e vive solo nei musei della storia».
    «Invece la nuova Cina diventerà cristiana. C'è un vuoto spirituale che i vangeli sanno riempire. Certo, i comunisti sono i nemici naturali del cristianesimo - ha spiegato Boli -. Ma non sanno che questo mondo appartiene a Dio. I maoisti hanno sradicato tutte forme di religione perché il comunismo è di per sé una religione. Pechino non voleva che qualcuno gli facesse concorrenza. Nel 1949 c'erano all'incirca 700mila cristiani: li schiacciarono e decimarono i missionari stranieri. Chiusero qualsiasi rapporto col mondo cattolico perché Mao era diventato il nostro Papa».
    Anche adesso in Cina è permessa solo la chiesa di Stato: la chiamano «La chiesa delle tre personalità». «I suoi pastori vengono pagati dal governo. Più che evangelizzare fanno propaganda».
    Perchè ha scritto questo libro? «Quando sono arrivato in America mi fu diagnosticato un tumore. Volevo che la mia storia fosse trasmessa ai cinesi e che andasse a far parte degli annali sulla rivolta di Tienanmen. Volevo che mia figlia, crescendo, vi potesse ritrovare suo padre. Rimasi in ospedale per un anno negli Usa e un altro a Taiwan. Fu allora che lo scrissi».
    Cosa l'ha veramente convinto che i Vangeli raccontassero la verità? «Ero il primo di sette figli, mia madre faceva la fame per crescerci. Adorava leggere. Trascorreva lunghe ore sui romanzi d'amore di personaggi come Xue Baochai, Lin Daiyu e Kang Youwei. Da lei imparai l'amore per i libri, soprattutto quelli di filosofia; ma leggendoli non credevo che ci fosse speranza per la Cina. Invece leggendo i Vangeli ho trovato finalmente speranza. Vivendo in quelle capanne ho conosciuto una Cina semplice e vera. Non c'erano soldi, non c'erano scuole, ma erano contadini sereni».
    Mentre almeno 250 cinesi erano ancora incarcerati per aver partecipato alla rivolta di Tienanmen, nonostante le proteste dei gruppi americani per la difesa dei diritti umani, mentre migliaia di studenti come il giovanissimo Zhang Zhiqing non erano mai stati trovati, Zhang Boli aveva cominciato a studiare per diventare un missionario. Dopo aver predicato i Vangeli a Los Angeles, un sogno l'aveva spinto a trasferirsi in questa piccola comunità cinese alle spalle di Washington. Dove, suonando il piano elettrico e predicando la Buona Novella, ogni domenica esorta i cinesi a seguire i precetti cristiani. «Avevo sognato un campo. Su un lato c'erano moltitudini di contadini, ma l'altro era spoglio e deserto. Capii che Dio voleva che andassi a predicare in una zona dove non c'erano chiese cinesi».

    Di fatto il fenomeno del cristianesimo cinese avrà implicazioni mondiali e Zhang Boli lo sa. Dalle piccole comunità cinesi stanno già partendo missionari diretti verso Gerusalemme, lungo la vecchia via della seta; che passa attraverso il mondo dei musulmani e dei buddisti.
    Risposato e con due figli (dopo anni difficili anche «Piccola Neve» è venuta a vivere con lui negli Usa) Boli spera che la Cina continui a crescere bagnandosi di fede. «Il rischio adesso è che i comunisti, davanti al nuovo benessere, vogliano idolatrare solo i soldi. C'è una tale sproporzione tra i nuovi ricchi e la povertà delle zone rurali, che ho paura che ci sarà un'altra rivolta. E stavolta non sarà organizzata e isolata come Tienanmen, ma scoppierà in molte cittadine».
    Mao continuerà ad essere un eroe per le prossime generazioni cinesi? «Così come è successo con Stalin e i russi, anche la Cina, aprendosi, smetterà di idolatrarlo. L'idolatria non ha nulla a che vedere con la stima. Mao non è più una religione. Piano piano verrà sostituito dai soldi, dalle nuove star del cinema e della musica».
    La sua autobiografia è venduta anche in Cina? «Sì, ma solo al mercato nero e costa quanto un mese di salario».
    Vi sono stati altri, tra i 21 di Tienanmen, che si sono convertiti? «Sì, non sono il solo. Ad esempio c'è Xiong Yan, che è diventato un pastore dell'esercito americano. Dio l'ha voluto mandare in Irak, come cappellano. Avrà avuto le sue ragioni e poi lasciatemelo dire, la vita, noi uomini, mentre la viviamo non sempre la capiamo».

    di: Silvia Kramar
    da: Il Giornale
    data: 6/12/05 (n. 289, p. 14)

  2. #82
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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    Conferenza programmatica Pri: cinque progetti per affrontare i nodi della competitività e della sostenibilità del nostro modello economico/Il capitolo delle infrastrutture richiede strategie mirate; la voce energia impone di uscire da una situazione caotica; il Mezzogiorno necessita di investimenti dedicati alla rete idrica
    Basta con il lusso di sperimentare senza bussola: è necessario razionalizzare le risorse

    Pubblichiamo il contributo di Giovanni Pizzo alla Conferenza programmatica del Pri, Roma, 3 febbraio 2006.

    di Giovanni Pizzo

    Non vogliamo alimentare il nuovo filone letterario (l'epica delle programmazioni: ultimo arrivo le circa 300 pagine del programma elettorale dell'Unione); riteniamo più utile per la conferenza programmatica del 3 febbraio segnalare poche "idee forza" su cui vorremmo che si sviluppasse in modo incisivo l'azione del Governo della prossima legislatura. Il riferimento non può che essere il "Piano per l'innovazione, la crescita e l'occupazione" (Pico) elaborato dal ministro La Malfa, che definisce una strategia politico – economica per lo sviluppo (dopo una legislatura in cui si è spesso navigato a vista). Il Pico è basato su cinque pilastri: a) liberalizzazioni; b) ricerca scientifica e innovazione tecnologica; c) istruzione e formazione del capitale umano; d) infrastrutture materiali ed immateriali; e) ambiente. La Commissione europea, invitando l'Italia ad attuarlo "con vigore", ha richiamato l'attenzione sulla compatibilità finanziaria dato che dall'attuale livello di deficit (4%) si dovrebbe arrivare ad un surplus primario del 4% del Pil. Ecco che sul tema dello sviluppo si innesta l'altra questione cruciale della prossima legislatura: come gestire il rapporto fra spesa pubblica e prelievo fiscale e liberare le risorse per attuare il piano. Sul fronte delle entrate, l'obiettivo realistico è attuare la redistribuzione del carico in modo da ottenere un fisco più equo e meno distorsivo. Oggi i due terzi del prelievo fiscale proviene dai redditi (1/3) e dagli oneri sociali (1/3), mentre solo un terzo proviene dai consumi, essendo marginale quello proveniente dalle rendite finanziarie. Questo assetto penalizza chi produce reddito e crea lavoro mentre favorisce l'uso indiscriminato delle risorse ambientali. Una prima idea forza, quindi, è riorganizzare il sistema fiscale, a parità di carico complessivo, per incrementare la quota di prelievo a carico dei consumi e delle rendite, e alleggerire quella sui redditi e gli oneri sociali. Sarebbe in linea con la strategia per lo sviluppo sostenibile approvata dal CIPE nel 2002, recuperare il minore gettito derivante dall'abolizione di imposte inique e distorsive attraverso l'introduzione di una "tassa sul consumo dell'ambiente". (tassa sull'inquinatore o pigouviana, determinata in base alla stima del danno o costo esterno ambientale incorporato nei vari prodotti di consumo). La seconda idea forza è qualificare e rendere più efficiente la spesa pubblica senza penalizzare (anzi migliorandoli) gli attuali livelli di servizio, ma spendendo meno. E' un terreno molto complesso, dove abbiamo registrato un arretramento durante la scorsa legislatura passando dal 38 al 39% del Pil. Serve più qualità e meno quantità di attività "pubbliche", un graduale avvicinamento delle tariffe ai costi, salvaguardando le condizioni di accesso delle fasce veramente deboli. Nei "servizi pubblici di rilevanza economica", si dovrà passare dai monopoli attuali al mercato regolamentato. Risparmi per efficientamento della Sanità (costituisce il 15% di tutta la spesa pubblica al netto degli interessi) e per il contenimento del costo del lavoro della P.a., potrebbero "liberare" risorse aggiuntive per gli investimenti per lo sviluppo. Definito così il quadro della compatibilità finanziaria, la terza idea forza è ottimizzare gli investimenti per infrastrutture e ambiente. Nessun paese al mondo con il livello di debito come il nostro può permettersi il lusso di sperimentare improbabili nuovi approcci programmatici e sperperare in mille rivoli e torrenti le risorse per investimenti, affidandosi al caso per trovare quelli veramente utili ed efficienti. Così è avvenuto purtroppo negli ultimi anni, con la Legge obiettivo che funziona a sportello e le politiche di coesione che hanno finito con il finanziare ristrutturazioni di case private di campagna come Bed and Breakfast, recinzioni dei pozzi idrici abbandonati e campanili di chiese. Riteniamo che si debba perseguire l'ottimizzazione degli investimenti per le infrastrutture attraverso una "programmazione strategica delle infrastrutture del Paese", con un quadro finanziario certo. Proponiamo cinque "grandi progetti" per aggredire i nodi che condizionano la competitività e la sostenibilità del nostro modello economico: 1) energia; 2) trasporti e logistica; 3) risorse idriche; 4) rifiuti; 5) assetto del territorio e dei sistemi urbani. Tutte le infrastrutture adibite a questi settori dovranno essere considerate "strategiche", anche ai fini dell'applicazione di procedure straordinarie di localizzazione.

