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Discussione: Il vampirismo

  1. #1
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    Predefinito Il vampirismo

    Storia del vampirismo


    Introduzione

    Il mito dei vampiri ha radici antichissime, addirittura preistoriche. Il vampiro, in realtà, non è altro che un morto che torna nel mondo dei vivi, ed è questa l'origine del mito stesso; infatti sono due le cose che caretterizzano la vita degli uomini e che si pensava potessero essere protratte anche dopo il trapasso: il sesso e l'alimentazione.


    Vita sessuale dei defunti

    Si pensava che la vita sessuale dei morti fosse particolarmente intensa, per questa ragione le popolazioni antiche, come gli Egizi e i Mesopotami, posizionavano nel sepolcro le concubine di pietra: statuette femminili (prive di piedi perché non potessero allontanarsi) in cui erano esaltati gli organi erotici.
    Onde evitare l'indesiderato ritorno del defunto (i primi a preoccuparsi erano i familiari e in modo particolare il compagno di letto), ogni popolazione aveva diversi sistemi, più o meno drastici. Nel Neolitico i cadaveri erano bruciati e chiusi in delle urne, oppure legati e sepolti in sepolcri assicurati da pesanti macigni. In Colombia (in popolazioni ancora esistenti al giorno d'oggi) le vedove si allontanano per un certo periodo dal resto della tribù e dormono in letti di spine per scoraggiare il ritorno del marito; mentre i vedovi della Nuova Guinea si coricano tenendo ben a portata di mano una robusta ascia. I mesopotami si limitavano a fare riti sacri, mentre gli Etruschi muravano i cadaveri e facevano sorvegliare continuamente il muro da guardie. Popolazioni come quelle Persiane, ma non solo, arrivavano al punto di far divorare i defunti da belve feroci; mentre tribù africane ne spezzavano la spina dorsale o addirittura chiudevano il morto in un sacco e lo maciullavano a bastonate prima di abbandonarlo. I popoli nomadi erano soliti trapassare il cuore e la testa i cadaveri con ferri appuntiti per poi inchiodarli alla bara per impedire loro di seguire gli spostamenti della tribù. I romani, però, erano indubbiamente i più raffinati: la famiglia concedeva al defunto un periodo di tempo piuttosto breve (qualche giorno l'anno) durante i quali il morto poteva tornale tranquillamente nel mondo dei vivi per compiere cose lasciate interrotte per la sua dipartita; in questi giorni l'intera famiglia si asteneva da tutte le occupazioni pubbliche e in certi casi stava addirittura segregata in casa, poi, allo scadere del tempo concesso, il pater familias, attraverso un rituale simbolico, imponeva al defunto di tornare nel mondo dei morti.
    Le precauzioni, in definitiva, erano varie e complesse, ma nonostante tutte quelle attenzioni esistono numerosi documenti (anche in epoche relativamente recenti) che testimoniano il ritorno dei defunti nel mondo dei vivi.


    Alimentazione dei morti

    Nei tempi più antichi era d'uso lasciare accanto al defunto una certa quantità di cibo vero o simbolico (affreschi e figure di terracotta), in modo da soddisfare la fame del morto; in altri casi (soprattutto nelle popolazioni classiche) venivano fatte periodiche offerte alimentari: come miele, latte e farine. Esistono numerosissime testimonianze del fatto che i cibi venissero effettivamente consumati: ancora nel 1700 ci sono documenti che ne testimoniano la reale divorazione di quanto era stato depositato nel sepolcro, in alcuni casi si parla anche di cadaveri che, trovando troppo esiguo il cibo lasciatogli dai vivi, arrivano al punto di divorare i sudari e addirittura di cibarsi delle proprie membra (Michel M. Raufft: De masticatione Mortuorum in Tumulis; 1734).
    Vi sono anche molte leggende che narrano della presenza di un defunto tra i banchetti dei vivi, per questa ragione, in certe comunità, si era soliti collocare a capo tavola un cadavere mummificato, in questo modo il defunto uscito dalla tomba, vedendo il proprio posto già occupato, avrebbe desistito dal tentativo di partecipare anch'esso al banchetto.
    È comunque convinzione di tutte le popolazioni che il cibo preferito dai morti viventi non fossero le vivande gradite dai vivi, bensì una pietanza del tutto particolare: la carne umana. Sarebbe infatti grazie a questa che i morti possono continuare la propria particolare esistenza nel mondo dei vivi: la carne e il sangue degli uomini possederebbero, quindi, l'incredibile potere di saldare la frattura tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Simili esseri demoniaci sono presenti in moltissime culture differenti: dai greci (L'Empusa), ai Babilonesi (la Lamashtu), agli Ebrei (L'Aluqa, ovvero il «Succhiasangue». Per altri termini vedere le curiosità).
    La suzione del sangue è dunque uno degli atti che consente ai morti una permanenza nel mondo dei vivi, e secondo alcuni testi medievali essa è così legata alla sessualità dei defunti che i due atti arrivano ed essere pressoché contemporanei: e il piacere provato da entrambi i partecipanti sarebbe, in questi casi, assolutamente identico.
    È da notare infine che il sangue è considerato da sempre la porta di comunicazione tra i due mondi: ad esempio Ulisse, nell'Odissea, può comunicare con le anime dei defunti solo facendo bere loro il sangue di un montone sacrificato ad Ade.


    Max Schreck interpreta il Conte Orlok in Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922)
    Immagine dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Vampiro

