....dimentica Sturzo, con Rosmini
Gentile onorevole Follini, la sua intervistaieri al Corriere della sera ha colpito in un preciso passaggio, di qui le considerazioni che seguono. Non desidero minimamente entrare nel merito politico delle valutazioni sue e del suo partito, nelle determinazioni che ha annunciato ieri e in quelle preannunciate per il prossimo 16 luglio.
Non è di politique politicienne che intendo far questione.
Ella è persona avveduta, misurata, per storia personale e cultura di formazione non è certo un parvenu della politica né, come altri, un ultimo arrivato.
Conosco e stimo personalmente da almeno vent’anni suoi sodali di partito, uno per tutti Bruno Tabacci, il cui impegno a sostegno della realtà del mercato e delle ragioni di chi ne è attore so essere animato da solidi princìpi mai però disgiunti da una concreta cognizione dei meccanismi che vi operano.
Un filone di “mercatismo cristiano” che non ha mai esorcizzato il profitto, che lo ha sempre saputo inquadrare nella lezione più alta della dottrina sociale cristiana, ma in modo assai diverso da come la vulgata del “socialismo cristiano” ha finito invece per prevalere, per lunghi decenni, nella realtà dell’economia pubblica italiana.
Ne ha detto e scritto lei per primo, in un recente libro intervista.
Ciò per testimoniarle una viva curiosità, quando nella sua intervista giunge a trattare il tema della riforma fiscale.
E’ questo e solo questo, l’interrogativo.
Non che cosa farà o non farà nella maggioranza e nel governo, ché la politica e le valutazioni dei partiti hanno freddi sviluppi la cui determinazione va lasciata a chi ne porta la responsabilità, e poi giudichino gli elettori.
Il punto è un altro. E’ quell’espressione che lei usa a proposito dell’abbattimento delle aliquote, a farci pensare.
“Vorremmo tutti essere generosi coi contribuenti, ma occorre capire bene a quali condizioni e con quali costi si può essere di manica larga”, è la sua risposta.
Che contiene almeno tre segnali grandi come monoliti, per la distanza che pongono senza dubbio intenzionalmente tra una prospettiva culturale che ritenevamo lei condividesse, e quest’altra che assume tutte le fattezze del “prima lo Stato, poi la persona”.
I tre segnali?
L’aggettivo “generoso”, come se si trattasse di una regalìa benevola invece che della necessità di riequilibrare un prelievo iniquo e oppressivo. Una necessità-affermata da anni in programmi elettorali condivisi, e in una legge delega anche da lei votata, con tanto di aliquote esplicitamente fissate.
Il termine “costi”, per indicare i corrispettivi dello sgravio d’imposta: mostrando così di far propria la tesi di coloro secondo i quali minori aliquote comportino minor gettito – il che è l’esatto contrario di quanto storicamente determinatosi in ogni paese di mercato che abbia avuto il coraggio e la determinazione di un’energico ribasso di tutte le aliquote, comprese le più elevate – e che ciò comporti per conseguenza il famigerato “taglio dei servizi sociali”, quando invece migliori servizi possono essere offerti da privati in concorrenza a costi assai minori per il bilancio dello Stato, e migliori standard di efficienza universalmente garantiti da uno Stato regolatore. Proprio in applicazione di quel principio di sussidiarietà che le è certo molto caro, e che vive in pagine mai dimenticate del grande Luigi Sturzo oltre che in una ininterrotta tradizione della dottrina sociale della Chiesa.
Terzo segnale, quel “manica larga”, che sarebbe assai più comprensibile se usato nei confronti degli evasori figli delle aliquote elevate attuali, piuttosto che nei confronti di contribuenti oppressi che solo una coerente coalizione di governo promercato può finalmente sgravare.
Ora, o probabilmente mai più, da quel che si legge.
Non dobbiamo richiamare proprio a lei, quel celebre paragrafo 42 della Centesimus Annus, in cui Giovanni Paolo II si chiede se, all’indomani del crollo dei sistemi socialisti, il modello da proporre ai paesi in via di sviluppo sia il capitalismo.
Premettendo che la risposta è complessa, afferma:
“Se con ‘capitalismo’ si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva”.
Né, tra tutti gli autori del personalismo cristiano, quell’Antonio Rosmini per il quale “la proprietà rappresenta il limite positivo all’altrui invadenza e a quella del potere politico, ed è quindi il vero perno del sistema delle libertà politiche e giuridiche”.
E di qui la sua difesa del libero movimento delle ricchezze per permettere a tutti di fruirne in relazione alle proprie capacità, la contrarietà netta all’imposta progressiva, una riforma del sistema fiscale che annulli addirittura le imposte indirette per non gravare sui poveri, la possibilità di un voto corporativo per le persone collettive e dunque anche i proletari.
Lo facciamo solo per il lettore che magari ignora, essere questi alcuni dei suoi più fermi pilastri culturali, onorevole Follini.
Ma noi, perciò, non capiamo.
Come può dunque parlare di “generosità” e di “manica larga”, come fosse improvvisamente diventato un giacobino fiscale e statalista impenitente?
(ofg) su il Foglio del 7 luglio
saluti




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