    Di seguito riproduciamo le varie "schede"

    Scheda n. 1

    FINALIZZARE IL GRANDE LAVORO DELLA PRIMA LEGISLATURA ALLA STRATEGIA ORGANICA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

    Il programma della prossima legislatura in tema di infrastrutture non può che proseguire, con i necessari adattamenti, nell'alveo dello straordinario lavoro realizzato dal Governo in carica su questo tema.

    Nei cinque anni trascorsi si è dovuto affrontare una vera e propria ricostruzione rivoluzionaria di tutto il settore, dalla legislazione, alle imprese di costruzione e di ingegneria, alle strutture dei principali Soggetti pubblici operativi, e ridare "legittimità" alla infrastruttura, demonizzata da oltre venti anni di demagogia ambientalista e corruzione politica.

    In quel difficile contesto si è finito con il dare centralità alla grande infrastruttura come tale, dimenticando che tutte le infrastrutture (più o meno grandi) sono al servizio del cittadino, della qualità della sua vita, del suo benessere economico e devono contribuire organicamente al conseguimento di un modello condiviso di sviluppo della società.

    La mancanza di una programmazione strategica di riferimento e la incertezza del quadro finanziario di supporto sono stati i principali problemi che hanno reso frammentaria l'azione governativa in materia; la carenza di risorse finanziarie che proseguirà certamente nella prossima legislatura e la esigenza di mettere rapidamente a reddito il sistema impongono una svolta metodologica, con una strategia ancora più rigorosamente mirata ad ottimizzare il rapporto benefici/costi.

    Scheda n. 2

    DALLE INDICAZIONI SPARSE NEI DOCUMENTI DELLA PROGRAMMAZIONE "ANNUNCIATA" AD UNA STRATEGIA ORGANICA DELLE INFRASTRUTTURE

    Tutte le indicazioni in materia di infrastrutture inserite nei vari documenti di strategia e/o di programmazione generale e settoriale esistenti dovranno essere ricondotte e armonizzate all'interno di una "programmazione strategica delle infrastrutture del Paese", (PSI) concertata con le forze economiche e sociali ed affidata ad un Organismo dotato dei necessari poteri sotto la diretta responsabilità della Presidenza del Consiglio. P. es. si potrebbero unificare i Dipartimenti facenti capo al Ministro per le Politiche Comunitarie e al Ministro per le politiche di coesione.

    Le linee di azione e le priorità della PSI dovranno essere collegate agli obiettivi definiti negli strumenti generali, quali la Strategia d'azione ambientale per lo sviluppo sostenibile in Italia 2002 – 2010 approvata con delibera CIPE 2 agosto 2002, il Pico (Programma Innovazione, Crescita Occupazione) e il Quadro Strategico Nazionale 2007 – 2013 (in corso di elaborazione).

    La PSI dovrà contribuire, in modo sinergico con le politiche generali, ad aggredire i nodi strategici per il futuro del Paese, che scaricano costi diretti o indiretti sul sistema economico ed incidono sulla qualità della vita dei cittadini, condizionano lo sviluppo economico e possono vanificare gli sforzi per l'attuazione della strategia di Lisbona.

    I nodi strategici che la PSI deve aggredire e dai quali dipendono la competitività e la sostenibilità del nostro modello economico sono: l'energia, i trasporti e la logistica, le risorse idriche, i rifiuti, l'assetto del territorio e dei sistemi urbani. Tutte le infrastrutture adibite ai settori indicati dovranno essere considerate "strategiche", anche ai fini dell'applicazione delle norme vigenti.

    Scheda n. 3

    ENERGIA

    E' il settore più critico, che sconta gravi errori nel passato, e deve affrontare altrettanto gravi sfide nel futuro. Anche non considerando gli impegni di Kyoto, le tensioni sul prezzo del petrolio, tendenzialmente a 100 $ al barile, bastano per delineare il quadro delle difficoltà del nostro paese, troppo dipendente dai prodotti petroliferi. Il settore è liberalizzato ma il processo di liberalizzazione è ancora in mezzo al guado: elevati sono i rischi conseguenti alla debolezza del sistema di regolazione e di coordinamento strategico. Serve una vera liberalizzazione accompagnata dal rafforzamento degli organismi di regolazione e coordinamento, laddove esistono fattori tecnologici ed infrastrutturali di monopolio naturale, al fine di evitare l'insorgere di posizioni dominanti e gli oligopoli privati, lo scadimento del servizio all'utente finale, il caos e la mancanza di visione strategica del settore. In questo quadro l'azione della PSI deve stimolare le competenti Autorità ad attivare gli strumenti di regolazione efficaci per spingere gli operatori a realizzare gli investimenti nei territori e nei settori rispondenti alla strategia nazionale da definire immediatamente, le cui direttrici dovrebbero essere: 1) diminuire la dipendenza dal petrolio; 2) abbassare il costo medio di produzione; 3) abbassare le emissioni di gas serra; 4) equilibrare la produzione sul territorio e potenziare e diversificare le linee di trasporto anche internazionali; 5) potenziare e adeguare ambientalmente i sottosistemi di distribuzione locale. Gli investimenti nelle infrastrutture devono essere orientati per: a) abbandonare la produzione da olio combustibile; b) incrementare quella dal carbone "pulito" (la meno costosa) e dal gas ad alta efficienza; c) incrementare l'uso delle fonti "veramente" rinnovabili, facendo dell'energia solare ciò che il nucleare è per la Francia, orientando tutte le risorse (finanziarie, tecnologiche della ricerca) in questa direzione . Nell'ambito della PSI dovranno essere definiti – utilizzando Soggetti ed Istituzioni già esistenti, quali l'UVAL del Ministero del Tesoro integrata con le strutture tecniche del Ministero attività produttive - rigorosi strumenti di valutazione delle proposte di investimento rispetto agli obiettivi della strategia: solo le proposte che rispondono ai suddetti obiettivi saranno classificate "strategiche"; di contro, una volta definite "strategiche", per queste opere dovranno essere garantiti al Proponente tempi certi per le fasi di autorizzazione. La PSI dovrà altresì garantire attraverso la proposizione di appropriati strumenti operativi ed incentivi, investimenti anche nei territori e nei settori che non fossero coperti dalle proposte degli operatori privati, in modo da equilibrare il sistema secondo le indicazioni strategiche. Infine dovranno essere incentivate iniziative collegabili al rientro, nel medio termine, nella produzione di energia elettrica nucleare.

    Scheda n. 4

    TRASPORTI E LOGISTICA. UNA RETE LOGISTICA INTEGRATA NAZIONALE COERENTE CON LA PROGRAMMAZIONE GENERALE

    Le politiche del trasporto previste dal Libro Bianco UE, dal PGT italiano e dalla strategia per lo sviluppo sostenibile approvata dal CIPE indicano le linee guida per lo sviluppo sostenibile dei trasporti, sia passeggeri che merci attraverso adeguate misure tecnologiche, fiscali ed infrastrutturali per aggredire l'attuale sbilanciamento nell'utilizzo del trasporto privato su gomma rispetto ai servizi collettivi urbani ed extraurbani. Si auspicano investimenti per infrastrutture e reti di trasporto non stradali. Nel trasporto delle merci sulle lunghe distanze si punta ad integrare le diverse modalità, combinando strade, ferrovia, autostrade viaggianti, autostrade del mare. Per fare ciò servono investimenti in tecnologia ed organizzazione, interoperabilità (connessione) delle reti nazionali. Il trasporto marittimo, con l'attivazione delle autostrade del mare, è riconosciuto come una valida alternativa e potrebbe assorbire nel breve termine circa il 32 – 38% del traffico su gomma. Si indicano come prioritari la realizzazione di linee ferroviarie e tranviarie per il trasporto rapido di massa nelle aree metropolitane, le infrastrutture ciclopedonali, le connessioni fra le diverse modalità, sia per le persone che per le merci (collegamenti aeroporti, stazioni ferroviarie, centri intermodali, stazioni autoservizi).