    La parola «vampiro» deriva senza alcun dubbio dagli stati slavi, in particolare dall'Europa baltico-balcanica; si pensa comunque che si debba mettere in relazione la parola con i termini lituano wempti: «bere», e il turco uber: «essere demoniaco»; di conseguenza la traduzione sarebbe «demone che beve». Le pagane religioni slave, prima della forzatura cristiana, consideravano la morte come un mondo distorto ma molto simile alla vita: si pensava, infatti, che i defunti continuasse la propria esistenza in un mondo molto simile a quello appena lasciato, e in modo totalmente identico, per questa ragione venivano collocati a fianco dei cadavere quegli oggetti (come provviste o armi) di cui si pensava potesse aver bisogno il morto. Era anche convinzione che i morti si allontanassero piuttosto malvolentieri dalla propria famiglia, per questa ragione si temeva il loro ritorno, soprattutto dei morti vergini e di quelli uccisi in quanto essi avevano maggior desiderio di completare le azioni lasciate incompiute.
    I popoli, per assicurarsi il riposo perpetuo dei morti, usavano disseppellire i cadaveri a intervalli regolari di qualche anno: se i corpi non si trovavano nello stato di decomposizione che ci si attendeva, allora venivano impalati o bruciati.
    Durante il corso della storia sono state rinvenute numerose testimonianze di epidemie vampiriche (ricordate che il morso è contagioso), fino agli inizi del nostro secolo.
    Ma procediamo con ordine: nel XII secolo si rinvenne in Inghilterra il corpo di un Vampiro, il suo corpo venne bruciato per impedirgli di colpire. Il secolo successivo si hanno documenti che attribuiscono a uno di essi le colpe di un'incredibile pestilenza: un uomo morto assassinato si aggirava nelle terre di Danimarca a fare strage; ne venne esumato il corpo, quindi fu decapitato e trafitto al cuore: la moria si estinse. Dalla seconda metà dei seicento fino al termine del '700 si ha un'incredibile aumento di questi documenti testimonianti numerosi fenomeni di vampirismo diffusi soprattutto nell'Europa sud orientale: Moravia, Istria, Grecia, Prussia, Valacchia, Ungheria, Slesia, Russia... In Serbia si hanno addirittura cronache di un'intero villaggio preso d'assalto da un'orda di vampiri i cui abitanti furono sterminati senza pietà.
    È proprio in questo periodo che si incontra per la prima volta il termine «Vampiro»: Moravia, anno 1725; un cadavere non poteva trovare pace a causa di una ben evidente Vampertione infecta.
    Col passare del tempo il fenomeno diminuì sensibilmete, ma solo nella metà del 1800 il Parlamento inglese decise di abrogare una legge che imponeva di trafiggere il cuore di tutti i suicidi e altri morti "sospetti", ma una legge simile rimase in vigore fino agli inizi del nostro secolo nello Stato americano del Rhode Island: unico luogo degli Stati Uniti in cui si ebbe un'infezione vampirica (attorno al XVIII secolo).
    In seguito non si parlò più di epidemie di vampirismo, infatti i casi riscontrati sono esclusivamente localizzati e circoscritti in piccoli villaggi o città; in Transilvania, tuttavia, ancora nel 1900 ci fu un castello dato interamente alle fiamme; mentre in un luogo non ben precisato vi fu l'aumento improvviso di morti di uomini e animali, individuato il cadavere autore del massacro ne si aprì la tomba e lo si trovò perfettamente conservato; fu eretta una palizzata attorno alla tomba, ma il rimedio si rivelò presto totalmente inutile, si procedette quindi a una seconda esumazione: il corpo, ancora intatto, fu bruciato. Il Vampiro non comparve più.
    Sebbene l'Italia non sia mai stata direttamente colpita da una di questa epidemie, il mondo cristiano fu abitato spesso da testimonianze riguardanti fenomeni di vampirismo (Francia e Germania comprese), soprattutto in seguito all'ignoranza delle campagne. I pontefici che vissero dal seicento in poi cercarono di porre rimedio il più drasticamente possibile, spingendo la gente a non lasciarsi suggestionare dalle credenze popolari; ma se questo rimedio ebbe il massimo effetto tra i fedeli colti, moltissimi preti di provincia continuarono a credere nei vampiri e continuarono a inculcare questa convinzione nel popolo povero, e in molti casi loro stessi, con l'appoggio dei magistrati locali, assistevano ai rituali impalamenti ai danni dei cadaveri ritenuti colpiti dal vampirismo. Era però necessario effettuare un vero e proprio processo: i familiari, i compaesani e il parroco del defunto testimoniavano davanti ai magistati, questi controllavano che il cadavere manifestasse qualche sintomo (mancata rigidità, mancata putrefazione ecc.) e in caso affermativo si procedeva alla decapitazione, al trapasso del cuore col palo di frassino e, in alcuni casi, alla cremazione.

    http://vampiri.virtualave.net/italiano/vampiri.html
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-05-15 alle 05:31
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  2. #2
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    Il vampiro fa parte di quell'universo mitico in cui, da sempre, le paure ataviche dell'uomo si attanagliano trovando forma, acquisendo un volto, determinando una ragione di esistenza anche alle creature più improbabili. Entità notturna e orrifica, il vampiro trae quindi origine dai timori ancestrali, riceve vitalità dalle radici profonde dell'inconscio e si colora di tinte fosche nella fantasia letteraria e cinematografica, diventando una figura archetipica e raggiungendo così l'immortalità.

    Tra i più noti esseri della notte associati a nefandi riti incontriamo il principe Vlad Tepes II e… l'ignaro pipistrello, la cui natura ambigua (è un mammifero fornito di ali) ha suscitato l'attenzione di molte culture.

    Il pipistrello, uccello mancato, che simbolicamente rappresenta il cattivo volo (l'essere che si blocca in una fase della sua evoluzione verso l'alto), ha arti anteriori forniti di lunghissime dita, strutture portanti di una membrana cutanea a funzionalità alare. La dentatura è completa di incisivi e canini aguzzi e di molari appuntiti. E' un animale letargico, ubiquitario, con abitudini crepuscolari. E' insettivoro, ma i racconti su una specie sudamericana, che succhierebbe il sangue degli uomini, hanno contribuito a far sì che il pipistrello venisse considerato simbolo sempre più negativo. E così il notturno, fotofobo, misantropo e innocuo pipistrello è diventato, nell'immaginario collettivo, una creatura lugubre, mortifera, incarnazione delle forze sotterranee e divoratore della luce. E ha ispirato il modello morfologico-comportamentale al nostro Vampiro, personaggio di grande effetto e di sicura - è davvero il caso di dirlo - incisività.


  3. #3
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    Massimo Centini

    VAMPIRISMO: UN MITO ETERNO


    L'origine del loro mito si perde nella notte dei tempi; l'Illuminismo li crede dimenticati per sempre; l'Inghilterra vittoriana s'illude di poterli sconfiggere. E invece il loro fascino non è ancora tramontato. Anzi, suscita nuovi entusiasmi. "Loro" sono… i Vampiri!

    Sette pseudo religiose, gruppi di giovani, uomini e donne "comuni". E poi cinema, letteratura, magazine, fumetti, musica, Web. Dagli anni '80, tutti sembrano aver riscoperto il mondo dei cosiddetti "non morti". In Romania, in coda ai congressi della Transylvanian Society of Dracula, un'agenzia di viaggi specializzata organizza tour alla scoperta del perfido conte. Anne Rice, la madre del vampiro Lestat, portato sul grande schermo da Tom Cruise, vende milioni di copie dei suoi romanzi in tutto il mondo. Colpiti dal contagio vampirico, giovani di New York si riuniscono nel Vampire Clan di Father Sebastian, un odontotecnico di Manhattan che allunga loro i canini fino a farli diventare delle zanne. E uomini in giacca e cravatta, rassicuranti come i nostri vicini di casa, dichiarano di aver bisogno, ogni tanto, di bere un po' di sangue. Umano, preferibilmente.

