di Robert Fisk

Nonostante le borse sotto agli occhi, la barba grigia e i movimenti rabbiosi delle mani, Saddam ha dimostrato di essere la stessa vecchia volpe - sempre all’erta, cinico, insolente, orgoglioso. La storia deve prendere nota del fatto che il nuovo governo “indipendente”" dell’America a Baghdad ha dato finalmente inizio al processo contro Saddam Hussein, con delle misure degne del vecchio e brutale dittatore. Saddam è stato portato davanti alla corte in catene e ammanettato. Il giudice ha insistito perché il suo nome rimanesse segreto. Anche i nomi degli altri giudici sono rimasti segreti. Lo stesso vale per il luogo del processo. Non c’era un avvocato della difesa. Per ore i giudici sono riusciti a censurare le parole di Saddam nei filmati del processo, perché il mondo non doveva sentire la difesa del crudele dittatore. Anche la Cnn è stata costretta ad ammettere di aver ricevuto le registrazioni del processo «in circostanze molto controllate».

Questo è stato il primo esempio del lavoro del “nuovo” sistema giudiziario iracheno - anche se sulle registrazioni del processo appariva una scritta: «Cleared by US military». Che cosa volevano nascondere gli iracheni e i loro consiglieri americani? Volevano forse nascondere la voce della bestia di Baghdad, mentre questi affermava - con grande sorpresa del giovane giudice - che l’avvocato dell’accusa non aveva il diritto di parlare «a nome della cosiddetta coalizione»? Volevano nascondere l’arrogante rifiuto di Saddam di assumersi la responsabilità personale dell'invasione del 1990 del Kuwait? O la sua risposta agghiacciante in merito allo sterminio di massa con il gas nervino di Halabja? Saddam ha liquidato così la questione: «Ne ho sentito parlare (delle uccisioni) sui mezzi di comunicazione».
Forse gli americani e gli iracheni scelti per guidare il Paese sono stati colti di sorpresa. Saddam, ci era stato detto negli ultimi giorni, era «disorientato», «depresso», «l’ombra di se stesso». Sono queste le parole usate prima del processo dagli inviati americani a Baghdad. Ma nel momento in cui si è cominciato a vedere la registrazione, seppur come in un film muto, si è capito che il vecchio e combattivo Saddam era ancora vivo. Ha insistito nel dire che sono stati gli americani a volere il suo processo, e non gli iracheni. Si è fatto rosso in viso e ha mostrato apertamente il suo disprezzo nei confronti del giudice. «Questo è un teatrino», ha gridato. «Il vero criminale qui è Bush».

I suoi occhi marroni si sono mossi con fermezza nella piccola aula di tribunale, posandosi sul vestito nero e dorato del giudice e sulla pancia di un poliziotto soprappeso - non hanno mai inquadrato la sua faccia - su cui spiccava l’acronimo di «Iraqi Correctional Service». «Non firmerò niente prima di parlare con un avvocato», ha detto Saddam - con buone ragioni, secondo diversi avvocati iracheni che hanno visto il processo in televisione. Aveva uno sguardo sprezzante, e non aveva certo l’aria di uno sconfitto. E guardando le immagini del processo c'è da chiedersi quanto Saddam abbia riflettuto sui crimini che gli vengono imputati: Halabja, il Kuwait, la soppressione delle rivolte dei musulmani sciiti e dei curdi nel 1991, le torture e le uccisioni di massa.

Guardando dentro a quegli occhi grandi e stanchi veniva da chiedersi se anche Saddam ha lo stesso senso del dolore, dell’angoscia e del peccato che crediamo di avere noi comuni mortali. Poi ha cominciato a parlare. Volevamo sentire cosa aveva detto, e il nostro dubbio è rimasto senza risposta. Forse è per questo che Saddam è stato censurato: da noi ci si aspettava che lo guardassimo negli occhi, non che sentissimo le sue parole. Con un atteggiamento molto simile a Milosevic, ha lottato anche se stretto all’angolo. Ha chiesto di essere presentato al giudice. «Sono un giudice che si occupa di questa indagine», gli ha detto il giovane avvocato senza dare il suo nome. Lui è Rahid Juhi, un musulmano sciita di trentatré anni che ha lavorato come giudice per dieci anni durante il regime di Saddam - un fatto che ha ammesso con il dittatore più tardi durante l'udienza, senza specificare davanti al mondo cosa volesse dire essere giudice sotto la dittatura.