    Tutto ciò è stato sviluppato in maniera frammentaria a causa della mancanza di una PSI, a cui non ha potuto sopperire la legge "obbiettivo", che è uno strumento operativo efficace per aggredire i nodi procedurali ma è carente come strumento di programmazione. Infatti, la affrettata definizione, a priori, della lista degli interventi "strategici" (delibera CIPE del 21.12.2001) a cui sono seguiti i vari "Allegati al Documento di Programmazione economico – finanziaria" (DPEF) ha scatenato una corsa contro il tempo per l'accaparramento del (esiguo) monte premi (le risorse finanziarie disponibili) che ha visto favoriti determinati Soggetti, settori e progetti, configurandosi, di fatto, un quadro di priorità non necessariamente corrispondente alle esigenze della strategia nazionale, anzi spesso fortemente contraddittorio. E' infatti molto più semplice per una Concessionaria di un'autostrada del Nord (Soggetto politicamente, finanziariamente ed organizzativamente molto attrezzato) portare a compimento l'iter (comunque complesso) per le autorizzazioni, prima di quanto non riesca a fare un Comune metropolitano del Sud per una tratta di metropolitana o per un passante ferroviario, con buona pace delle indicazioni strategiche per il riequilibrio delle modalità e i problemi ambientali. Emblematico è il ritardo degli interventi legati alle "autostrade del Mare" (che pure avrebbero un elevatissimo rapporto benefici/costi, se si pensa che con il costo di un chilometro della Salerno - Reggio Calabria si potrebbe ristrutturare ed adeguare un porto di medie dimensioni) perché assolutamente inadeguate sono le norme di riferimento sulle competenze delle Autorità Portuali, le loro strutture tecniche, gli assetti organizzativi. Nemmeno la costituzione delle società di scopo con Sviluppo Italia, sembra abbia portato i risultati sperati.

    La PSI in tema di trasporti e logistica deve assicurare la coerente attuazione delle strategie definite nei documenti generali, attraverso l'inserimento nell'ambito dei meccanismi della legge Obbiettivo di procedure di selezione e valutazione costi/benefici calibrate in base alle le priorità della strategia e attraverso l'uso o il potenziamento degli strumenti operativi. Anche in questo caso si potranno utilizzare Soggetti e istituzioni esistenti come il già citato UVAL integrato con la struttura tecnica di missione già operante presso il Ministero Infrastrutture e Trasporti, per le valutazioni; mentre dovranno essere studiate, caso per caso, le azioni per stimolare i Soggetti Proponenti a produrre tempestivamente le iniziative di loro competenza. In particolare dovranno meglio essere coordinate le iniziative di ANAS in materia di concessione di corridoi autostradali al fine di evitare la corsa per l'accaparramento delle direttrici più redditizie per le Società, a scapito della qualità del servizio e a prezzi ambientali elevati per la popolazione. Dovrà essere dato un forte impulso alle capacità progettuali di RFI - Italferr che hanno dimostrato di non essere al livello necessario per le esigenze del Paese, oltre che una scarsa capacità di relazione con il territorio; con la conseguenza che gli investimenti nel settore ferroviario della legge Obbiettivo hanno accumulato inaccettabili ritardi, mentre avrebbero dovuto essere prioritari.

    Integrare i sistemi, qualificare e selezionare gli assi, sincronizzare le fasi, capillarizzare la rete, risolvere i nodi e connetterli

    Dopo avere programmato in funzione dei grandi assi portanti del sistema logistico nazionale in raccordo con il Documento Van Miert, (Corridoio N. 1 – Berlino Palermo; N. 5 Lisbona – Lione – Torino – Milano – Trieste – Kiev; Dei due Mari Genova – Rotterdam; N. 8 Bari – Durazzo – Varna; autostrade del mare) nella seconda fase bisognerà puntare alla ricucitura dei sistemi con il territorio, attraverso le connessioni dei nodi e la loro qualificazione. Porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, centri di smistamento plurimodali dovranno essere connessi e razionalmente inseriti in una rete efficiente e capillare in modo che i benefici possano effettivamente arrivare al cittadino, risolvendo l'ultimo miglio. Si tratta di capovolgere il punto di vista nelle scelte, passando dalla centralità della infrastruttura alla centralità del servizio all'utente finale. In questo quadro si ritiene necessario che vengano delimitati gli obbiettivi enunciati nell'allegato al DPEF per individuare quelli suscettibili di realizzare rapidamente la strategia di innesco del funzionamento complessivo delle reti; sarà opportuno quindi riesaminare i grandi progetti al fine di scadenzare le priorità e allocare le scarse risorse finanziarie su quelli che maggiormente e più rapidamente rispondono ai suddetti criteri e contribuiscono al funzionamento della rete; in sintesi, quelli che hanno il miglior rendimento economico di breve – medio termine.

    Il problema delle infrastrutture di trasporto nel Mezzogiorno

    Dovranno essere chiaramente definiti obbiettivi diversificati in rapporto alle vocazioni dei territori ed alle condizioni di partenza: il Nord ha problemi di decongestionamento e smistamento logistico; il Sud deve completare l'infrastrutturazione primaria in materia di ferrovie, strade, autostrade, porti e interporti. La PSI dovrà garantire che venga rispettato l'impegno di recuperare almeno una parte del divario nei tassi di infrastrutturazione del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese, e non misurando l'impegno in semplici termini finanziari, ma in termini fisici. (Km di ferrovie, di strade ed autostrade, ecc.) così da evitare che la sola riqualificazione della Salerno – Reggio Calabria ed il Ponte sullo Stretto (opere che comportano un ingente impegno finanziario) possano essere considerate come esaurimento dello sforzo per il Mezzogiorno!

    Il Ponte sullo stretto

    Nell'ottica di centralità degli effetti sul territorio il Ponte si pone come nodo di completamento delle reti e non di asse prioritario. E quindi, nella scala delle priorità della seconda legislatura, il Ponte può essere compreso dopo che siano stati adeguati ai moderni standard i sistemi stradali primari e secondari e quelli ferroviari di Calabria e Sicilia e siano stati risolti i nodi di Reggio Calabria – Villa S. Giovanni, Messina, Catania, Palermo, Taranto, Gioia Tauro, ecc. La specialità dell'opera e il forte trauma urbano e socio – economico che ne scaturirà interessando due diverse Regioni, pongono comunque un problema di "governo" speciale per la cucitura del territorio durante la realizzazione; si propone la costituzione di una apposita Agenzia, sul modello di quella costituita per i Giochi olimpici di Torino.

    La piattaforma logistica per i traffici fra l'Oriente e l'Europa

    Dovunque sono necessari interventi sui porti soprattutto per la specializzazione funzionale e la razionalizzazione delle connessioni con le altre modalità. In particolare il Sud può diventare la grande piattaforma logistica per i traffici dalla Cina e dal Medio Oriente verso l'Europa; il passaggio delle merci attraverso i porti del Sud e l'inoltro verso i mercati dell'Europa centro – settentrionale potrebbe portare ad un risparmio di quattro giorni. Per ottenere ciò sarà necessario dotare il Sud di adeguati Porti ed interporti, (piastre logistiche) ben collegati alle reti stradali e ferroviarie primarie e gestiti in modo imprenditoriale. La PSI dovrà farsi carico di promuovere i necessari interventi normativi per superare l'attuale modello incentrato sulle Autorità portuali.

    Infrastrutture per la nautica da diporto.

    E' un altro settore sul quale le iniziative assunte sono risultate poco incisive e sul quale bisogna puntare più decisamente soprattutto al Sud.

    Infrastrutture per il trasporto pubblico locale

    In cima ai livelli di priorità nella programmazione annunciata, il settore registra forti ritardi, legati alla complessità degli interventi ed alla carenza organizzativa del settore, mai liberalizzato, nonostante gli interventi legislativi. E' necessario che la PSI individui gli strumenti necessari per garantire il coordinamento fra i diversi Soggetti attori: Regioni, Trenitalia, Comuni, Aziende di servizio, affinché siano tempestivamente individuate le formule tecniche, organizzative e finanziarie per realizzare o potenziare passanti ferroviari, linee di metropolitana, ma anche tram, e sistemi di trasporto su gomma, purché a basso impatto ambientale (elettrici, a metano, ecc.). Il finanziamento di questi interventi dovrebbe essere sostenuto dai proventi della introduzione del ticket di ingresso ai centri storici come già avvenuto a Londra ed in molte altre città europee.

    Il trasporto aereo

    La PSI deve garantire l'integrazione strategica della modalità aerea con l'intera rete logistica, sostenendo interventi di adeguamento delle strutture aeroportuali esistenti funzionali alla suddetta strategia. Massima priorità deve essere data alle infrastrutture di connessione (preferibilmente su ferro) con i poli delle altre modalità (stazioni ferroviarie, di autoservizi, metropolitane, porti, interporti).