    I vampiri, certo, non esistono e non sono mai esistiti. Ma allora, perché tanto interesse nei loro confronti? Perché questo processo d'identificazione? La risposta, forse, è nel nostro passato più remoto, nei bisogni e nelle paure ataviche dell'uomo…



    Edvard Munch - Il Vampiro (1893)

    Dall'America al Vietnam, dall'Irlanda alla Malesia, dall'Africa all'Europa orientale, dalla Grecia alla Polinesia. Quasi non esistono luogo e tempo in cui il vampiro non sia presente. Secondo le leggende talmudiche, Lilith, la prima moglie di Adamo, è trasformata in uno spettro notturno per essersi rifiutata di sottostare ai voleri del marito; tra i Babilonesi c'è Lilitu; gli Assiri hanno l'Ekimmu e, nell'antica Grecia, Lamia si scaglia sui bambini per berne tutto il sangue. Per i romani, le strigi non sono solamente streghe, ma crudeli uccelli notturni assetati del sangue dei neonati. E quale civiltà, poi, non ha praticato rituali con offerte di sangue? Gli Aztechi fecondano la terra donando agli dei quello di una giovane vittima; nella mitologia greca, il sangue sacrificale è un elisir di giovinezza. Il sangue è simbolo di forza vitale e perderlo costituisce un pericolo mortale. Il vampiro, colui che se ne nutre, colui che trae vita dalla nostra morte, è simbolo del rapporto tra il mondo terreno e l'al di là. È il desiderio inconfessato dell'immortalità. Peccaminoso e, per questo, relegato nel regno del male.

    Storia, antropologia e psicologia hanno offerto le proprie interpretazioni del fenomeno vampiri. Ma non è mancata una lettura di carattere scientifico.

    E se i vampiri fossero semplicemente persone allergiche alle proteine dei cibi? Secondo lo studioso americano Thomas McDevitt, questi soggetti, pallidi e magri, per assumere le proteine necessarie avrebbero bisogno di bere sangue, e i loro ritmi metabolici li costringerebbero a dormire di giorno e restare svegli la notte. Nel 1985, invece, al Convegno annuale dell'Associazione americana per il progresso della scienza, il canadese David Dolphin identifica i vampiri con persone affette da una malattia genetica chiamata porfirìa, che non consente di sintetizzare in modo corretto il pigmento rosso del sangue, o eme. Il disturbo provoca una forte sensibilità alla luce e lesioni della pelle. Labbra e gengive si ritirano, mostrando denti che appaiono particolarmente sporgenti. In passato non esistevano terapie, e il malato non poteva far altro che assumere grandi quantità di sangue che consentissero a parte dell'eme di entrare in circolo. E la paura dei vampiri per l'aglio? La scienza ha risposto anche a questo quesito. Esistono farmaci in grado di distruggere alcuni enzimi del fegato che contengono eme. Ebbene, nella composizione di questi farmaci c'è una sostanza chimica presente anche nell'aglio.

    Stralcio da "Il vampirismo" di Massimo Centini

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    Mihai Marinescu, Il Mito di Dracula nella Tradizione Romena, Edizioni all'insegna del Veltro, pp. 94, € 12,00

    (…) Secondo le tesi sostenute da Marinescu, lo stereotipo impressosi nell’immaginario collettivo a seguito della fiction letteraria e dei successivi adattamenti filmici sarebbe frutto di una distorsione sistematica degli elementi simbolici e mitici genuiti rintracciabili nel tessuto della tradizione romena, fino a divenirne un effettivo capovolgimento. Non si spiegherebbe altrimenti, a detta del saggista, come sia stato possibile trasformare un campione della Croce in accolito del demonio, la bevanda di vita salvifica per eccellenza – il sangue – nel laido nutrimento di un non-morto (che lo sottrae ad altre creature trascinandole nel suo destino di dannazione), il lupo, emblema della “funzione spirituale suprema” e “uno dei più antichi animali sacri dell’umanità”, in sinistro vessillifero delle forze diaboliche. E, di seguito, la caratterizzazione infera della cripta-loculo, custode del sonno diurno del “conte”, l’eros macabro e blasfemo diffuso in abbondanza nelle pagine stokeriane, la valenza invertita attribuita al colore nero. (…)
    Il testo di Marinescu è preceduto da una puntuale introduzione di Claudio Mutti (cui si deve pure la traduzione) che traccia un nitido ritratto storico del voivoda transilvano corredato di ragguagli linguistici e note aneddotiche sul presunto ispiratore (l’agente britannico ebreo Hermann Wamberger) del travisamento operato da Stoker. (Luciano Pirrotta, “Area”, marzo 2008)

  5. #5
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    IL VAMPIRO DI VENEZIA

    Come nasce il mito del vampiro? Perché si diffonde alla velocità della pestilenza nell'Europa medievale? Gli scavi archeologici sull'isola del Lazzaretto Nuovo, a Venezia, hanno portato alla scoperta di una sepoltura sulla quale era stato eseguito un rito particolare, un esorcismo: così si fermavano i vampiri ai tempi della peste. Matteo Borrini, archeologo e antropologo forense, racconta a Focus.it i dettagli del suo ritrovamento (Raymond Zreick, 20 febbraio 2009).




    Era una donna. Presa dal demonio quand'era in vita, uccisa dalla peste, da non-morta si nutriva dei suoi vicini, cadaveri che si procurava diffondendo la pestilenza, in attesa di raccogliere le forze e uscire dalla sua tomba. Quando l'hanno scoperta hanno interpretato i segni e capito di avere a che fare con un nachzehrer, e c'è un solo modo per fermare questo vampiro: impedirgli di cibarsi. Lo hanno fatto infilandogli a forza un mattone in bocca, giù fino in fondo, spaccando denti e mascelle, secondo un rito consolidato e sfidando il contagio e la morte stessa. Quasi quattro secoli dopo l'esorcismo, gli scavi archeologici condotti tra il 2006 e il 2008 da Matteo Borrini nel camposanto dell'isola del Lazzaretto Nuovo (Venezia) hanno riportato alla luce questa storia e gli eventi che l'hanno determinata.