È lo stesso giudice che lo scorso aprile ha accusato di assassinio il leader sciita, Muqtada Sadr. Quell’episodio ha portato a una battaglia tra la milizia di Sadr e le truppe americane nelle città sante di Najaf e Kerbala. Rahid Juhi, che ultimamente ha lavorato come traduttore, è stato scelto - senza grandi sorprese - dall’ex proconsole americano in Iraq, Paul Bremer. «Io sono Saddam Hussein, presidente dell’Iraq», ha annunciato l’ex dittatore iracheno - esattamente come aveva fatto quando le forze speciali americane lo avevano tirato fuori dal suo nascondiglio sulla riva del Tigri sette mesi fa. «Vuole identificarsi?». Quando il giudice Juhi gli ha detto di rappresentare la coalizione, Saddam lo ha messo in guardia: gli iracheni devono giudicare gli iracheni, ma non per conto delle potenze straniere.

«Si ricordi che è un giudice, non parli per gli occupanti». Poi si è trasformato egli stesso in un avvocato. «Queste leggi in base alle quali vengo accusato sono state scritte sotto Saddam Hussein?». Juhi ha ammesso di sì. «Allora chi le dà l’autorità per usarle contro il presidente che le ha firmate?». Questa è la vecchia arroganza a cui eravamo abituati, quella del presidente, del rais che si considerava immune davanti alle sue stesse leggi, che si considerava al di sopra della legge. Le folte e scure sopracciglia che era solito aggrottare quando era in collera hanno cominciato a muoversi minacciosamente, fino ad assumere le sembianze di un ponte levatoio che si alzava e si chiudeva sopra gli occhi.

L’invasione del Kuwait non è stata un'invasione, «Non è stata un’occupazione», ha detto. Il Kuwait aveva cercato di strangolare l’economia dell’Iraq, di «disonorare le donne irachene che venivano mandate per strada e sfruttate per dieci dinari». Se si considera il numero di donne disonorate nelle stanze delle torture dello stesso Saddam, queste parole hanno un peso enorme e terribile.

Ha chiamato gli abitanti del Kuwait «cani», una descrizione che le autorità irachene hanno censurato e ridotto a «animali» sulla registrazione. I cani sono, purtroppo, una delle specie più maledette del mondo arabo. «Il presidente iracheno e il capo delle forze armate irachene si sono recati in Kuwait ufficialmente», ha inveito. Ma poi, a guardare quella faccia dalle labbra espressive e i denti bianchi e un po’ storti, con gli occhi che brillavano per via delle telecamere, viene in mente un altro dubbio spaventoso. Non è che quest’uomo terribile - anche se ha avuto meno possibilità di essere ascoltato rispetto ai nazisti a Norimberga - sapeva meno di quanto pensassimo? Esiste la possibilità che i suoi subordinati, i satrapi e i generali striscianti, o anche i suoi stessi figli, tenessero quest’uomo all’oscuro delle ingiustizie del suo regime? Può essere che il prezzo del potere fosse l’ignoranza, e il costo della colpevolezza un semplice sospetto sul fatto che la legge irachena - immutabile, secondo il giudizio espresso da Saddam durante il processo - non venisse applicata come avrebbe dovuto? No, non credo. Ricordo come quindici anni fa Saddam chiese a un gruppo di curdi se volevano che facesse impiccare “la spia” Farzad Bazoft e come, una volta che la folla compiacente gli aveva detto di uccidere il giovane giornalista freelance dell’Observer, egli ne ordinò immediatamente l’impiccagione. No, credo che Saddam sapesse. Credo che abbia considerato la brutalità come forza, il dolore come avversità, la morte come qualcosa che riguardava solo gli altri. E dicendo di essere «il presidente dell’Iraq», in fondo ha già detto tutto.

Ovviamente c’erano anche dettagli di un altro tipo, come quella strana giacca nera, più sportiva che formale, la camicia appena messa, la biro e la carta giallina che ha tirato fuori dalla tasca della giacca per prendere appunti. «Rispetto la volontà del popolo», ha detto a un certo punto. «Ma questo non è un tribunale, è un’indagine».

Il momento chiave è stato proprio questo. Saddam ha detto che il tribunale è illegale, perché anche la guerra angloamericana in seguito a cui è stato creato è illegale, in quanto non appoggiata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Poi Saddam si è rannicchiato leggermente sulla sedia e ha detto, con un tono ironico e controllato: «Non posso vedere i miei avvocati? Almeno per dieci minuti?». E bisognava avere il cuore di pietra per non pensare a quante delle sue vittime devono aver supplicato allo stesso modo, per avere soli dieci minuti in più.

Robert Fisk
Fonte:www.unita.it
copyright The Independent
(traduzione di Sara Bani)