    Scheda n. 5

    LE RISORSE IDRICHE. LA RIORGANIZZAZIONE DELLA GESTIONE DEI SERVIZI E DELLE POLITICHE TARIFFARIE COME PRESUPPOSTO DI UN PROGRAMMA DI INVESTIMENTI EFFICACE

    E' il settore in cui il Governo ha mostrato totale mancanza di una visione strategica. Il piano di interventi inizialmente (e frettolosamente) inseriti nella Delibera CIPE del 21.12.2001 altro non era che il residuato di iniziative figlie di una logica anni 70 – 80, senza una effettiva verifica di coerenza con le mutate esigenze. Ed in effetti, a seguito delle successive verifiche è stato necessario rivisitare drasticamente quelle indicazioni. Con la legge finanziaria 2004 è stato previsto un apposito "Programma Nazionale degli interventi nel settore idrico". Il documento predisposto dal Ministero Ambiente e tutela del Territorio costituisce un esempio di vacuità verbosa e velleitaria con allegata lista della spesa calibrata sugli interessi politici.

    Nel comparto del servizio idrico integrato questo Governo era partito con ottime intenzioni "liberali", ma, come gli è successo troppo spesso, al momento di stringere sui provvedimenti, e fra Commissari per le varie emergenze, ha perso il filo ed ha finito per ingarbugliarsi in una matassa di provvedimenti legislativi e circolari interpretative che hanno avuto come effetto concreto quello di fornire alibi a chi aveva intenzione di proseguire con le vecchie logiche. Piani d'Ambito velleitari e norme confuse hanno frenato l'ingresso dei privati e bloccato gli investimenti soprattutto al Sud dove si perderanno ingenti risorse finanziarie comunitarie.

    Il nodo centrale del sistema idrico italiano, la vera emergenza, sta nell'assetto organizzativo: sia il livello di governo delle risorse che il livello della gestione dei servizi sono inadeguati per un paese avanzato; in alcuni casi, come ad esempio l'organizzazione della distribuzione potabile, soprattutto al Sud, ed irrigua dei Consorzi di Bonifica, dovunque, siamo a livello arcaico.

    Gli indirizzi di programma

    Senza un assetto gestionale con caratteristiche industriali e precise norme sulle tariffe non è possibile attivare una seria politica per l'ammodernamento ed il potenziamento delle infrastrutture. L'ultima occasione è il Decreto Delegato a seguito della legge "delega ambientale" n. 308/2004 ma il testo in dirittura d'arrivo appare molto lontano dal potere attuare una riforma organica.

    La PSI si dovrà far carico di stimolare la cooperazione fra Stato e Regioni, Autorità d'Ambito, di Vigilanza e di Bacino e Gestori nell'ambito del nuovo quadro delineato dal Decreto Delegato, spingendo verso la creazione di Soggetti capaci di intraprendere e finanziare adeguati investimenti per le infrastrutture per adeguare il livello dei servizi e contrastare i pericoli delle emergenze di siccità.

    Il settore potabile, soprattutto al Sud, necessita di notevoli investimenti per il segmento fognario e depurativo anche per adeguare le infrastrutture agli obblighi comunitari; il segmento acquedottistico necessita di interventi di rinnovo delle reti di distribuzione e degli apparati di misura e consegna. Alcuni grandi schemi di approvvigionamento del Mezzogiorno vanno completati previa verifica delle reali attuali necessità, tenuto conto dei processi di razionalizzazione degli usi agricoli e delle tariffe che necessariamente dovranno essere introdotte. Nel comparto dell'approvvigionamento vanno recuperate tutte le capacità delle dighe realizzate e non utilizzabili per mancanza di collaudo o per interrimento. Le adduzioni irrigue vanno razionalizzate per evitare sprechi ed usi impropri non autorizzati. La distribuzione dovrà essere riconvertita con l'uso delle tubazioni così da favorire sistemi di misura e tariffazione e di adacquamento localizzati (goccia o spruzzo) ad alta efficienza. La politica tariffaria dovrà essere adeguata alle prescrizioni della Direttiva 2000/60/CE che impone il conseguimento dell'equilibrio economico del ciclo idrico ivi compresi i costi ambientali della risorsa.

    Scheda n. 6

    I RIFIUTI. RIDURRE LA QUANTITÀ, RECUPERARE I MATERIALI RIUTILIZZABILI, PRODURRE ENERGIA (SOLO) CON LA FRAZIONE RESIDUA

    La produzione dei soli rifiuti urbani (RU) è passata da 20 milioni di tonnellate del 1991 a 29 milioni di tonnellate del 2001 pari a 508 Kg per abitante. Di contro il sistema di gestione si evolve in modo insufficiente: la discarica resta la principale destinazione finale dei rifiuti urbani (71%); la raccolta differenziata si attesta sul 17% circa. Solo il 7% dei RU viene incenerito con produzione di energia elettrica, a fronte di una media europea che si aggira sul 17% . Il problema dei rifiuti deve essere affrontato mediante una strategia combinata, agendo sia "a monte", sulle cause che determinano la generazione del rifiuto, che a "valle" razionalizzando l'organizzazione del sistema di raccolta e trattamento finale . Le azioni sul versante della gestione devono essere mirate a conseguire livelli di organizzazione industriale in tutto il ciclo. Devono essere attuate le aggregazioni in bacini di servizio in modo tale da conseguire dimensioni adeguate per impianti di separazione delle frazioni ad alto potere calorifero e di incenerimento con produzione di energia elettrica. I termovalorizzatori però, devono essere rigorosamente calibrati alle esigenze del bacino di riferimento, definite tenuto conto degli inderogabili obiettivi della raccolta differenziata che deve restare la priorità. La localizzazione deve essere decisa dopo serie analisi di impatto ambientale - e non con provvedimenti di Commissari elusivi delle norme europee - che devono garantire il rispetto delle condizioni di sicurezza nei confronti della popolazione. Una volta assunta la determinazione devono essere garantiti agli operatori tempi certi per realizzare gli impianti.

    Scheda n. 7

    ASSETTO DEL TERRITORIO E SISTEMI URBANI

    Un grande progetto di manutenzione straordinaria

    Lo stato del territorio e, soprattutto, le condizioni di vita nelle aree urbane, costituiscono la "cartina al tornasole" dell'efficienza delle politiche di sviluppo e delle azioni ambientali. L'incorporazione dell'ambiente nella programmazione dello sviluppo richiede, pertanto, un rinnovato interesse nei confronti del territorio e della qualità di vita, soprattutto nelle aree urbane. Il superamento delle attuali difficoltà passa attraverso il rilancio della "Programmazione" e del "Progetto" per realizzare una infrastrutturazione organica della città e del territorio.

    Riqualificazione dei sistemi urbani e metropolitani

    E' necessario inserire all'interno della PSI un "Grande progetto di riqualificazione e ammodernamento dei sistemi urbani e metropolitani" da porre al centro del prossimo ciclo di programmazione dei fondi comunitari 2007 – 2013, che dovrà movimentare capitali pubblici e privati secondo gli schemi timidamente avviati con il programma URBAN e le società di trasformazione urbana. Gli interventi inseriti in questo progetto dovranno essere dichiarati "strategici" ed usufruire delle procedure della legge obbiettivo. Immediatamente dovranno essere attivate risorse finanziarie da destinare allo studio dei piani tecnici economici e finanziari di intervento in accordo con le Regioni ed i Comuni e Operatori finanziari ed imprenditori.

    Manutenzione straordinaria del territorio.

    Fra i comportamenti non sostenibili dell'uomo, quello dell'uso improprio del territorio e dell'eccessivo sfruttamento del suolo comincia già a produrre pesanti ripercussioni economiche e sociali. I cambiamenti climatici, indipendentemente da quale possa essere la causa, sono un dato di fatto, così come lo sono i conseguenti mutamenti delle caratteristiche degli eventi meteorici. Nel nostro Paese essi tendono a diminuire di numero ma con aumento di energia e quantità di pioggia. Queste dinamiche insistono su un territorio naturalmente fragile ma, soprattutto, violentato da una selvaggia antropizzazione, con il risultato di una escalation dei costi economici e sociali legati agli eventi meteorici. Le leggi di pianificazione di Bacino hanno prodotto risultati modesti: l'ultima occasione è il recepimento della direttiva 2000/60/CE attraverso il Decreto Delegato.

    Dovrà essere rafforzata la pianificazione di bacino, per attuare una politica di riassetto delle modalità di utilizzo del territorio. Dovrà essere superata la cultura degli interventi di emergenza e di protezione civile dopo gli eventi catastrofici, che ormai si susseguono continuamente. La PSI si dovrà far carico di stimolare la cooperazione fra Stato, Regioni, Autorità di Bacino e Soggetti locali affinché, nell'ambito del nuovo quadro delineato dal Decreto Delegato, si pervenga alla implementazione di un grande progetto nazionale di manutenzione del territorio, che preveda rinaturazioni, sistemazioni idrogeologiche, rimboschimenti, ripristino delle funzioni naturali dei sistemi torrentizi e fluviali. Gli interventi inseriti in questo Progetto dovranno essere dichiarati "strategici" (legge obbiettivo territorio). Contemporaneamente dovranno essere rigorosamente attuati i vincoli all'uso per insediamenti civili di aree non idonee perché soggette a rischi idraulici.

  3. #83
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    Predefinito ... la colpa e' dell'Euro ...