    Nell'Europa del XVII secolo «era diffusa la credenza che ci fosse uno stretto rapporto tra epidemie e vampiri, e in particolare tra pestilenza e un tipo di vampiro, il nachzehrer (il masticatore di sudario, o divoratore della notte), "apparso" per la prima volta in Polonia attorno al '300», racconta a Focus.it Matteo Borrini. All'origine delle grandi epidemie, che a intervalli di 10-15 anni l'una dall'altra hanno decimato la popolazione europea tra il 1300 e il 1600, c'erano eventi di portata biblica, come la piccola glaciazione (XIII secolo) e le carestie che l'hanno seguita. La conta dei morti è impressionante: la prima ondata di peste in Europa (passata alla storia come la peste nera) si portò via almeno 25 milioni di persone su di un totale di 100. Verso la fine di quel tragico periodo, tra il 1630 e il 1631, nella sola Venezia, la città più cosmopolita del mondo, l'epidemia fece almeno 50.000 vittime su 150.000 abitanti. Morirono una persona su tre. I religiosi, i "magistrati di sanità", i medici, la teriaca, le misure di quarantena e le "patenti di sanità"... nulla di tutto questo sembrava in grado di fermare il contagio. Che perciò doveva essere opera del demonio e dei suoi strumenti, come il nachzehrer.

    Com'era possibile riconoscere il vampiro in un cadavere, per procedere al rituale? «Secondo le testimonianze dell'epoca, e che si riferiscono anche alle conoscenze dei secoli precedenti, una prova di aver intercettato la sepoltura di un vampiro era il cadavere intatto e il sudario masticato e consunto a livello della sua bocca», spiega Borrini. A questo essere malefico gli studiosi medievali hanno dedicato diverse trattazioni "scientifiche". Nel 1679 Philuppus Rohr, teologo protestante, presenta all'Università di Lipsia la sua Dissertatio historico-philosophica de masticatione mortuorum, nella quale descrive alcune caratteristiche comportamentali di questi defunti: i nachzehrer erano soliti, nella loro tomba, masticare il velo funebre (il sudario), provocando un rumore simile a un grugnito, e come una larva crescevano e maturavano finché erano in grado di emergere come veri e propri vampiri, mentre l'immediata conseguenza della masticazione erano le epidemie.

    Secondo la leggenda i vampiri "non-morti", sepolti a fianco dei cadaveri degli appestati, si nutrivano del sangue di questi ultimi per poi riuscire fuori dalla tomba e contagiare altre persone. Così gli addetti alla sepoltura inserivano un palo o un mattone nella bocca dei sospettati. E così che è stata ritrovata la "vampira" veneziana, con un mattone in bocca che le ha frantumato tutti i denti.

    «Altra fondamentale caratteristica», prosegue Borrini, «che è alla base del termine vampiro (da oupiro, sanguisuga), era la presenza nel ventre rigonfio del cadavere di sangue liquido che fuoriusciva quando si trafiggeva il non-morto con una spada o con il più classico paletto, prova delle scorrerie ematofaghe del vampiro». Da qui la natura del rimedio: «Disseppellire il corpo del non-morto, togliergli dalla bocca il sudario che stava masticando e sostituirlo con una manciata di terra, con una pietra o con un mattone», spiega Borrini. «È la stessa situazione deposizionale dell'individuo nel nostro scavo, che per adesso chiamiamo "ID 6". Insieme all'associazione tra vampiri e peste, è questo rituale l'elemento più rilevante che collega la sepoltura ai nachzehrer

    «Le testimonianze dell'epoca sono frutto di una scorretta interpretazione dei dati tanatologici», prosegue Borrini. «Le conoscenze sulle modificazioni cadaveriche erano infatti limitate a un breve periodo successivo al decesso, che comporta il raffreddamento del corpo e la rigidità muscolare lasciando tutto sommato intatte le fattezze del deceduto. Gli stadi successivi erano invece occultati dalla sepoltura, che veniva generalmente riaperta dopo anni, consentendo un secondo contatto con il cadavere solo quando era divenuto scheletro. Ciò fece identificare il morto o in un corpo rigido e freddo o in un mucchio di ossa sbiancate.» Quello che le cronache descrivono come non decomposto è in realtà una fase della decomposizione compatibile con lo stadio enfisematoso: durante questo periodo, che dura tre-quattro mesi, l'addome del cadavere si tende sotto la pressione dei gas putrefattivi e, se forato, lascia fuoriuscire liquami facilmente confondibili con "il pasto del vampiro". Sempre a questo stadio, per effetto dell'epidermolisi la cute di mani e piedi si "scolla", esponendo gli strati sottostanti e dando l'impressione che siano cresciute nuova pelle e nuove unghie. «Anche l'idea che il nachzehrer stesse masticando il proprio sudario nasce da reali constatazioni, interpretate però senza le necessarie conoscenze medico-legali: i gas che fuoriescono dal cadavere possono infatti inumidire il tessuto, che sprofonda così nella bocca e qui deteriorarsi e bucarsi per l'azione dei liquidi corporei.»

    Ecco dunque spiegato come e perché si afferma la figura del nachzehrer. Durante le crisi sanitarie era usuale riaprire sepolture recenti, per deporvi altre vittime della pandemia, e «questo facilitava l'incontro con corpi non totalmente decomposti che alimentavano il terrore e la superstizione della popolazione», conclude Borrini. «Verosimilmente fu questo che accadde al Lazzaretto Nuovo: durante lo scavo per la deposizione di una nuova vittima della pestilenza, i necrofori intercettarono un corpo integro, almeno a loro modo di vedere, con il sudario consumato a livello della bocca. Così, individuato il nachzehrer forse responsabile dell'epidemia, lo neutralizzarono sostituendo il sudario con un mattone.»


  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    Mito ampiamente utilizzato in letteratura... Seppur distorto in alcuni casi, molto spesso in maniera egregia.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-05-12 alle 23:48

  7. #7
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    Massimo Centini

    NASCITA E MORTE DEL VAMPIRO

    Il vampiro è un essere intorno al quale esiste una ricca mitologia, in particolare per quanto riguarda il suo operato e i modi per individuarlo e distruggerlo. Si fanno però immediatamente più ambigue da identificare le cause che possono condurre alla sua formazione, in particolare all'interno della tradizione folclorica che ha alimentato il mito del "non-morto". […] Dalle fonti sistematiche più antiche, medievali, si evince che le cause potevano essere ricercate nella morte violenta o per annegamento; ma anche i nati morti potevano divenire dei piccoli e terribili revanant.

    Chi era stato ucciso da ignoti era un potenziale vampiro, destinato a vagare alla ricerca di vendetta; la scia di orrore seminata da questo non-morto poteva coinvolgere i parenti stretti, colpevoli di non essersi impegnati a sufficienza per punire i colpevoli. Anche chi aveva avuto contatti stretti (in particolare sessuali) con animali, era destinato a trasformarsi in vampiro; però in qualche caso era sufficiente che un animale caratterizzato da un forte simbolismo negativo, gatto o corvo in particolare, si fermasse su una tomba recente per attivare la trasformazione di un normale cadavere in un non-morto.
    La nascita con la camicia amniotica, o con alcuni denti, oppure nel giorno di Natale, erano segni molto chiari che indicavano la drammatica sorte che sarebbe toccata al neonato quando, un giorno, sarebbe sceso nella tomba.
    La presenza di alcune particolarità fisiche, come il labbro leporino, voglie sul corpo, malformazioni e altre particolarità destinate a trasformarsi in segni di alterità, erano le "prove" dell'anormalità di un soggetto e quindi inconfutabili indicatori del suo probabile vampirismo.