  4. #84
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    Predefinito Il Programma dell'Unione e' un rischio per l'economia italiana

    UNIONE: LA MALFA, PROGRAMMA PRODI E' RISCHIO PER
    ECONOMIA

    (ANSA) - BERLINO, 17 FEB - "Ho avuto la forza d'animo di leggermi il programma di Romano Prodi, e non so quanti l'abbiano letto anche di quelli che l'hanno sottoscritto, ma trovo che quel programma rischia di diventare l'ultima mazzata sull' economia italiana" ha affermato oggi a Berlino il presidente del Pri, Giorgio La Malfa. "I conti si possono mettere a posto in due modi, incassando di più perché l'economia cresce oppure aumentando gli incassi anche a costo di far morire l'economia - ha dichiarato La Malfa in una pausa del convegno sui ruoli di Italia e Germania al quale ha preso parte nella capitale tedesca nel suo ruolo di ministro per le Politiche comunitarie - La mia accusa a quel programma è di ripetere la posizione del 1996, quando l'Italia doveva rientrare nei parametri di Maastricht per non essere esclusi dall'euro, una preoccupazione sacrosanta che giustificava qualsiasi sacrificio. Ma se nel 2006 non riusciamo a combinare il rientro nei parametri attraverso la crescita, noi rischiamo di ammazzare l'Italia definitivamente". "Quello di Prodi è un programma di stabilità fiscale che passa attraverso l'aumento delle tasse ed è un programma che sul mercato del lavoro ha sostanzialmente accettato tutte le tesi della sinistra".(ANSA).

  5. #85
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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    Quale proposta dall'Unione?/Progetto inadeguato e statalista che nasce già vecchio
    Un'"Italietta" paurosa e a corto di fonti energetiche

    di Gianni Ravaglia

    La lettura del programma dell'Unione conferma che la volontà di includere tutte le anime della sinistra ha prodotto come risultato un progetto farraginoso e statalista. Inadeguato a percepire e vincere le sfide internazionali cui l'Italia è chiamata. Grave innanzitutto la sottovalutazione dei pericoli derivanti dalla guerra dichiarata all'Occidente dai leader del terrorismo islamico, i cui obiettivi vanno sempre più saldandosi con le intenzioni dell'Iran e della Siria. Assurdo il fatto che il terrorismo, nel programma, mai venga indicato con il suo vero nome. Esiste semplicemente "un terrorismo che agita una bandiera religiosa". Quale? Non si sa! Colpevole l'assenza di qualsiasi giudizio sulle responsabilità terroristiche di Hamas nel far fallire ogni prospettiva di pace in Medio Oriente. Conservatrice la tesi di mantenere invariata la ripartizione dei fondi del bilancio dell'Europa, rifiutando di fatto le proposte innovative a suo tempo avanzate da Tony Blair. In sostanza con questo programma l'Italia del centrosinistra sul piano internazionale sarà senza identità e meno sicura: una Italietta non più disponibile ad assumersi ruoli internazionali.

    Un altro grande tema dirimente è quello dell'energia. Stando a quanto si legge nel programma del centrosinistra l'Italia dovrebbe andare a gas e con energia alternativa. Un'energia, quest'ultima che, oltre a costare il doppio di quanto spendiamo ora, presenta, come dimostrato dai relatori alla conferenza programmatica del PRI, pesanti limiti ambientali. Dunque no al carbone e, soprattutto, no al nucleare che è l'unica fonte energetica pulita, sicura e relativamente poco costosa. Stante il fatto che nel nuovo quadro internazionale la dipendenza energetica verrà sempre più utilizzata per indurre anche una dipendenza politica: sia la Russia che i Paesi Arabi non ne fanno più mistero. Crediamo vada posto agli italiani un problema di fondo: vogliono energia a basso costo e mantenere la propria indipendenza politica, economica e di valori oppure sono rassegnati a pagare l'energia a costi sempre più alti e a diventare schiavi delle risorse energetiche della Russia e dei Paesi Arabi?

    Con le scelte del centrosinistra è chiaro: avremmo non solo una bolletta energetica destinata a crescere ogni anno, saremmo sempre più a rischio black out e sempre meno indipendenti come nazione.

    Altro tema di fondo è quello della modernizzazione del sistema Paese. Qui gli obiettivi del programma dell'Unione sono di bloccare, impedire, appiattire, rendere uguali. No al ponte sullo stretto, no alla Tav, no al Mose, ma poi, stante la volontà di cancellare la legge obiettivo, che semplifica i pareri degli enti locali, verrebbero presto bloccati anche agli altri cantieri e ci ridurremmo a veder rinviati tutti i lavori infrastrutturali. Nel settore dell'istruzione, secondo il giudizio di Galli della Loggia, siamo di fronte "ad un incubo burocratico", immissione in ruolo di tutti i precari, stipendi più alti per tutti. Onore al merito e alla qualità! Così anche nella giustizia: via i concorsi al merito e ritorno all'antico degli automatismi per anzianità. Sul tema della immigrazione: abrogare la legge attuale che programma gli accessi e rimpatria i clandestini, per introdurre un "permesso di soggiorno ad ogni immigrato che denuncia la propria condizione di lavoro irregolare", il voto nelle amministrative e diritti di cittadinanza automatici e facilitati. In sostanza, permesso di soggiorno e porte aperte per tutti!

    Su un punto concordo con quanto scritto nel programma del centrosinistra, laddove si denuncia "l'errore del centrodestra di non aver fatto dell'obiettivo della concorrenza l'occasione per riorganizzare la struttura produttiva dell'economia italiana". Effettivamente, questo è un altro dei punti discriminanti che, ad onor del vero, nel centrodestra, il solo ministro La Malfa ha sostenuto con forza. Gli interventi che il centrosinistra propone per liberalizzare, rendere competitivi e meno costosi i grandi servizi pubblici a rete, i servizi professionali, la distribuzione commerciale, i servizi bancari, assicurativi e pubblicitari mi pare che rappresentino la parte più riuscita del programma. Il tutto appare però pesantemente condizionato dalle scelte previste sui temi del lavoro e del fisco. Qui si ritorna al dirigismo collettivista. E' chiaro infatti che tutta la legislazione sui contratti di lavoro temporanei deriva dal fatto che, in Italia, chi raggiunge il posto a tempo indeterminato ha un onore iperbolico per l'azienda e non può essere licenziato se non andando in tribunale. Così ci siamo inventati la flessibilità per i nuovi assunti che, per alcuni anni, permette alle aziende di fare nuove assunzioni con costi contributivi inferiori e senza vincoli di giusta causa. Tale normativa ha permesso a tanti giovani, prima disoccupati, di trovare un lavoro che, partito flessibile, nella stragrande maggioranza dei casi si è trasformato a tempo indeterminato. Ora il centrosinistra, sotto il ricatto dirigista di Rifondazione, si propone invece di annullare questa normativa, ricreando, di fatto, condizioni di disoccupazione crescente per le nuove generazioni. Condizioni che non crediamo siano alleviate dal taglio promesso di 5 punti del cuneo fiscale, importante ma non risolutivo se contemporaneamente si pensa di aumentare le imposte, ad altro titolo, per le imprese.

    In attesa del programma del centrodestra, in tutta sincerità ci pare di poter dire che il centrosinistra di Bertinotti e Pecoraro, per vincere la sfida della crescita è stato in grado di porre in campo solo la vecchia scalcagnata carrozza dei dirigismo collettivista. Di Ferrari vincenti e innovative, lanciate verso un futuro di crescita, qui non se ne vedono.

  6. #86
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    Quale proposta dall'Unione?/Progetto inadeguato e statalista che nasce già vecchio
    Un'"Italietta" paurosa e a corto di fonti energetiche

    di Gianni Ravaglia

    La lettura del programma dell'Unione conferma che la volontà di includere tutte le anime della sinistra ha prodotto come risultato un progetto farraginoso e statalista. Inadeguato a percepire e vincere le sfide internazionali cui l'Italia è chiamata. Grave innanzitutto la sottovalutazione dei pericoli derivanti dalla guerra dichiarata all'Occidente dai leader del terrorismo islamico, i cui obiettivi vanno sempre più saldandosi con le intenzioni dell'Iran e della Siria. Assurdo il fatto che il terrorismo, nel programma, mai venga indicato con il suo vero nome. Esiste semplicemente "un terrorismo che agita una bandiera religiosa". Quale? Non si sa! Colpevole l'assenza di qualsiasi giudizio sulle responsabilità terroristiche di Hamas nel far fallire ogni prospettiva di pace in Medio Oriente. Conservatrice la tesi di mantenere invariata la ripartizione dei fondi del bilancio dell'Europa, rifiutando di fatto le proposte innovative a suo tempo avanzate da Tony Blair. In sostanza con questo programma l'Italia del centrosinistra sul piano internazionale sarà senza identità e meno sicura: una Italietta non più disponibile ad assumersi ruoli internazionali.

    Un altro grande tema dirimente è quello dell'energia. Stando a quanto si legge nel programma del centrosinistra l'Italia dovrebbe andare a gas e con energia alternativa. Un'energia, quest'ultima che, oltre a costare il doppio di quanto spendiamo ora, presenta, come dimostrato dai relatori alla conferenza programmatica del PRI, pesanti limiti ambientali. Dunque no al carbone e, soprattutto, no al nucleare che è l'unica fonte energetica pulita, sicura e relativamente poco costosa. Stante il fatto che nel nuovo quadro internazionale la dipendenza energetica verrà sempre più utilizzata per indurre anche una dipendenza politica: sia la Russia che i Paesi Arabi non ne fanno più mistero. Crediamo vada posto agli italiani un problema di fondo: vogliono energia a basso costo e mantenere la propria indipendenza politica, economica e di valori oppure sono rassegnati a pagare l'energia a costi sempre più alti e a diventare schiavi delle risorse energetiche della Russia e dei Paesi Arabi?

    Con le scelte del centrosinistra è chiaro: avremmo non solo una bolletta energetica destinata a crescere ogni anno, saremmo sempre più a rischio black out e sempre meno indipendenti come nazione.

    Altro tema di fondo è quello della modernizzazione del sistema Paese. Qui gli obiettivi del programma dell'Unione sono di bloccare, impedire, appiattire, rendere uguali. No al ponte sullo stretto, no alla Tav, no al Mose, ma poi, stante la volontà di cancellare la legge obiettivo, che semplifica i pareri degli enti locali, verrebbero presto bloccati anche agli altri cantieri e ci ridurremmo a veder rinviati tutti i lavori infrastrutturali. Nel settore dell'istruzione, secondo il giudizio di Galli della Loggia, siamo di fronte "ad un incubo burocratico", immissione in ruolo di tutti i precari, stipendi più alti per tutti. Onore al merito e alla qualità! Così anche nella giustizia: via i concorsi al merito e ritorno all'antico degli automatismi per anzianità. Sul tema della immigrazione: abrogare la legge attuale che programma gli accessi e rimpatria i clandestini, per introdurre un "permesso di soggiorno ad ogni immigrato che denuncia la propria condizione di lavoro irregolare", il voto nelle amministrative e diritti di cittadinanza automatici e facilitati. In sostanza, permesso di soggiorno e porte aperte per tutti!

    Su un punto concordo con quanto scritto nel programma del centrosinistra, laddove si denuncia "l'errore del centrodestra di non aver fatto dell'obiettivo della concorrenza l'occasione per riorganizzare la struttura produttiva dell'economia italiana". Effettivamente, questo è un altro dei punti discriminanti che, ad onor del vero, nel centrodestra, il solo ministro La Malfa ha sostenuto con forza. Gli interventi che il centrosinistra propone per liberalizzare, rendere competitivi e meno costosi i grandi servizi pubblici a rete, i servizi professionali, la distribuzione commerciale, i servizi bancari, assicurativi e pubblicitari mi pare che rappresentino la parte più riuscita del programma. Il tutto appare però pesantemente condizionato dalle scelte previste sui temi del lavoro e del fisco. Qui si ritorna al dirigismo collettivista. E' chiaro infatti che tutta la legislazione sui contratti di lavoro temporanei deriva dal fatto che, in Italia, chi raggiunge il posto a tempo indeterminato ha un onore iperbolico per l'azienda e non può essere licenziato se non andando in tribunale. Così ci siamo inventati la flessibilità per i nuovi assunti che, per alcuni anni, permette alle aziende di fare nuove assunzioni con costi contributivi inferiori e senza vincoli di giusta causa. Tale normativa ha permesso a tanti giovani, prima disoccupati, di trovare un lavoro che, partito flessibile, nella stragrande maggioranza dei casi si è trasformato a tempo indeterminato. Ora il centrosinistra, sotto il ricatto dirigista di Rifondazione, si propone invece di annullare questa normativa, ricreando, di fatto, condizioni di disoccupazione crescente per le nuove generazioni. Condizioni che non crediamo siano alleviate dal taglio promesso di 5 punti del cuneo fiscale, importante ma non risolutivo se contemporaneamente si pensa di aumentare le imposte, ad altro titolo, per le imprese.

    In attesa del programma del centrodestra, in tutta sincerità ci pare di poter dire che il centrosinistra di Bertinotti e Pecoraro, per vincere la sfida della crescita è stato in grado di porre in campo solo la vecchia scalcagnata carrozza dei dirigismo collettivista. Di Ferrari vincenti e innovative, lanciate verso un futuro di crescita, qui non se ne vedono.

  7. #87
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    Seconda Repubblica al capolinea


    Prodi e Padoa-Scioppa possono pure convertirsi all'attitudine epistolare di Jacopo Ortis, ma questo non cambia la sostanza delle cose: il documento di programmazione non ha altro valore che di generica indicazione, e quando si arriverà alla legge finanziaria o si tradiranno le intenzioni o, dovendo stabilire con quali strumenti realizzarle, verrà meno la maggioranza. Del resto già defunta, sia nella descrizione degli obiettivi economici che ai primi passi in politica estera. Per carità, l'arte democristiana di galleggiare suggerirà strumenti atti a barcamenarsi. Ma senza timone, senza vele, con il motore fuso. Ed il regatante di sinistra sa quanto sia difficile, questa situazione.



    Da tutto ciò potrebbe trarre ragioni di giubilo chi ha in uggia Prodi. Anche questa, però, è una prospettiva sbagliata: a sinistra non hanno alternative, terminate le regate non sarà sempre lo stesso signore ad ammutinare, ed alle elezioni non ci tornano manco morti. Quindi proviamo a calmare le tifoserie ed a ragionare d'interessi generali, cominciando con il prendere atto che quel sistema chiamato “seconda Repubblica” è al capolinea. In passato, noi italiani avevamo governi deboli, ma partiti forti. Oggi abbiamo governi deboli, con dentro partiti deboli, quando non del tutto inesistenti. Risultato: il sistema è nelle mani degli estremisti, siano essi tali per ideologia politica o per rappresentanza corporativa. Tutto si blocca, nessuna politica di governo giunge a compimento, le chiacchiere ammorbano l'aria, le faide (dai telefoni ai servizi) sono sempre più floride.
    Se il mondo politico avesse l'orgoglio di se stesso capirebbe che l'unico compito cui questa legislatura, nata dal pareggio, può assolvere è proprio quello di uscire dalla gabbia finta della falsa seconda Repubblica, ridisegnando l'equilibrio dei poteri e ridando forza alla rappresentanza democratica. C'è, nel mondo politico, assai più omogeneità di quanto si creda, c'è lo spazio per una stagione costituente. Il guaio è che c'è anche tanta viltà, ed un'overdose di luogocomunismo, talché è facile prevedere il prevalere di conservatori ed immobilisti. Viviamo la stagione dei galleggianti e dei corpi morti. Scusate se ho esagerato con il vocabolario dei barcaroli. Per frane e valanghe, non resta che attendere.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://it.groups.yahoo.com/group/Rep...i/message/9311

  8. #88
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    Intervista a Giulio Tremonti/Il decreto Bersani? 5% di liberalizzazioni, 95% di vessazioni
    Questa sinistra non è all'altezza delle sfide di oggi

    di Riccardo Bruno

    Giulio Tremonti è un uomo nel centro del mirino. Dopo Berlusconi, di fatto è il principale bersaglio del centrosinistra, non gli è stata risparmiata neppure una (spassosa per la verità) imitazione dei professionisti della satira militante. Tremonti viene accusato di rappresentare il lato cinico, burocratico e sistematico del populismo berlusconiano. Una volta viene dipinto come l'uomo della "fantasia creativa" che sfascia i conti dello Stato, poi quello del "buco", che li ha sfasciati; se poi non c'è proprio modo di prenderlo di petto, eccolo accusato di essere il nuovo Colbert, che vuole ingessare il sistema economico dietro misure protezionistiche. La verità è che "La Voce Repubblicana" conosce Giulio Tremonti da molti anni, ben prima che entrasse nella politica attiva. All'epoca Tremonti era uno dei più giovani e brillanti economisti italiani, ed era anche uno dei pochi riformisti. Saranno molti nostri lettori a ricordarne le tesi e le suggestioni. Forse c'è da chiedersi se tanto accanimento nei suoi confronti non derivi dall'aver sofferto la scelta a favore di Forza Italia, tale da apparire uno smacco per una sinistra che magari pensava di poter acquisire una personalità con le qualità intellettuali di Giulio Tremonti. Tremonti, in più, non si scompone affatto alle provocazioni. E si comprende bene che egli giudichi il ruolo svolto in Forza Italia in questi anni una dimostrazione di coerenza e di continuità con la sua storia personale ed il suo modo originale di vedere le cose.