    La trasgressione delle leggi degli uomini e di Dio poteva determinare un futuro di vampiro: crimini puniti dalla giustizia laica (furti sacrileghi, omicidio, magia), e altri invece tipici dell'etica cristiana (suicidio), erano considerati indicatori destinati a segnare per sempre il colpevole, confermando così la sua futura trasformazione dopo la morte in revanant.
    La conferma giungeva quando si scopriva che il cadavere del presunto vampiro presentava un aspetto non completamente ascrivibile allo status del defunto, il che era "oggettiva" prova della sua appartenenza all'oscuro universo dei non-morti.Tale situazione indusse molti a chiedersi come discernere, davanti a un cadavere non decomposto, vista la complessità dei disegni divini, tra vampirismo e santità. La Chiesa pose in rilievo che "i corpi incorrotti dei santi potevano essere riconosciuti dall'odore fragrante che emanavano e dalla purezza della loro carnagione, mentre la carne dei dannati diventava nera, gonfia e mefitica. In realtà questa distinzione rimase su basi puramente ipotetiche, poiché quando furono esaminate le salme di noti scomunicati esse non furono trovate né gonfie, né mefitiche e neanche nere, ma invariabilmente putrefatte.


    Johann Heinrich Füssli, Incubo (1781)



    Come abbiamo più volte sottolineato, quando si tratta un argomento come il vampiro, tenendo conto delle fonti che ne contrassegnano l'immagine, il riferimento alle tradizioni dell'Europa dell'Est appare scontato, confermato da un vasto background folclorico. In effetti, la paura del ritorno dei morti e le pratiche attuate per impedire questa incursione sono presenti anche in aree apparentemente insospettabili. Informazioni sull'argomento provengono da fonti precise, come i documenti sinodali: autentica memoria di superstizioni bollate dalla Chiesa cattolica come espressioni demoniache. Relativamente al tema qui affrontato, abbiamo una singolare testimonianza proveniente dal Sinodo di Treviso del 1581 in cui, tra l'altro, si denunciava la tradizione di seppellire proni i cadaveri, per il timore che i defunti potessero uscire dalle tombe e trascinare con loro i parenti. Sempre a Treviso, il parroco aveva il compito di delimitare uno spazio simbolico intorno alla tomba appena scavata, mentre i fedeli recitavano le preghiere ad libitum. Dalla fonte apprendiamo inoltre che per abitudine i corpi non venivano posti in casse di legno, ma in fosse e poi coperti con un panno; quindi il prete aveva il compito di gettare la prima manciata di terra sul cadavere e fare il segno di croce con la pala o il piccone. Chi ne aveva l'opportunità poneva un'ostia consacrata nella bocca del defunto, per evitare che il diavolo si impossessasse di quel corpo e lo facesse vagare assetato di vendetta. Questa pratica era fortemente condizionata dalla Chiesa, come lo era quella di porre sotto la testa del defunto un pezzo di terra proveniente dal sagrato di una chiesa. Un altro sinodo di Treviso, del 1601, condannava la pratica di estrarre la croce dal proprio supporto e porla momentaneamente sopra il cadavere.

    Per allontanare il potere nefasto dei vampiri la tradizione popolare proponeva molteplici metodi, alcuni molto fantasiosi e suggestivi, alimentati soprattutto dalla superstizione. Sarà durante le "epidemie di vampirismo" del XVIII secolo che questi metodi acquisteranno sempre maggiore affermazione, diffondendo la loro eco ben oltre i confini dei paesi caratteristici in cui il vampirismo era parte integrante della cultura autoctona. In genere si pensava che un valido espediente consistesse nel seppellire più profondamente il cadavere, oppure a faccia in giù; inoltre era anche d'uso collocare "barriere" che ostacolavano il ritorno del morto; queste barriere erano costituite da spine posto intorno alla bara; si usava anche scavare una fossa in un'area che fosse isolata, dal centro abitato, da un corso d'acqua. Un buon sistema era costituito dall'uso di aglio: questa pianta possiede numerose proprietà terapeutiche e il suo odore pungente avrebbe la forza di allontanare gli spiriti maligni.



    Per arrestare il potere dei vampiri erano inoltre consigliate pratiche connesse al mondo della religione che andavano dalla quotidiana partecipazione alla messa, da parte dei parenti del defunto, all'uso di pratiche apotropaiche in cui croce, acqua benedetta e incenso occupavano un forte ruolo simbolico. Per verificare se il cadavere fosse un vampiro, il corpo veniva disseppellito di frequente; se il sospetto era già forte al momento della sepoltura, al corpo senza vita venivano spezzate delle ossa, o addirittura si provvedeva a inchiodarlo direttamente nella cassa. Come noto, un espediente molto diffuso consisteva nel trafiggere il cuore del morto con un paletto di legno.

    Le numerose pratiche per proteggersi dal ritorno dei morti potrebbero anche essere considerate come un modo per consentire all'anima di realizzare il proprio iter iniziatico e quindi concluderlo senza produrre danni ai vivi, chiudendo così il ciclo esistenziale dell'essere. Ma quando tutto ciò si dimostrava vano, allora entravano in gioco sistemi atti ad eliminare il non morto, perché quell'anima sofferente e pericolosa fosse definitivamente consegnata alle tenebre attraverso riti purificanti. La prima operazione consisteva nell'identificazione della tomba del vampiro. Quando mancavano elementi precisi - ad esempio riconoscimento del defunto da parte di testimoni che l'avevano visto aggirarsi di notte nell'abitato - si ricorreva ad alcuni animali domestici che, secondo il folclore romeno, si rifiutavano di passare sulla tomba di un vampiro. Il corpo esumato era quindi distrutto e poi bruciato: solo così quell'essere inquieto sarebbe per sempre rimasto nel mondo dei morti.

    Da queste tradizioni abbiamo modo di constatare che il vampiro, pur avendo alcune prerogative del fantasma, non è "un fantasma ma un vero e proprio corpo non decomposto, che si conserva mediante il sangue dei viventi (...) provava sentimenti che erano esattamente l'opposto di quelli terreni per cui si scagliava innanzitutto contro i parenti più prossimi" (C. Corradi Musi, 1995). Per sopravvivere aveva bisogno di sangue, essenza di vita fisica, ma anche metafisica, poiché "veicolo dell'anima", attraverso il quale l'uomo trasmette il proprio essere: fatto ben noto nella cultura rituale già nell'antichità, molto prima delle conoscenze della genetica moderna.