    "La sinistra italiana ha mostrato di essere in grave ritardo rispetto all'evoluzione del sistema economico e ai nuovi scenari internazionali. Ha avuto un progressivo declino". Un po' come se fosse rimasta sepolta dalle macerie del muro di Berlino e faccia ancora fatica a liberarsene. L'89 è infatti per Tremonti una delle date cardine, "che hanno cambiato la struttura e la velocità del mondo in cui viviamo". La sinistra italiana non era pronta ed è andata facilmente in affanno, lo dimostra la sua classe dirigente, che "non è adeguata a misurarsi con i problemi che abbiamo di fronte". Per questo li ha accusati di recente di dilettantismo? "Non era mia intenzione offendere nessuno. Ma bisogna essere all'altezza degli obiettivi che ci si pone, se li si vuole realizzare sul serio".

    Le doti di immaginazione e di fantasia di Tremonti non ne precludono il pragmatismo. Un suo motto potrebbe essere "la realtà è la realtà", come ha detto recentemente al "Corriere della Sera". Con essa bisogna sapersi misurare e dimostrare le qualità necessarie se si vuole incidere e costruire qualcosa. "Noi siamo riformisti e in cinque anni di governo le riforme ci siamo impegnati a farle e le abbiamo fatte. Abbiamo il terzo debito del mondo, ma non siamo la terza economia del mondo. Aver saputo tenere testa a questa situazione per un'intera legislatura va considerato un successo. Ed abbiamo tenuto grazie a riforme strutturali. La legge fallimentare sta funzionando ed è una riforma di mercato. Se l'avessimo fatta come Bersani vuole fare le liberalizzazioni, avremmo dovuto confrontarci con tutte le categorie e l'avremmo progressivamente stravolta. La stessa riforma del risparmio, che abbiamo approvato pur con qualche difficoltà, si è anche dimostrata una buona riforma". Sono fatti pesanti che il ministro dell'Economia della passata legislatura rivendica con un certo legittimo orgoglio. "Non basta volere le riforme, serve anche un metodo congruo", è la sua lezione di oggi. "Questo governo il metodo non sa cosa sia. Vive di slogan e procede alla bersagliera, noi abbiamo dimostrato maggiore serietà".

    Abbiamo capito che non le piacciono le liberalizzazioni di Bersani. Tremonti sorride. "Non mi piace un decreto che contiene il 5% di liberalizzazioni ed il 95% di vessazioni". Di più: "Le liberalizzazioni sono la cosa giusta fatta nel modo sbagliato. Vedi i taxi. E' un problema che si risolve su base locale. Non è certo un caso che la soluzione l'abbia trovata Veltroni". Insomma, è d'accordo con Monti. "Io sono d'accordo con me stesso. Non si può immaginare una realtà diversa dalla realtà. Altrimenti si scivola nell'arroganza. Non possiamo avere l'economia italiana e gli studi americani". L'ossessione realistica di Tremonti riapparire improvvisa, ed è complementare, questa volta, alla denuncia di come il centrosinistra sia affatto privo di senso della realtà.

    Ma se le cose stanno così, allora ha ragione chi crede che il governo non possa durare molto a lungo. Tremonti scandisce le parole: "L'impressione di un osservatore dall'esterno è che questo governo sia in sella da almeno tre anni. Sono appena passati tre mesi, ma ad ascoltare i toni ed a vedere certi comportamenti, siamo già alla crisi del terzo anno. Colpisce non l'intensità dei conflitti, che pure è altissima, ma la continuità dei conflitti: c'è un conflitto al giorno. La Tav, l'Afghanistan, l'indulto, le intercettazioni. E' perfino difficile compilare l'elenco, seguirli tutti. Quello che è però evidente, fin troppo, è l'immediato esaurimento dello slancio vitale di questa coalizione, tanto che oramai è davanti a tutti l'abisso che si è aperto fra il programma elettorale e la mera azione realizzativa del governo Prodi".

    Forse la sua intervista al "Corriere della Sera" della settimana scorsa sembrava proprio incoraggiare una soluzione politica diversa, un ruolo attivo da far giocare al principale partito di opposizione per uscire da questa paralisi, senza "colpi di biliardo". Tremonti frena, o forse nicchia: "L'opposizione deve fare l'opposizione. Il governo viene in aula con i suoi provvedimenti, noi ci confrontiamo nel merito".

    E quando il nuovo governo si lamenta del buco lasciato dall'esecutivo precedente, cosa fa l'opposizione e soprattutto cosa dice il titolare del dicastero economico del governo accusato del buco? "Potete scrivere che io mi riconosco perfettamente nei numeri del Dpef. Noi avevamo detto 3,8% di scostamento del deficit, loro 4. Quale sarebbe questa grande differenza, lo 0,2? Il governo ha scelto di drammatizzare i dati e poi immediatamente di minimizzare, ma questa non è una strategia". In effetti è una scelta che ha del ridicolo. "Lo ha detto lei, non io". Comunque sia, la condizione della maggioranza è tale da creare non pochi ripensamenti nell'opinione pubblica e già vi sono i pentiti fra coloro che pure pochi mesi fa desideravano innanzitutto mandare a casa Berlusconi. Fra i compiti dell'opposizione ritiene necessario anche mettere all'ordine del giorno la creazione di un partito unico del centrodestra, magari proprio per rassicurare gli italiani di un progetto coeso alternativo alle ubbìe e alle contraddizioni dell'attuale maggioranza? "Il partito unico non è un compito di lavoro: E' un destino. Con il tempo le differenze di oggi si attenueranno, mi immagino un percorso simile a quello che si è realizzato con l'Ump in Francia". Ci sarebbe da pensare al complesso rapporto fra Berlusconi e l'Udc, alla questione della leadership del centrodestra, ma Tremonti preferisce schivare. In Francia però, gli si fa osservare, c'è un partito socialista vero. "E' chiaro che anche la strutturazione del campo opposto ha un peso". E lei ritiene probabile che anche a sinistra si formi il partito unico? Tremonti ha una ulteriore pausa di riflessione. Allora incalzo: forse che a sinistra il partito unico non si può considerare un destino? Annuisce. "Sì, si può dire così". E se invece, come qualcuno pensa, Berlusconi esce un giorno di scena e Margherita e Forza Italia si intendono più facilmente che Ds e Margherita? La domanda non è "politicamente corretta", ma Tremonti non la disdegna: "La Margherita è molto eterogenea. Ha al suo interno una forte sinistra cattolica di ispirazione dossettiana che guarda al sistema di mercato con antipatia, per esempio. E' da escludere che ormai questa possa più trovare un'intesa con componenti cattoliche liberali, di ispirazione atlantica come pure avvenne ai tempi della Dc. Allora c'era la guerra fredda. Preferirà comunque una collaborazione con la sinistra piuttosto che con noi". Converrà che questa è pur sempre un'anomalia rispetto al panorama politico europeo. D'altra parte lei sull'Europa ha un punto di vista molto originale. Tremonti non tentenna. Ricorda l'Aramis di Dumas all'assedio della Rochelle. Piovono bombe dal cielo e lui arrota la lama della spada. Poi recita: "Tutta la nostra azione politica di governo è stata conforme ed ispirata ad una linea europeista. Io sono europeo".

    Ed è per difendere questo suo europeismo che voleva rispolverare il protezionismo? "Essendo questa materia complessa, di scarsa comunicazione politica e giornalistica, ho dovuto scrivere un libro per spiegarla". Il libro è "Rischi fatali", edito da Mondadori l'ottobre scorso. Vi si spiega che "non è l'Europa che è entrata nella globalizzazione", ma che "è la globalizzazione che è entrata in Europa".

    Ma soprattutto c'è l'attacco al Wto: "Mercato unico, errore unico", e si vede come nella elevata cultura economica di Giulio Tremonti, un posto di rispetto lo abbiano anche i vecchi Marx ed Engels: "Lo stregone non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate". Ecco, ora però ci spiega: "Se il Taiwan cresce al 9% è un fantastico risultato economico del Taiwan. Ma se la Cina cresce al 9%, per un continente come il nostro che cresce allo 0,3, diventa un trauma. Nel dopoguerra l'Occidente ha aperto al Giappone, che allora era appena un decimo di quello che ora può essere la Cina. Eppure non si può dire che allora l'Occidente fosse dominato da ideologie antimercato. All'opposto, erano proprio le ragioni del vecchio liberalismo che da una parte spingevano per l'apertura. Ma dall'altra anche per la prudenza. L'obiettivo era l'apertura del mercato, ma la base di partenza erano dazi di ingresso e quote commerciali, destinati a essere progressivamente abbattuti". Per cui, sostiene Tremonti, "pensare che con il Wto l'apertura mondiale del mercato potesse svilupparsi linearmente, era semplicemente folle. E un'Europa debole come la nostra, fondata solo sulla moneta e la Banca centrale europea, non sarebbe stato in grado di fronteggiarla".

    Sconfitto il fantasma del comunismo, se ne aggira un altro per il continente? "Il tempo del Wto è stato un tempo suicida, per l'Europa in particolare, un'Europa che negli ultimi anni è diventata la camicia di forza delle idee e delle identità diverse. Voi repubblicani sapete che l'idea di Europa di Altiero Spinelli, di Ugo La Malfa, era molto diversa". Sì lo sappiamo, come capiamo, conversando con Tremonti, che vi è una ragione profonda nella scelta politica che ci ha condotti a trovarci dalla stessa parte del campo di battaglia pur nella nostra autonomia.



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    Programmazione senza strategia/Sono trascurati nel nostro Paese costi e benefici
    Quei grandi investimenti privi di ogni razionalità

    di Giovanni Pizzo

    Giorgio Ruffolo, uno dei protagonisti di quella brevissima stagione della Programmazione nel nostro paese, in un bel articolo apparso su "Repubblica" il 29 luglio, si chiede che senso abbia un DPEF che si limiti ad anticipare, prima dell'estate, i numeri della legge finanziaria che verrà dopo l'estate. Giusto per ravvivare i dibattiti balneari. Il DPEF di legislatura presentato dal Governo, infatti, sembra assolvere solo ad un compitino ragionieristico, e nulla dice sugli obiettivi strategici che si intende dare alla spesa pubblica, con riferimento ai problemi economici, ambientali e sociali del Paese. E' così che si governa l'economia di un Paese moderno. Evidentemente no, e cita l'esempio di altri paesi. "Negli Stati Uniti e in molti paesi europei obiettivi e priorità della spesa pubblica sono determinate, da tempo ormai, con una procedura di programmazione basata sul calcolo dei costi e dei benefici economici e sociali degli interventi previsti. Questa programmazione strategica per obiettivi, distinta da quella tradizionale amministrativa, per competenze, è un processo permanente, non una sgobbata estiva, che impegna tutti i centri di spesa a dare e a darsi conto con continuità, in termini non solo finanziari e quantitativi, ma economici e qualitativi, dei risultati attesi e di quelli realizzati, valendosi di certi indicatori." Ruffolo propone di mandare una delegazione in America a studiare presso il Bureau of Budget, magari lasciando perdere gli insegnamenti della CIA. Egli ammette gli errori di presunzione ideologica e di avventatezza politica di quella passata esperienza: gli stessi errori che Ugo La Malfa metteva in evidenza, ovviamente non ascoltato dal solito blocco conservatore catto-comunista che soffoca sempre sul nascere ogni ragionamento di modernizzazione nel nostro paese, salvo poi arrivare alle stese posizioni con decine di anni di ritardo. L'idea di programmare la spesa dello Stato "per progetti" non era da "libro dei sogni". E ricorda quando, con il "Progetto 80" fu disegnata "una visione di pianificazione territoriale nazionale che servisse da guida a una scelta razionale dei grandi investimenti sul territorio (aree urbane, aree verdi, reti dei trasporti e delle comunicazioni) che offriva al Paese uno strumento che gli avrebbe evitato tante ignobili devastazioni; e al Governo criteri oggettivi e coerenti per giudicare i grandi investimenti infrastrutturali; invece di correre da una emergenza all'altra, in una continua serie di stress emergenziali che si risolvono in una deprimente paralisi". Che cosa resta oggi di quelle idee: brandelli di vestiti, spacciati per programmazione strategica, che ciascun Ministro sente il bisogno di confezionare per dare una veste dignitosa a programmi o politiche di settore. E così l'ottimo Ministro Di Pietro scopre che la legge Obiettivo era solo una (buona) legge di procedure realizzative; ma senza un quadro di riferimento di vera programmazione era diventata una corsa all'arraffamento del soldo in cui vincono i più forti, furbi ed organizzati (vedi le Concessionarie di strade ed Autostrade) mentre le medioevali strutture tecniche delle Ferrovie e delle Autorità Portuali portano a casa solo briciole, così come il debolissimo Mezzogiorno (meno del 10% dell'investimento complessivo) con buona pace della roboante letteratura programmatica che vorrebbe, giustamente, privilegiare il trasporto su ferro e via mare per limitare i disastri ambientali dell'abnorme traffico su gomma e riequilibrare il gap infrastrutturale del Mezzogiorno. E così gli Esperti del Ministro Di Pietro, in poche settimane hanno dovuto inventare l'ennesimo documento strategico nazionale per vestire l'allegato infrastrutturale al DPEF 2007 – 2001. "Strategie ed obiettivi delle politiche di sviluppo del territorio nazionale" è il titolo del capitolo fondamentale. Con linguaggio accademicamente ineccepibile vengono introdotti nuovi concetti di pianificazione territoriale (attenzione alla discontinuità) quali "Piattaforme territoriali strategiche" (transnazionali, nazionali, interregionali), "territori snodo", "sistema logistico Paese", intorno a cui ruotano scenari evolutivi e strategie per le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali dei prossimi anni, il tutto per arrivare poi alle "possibili" priorità delle opere della legge Obiettivo, che saranno regolarmente stravolte dalle Regioni e dalle lobbies al momento delle decisioni vere. E poi ci sarà il documento strategico sull'energia di Bersani, il nuovo Piano strategico per il rispetto dei limiti di emissione dei gas serra e una nuova strategia per lo sviluppo sostenibile, di Pecoraio Scanio, e così via "strategicamente programmando" a ruota libera senza sapere dove andare. Certo c'e una certa differenza con la strategic planning degli Americani!



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    Attenzioni pericolose
    Perché l'Unione non conquisterà il Nord e perderà consensi al Sud

    Sappiamo dal primo momento che il problema dell'attuale maggioranza è il Nord del Paese. In Piemonte, in Lombardia, in Veneto il centrosinistra ha perso le elezioni. Il che è come dire sostanzialmente che le principali Regioni produttive italiane guardano in un'altra direzione e non confidano nelle capacità dell'attuale esecutivo di soddisfare i principali problemi che le riguardano. E questo era chiaro, per la verità, già dalle prime settimane della campagna elettorale, quando Prodi si confrontò con la platea degli imprenditori di Vicenza in delirio per Berlusconi. Da qui una strategia di recupero, che prevedeva l'abbattimento del cuneo fiscale, e la scelta di un ministro come Tommaso Padoa Schioppa, capace di parlare e farsi ascoltare da una platea che non è proprio quella a cui è solito rivolgersi il sottosegretario agli Esteri Donato Di Santo, con il suo linguaggio ed i suoi modi, per intenderci. Per parlare agli imprenditori ci vuole competenza, autorevolezza e intelligenza, oltre che una certa eleganza. E il ministro Padoa-Schioppa indossa perfettamente un abito per il quale era naturalmente predisposto.



    Il problema è che, no-nostante gli sforzi di Padoa Schioppa, come si è capito dall'incontro fra il titolare del dicastero economico ed il direttivo di Confindustria, ancora il feeling non c'è. Il Nord del paese è ancora piuttosto restio a dare fiducia a questo governo, gli imprenditori rimpiangono Tremonti, nonostante il cattivo carattere * Padoa-Schioppa invece è simpatico * i cittadini si comprano "Libero", i commercianti vogliono scendere in piazza e così via. E se il ministro mostra una certa tempra contrattuale, tipo quella per la quale è pronto a togliere il cuneo fiscale se si insiste a chiedere di modificare il tfr, questo gli fa acquistare autorevolezza, ma finirà per radicare gli imprenditori nelle loro già consolidate posizioni. Può darsi anche che gli imprenditori siano costretti a capitolare, ma dubitiamo che per questo possano mai sostenere il governo, perché lo scambio cuneo fiscale - tfr, ipotizzato dal ministro, dimostra che per quanto il governo voglia aiutare il Nord, questo aiuto è considerato insufficiente. Ma insomma, come titola la "Repubblica": "Ora più attenzione per il Nord".

    E il Mezzogiorno? E' dunque felice il Mezzogiorno, verso il quale il governo non mostra le preoccupazioni prodigate alla questione settentrionale? Perché, se vediamo il giudizio del centrosinistra sulle politiche per il Sud del governo Berlusconi, il Sud avrebbe dovuto esplodere da un momento all'altro. E noi siamo stati i primi nella passata legislatura ad aver posto la rilevanza della questione meridionale in un governo che invece appariva preoccupato solo di consolidare il suo rapporto già privilegiato con le regioni produttive del Paese. Lanciammo l'idea di un ministero atto al coordinamento delle politiche e degli investimenti per il Mezzogiorno, considerando insufficiente la sola realizzazione di una grande opera per quanto fosse importante, fra la Sicilia e la Calabria, quale il ponte sullo Stretto. E dobbiamo dire che, seppure alla fine della legislatura, questa nostra proposta fu contemplata. L'attuale governo ha raddoppiato i sottosegretari, ma ha abolito un ministero di importanza strategica, quale era quello che il Pri riuscì a fare insediare. Non contento, questo esecutivo ha poi fatto sapere di non ritenere una priorità il ponte sullo Stretto. Investirà, invece, nelle rete viaria e negli acquedotti, che è come dire ordinaria amministrazione, per un complesso di Regioni che godono di ottima salute. Peccato che non fosse questa l'analisi di partenza, tanto da credere che il governo non aprirà una breccia al Nord e perderà rapidamente i consensi conquistati al Sud.

    Roma, 12 ottobre 2006



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