    Massimo Centini, Il Vampirismo (Xenia edizioni, pag. 48 e seguenti)
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-05-10 alle 01:06

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    I Vampiri nel Medioevo, prima parte: I morti inquieti e la "Masnada Hellequin"

    Non comprendo io ancora, che cosa si fossero questi Vampiri, e molto meno in qual maniera cagionassero simili effetti, (…). I suddetti Vampiri altro non erano che alcuni uomini morti da alcuni giorni prima, i quali già sepolti e sotterrati comparivano di nuovo nella stessa forma, e negli stessi abiti e portamenti di quando erano vivi, e si facevano vedere da’ loro parenti ed amici di giorno e di notte, portandosi francamente nelle lor case, conversando, parlando e mangiando con esso loro: e talvolta mettendosi a letto, invitavano quelli a riposarsi parimente con esso loro.
    (Giuseppe Davanzati, Dissertazione Sopra i Vampiri, Besa editrice, Bari 1998. Pag. 19)


    I morti inquieti

    Nel 313 d.C. con l’editto di Milano, gli imperatori Costantino e Licinio permisero la pratica della religione cattolica all’interno dell’Impero Romano. La religione fondata da Gesù Cristo e ispirata ai suoi insegnamenti passò, da culto clandestino e passibile di persecuzione, a religione ufficiale, alla quale si convertirono anche molte popolazioni barbariche.La religione Cristiana sopravvisse al crollo dell’Impero Romano e, tra il 500 e il 1500, la Chiesa di Pietro fu protagonista indiscussa del Medioevo, sebbene, per i primi anni, i culti cristiani fossero praticati esclusivamente all’interno delle città mentre le campagne restavano prevalentemente pagane. Nell’età medievale la popolazione europea, sprofondata nella crisi economica dopo la caduta dell’Impero Romano e, profondamente provata dalle incursioni dei barbari, trovò un’àncora di salvezza nella religione cristiana, capace di infondere una nuova speranza, e contribuì, così, all’ascesa del potere ecclesiastico.

    Il riconoscimento della religione di Cristo come unica e vera doveva proporsi lo scopo di estinguere tutti i culti pagani presenti soprattutto nelle campagne. Dapprima i missionari si dimostrarono molto tolleranti per conquistarsi la fiducia del popolino al fine di evangelizzarlo; per fare un esempio pensiamo alle creature magiche: i racconti della tradizione celtica sulla presenza delle fate nei pressi delle sorgenti vennero associati ad apparizioni della Vergine Maria; mentre figure ibride come i Satiri della tradizione greca diventarono manifestazioni diaboliche.

    La questione principale che richiedeva un intervento urgente e tempestivo era una regolamentazione, che fosse la più chiara e inequivocabile possibile, di tutto ciò che aveva a che fare col culto dei morti. Uno dei meccanismi principali della psicologia del lutto è l’incapacità di accettare che il defunto possa giacere immobile per l’eternità senza curarsi delle persone che lo hanno amato e che gli sono sopravvissute. Un cadavere deve provare il desiderio di ricongiungersi ai vivi a causa di un ambivalente sentimento, costituito da amore e odio, al quale la morte non può porre fine. I fondamenti dell’antropologia cristiana, invece contemplano che l’uomo è composto da un corpo creato mortale e da un’anima immortale: quando un uomo muore, quando si spegne il principio vitale che lo “animava”, il suo corpo (involucro carnale e transitorio dell’anima) è inumato e destinato a un rapido disfacimento.Nei Secoli Bui l’idea del vampiro comincia a prendere forma, assumendo alcune delle caratteristiche moderne. In questo periodo il Vampiro non fa più parte della cerchia delle divinità malvagie che, nottetempo, succhiano il sangue ai viventi ma, diventa il morto che ritorna, costituendo un pericolo ben più concreto.

    I defunti cominciano a uscire dai sepolcri, a camminare per le strade dei villaggi dove avevano vissuto, ad ammorbare l’aria e a cagionare terribili sventure, possono essere fermati dalla Croce, da un palo di legno conficcato nel corpo, con il rogo della salma e la dispersione delle ceneri. Le origini di queste testimonianze sono da ricercarsi, prevalentemente, nella confusione che i missionari cattolici avevano creato, nelle menti delle diverse popolazioni europee, per quanto riguardava gli usi e i costumi funebri. La Chiesa, dapprima aveva assimilato le tradizioni “barbare”per avvicinarsi ai popoli riluttanti alla conversione, poi appose qualche “modifica” che le avvicinasse ai propri dogmi: ci si trovava spesso di fronte a un cadavere che non aveva espletato completamente tutti i rituali connessi al decesso caratteristici della sua religione d’origine ma, nemmeno, era stato sepolto in maniera perfettamente cristiana, quindi non poteva far accedere la sua anima in paradiso lasciando il corpo a decomporsi. Nella vasta area geografica in cui, prima della conversione al cattolicesimo, la componente sciamanica dei culti era predominante, le varie fasi della vita si susseguivano senza soluzioni di continuità, scandite da precisi riti di passaggio. Se, dopo il decesso, il defunto non riusciva a integrarsi nel regno dei morti cercava di tornare indietro per infierire sui vivi. L’intervento della Chiesa, volto a sfatare questo tipo di superstizioni, ottenne il risultato opposto di consolidarle. Proprio la Bibbia, narrando della Resurrezione di Cristo e della sua promessa di vita eterna, forniva una testimonianza autorevole del fatto che dalla morte si potesse ritornare. Nelle Scritture, inoltre, compaiono fin troppi riferimenti al sangue per non considerarlo come “alimento” privilegiato per il sostentamento di chi ritorna dall’aldilà. La dottrina stessa sfruttò il vampiro per insegnare che l’obiettivo di Satana era di bere il sangue dei peccatori assicurandosi la loro anima, mentre coloro che vivevano in rettitudine, assumendo il vino transustanziato, partecipavano della santità di Cristo.

    Nelle regioni del Nord dell’Europa, dopo la conversione alla religione cattolica, cominciarono a raccontarsi, nei toni della saga epica, episodi di cadaveri irrequieti: Saxo Grammaticus, nella Historia Danica, descrive come un morto rifiuti davvero in malo modo l’offerta del suo amico di giacere qualche giorno con lui nella tomba:

    Morto Aswid prematuramente, il suo amico Asmund, che gli ha promesso di non lasciarlo, munito di provviste si fa calare nel sepolcro del morto. Qualche tempo dopo lo si trova sfigurato e coperto di sangue, ma vivo. Racconta che Aswid tutte le notti ritornava in vita . Dopo aver divorato prima il cavallo e poi il cane che erano stati calati nel sepolcro con lui, si era gettato sull’amico e gli aveva strappato un orecchio. Asmund dovette decidersi a tagliargli la testa e a piantargli un piolo nel corpo per immobilizzarlo.

    La "Eybyggiasaga" Islandese parla di pestilenze intorno al luogo di sepoltura di un certo Thorolf: a Hvamm in Islanda muore un certo Ehorolfr o Thorolf Boegifotr. Sepolto in una collina, la rende un luogo pericoloso, e molti animali e uccelli che vi si avvicinano muoiono. Thorolf visita anche la moglie e alcuni uomini del paese, e li fa morire. Il figlio Arnkell decide di andare a guardare il cadavere del padre, e lo trova non decomposto ma “gonfio come un bue”e mostruoso. Anche in questo caso soltanto dopo aver bruciato il corpo e disperso le ceneri in mare i fenomeni cessano.

    I morti, o dragur, che ritornano dell’Europa del Nord non hanno nulla in comune con quelli descritti nell’antica Roma (che in precisi periodi dell’anno celebrava, placandoli, i propri morti), sono dotati di corpo e possono nuocere, senza ricorrere a maledizioni e magie, chiunque li incontri.


    La Masnada Hellequin

    La Masnada Hellequin

    La morte, nel medioevo, faceva parte del quotidiano, era antropomorfizzata nei dipinti e nelle narrazioni orali, ma la soppressione dei rituali pagani che consentissero un trapasso definitivo, e la negazione dell’esistenza dei paradisi precristiani (per esempio il Walhalla) in nome delle verità della nuova religione, causò in Francia, nell’Italia settentrionale e nella Germania il riversarsi di un gran numero di cadaveri proprio sulle strade. Intorno l’anno mille vediamo comparire gli Exercitus Mortuorum, guidati dal gigante a cavallo Hellequin (probabilmente assimilabile all’Odino dei Celti): si trattava di cortei di morti che attraversavano le contrade senza aver cura di risparmiare ciò che si trovava sul loro cammino. Il prete normanno Gualchelmo, riferì di essere stato salvato dalla furia dei cavalieri infernali proprio da uno di questi, nel quale riconobbe suo fratello:

    Nella notte del primo gennaio 1091 il cappellano (Gualchelmo) ritornava da una visita a un malato della sua parrocchia quando, solo e lontano da qualunque abitazione, sentì il fracasso di un «esercito immenso», che prese per quello di Roberto di Bellême, in marcia per assediare Courcy. La notte era chiara, il prete era giovane, coraggioso e robusto: si pose al riparo di quattro nespoli, pronto a difendersi se fosse stato necessario. In quel momento gli apparve un gigante, armato di randello, che gli ordinò di rimanere sul posto per assistere alla sfilata dell’exercitus, a ondate successive.

    Il primo gruppo era il più composito. Era un’«immensa truppa di fanti», con bestie da soma cariche di vesti e di utensili diversi, come briganti che camminano oppressi sotto il peso del bottino. Affrettavano il passo gemendo e fra loro il prete riconobbe dei vicini recentemente deceduti. Seguiva una schiera di sterratori (turma vespillionum), alla quale si unì il gigante; essi portavano a due a due una cinquantina di barelle cariche di nani, che avevano la testa smisuratamente grossa o a forma di vaso(dolium). Due etiopi -demoni neri – portavano un tronco d’albero sul quale era legato e torturato uno sventurato che urlava per il dolore; un demone terrificante, seduto sul tronco, lo feriva ai reni e alla schiena colpendolo con i suoi speroni incandescenti. (…). Seguiva un gran numero di donne a cavallo, sedute all’amazzone su selle dotate di chiodi ardenti; incessantemente il vento le sollevava all’altezza di un cubito per lasciarle poi ricadere dolorosamente sulle loro selle; i seni erano trapassati da chiodi arroventati che le facevano urlare e confessare i loro peccati. (…).
    Il prete, terrorizzato, vide in seguito un «esercito di preti e di monaci», guidati da vescovi e abati, che portavano ognuno la propria croce. I secolari erano vestiti con una cappa nera, i regolari con una cocolla nera. Essi si lamentavano e supplicavano Gualchelmo, che chiamavano per nome, di pregare per loro.(…).

    Ancor più spaventoso era il gruppo successivo: era l’«esercito dei cavalieri» (exercitus militum). Tutto nero e che vomitava fuoco. Su immensi cavalli essi si affrettavano, muniti di ogni sorta di armi e di bandiere nere, come se andassero alla guerra. (…).

    Passate ormai parecchie migliaia di cavalieri, Gualchelmo si rese conto che si trattava senza alcun dubbio della Masnada di hellequin (familia Herlechini): aveva già sentito dire che molte persone l’avevano vista, ma non aveva mai creduto ai suoi informatori, anzi si era burlato di loro. Temeva quindi di non essere creduto a sua volta, se non avesse portato una prova sicura della sua visione. Per questo motivo decise di catturare uno dei cavalli neri che passavano privi di cavaliere. Il primo gli sfuggì. Sbarrò allora la strada al secondo, che si fermò come per lasciarlo montare ed emise dalle froge una nuvola di fuoco della grandezza di una quercia. Il prete passò il piede nella staffa e afferrò le redini, ma sentì improvvisamente un intenso bruciore al piede e un freddo indicibile alla mano. Dovette lasciar andare l’animale, quando improvvisamente comparvero quattro cavalieri, i quali lo accusarono di aver cercato di rubare la loro proprietà e gli ordinarono di seguirli. (…)

    Il morto enumerò dunque i «segni» che finirono col convincere il prete, il quale ascoltò il messaggio che doveva trasmettere. Ma Gualchelmo tornò in sé: non voleva fare da messaggero per un criminale. Preso da furore l’altro lo afferrò alla gola con una mano ardente che vi avrebbe lasciato un marchio indelebile, il signum dell’autenticità dell’apparizione. Lasciò la presa quando il prete invocò la Madre di Dio, anche perché un nuovo cavaliere si era interposto, levando la sua spada e accusando gli altri quattro di voler uccidere suo fratello.

    Il nuovo arrivato rivelò la propria identità: si trattava del fratello di Gualchelmo, Roberto, figlio di Rodolfo il Biondo.


    A questo punto i ministri della Chiesa, a fronte di tali testimonianze, provenienti da personaggi degni di fiducia, cominciarono a chiedersi come mai questi trapassati non se ne stessero tranquilli sottoterra e, dopo aver studiato quanto scritto in proposito dai filosofi cristiani, giunsero alla conclusione che il responsabile era il Diavolo.

    La fonte più autorevole in materia furono gli scritti di Sant’Agostino (De cura pro mortis Gerenda e De Civitate Dei), nei quali egli asseriva che i morti, se appaiono ai vivi è solo per opera di Dio e non appaiono col loro corpo ma con lo spirito, esclusivamente per chiedere d’essere sepolti o per ricevere preghiere. Qualora un morto si presenti a un congiunto con il proprio corpo, è da ricercarsi, in questa manifestazione, l’intervento del Diavolo, ma anche il Diavolo non può nulla senza il benestare del Signore. Di conseguenza le apparizioni dei fantasmi erano “legittime”, mentre quelle dei defunti “in corpore” erano frutto del malvagio operato di Satana. Prima dell’anno 1000 le anime dei defunti se erano meritevoli ascendevano in paradiso (raffigurato come un giardino fiorito in cui essi beatamente oziavano) oppure, coloro che in vita furono malvagi, bruciavano all’inferno: non c’era una soluzione intermedia per chi, pur non avendo grossi meriti, non era poi completamente malvagio. Tuttavia, se le anime avevano bisogno delle intercessioni dei vivi doveva pur esistere un luogo di confine nel quale le anime dei morti potessero riscattarsi con le preghiere dei vivi; questo spazio era strettamente collegato alle antiche credenze pagane e suffragato dalle visioni monastiche medievali; solitamente queste anime sfortunate soggiornavano nei pressi del luogo dove avevano trovato la morte al fine di apparire con più facilità ai vivi. Presto i teologi elaborarono il concetto di purgatorio, conseguentemente a un diverso approccio nella considerazione dell’uomo che non era più o buono o cattivo ma costituito da un insieme di elementi sia positivi che negativi che andavano soppesati.

    Tra il 1024 e il 1033 il monastero di Cluny istituì la festa dei morti che si sarebbe svolta ogni anno il 2 novembre, dopo il giorno dei Santi. In questa giornata si recitavano le preghiere per le anime del purgatorio al fine di accorciare la loro permanenza in quel luogo di transizione dal quale potevano, col permesso di Dio, affacciarsi al mondo dei vivi per esortarli a compiere qualche azione che desse loro sollievo nell’attesa di congiungersi a Dio. La pratica di celebrare messe, le indulgenze e le preghiere per i morti divenne una costante che durò almeno fino all’età dell’illuminismo.
    La leggenda che sta all’origine della festa vuole che un eremita siciliano sentì i diavoli, che si davano da fare nelle fiamme dell’Etna, deplorare che le preghiere, le elemosine e le messe dei monaci cluniacensi strappassero troppo rapidamente alle loro torture le anime dannate. Informato di questa visione, l’Abate Odilone istituì la Festa dei Morti. Presto un’apparizione del defunto Papa Benedetto, liberato dalle pene dell’aldilà dai suffragi dei cluniacensi, confermò la fondatezza di questa iniziativa.

    Dell’esercito dei morti, le cui testimonianze più antiche risalgono ai tempi in cui il Cristianesimo, ormai largamente diffuso nell’Europa, cominciava a corrompersi a causa degli errori introdotti dalla Chiesa Romana, si ebbero notizie fino alla fine del secolo XVI. Sebbene le apparizioni fossero diventate più rare a Francoforte s’instaurò la consuetudine di pagare alcuni giovani che, una volta all’anno, conducessero di notte davanti alle porte delle case, un carro coperto di foglie cantando canzoni. In questo modo si celebrava la memoria dell’esercito dei morti. Il destino del terribile cavaliere Hellequin, dopo essere stato demonizzato, fu di ricomparire, in veste di maschera, nel teatro borghese assumendo il nome di Arlecchino.

    (Fine prima parte - Continua)

    Il vampiro nel medioevo - I morti inquieti, la masnada Hellequin
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-05-15 alle 05:31
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  9. #9
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    Si sostiene che "vampiro" giunga dal lituano wempti («bere») e dal turco uber («essere demoniaco»).***

    A me colpisce molto di più la sua radice "pirea": se si accosta il verbo "wempti" e lo si associa al "piros" si determina "colui che beve il fuoco".

    E cosa c'è di più focoso se non il sangue nell'immaginario cromo-popolare?

    Il Mangiafuoco non fu anche narrato da Collodi? In questo caso però si parlerebbe di "manpiro" non "vampiro". Certo che MAN e VAM sembrano quasi speculari sator-rotas, ed una V può essere scambiata facilmente per una N. Mangiare e Bere sono in parte speculari, infatti.


    ***: non conoscendo il lituano, ho cercato in un dizionario. QUI. Non mi sembra che bere si traduca in quel modo.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-05-10 alle 01:16

  10. #10
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    Citazione Originariamente Scritto da Silvia Visualizza Messaggio
    Il vampiro fa parte di quell'universo mitico in cui, da sempre, le paure ataviche dell'uomo si attanagliano trovando forma, acquisendo un volto, determinando una ragione di esistenza anche alle creature più improbabili. Entità notturna e orrifica, il vampiro trae quindi origine dai timori ancestrali, riceve vitalità dalle radici profonde dell'inconscio e si colora di tinte fosche nella fantasia letteraria e cinematografica, diventando una figura archetipica e raggiungendo così l'immortalità.

    Tra i più noti esseri della notte associati a nefandi riti incontriamo il principe Vlad Tepes II e… l'ignaro pipistrello, la cui natura ambigua (è un mammifero fornito di ali) ha suscitato l'attenzione di molte culture.

    Il pipistrello, uccello mancato, che simbolicamente rappresenta il cattivo volo (l'essere che si blocca in una fase della sua evoluzione verso l'alto), ha arti anteriori forniti di lunghissime dita, strutture portanti di una membrana cutanea a funzionalità alare. La dentatura è completa di incisivi e canini aguzzi e di molari appuntiti. E' un animale letargico, ubiquitario, con abitudini crepuscolari. E' insettivoro, ma i racconti su una specie sudamericana, che succhierebbe il sangue degli uomini, hanno contribuito a far sì che il pipistrello venisse considerato simbolo sempre più negativo. E così il notturno, fotofobo, misantropo e innocuo pipistrello è diventato, nell'immaginario collettivo, una creatura lugubre, mortifera, incarnazione delle forze sotterranee e divoratore della luce. E ha ispirato il modello morfologico-comportamentale al nostro Vampiro, personaggio di grande effetto e di sicura - è davvero il caso di dirlo - incisività.

    Quindi l'equazione pipistrello=vampiro è precedente a Bram Stoker?
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-05-10 alle 01:17

 

 
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